recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Fulcro di Storie sottoamericane, gli Stati Uniti d’America di tre tempi distanti e complementari. Salvi racconta l’idea dell’America Paese di progresso, quadro di una civiltà proiettata a vuoto in avanti, che ha speso più in pretesti che in concretezza. La frontiera americana di pioniere e pionieri che affermano e disconfermano il concetto d’identità personale e di generazione. La cronaca di un assedio: Alamo, eroi, anti-eroi, ricordi di miti che svaniscono con la narrazione.
Una scrittura calibrata, che mostra senza descrivere, che nasce e si dipana sul filo di un lessico concentrato, piacevolmente vivido, alto, ironico, affilato.
dalla quarta del libro:
Storie sottoamericane riunisce tre brevi racconti sostenuti da un filo conduttore, sorta di main theme epico: l’epopea di un’America che ‘mentre scopriva se stessa si modificava’. Così nelle storie la narrazione, anch’essa epica, fluisce fra le pieghe delle vite di uomini e donne che, consapevoli o meno, famosi o sconosciuti, ‘fecero la loro parte’.
“Mi piacerebbe incrociare chi beve acqua per dimenticare, e una volta tanto fissa i ricordi sull’acquetta marcia delle proprie sbornie,chi orina di gusto dopo aver bevuta l’ultima acqua della sua vita, chi all’acqua mescola polvere e brinda d’un fiato all’Attimo Fuggente, chi non si lava per non insozzarsi, ma sogna un’acqua purificatrice, chi vaga alla ricerca dell’Acqua e non teme gli agguati delle pozzanghere.”
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