recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Cuori d’altopiano, di Alberto Gherardi, racchiude cinque racconti a tema, che nascono e si sviluppano in luoghi determinati e determinanti, come l’Altopiano bergamasco da cui trae anche parte del titolo.
La scrittura di Gherardi è distesa ed elegante. I racconti hanno un certo margine di respiro – perfetti preamboli per romanzi brevi, per esempio, ognuno con sue caratteristiche distinte – anche se qui e lì si avverte una sorta di filo conduttore monocorde, forse un sentire generico non completamente trasversale come nelle intenzioni (vale a dire che spesso il risultato all’atto pratico appare difforme dall’intenzione degli scriventi).
Il paesaggio che fa da sfondo a quadri umani ora aspri, ora dolci, è quello di una Selvino dilatata in tempi e modalità eterogenei, per quanto simili e complementari, in cui è possibile riconoscere voci moderne, afflati di comunità sociali specifiche, influenzate dalla chiusura/apertura di scorci temporali che riescono a trascendere il dato contingente.
Molto apprezzabile il racconto d’apertura Parole che si perdono, per l’ottima struttura, l’impianto lessicale, la psicologia di personaggi e dettagli, la circolarità dei significati, la profondità dell’emozione – tanto provata che infusa – che tracima da pagine ricche, ricchissime, di un’immedesimazione spontanea, veritiera, credibile.
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