Caterina Armentano

Oggi parliamo con Caterina Armentano. Intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

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A: Scrivere. Perché?

C:Perché esistono mondi interiori che vanno svelati, presentati anche agli altri. Perché ognuno di noi ha una propria prospettiva, uno sguardo unico verso il mondo e solo scrivendo si da l’opportunità agli altri di incanalarsi verso quello sguardo, verso quella nuova prospettiva, che può o non può essere apprezzabile, discutibile, accessibile ma la parola in quel caso diventa via di transito, di comunicazione.

A: Scrivere. Cosa?

C: La vita e tutto ciò che la circonda. La morte e tutto ciò che le appartiene. Ciò che ci riempie e ci sostiene. Situazioni, eventi che caratterizzano la società e creano le vicissitudine e le storie che creano la storia.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni

C: Come scrittrice sono molto decisa. So quello che voglio raccontare e perché. La mia non è una battaglia o una lotta ho qualcosa da dire e so che la mia capacità di scrittura è migliore di quella oratoria. Per questo la scrittura diventa il mio strumento per raccontare e costruire.

A: La penna per te corrisponde a…?

C: Una spada. Una bacchetta magica. Una chiave che apre molte porte, tutte quelle che io desidero spalancare.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

C: Prima scrivevo per esprimere esclusivamente me stessa stando poco attenta alla forma, mi consentivo piccoli esperimenti stilistici senza crearmi troppi problemi o farmi troppe domande. Ora invece ho imparato a stare più attenta alla forma e a rileggere con più attenzione quello che ho scritto. Mi sento più responsabile verso il mio pubblico, verso coloro che mi seguono e mi apprezzano perché so che esistono delle aspettative e ciò mi sprona a fare sempre meglio.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

C: Introspettivo: perché analizzo in profondità ogni personaggio cercando di cogliere le diverse sfaccettature della psiche. Realistico: narro la realtà dei fatti con piglio crudo e diretto senza troppi giri di parole. Arcaico:sono sempre alla ricerca di assonanze e analogie che diano come risultato uno stile fresco e dinamico ma che richiamano alla mente sensazioni arcaiche e remote.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

C: Il mio libro è una raccolta di otto racconti che narra vicende esclusivamente femminili. Storie che rappresentano una realtà a cui spesso non badiamo perché siamo abituati a voltare la testa dall’altra parte quando scorgiamo la sofferenza e la violenza. Il mio libro parla di donne rannicchiate nel proprio io abbandonate a se stesse, incapaci di uscire dall’orrore in cui vivono perché piegate a una mentalità meschina e maschilista. Bisogna conoscere quello che hanno attraversato le nostre nonne per capire chi siamo e dove andiamo. È una radice dell’albero della femminilità e per questo va custodito.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

C: Scrivo di getto. Picchietto sulla tastiera del mio pc a una velocità supersonica senza guardare lo schermo per ore. La storia mi gira in testa per giorni, settimane, parlo persino con i personaggi imparo a conoscerli e una volta che il flusso di pensieri diventa parola scritta abbandono il tutto per alcuni giorni. Rileggo, correggo e lascio la storia riposare in una cartella del mio pc fino a quando non mi sento pronta a revisionarlo. Farlo subito mi impedisce di notare errori e ripetizioni e soprattutto non mi consentirebbe di distaccarmene abbastanza per essere obiettiva.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

C: Quando si scrive si scrive per amore, amore per la scrittura. Si scrive per creare, per lasciare una traccia, per sfogarsi, per raccontarsi, per raccontare gli altri, per lasciare la propria immagine fatta di verbi, coniugazioni, avverbi, aggettivi e quant’altro. Si scrive perché la storia di qualcuno ci ha fatto febbricitare la mente, perché uno sguardo ci ha portato sulla pelle nuove sensazioni, perché qualcosa ci ha offeso, fatto adirare, sconvolto o indignato. Perché in un granello di sabbia vediamo il deserto e in una goccia d’acqua il mare, perché ognuno di noi plasma la propria fantasia a suo piacimento ed esprime se stesso attraverso quello che crede o sa di far meglio.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

C: Non è che una critica negativa mi faccia esultare! Non nego neanche che per giorni ripenso molto a quello che mi è stato detto o scritto ma questo non mi demoralizza perché prima di tutto so che il mio stile e le mie storie non possono piacere a tutti e successivamente so di essere umana e quindi capace anche di sbagliare. L’esperienza serve a farmi crescere come persona e come scrittrice e se desidero continuare a fare questo mestiere devo comportarmi come quelle sarte laboriose che nonostante si pungono con l’ago continuano a cucire. Una volta terminata la stesura di un nuovo scritto e accompagnato verso il mondo di fuori, lascio che prosegua verso il suo futuro, soprattutto perché quel viaggio il più delle volte richiama anche me a nuove avventure e nuove conoscenze.

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