MariaGiovanna Luini

Oggi parliamo con MariaGiovanna Luini, autrice di «Le parole del buio».

———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Per bisogno. Perché fa parte di me. Esprimo me profondamente, e anche con molta sorpresa per il mistero sui motivi e sulle origini di questo bisogno, solo scrivendo. Da sempre. Da quando avevo tre anni.

A: Scrivere. Cosa?

Storie, pensieri, istanti, fotografie in forma di parola. Fiabe, e mi sorprendo per questo: non avrei pensato di scrivere fiabe, invece ho pubblicato due libri che piacciono a bambini e adulti. Romanzi e racconti: la mia dimensione è la narrativa, con trame che escono senza premeditazione, senza che debba rifletterci prima per costruire o pianificare. L’unica trama che abbia mai costruito nei dettagli è ancora ferma su un taccuino, non è mai nata davvero in forma di storia. Lettere, anche, o lunghi sms che nascono all’improvviso e vanno a persone che mi hanno ispirato qualcosa.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

La scrittura mi mette di fronte a ciò che sono. Mi conosco sempre meglio grazie a ciò che la scrittura tira fuori da me e di me. Sono MariaGiovanna Luini, all’anagrafe Giovanna Maria Gatti, scrittrice di narrativa e di pensieri ma anche di articoli di divulgazione scientifica e medicina. Sono una donna che si è scoperta da non molto tempo, ma è sempre stata certa di avere la necessità fisiologica di essere strumento e origine di scrittura. Ho pubblicato finora due libri di fiabe, un racconto lungo e due romanzi. I titoli: “Esser grandi è una fiaba” e “I racconti delle bacche rosse” sono i libri di fiabe, “Il mio racconto” è, e lo si capisce, il racconto lungo, “Una storia ai delfini” e “Le parole del buio” (entrambi di Edizioni Creativa) i romanzi. Amo tutto che ho pubblicato, ogni libro ha un amore a sé e significati che scopro rileggendo parti a caso, o riascoltandoli durante le presentazioni. Indubbiamente il romanzo è la forma narrativa che mi è più congeniale.

A: La penna per te corrisponde a…?

L’oggetto fisico che uso per scrivere. Una compagna fissa, in qualunque luogo e qualsiasi momento. Impensabile vivere senza una penna che gira tra le dita o nella borsa, per annotare pensieri e frasi o piccoli frammenti di storie, oppure per spendere le ore su romanzi o fiabe. Sono anche un medico, quindi la penna è davvero compagna di ogni istante del quotidiano; nella tasca del camice, sulla scrivania, appoggiata alla base del computer. E’ talmente necessaria da non riuscire a pensare di mancare di una penna a portata di mano.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Farsi leggere è la decisione che cambia tutto. Scrivere è bisogno, è momento che non cambia nel suo nascere d’istinto dal silenzio, farsi leggere invece deriva da una decisione. Ti esponi, sei nuda, sai di essere giudicata. Sai, o lo impari, che non importa dire che hai inventato tutto o quasi tutto: ci sarà sempre chi decide che dentro una storia ci sei tu, e giudicherà la scrittura (questo è logico e molto prezioso per lo scrittore), la trama (altrettanto prezioso) e te come persona. Il giudizio ti arriva addosso in ogni caso, diventi la scrittura e il contenuto e devi essere preparato a questo. La mia visione dello scrittore è molto diversa: scrive chi è misterioso strumento, fonte di storie, e ciò che importa veramente è la scrittura e non lo scrittore. Comunque. Pubblicare è l’emozione più grande per chi scrive e ha deciso di farsi leggere: significa partorire una storia, più storie, e assistere ai primi passi nel mondo, accettare l’espropriazione del libro con l’ansia e la soddisfazione e l’orgoglio un po’ timoroso del genitore che guarda il figlio cavarsela da solo. Vedi il libro che nasce e per molto tempo non sai cosa accada: puoi intuire dai segni, dai messaggi che ricevi, dagli inviti per presentazioni, da quell’istinto che ti porta a capire se la storia che hai scritto stia vivendo oppure dormendo da qualche parte, però non hai certezze.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Asciutto, sobrio, istantaneo.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Alludi a “Le parole del buio”, l’ultimo romanzo. E’ la storia di Silvia, una donna apparentemente realizzata e (non apparentemente, realmente) egocentrica. Una scrittrice da sempre convinta di stare bene da sola, con molti amanti ma nessuna stabilità familiare. A suo modo affascinante, credo. Crolla brutalmente in una depressione che lei stessa inizia a odiare a causa di un abbandono, a causa della perdita dell’amore. Non si riconosce più: si immobilizza in un dolore che a volte è quasi compiaciuto, trattenuto a forza per aumentare il tormento, e intanto sfinisce di domande l’amica più cara e cerca sollievo nel sesso con un uomo incontrato in aereo.

