Archivio per agosto, 2009

24 agosto 2009

Vanessa: una voce

di Alessandra Di Gregorio, recensione a cura di Leonardo Tonini

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9788888996196

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Titolo: Vanessa. Storia di una metamorfosi

Autore: Di Gregorio Alessandra

Editore: Il Ciliegio

Data di Pubblicazione: 2009

ISBN: 8888996192

ISBN-13: 9788888996196

Pagine: 192

Reparto: Narrativa italiana

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I libri chiamano i libri, i libri migliori, gli altri portano solo al narcisismo di chi li ha scritti e annoiano. Leggendo Vanessa, seconda prova edita di Alessandra di Gregorio e suo primo romanzo, io sento una voce originale. La sento subito, dalle prime righe e questa voce mi accompagna fino all’ultimo capitolo, fino alla parola fine. Parlando con l’autrice di questo ottimo esordio, mi confessa che certi passaggi le hanno ricordato Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf, pur non avendo preso neppure lontanamente quel libro come modello. A me invece Vanessa ricorda la scrittura di Colette, limpida, appassionata e assolutamente priva di pietà. Anche la frase, questo suo avere sempre il centro nel periodo successivo e risultare quindi incalzante, pur nell’introspezione, pur nell’indagine. Ma Colette e Virginia Woolf non c’entrano. Facendo l’editore, mi arrivano molte prove di autori giovani e meno giovani. Li suddivido in due categorie, quelli che non hanno mai aperto un libro e che di conseguenza non sanno neanche coniugare i verbi, e quelli che hanno letto dei libri e che scrivono cose che sanno troppo di ciò che hanno letto. I primi sono ignoranti, i secondi sono emuli. Poi c’è una terza categoria di scrittori, estremamente rara, che ha una voce propria. In Vanessa, io posso sentire Colette, Alessandra avverte Virginia Woolf, un terzo lettore sentirà qualcosa di diverso, ma sono forze del passato che ritornano, non è copia, non è emulazione. E quando una forza del passato ritorna, non è per ripetere, ma per portare il nuovo sulla Terra. Questo lo sapeva bene Borges, fra gli altri, che diceva che da che mondo è mondo l’uomo si racconta sempre le solite cinque storie, l’assedio, il ritorno, la resurrezione, il parricidio e l’amore negato. Vanessa rientra nella terza categoria, è un libro che parla di resurrezione, della propria. Ma per risorgere bisogna prima scendere all’Inferno ed è quello che Alessandra fa. Circondata da alte mura di solitudine, Vanessa si è costruita un mondo autistico intorno a sé, una selva oscura, ma, come Dante, invece di commiserarsi decide di scendere il baratro, senza sconti per se stessa, senza infingimenti. E scende fino a ritrovar la luce proprio nell’ultimo capitolo, non una luce raggiunta, ma intravista, ancora lontana, non conquistata, ma possibile. Seguendo la metafora di Dante, alla fine del libro Vanessa/Alessandra si ritrova sulle spiagge del Purgatorio. Ha ancora molto viaggio davanti a sé, prima di vedere “l’amor che muove il Sole e l’altre stelle”, ma è questo che vogliamo da una scrittrice vera; non che abbia finito di cercare, ma che abbia ancora tanto da dire. Capitolo dopo capitolo, Vanessa scende nel suo personale inferno fatto di fantasie erotiche e di esperienze limite e si guarda in faccia, fa spietatamente i conti con se stessa. Che sorprende in questa scrittura è l’intelligenza, il cinismo verso se stessi, la ricerca di dati di fatto assolutamente inoppugnabili, l’assenza di ogni finzione, al fine di trovare il dato certo, la base, il terreno solido su cui costruire il proprio avvenire umano. Vanessa ha l’ansia della verità, si autodistrugge per trovare il nucleo, la ghianda di luce inscalfibile della propria verità. È come se sulla soglia della follia, Vanessa tentasse il tutto per tutto, la vita o la morte. Solo che è sorretta nella sua ricerca da una notevole intelligenza dei meccanismi dell’umano e da una tenuta argomentativa che non vedevo da tempo. Ecco perché non si perde, ecco perché, proprio all’ultimo capitolo, che arriva velocissimo, è un libro che ci fa rimanere incollati alla pagina, trova il senso del suo penare e la via di fuga, l’uscita, la spiaggia.

