L’uncino che trafigge l’anima

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Posti di fronte a una letteratura del disimpegno e dell’illogica propensione ad apparire come non si è, ci si abitua a leggere tutto fuorché cose interessanti. Il libro della Farina, invece, appare sostanzialmente un libro “contro”. Un libro d’evasione, in qualche modo. Turbolento, coraggioso, spigoloso. Un libro in cui desideri, prospettive, spigolosità, specularità, carne, dolori, si mischiano come a voler significare tutto, col rischio d’apparire illeggibili, complicati, verbosi.

Tutto è preso e sviscerato come se si stesse dando un pugno in faccia a qualcuno. Con la forza e la prepotenza di una parola che – seppure alle volte si adagi su letti cedevoli – trattiene il Lettore nella tela di pensieri violenti e incalzanti. Leggera come una farfalla, pungente come un’ape. La Farina si adorna di una bellezza non retorica, non fine a se stessa. Si avverte, in pagine che trasudano desideri e pathos, che celebrano la vita, la morte e il miracolo del sentimento, lo spasmodico bisogno di strapparsi di dosso vestiti e pelle; l’ardore delle amabili lotte col proprio Io di fondo, col collettivo, col mondo cieco e prossimo.

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Alessandra Di Gregorio

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