Non posso spiegare perché si debba scegliere di leggere il mio libro: legge chi vuole, chi si incuriosisce oppure chi lo incontra casualmente, chi riceve un suggerimento da qualcuno, chi segue un po’ internet e mi conosce, chi mi vede alle presentazioni. Il libro è entità a sé, fa da solo, raccomandarne l’acquisto da parte dello scrittore sarebbe offensivo per il pubblico, per il libro, per lo scrittore stesso. Chi non vuole non mi legga. Vado alle presentazioni perché amo follemente il rapporto con la gente, amo ascoltare la lettura che viene fatta delle storie che nascono da me, amo le interpretazioni che mi spiegano cose che proprio non avevo notato in ciò che ho scritto. Amo constatare direttamente che il libro non è mai stato mio, io l’ho solo fatto nascere.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

La prima stesura è di puro istinto, tanto da richiedermi di leggere per scoprire cosa è venuto fuori dal silenzio, dalla testa completamente staccata dal mondo, dalle mani che partono da sole e scrivono scrivono scrivono… Dalla seconda stesura in poi la scrittura è riposo, concentrazione, distacco, amputazione, limatura, ricordo dei propri errori, ricerca di ripetizioni, cadute di stile, parti ridondanti o inutili, eccessiva sintesi. Mi impongo un ritmo di rilettura e smetto quando la testa non riesce più a mantenere il distacco nel seguire la storia. Procedo a capitoli e salvo ogni versione del file (la prima stesura è a mano, sui taccuini, dalla seconda in poi uso il computer). Ciò che mi caratterizza, a parte lo stile ovviamente, pare sia la punteggiatura: quella è istinto e solo raramente diventa tecnica. C’è stato chi ha commentato da qualche parte che i miei “punto” messi in una frase senza verbo fossero scorretti: puoi immaginare il mio sorriso quando la stessa persona ha iniziato a pubblicare sui suoi siti pezzi con il medesimo uso della punteggiatura! Ho provato soddisfazione ma anche simpatia: implicitamente quella persona mi stava sorridendo. Quanto alle tecniche di scrittura, “ognuno faccia cosa gli pare”. La tecnica aiuta a migliorare, a correggere le imperfezioni. Ma senza istinto non si va lontano.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Lo sforzo è l’insulto alla scrittura. Se mi devo sforzare per tirare fuori le parole, allora non è proprio il momento per scrivere. La scrittura è flusso che esce dal mistero e dal silenzio. A volte scrivo perché ho bisogno di entrare nello stato di trance che solo la scrittura sa darmi, voglio andarmene per un po’ e non importa se ciò che scrivo diventerà libro oppure no, altre volte scrivo perché ho in mente di pubblicare ciò che nascerà, ma aspetto in ogni caso che sia l’istinto a scrivere e non la tecnica da sola. Perché si capisce subito se la scrittura non è nata dall’istinto, è meno bella e meno fluida. E’ vuota, in un certo senso. La mia vita, l’anima entrano nella scrittura se capita, ma sono impasti compressissimi che non si riconoscono quasi più oppure sono talmente palesi da mancare della verità autobiografica fondamentale. Non è importante se ci siano pezzi del mio bisogno, della mia vita, del mio pensiero: importa davvero la storia che è nata, che è separata da me e vive indipendentemente.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Le critiche arrivano a segno quando mi danno una visione, magari parziale, di verità. Le ascolto e rifletto, di solito, e non ho problemi ad ammettere che alcune fanno male. Ma non tanto da schiacciare. Ripenso spesso alle critiche e me le ricordo tutte: alcune non trovano spazio, le rispetto ma non le condivido quindi non entrano a fare parte del mio lavoro di miglioramento, di discussione sul mio stile e sul cambiamento possibile, altre invece aggiungono davvero qualcosa e, magari al prezzo di sofferenza e di ferita d’orgoglio, lasciano una traccia positiva. Lo capisco quando scrivo e rileggo: vado a cercare le imperfezioni che alcune critiche mi hanno fatto rilevare, provo a evitare le cadute proprio grazie ai commenti negativi che ho trovato utili. Se le critiche arrivano per motivi diversi da una lettura onesta e franca delle mie storie mi fanno ridere, sono patetiche: alludo alle critiche che non sono dirette alla mia scrittura ma a me scrittore, a me persona, e scaturiscono da invidia o antipatia. Sono l’indice della triste limitazione dell’intelligenza che l’invidia sa provocare.

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2 commenti to “MariaGiovanna Luini”

  1. Mi ha attratto la tua intervista,leggerò i tuoi libri sicuramente perchè ti sento affine.Mi è piaciuto quello che hai detto della scrittura,di come nasce spontanea e condivido il coraggio di mettersi in gioco,di esporsi”nuda” sapendo che questo provocherà reazioni e non ne hai paura.Che dici ci contattiamo?Mi piacerebbe parlare con te!

  2. Grazie! Senz’altro ci contattiamo su FB, se ti va.

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