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Leonardo Tonini

21 agosto 2009

Il gatto che cadde dal sole

di Simone Maria Navarra, recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

il gatto che cadde dal sole

Quando si parla di gatti nella letteratura mi vengono subito in mente Il Gatto con gli Stivali e Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, ma mi viene anche da appuntare la mia attenzione al gatto di Taine, ovvero a Vita e opinioni filosofiche di un gatto, dove il cinismo all’apparenza la fa da padrone, e il filosofo ci dà uno straordinario esempio di rappresentazione metamorfosata di quella che è la Società di sempre. Lo zoomorfismo è un indicatore utilizzato in letteratura come strategia che induce nel lettore – e dunque nel cittadino – un rispecchiamento, che sia immediato oppure più sottile – fino al punto di portarlo a trarre conclusioni rispetto all’argomento oggetto di disquisizione. Che sia in forma di trattato o di fiaba, piuttosto che di letteratura leggera, l’uomo con la penna in mano da sempre ha visto nell’uso del traslato animalesco, una importante fonte di ispirazione.

Il romanzo breve di Simone Navarra mi ha sorpreso principalmente per il suo non essere banale. Il passo tra la semplicità – che è una dote che va al di là delle competenze linguistiche acquisite e acquisibili – e l’elementarità intesa come mancata capacità di spessore, è sempre troppo breve, ma Navarra ha dalla sua una schiettezza fascinosa e solare, ilare quasi, che gli permette di scrivere in modo delicato, privo di complicanze e di retoriche – perché appunto tale appare, a voler interpretare le sue scelte linguistiche e narratologiche, la sua volontà più probabile.

Il gatto di Navarra è un trovatello che vive per le strade di Roma e confesso che quando ho cominciato a leggere di questo piccolo in balìa delle condizioni atmosferiche avverse – oltre che dell’inconveniente più grande, che è quello relativo al fatto di non avere nessuno che si curi di lui – ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un trovatello umano, come nella tradizione dickensiana. Certamente ammetto che lo stile di Navarra non sempre mi convince. Ci sono evidenti sbavature qui e lì durante la narrazione, ma per quelle, quando un testo ha il suo cosiddetto “perché” – e dunque l’Autore stesso si rivela possessore del quid che gli permette di scrivere coinvolgendo il lettore, e al lettore di percepire l’aura stessa della giusta interpretazione “fiabesca” della vita vista da un osservatorio impensabile, ricco di spunti ironici e importanti, spesso anche molto simpatici o addirittura commoventi – c’è sempre una possibilità d’intervento. Lungi dal voler trovare paralleli con altri esempi più o meno noti, Navarra racconta di una comunità di gatti randagi e sembra racconti invece di una comunità – perché no? – di rom accampati negli angoli periferici di una città italiana qualunque, in grado, al di là della nostra capacità di “pensarli in grado di”, di esprimere e racchiudere all’interno di un piccolo cerchio, vizi e virtù propri di tutte le comunità sociali costituite.

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Alessandra Di Gregorio.

16 agosto 2009

Penelope Guzman – Il colpevole

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Penelope Guzman

Aprendo questo libro ero sicura di avere per le mani un bel giallo. È stata la cura della copertina, magari a trarmi in inganno, oppure la felice disponibilità dell’Autore Eliot Parker, quando si è avvicinato alla sottoscritta per proporre il frutto del suo lavoro; a conti fatti però, la lettura non è andata come speravo, lasciandomi abbastanza insoddisfatta. Lungi dal voler stroncare libro e scrittore, se non addirittura dirne un paio all’editore – che, come tanti editori, non ritengo abbia fatto un buon lavoro lasciando che un testo incompleto, ridondante e immaturo, venisse pubblicato così com’è, senza dunque dare all’Autore la possibilità di allargare il proprio respiro scrittorio e trovare una reale e felice soluzione stilistica per il suo romanzo d’esordio – dirò brevemente cosa non mi è piaciuto de Il Colpevole.

Evidente appare il divario tra le intenzioni autorali e la mancata riuscita del progetto sulla carta – cerco sempre di dare per scontata la buonafede di chi scrive. In apparenza un romanzo giallo di impostazione classica – in senso imitativo, più che altro – il romanzo di Parker non è in grado di rispettarne però le caratteristiche essenziali; innanzitutto suscitare il giusto interesse e mantenere la tensione dal principio alla fine; creare una rete di personaggi del giusto spessore, non limitandosi a descriverne qualità e appeal ma rendendoli veramente a 360 gradi, in grado di fuoriuscire dalla pagina, in grado cioè di rappresentarsi da soli attraverso le proprie azioni e intenzioni. La Guzman, per esempio, potrebbe essere davvero un personaggio carismatico e attraente, eppure è poco più che la blanda rappresentazione della protagonista tipo della giallistica italiana più stereotipata, e si perde, così come si perdono d’altronde le altre pedine del disegno di Parker, in una selva di inutili ammiccamenti linguistico/dialogici al lettore (quasi il narratore sentisse la necessità di trovare conferma e simpatia presso chi andrà a leggerlo).

