recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
.
.
Il romanzo della Ferracuti Non baciarmi sulla bocca, concentrato di ottime intenzioni, è in realtà un approccio alla scrittura romanzata piuttosto faticoso. Quando si usa la dicitura “romanzo erotico” per distinguere, classificare, ordinare, un libro, si permette al Lettore di entrare in un ordine di idee ben preciso – seppure, è ovvio, le dovute distinzioni vanno comunque fatte sempre.
Nel caso di questo libro trovo buona la costruzione del “personaggio”, ovvero del mito, cioè dell’immagine della storia, quella che prepara l’utente del prodotto a farsi un’idea o a farsi venire l’acquolina in bocca, ma, al contrario, trovo meno buono lo svolgimento della storia in sé, e il modo in cui questa viene scritta e raccontata. Perché, per dirla banalmente, “carta canta”…
Scrivere nelle intenzioni e restare nel campo delle intenzioni, trovo sia arduo e inutile; la scrittura mette alla prova non solo la capacità di emozionarsi e ricreare un tipo di emozione, attraverso le parole, in grado di scatenare altre emozioni in chi va a leggere, ma mette alla prova le intuizioni e la razionalità dello scrittore, che ha il compito di dare ordine – un ordine credibile o estremamente credibile – tanto alle figure retoriche del suo discorso, che a quelle vive. Un ordine in cui la scrittura è non solo il medium di un certo tipo di comunicazione che tocca l’immaginario collettivo, ma anche e soprattutto il motore raffinato che deve innescare dei processi mentali che vanno a distinguere lo scrittore dallo scribacchino.
Dunque in questo romanzo non trovo che tutto sia apposto, che tutto combaci, che la scrittura renda onore a una trama basata su psicologismi che andavano indagati e raccontati in modo meno approssimativo, meno casuale. Lo scrittore non deve avere paura della propria creatura. Deve coccolarla, renderla spessa, inattaccabile; inespugnabile, come una fortezza nella quale solo dei valorosi possono penetrare dopo una strenua lotta…
Il lessico della Ferracuti è piatto, descrittivo; l’Autrice si limita a dire senza mostrare, dunque non narra ma “resoconta”, e questo fa perdere brillantezza a una trama di per sé interessante, non banale come buona parte delle storielle scollacciate che tante colleghe s’inventano per deliziare editori porcellini, prima che lettori “amanti dell’arte”…
La storia di Giulia è una storia carica di significati e anche piuttosto comune (e trovo coraggioso parlare di un disagio personale così forte, insano e praticamente incurabile) seppure nella costruzione dello spettro del libro si è tentati di pensare a qualcosa di eccezionale, di insolito. L’Autrice è brava soprattutto in questo, a mio avviso; è brava cioè nella naturalezza con cui affronta la scelta della storia. Certo l’intreccio si impoverisce perché le cornici del racconto sono piccole, solo ravvicinate l’una all’altra, non in grado davvero di compenetrarsi dando valore letterario e morale al testo, ma l’aspetto davvero interessante è proprio questo. Non dare a vedere che i fatti raccontati siano cose fuori dal comune, in maniera da affrontare il tema oggetto di scrittura con autenticità e spigliatezza che, tuttavia, si pagano così, attraverso le difficoltà di una elaborazione scritta non sempre riuscitissima. Il carico di aspettativa rispetto alla storia credo sia stato enorme anche per l’Autrice.
Un buon lavoro di editing, però, una cura migliore dell’assetto narratologico e della trama, e una riflessione maggiore nella cura e gestione dei personaggi (bisogna renderli tridimensionali, la monodimensionalità non può essere contemplata), avrebbero aiutato il romanzo della Ferracuti a spiccare, sicuramente, in quanto a qualità letteraria.
Non ci stuferemo mai, in quanto Lettori, di addentrarci nella mente e nel cuore umani senza anestesia, intenzionati a comprendere, ad emozionarci, a riflettere sul genere di emozioni che l’ammissione della sofferenza comporta. Dunque nei libri di un certo tipo è questo che ci aspettiamo di trovare. L’essere umano. E se la scrittura non accompagna il tutto, come una degna sinfonia accompagna l’esposizione di un’opera d’arte, alla fine dei giochi è come trovarsi ad appendere al muro una cornice senza quadro, ma non si può apprezzare il corniciaio per la bravura con cui ha costruito il telaio. A noi interessa quello che sta dentro. La scrittura, specie quella con intenzioni letterarie, è ciò che sta dentro. Ciò che dà compiutezza alle storie di Giulia, Sara, Daniele, Federico, etc.
Alessandra Di Gregorio
