Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell

Autore: Brock Adams

Traduttore: Martirani D.

Editore: Round Robin Editrice

Collana: Parole in viaggio

ISBN: 8895731115

ISBN-13: 9788895731117

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La raccolta antologica di brani piuttosto succinti, di Brock Adams, per i tipi di Round Robin, non ha soddisfatto il mio palato di lettrice avida. Senza preamboli inutili, ammetto il pregio maggiore che ho notato in Adams: il carattere tipicamente ‘americano’ del suo tratto; un ‘americanismo’, un provincialismo – termine da intendersi senza connotazioni particolari – in grado di rendere il senso di più o meno buona o cattiva appartenenza ad una società estesa, comune, piena di grandi e piccoli spazi, gestibili o meno a seconda, in cui l’uomo appare e scompare di fronte alla mediocrità del vivere andante, colloquiale, noioso, puerile, umile, odierno, misterioso, irrisolto.

Vero è che l’asse autore-narratore-lettore spesso non è ben sintonizzato, pur partendo dal medesimo testo; vale a dire che il lettore è per sua natura parziale, in quanto si presenta, rispetto al libro e a ciò che ne ha determinato i natali e gli sviluppi, solo in qualità di agente esogeno. Pur forte di questa consapevolezza, non riesco a rintracciare in Adams le sottigliezze di emozioni incalzanti, l’importanza di una parola in grado di farsi letteraria, spessa, quasi granitica nella sua essenza di porta per mondi dal non facile accesso (per quanto nella maggior parte dei casi rapiti al quotidiano). In sostanza, mi sarei aspettata di più e di meglio. Il mio immaginario è rimasto pressoché immutato.

La sensazione che mi domina dal principio al termine di una lettura che ammetto faticosa (non relativamente all’impianto lessicale, quanto all’insieme, cioè al libro in sé) è che la parola sia per l’Autore strumento del mestiere e nient’altro. Mi pesa fortemente il distacco. Egli ricalca di certo una letteratura più che consumata, ma, come già detto, non sollecita il mio immaginario. È troppo distante da ciò che scrive e la distanza diventa maggiore laddove la parola è pressoché monocromatica, spenta. Una strategia creativa per limitare lo sforzo dato dalla scrittura del trasporto viscerale – questa è la mia sensazione. Del resto, è come scrivere ‘a tavolino’. Ma perché mettere da parte l’anima per far rilucere solo il corpo?

La parola è facile da addomesticare attraverso il ricorso a uno schema che si dà per creativo, e appare come accettabilmente costruita, nella sua intelaiatura generale, ma priva di energia, pathos, forza d’attrazione.

I racconti sono troppo brevi e mi sento come quando mi si offre un caffè troppo ristretto. Ti bagni appena le labbra e non riesci a capire il gusto profondo della miscela. Evento spiacevole, oserei dire. Il callo dello scrittore è evidente. Egli si dosa perché il mestiere ha la meglio e ha capito come si fa a restare dietro, lontano da tutto. Come usare uno stencil per ripetere all’infinito lo stesso fregio per riempire i muri della propria casa, senza mai arrischiarsi ad andare a mano libera.

Pregevolissimo il racconto proemiale ‘Ustione’, dove un protagonista sempre più affannato scompare di fronte al mondo e a se stesso, cedendo pezzo per pezzo parti anatomiche di sé, e le sensazioni, assieme alle proprie ceneri, se ne vanno nella spiacevolezza del disfacimento più totale. Peccato l’intera raccolta non presenti testi dello stesso tenore e della stessa tensione.

Alessandra Di Gregorio

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