Al di là dell’intreccio, il romanzo appare retorico e superficiale, al punto che, nelle prime pagine (tanto per citare uno dei primi esempi in ordine di comparizione) ci si perde lungamente nella descrizione del carattere “personale” dello studio della Guzman, che metterebbe a disagio i clienti, ripetendo, tra le altre cose, la parola “personale” e “personalizzare” infinite volte. Questo è sintomatico del fatto che l’Autore è ancora piuttosto acerbo, nonostante l’intenzione di fondo possa dirsi buona, e che un vero lavoro di editing avrebbe non solo fatto pulizia di tutte queste inadeguatezze, ma anche reso giustizia ad una trama non così spiacevole.

L’invito è dunque quello di non limitarsi a desiderare la pubblicazione, ma di farsi trovare pronti all’appuntamento con la stampa di un proprio scritto, cosicché le intenzioni e le abilità autorali non vengano tradite e il libro prodotto potrà riscuotere il giusto gradimento che merita. Attendiamo dunque Eliot Parker alle prese con altre storie e Penelope Guzman con altri casi, in cui il colpevole – per quanto scontato – possa non lasciarsi trovare così in fretta, e intrattenerci col giusto polso.

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Alessandra Di Gregorio.

16 agosto 2009

Burned

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

burned

Burned, di Mauro Cardinale, edito da Montag, per quanto possa definirsi un romanzo interessante, colorato, caldo e impegnativo – per molti versi anche importante sotto il punto di vista del problema del “colonialismo delle Lettere” – non mi convince del tutto (della serie: il ragazzo si applica ma potrebbe fare di più).

L’incipit è scritto male, in modo superficiale; la penna di Cardinale è immatura (ok, è il suo scritto d’esordio e può starci); frettolosa (Cardinale deve imparare a capire i tempi della narrazione, per non sorvolare su cose importanti, per non scrivere per approssimazione, per diventare un narratore concreto e abile), e in generale tutto l’impianto stilistico/linguistico è carente (ricordiamoci sempre che le idee per poter essere incisive, quando rielaborate e trasmesse sulla pagina, devono essere intellegibili al 100%, rese interessanti da forme linguistiche adatte alla narrativa che si pratica, adatte a dare l’idea di avere in mano un romanzo vero e non la sua bozza, adatte soprattutto ad andare oltre l’elementare linguaggio colloquiale o scolastico usato nella quotidianità – perché altrimenti un libro potrebbero scriverlo tutti quelli che hanno frequentato le scuole dell’obbligo, e sappiamo che la “scrittura vera” non funziona così).

Ovviamente ci sono spunti più che graziosi. A me il romanzo è piaciuto. Si legge d’un fiato proprio perché le carenze ci sono dal punto di vista formale e non da quello prettamente narrativo. I migliori spunti però, nonostante la buona volontà, non sono tenuti a lungo, ripiombando il romanzo in un lavoro tutto da sgrezzare. L’Autore ha carattere, sicuramente, ma non sembra in possesso degli strumenti giusti per trasporre tutto il suo spirito su carta – non ancora, ma siamo ottimisti perché il talento è palpabile.

Burned è impegnativo, molto impegnativo (e qui un plauso sincero a Cardinale e al cuore col quale ha saputo inquadrare una vicenda culturale così ampia) perché dentro c’è la musica, c’è un Paese lontano e meraviglioso come la Giamaica, pieno di contraddizioni, e c’è il gap culturale che il nostro protagonista, ahimè, non riesce né a raccontare bene né a rappresentare, perché ne è fuori, non ne afferra le dinamiche e comunque si inserisce nel circolo da “colonialista”, non certamente da “colonizzato” – anche se poi la prepotenza degli eventi sarà tale da sfuggire alla sua gestione, oltre che alla sua comprensione, tant’è che la conclusione della sua avventura è anche un ristabilirsi dell’ordine precedente delle cose, per quanto sia comunque possibile rintracciare una vittoria che con lui non avrà niente a che fare (perché lui ha fatto la parte della pedina). Il libro si apre con questo giovane chiamato a fare il talent scout e si chiude con lo stesso giovane che però ha in tasca una consapevolezza diversa – e noi assieme a lui.

Ammetto la mia commozione sul finale; ammetto il brillio che viene fuori dalla mano dell’Autore, e ammetto l’emozione data dal quadro complessivo pennellato di musica, di coraggio, di preghiere a divinità esotiche che tutto vedono e tutto possono – e forse questo mi convince ulteriormente a dire che da Cardinale si può pretendere di più e che Burned, per quanto bruciante di bellezza, si potrebbe riscrivere diversamente. Ciò conferirebbe tanto all’Autore che alla straordinaria storia del ghetto giamaicano, il giusto lustro.

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Alessandra Di Gregorio.

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