Melodia del contatto

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

.

.

Titolo: Melodia del contatto
Autore: Trinca Ramon
Editore: Zona
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 8864380299
ISBN-13: 9788864380292

.

Melodia del contatto, una storia in versi, è un’eterogenea raccolta poetica di cui colpiscono principalmente la nota introduttiva particolarmente bella (“la poesia la si sente o non la si sente, questo è tutto. Quando la si sente la si è già sentita, quando non la si sente, non è mai esistita, intendo dire non esisterà mai, in chi non sente”), e una serie di testi quasi ardui da rintracciare nel calderone delle idee del poeta. Sì perché le perle nel mare sono diverse, ma faticano a spiccare, in quanto inserite in un concerto di idee spesso, a mio avviso, prive della giusta coesione. Una raccolta poetica, in fondo, deve abbracciare qualcosa, avere un disegno. Persino la casualità, per essere affascinante, deve avere un fondamento.

Sentire la poesia è provare in sé il sentimento poetico, requisito primo non solo del Poeta ma dell’Uomo in genere. Al Poeta è affidato un compito più impegnativo, perché oltre a sentire deve anche testimoniare, non può restarsene in silenzio. Egli rende al di fuori del corpo ciò che a un certo punto deve appartenere a tutti. Ed ecco che la dichiarazione proemiale di Trinca è l’affermazione di chi vuole stupire e al tempo stesso dire cose ovvie che si sono però svalutate nel tempo. Ogni Poeta, in un certo momento, ha smesso di prendersi la responsabilità non solo di ciò che ha detto e scritto ma di ciò che ha sentito; Lui, invece, lo dice chiaro e tondo che sa di cosa parla e perché ne parla. Mette nero su bianco l’intenzionalità delle proprie scelte, restituendo alla poesia una dimensione non più solitaria e deresponsabilizzata (quasi casuale), ma netta e naturale. Con questo presupposto e solo con questo, può procedere, seppure spesso si addentri in miriadi di pensieri che avrebbe potuto e dovuto sviluppare con migliore consapevolezza, in avanti, verso un confronto maturo – col mondo in generale e con la comunicazione scritta in particolare.

Il linguaggio di Trinca è raramente armonico. Alcune volte persino narrativo in senso stretto, e per questo piacevole, perché anche la poesia ha il dovere di affabulare (pag. 14), mentre per la restante parte le poesie vengono come “abbandonate”a se stesse, abbandonate a una lingua priva del fascino autentico di quella musicalità che promana dal poeta – come a dire che il linguaggio appare caotico, perché esso non è altro che l’espressione del caos interiore di chi scrive; dell’approssimazione della traduzione di un sentimento non facile da rielaborare.

L’impressione che ricavo dalla lettura riguarda principalmente la sua lucidità, la lucidità dell’Autore, spesso sviata; il testo non risulta, allora, misterioso, quanto, a dirla tutta, spaesato. È come se l’occasione fosse una, ma durante l’elaborazione l’ispirazione si perdesse presto, e dunque toccasse proseguire così come viene, alla cieca. Questa è la sensazione che avverto scorrendo il volume di Trinca. Volume di cui apprezzo senza dubbio i toni non patetici ma propositivi; è come se il Poeta non avesse alcun male in particolare e scrivesse per scrivere. Come in un romanzo di formazione. In Lui la formazione si avvera e nel frattempo non c’è morte, magari un po’ di polemica con l’Altro da sé, con gli esterni, con motivi e miraggi che solo Lui è in grado di rintracciare.

L’Autore ha un modo di porsi estremamente funzionale alla vita. Anche nel primo “canto”, quando esordisce con uno schietto “Ho sentito anime della mia generazione spegnersi con fantasie isteriche e disfarsi in tramonti disumani balbettando nostalgie di emotività dentro false stagioni, arene urbane, parchi, vagabondando annoiati e ubriachi estirpati, consolandosi con manie di visioni e penzolante epicurea distrazione”, Egli avvera l’immagine schietta del suo focus di Autore, il punto da cui osserva e poi spazia alla ricerca dell’opposizione a un vero banale.

La quotidianità è raccontata nei suoi aspetti più naturali e dunque l’esistenza è vista – e di concerto affrontata – come uno spartito jazz e un po’ naif.

Nella cornice a mio avviso meglio riuscita (“sento ancora il silenzio dell’aula scolastica e un noi, noi giovani liberi da profonda vita…”), Trinca racconta gli Anni ’90 a chi è nato negli Anni ’90 (per dirla come in un film); un discorso ai posteri e ai moderni, e al tempo stesso postumo, perché già passato, sul colore di un certo tipo di esistenza – quella giovanile, scolastica, limitata e ingenua, ma pur sempre fresca. Qui, Trinca tocca picchi altissimi di poesia. Perché è attraverso la spontaneità che chiunque è in grado di dire cose autentiche. Al di là del metro utilizzato e dei problemi editoriali.

 

Alessandra Di Gregorio

About these ads

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: