La mancanza

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: La mancanza

Autore: Paula Izquierdo

Editore: Cavallo di Ferro Editore

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Sfogliando le pagine de La Mancanza, si sono riaffacciate in me una serie di melanconiche e soffocanti sensazioni, per quanto rese ormai tiepide dallo scorrere del tempo, relative alle perdite (umane e affettive) subite durante il cammino della mia esistenza. Il loro essere però tiepide in parte credo sia anche dovuto al fatto che quella mancanza che svuota i petti e rende le giornate odiose, buie, sospese, nel libro della Izquierdo, non è che accennata. Quasi troppo lieve per essere veramente struggente e credibile come solitamente uno la sente e di conseguenza è portato a immaginarsela o a ricrearsela anche quando non è direttamente coinvolto. 

L’Autrice a mio avviso (ma ammetto di non sapere quanto per strategia) destina il meglio della sua scrittura alle parole della defunta Sara, protagonista passiva e attiva della storia, da un lato in quanto venuta a mancare (e dunque colei che è la mancante e la destinataria dei pensieri del fratello Pablo) e dall’altro in quanto autrice delle pagine di quaderno/diario, che lo stesso Pablo riceve dall’ex moglie nella casa al mare dove va a ritirarsi per stare solo, per capire come reagire alla notizia dell’improvvisa morte di quella sorella che in verità non conosceva, verso la quale non aveva avuto slanci, con la quale viveva di rapporti di circostanza – come forse ha vissuto anche la sua ormai conclusa vita coniugale, che ancora lo assilla per la freddezza che continua a provocargli dentro.

Pablo si interroga monologando con se stesso, ai limiti – o forse oltre i limiti – del tedio, in uno sforzo monocorde, del tutto privo di spinte (e forse questo rende perfettamente il sentire umano sfibrato, senza slanci, quello che fa morire i rapporti o che peggio ancora non ne permette l’instaurazione neppure tra membri della stessa famiglia, tra persone che in qualche modo hanno un rapporto affettivo elettivo in quanto generati sotto la medesima campana di vetro), circa le questioni esistenziali proprie e altrui, scoprendo non solo le sue mancanze come marito, ormai ex, e come fratello ormai non più fratello (anche se non può certo dire “ero fratello di Sara”, in quanto lui vivente), ma anche quelle umane in generale, degli uomini e delle donne di fronte alla banalizzazione delle relazioni sociali, del tempio dei rapporti famigliari, della sconosciuta intimità con se stessi prima che con gli altri.

I quaderni di Sara, una scrittrice di non molto successo ma ben vista dalla critica, saranno per lui specchio impietoso nel quale appurare una realtà – quella vissuta in solitudine da Sara – che non avrebbe mai immaginato (forse perché ignaro, perché non interessato, perché privo di fantasia…).

I racconti di Sara trasudano sentori immanenti, la prepotenza della carne, l’instabilità di un pensiero sempre ribelle a se stesso, mai confinato nel tempo e nello spazio, proteso nella spirale di un abbraccio insaziabile, inafferrabile, ingestibile.

Qui, in porzioni di testo che sono capaci di racchiudere strenue verità, l’Autrice dà il meglio di sé, perché ci mostra senza la banalità di cui si ammanta il personaggio di Pablo, l’irruenza e la delicatezza di un’esistenza necessaria, combattuta, pericolosa, dolorosa. Coraggiosa.

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Alessandra Di Gregorio

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