Lettera da una professoressa

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Lettera da una professoressa
Autore: Stramucci Norma
Editore: Manni
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 8862661525
ISBN-13: 9788862661522

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Il testo di Norma Stramucci, insegnante e poetessa di Recanati, è un testo piuttosto insolito da ritrovarsi tra le mani oggi. Lo è soprattutto facendo mente locale riguardo ai nostri personali trascorsi sui banchi di scuola, e lo è ancora di più se pensiamo a quale gap siamo andati incontro già solo negli ultimi dieci anni o undici anni, non solo nel mondo della scuola, ma in generale nel mondo adolescenziale e post-adolescenziale. Gap quanto mai incolmabile per chi allora era già grande e oggi lo è due volte tanto, anche se vive per periodi proprio in mezzo agli adolescenti.

Il volume, piuttosto breve ma molto ricco, è uno scritto in forma di lettera aperta rivolta a uno studente – rivolta agli studenti – in cui, attraverso una lunghissima serie di cornici, l’Autrice, nella sua propria veste di insegnante di scuola, fa il punto della situazione rispetto al duro rapporto esistente tra la classe insegnante (in generale l’istituzione) e chi fruisce il servizio scolastico (in generale la gioventù).

Chiari sono l’esposizione nonché il tono con cui si parla di scuola per parlare di formazione alla vita del libero cittadino, e chiari sono anche gli indubbi punti di vista di chi di una vocazione ha fatto un mestiere tra i più appassionanti e difficili.

Trovo molto gradevole l’impaginazione del testo e l’indicizzazione per così dire da “antologia”, ma ciò che mi tocca più favorevolmente è l’insieme delle considerazioni che da lettore e non solo, sono portata a fare, proprio sulla base di quelle dell’Autrice.

A mio avviso, il punto focale è uno: l’insegnante ritiene di poter instillare (in un misto di ammaestramenti e giusti rimproveri, racconti di sé e di altri, aneddoti sul costume scolastico e sulla società, sul pensiero e le sue evoluzioni o mancate evoluzioni) nello studente, lo spirito necessario per esser tale, cioè uno studente. Quindi lo spirito più tipico dell’adulto che “ormai già sa”, che del giovane che “sta ancora diventando…”. Partendo da questo, le prospettive appaiono meno “ingannevoli”. Un genitore, infatti, potrebbe scrivere le medesime cose che scrive qui l’insegnante – e non avrebbe l’abilitazione da insegnante né una cattedra né un registro ma avrebbe persino più legittimazione…

Mi spiego: l’ottica dell’insegnante – e non mi riferisco solo al libro ma a considerazioni che in generale è possibile fare – è sempre e principalmente quella di poter insegnare allo studente come fare lo studente, per insegnargli con questo, come essere uomo e cittadino del mondo… In realtà, l’insegnante insegna non in qualità di istruttore e rappresentante di una istituzione o di un pensiero, ma più semplicemente in quanto “adulto” e questa sua posizione mette in subordine quella del giovane e di conseguenza porta il primo a dichiarare che il secondo lo deve accettare perché così è…

L’insegnante esercita in sostanza due funzioni, quella di insegnante e quella di figura adulta. Questo, dunque, è un punto che fa necessariamente da spartiacque tra le due categorie prese in esame e che non può dare ragione all’una, senza, per correttezza, darla anche all’altra (o torto all’una per darlo anche all’altra). Uno studente non può, per ovvie ragioni, concepire, nel suo divenire qualcosa, la scuola come palestra del pensiero, perché è appunto un essere in divenire e il suo divenire non riguarda la scuola o le nozioni, né il limite imposto dall’esperienza altrui, e non gli compete pensare come pensa l’adulto. Diversamente sarebbe già adulto… Gli compete diventare adulto, ma non si diventa adulti perché gli adulti ci dicono come si fa… E’ un po’ come nelle parabole cristiane: il grande deve abbassarsi al piccolo, perché il piccolo non è grande al punto da arrivare a stargli di fronte per capire cos’ha da dirgli.

Particolarmente toccanti e importanti trovo i pensieri in cui l’insegnante tira fuori la sua umanità più intima e profonda; ogni adulto, ritengo, può insegnare all’umanità la propria umanità. Ci si deve toccare con l’anima ma non si può pensare che la propria predisposizione attuale, frutto di un progresso dovuto anche al tempo, oltre che alle circostanze, possa trovare corresponsione nel processo molto più breve e meno maturo degli altri che stanno appena iniziando a crescere. L’Autrice parla della sua prima pelle e della sua seconda pelle, appunto quella dell’insegnante; descrive la seconda come un gambaletto, come un velo che non si vede ma esercita una piccola pressione e poi quella pressione sale a inguainarle il corpo al punto che alla fine tutti lo vedono che è una professoressa. La predisposizione dell’animo annulla le distanze, mitiga le differenze, ma è l’adulto che per ovvi motivi si stacca dal giovane… L’umanità la si deve dimostrare, non è possibile insegnarla né è possibile darle un voto. Chi insegna nelle scuole, probabilmente ne avrà fin sopra i capelli della troppa umanità dei giovani, ma la possiamo girare come ci pare: sempre da quello si parte – o almeno è a quello che si deve arrivare.

Toccante allo stesso modo e molto intenso, il passaggio relativo alla parola, all’insegnamento della parola. Cito:

Non voglio che la tua mente concepisca solo luoghi comuni, banalità. Non voglio che la tua bocca pronunci parole inutili o volgari. E’ dalla parola che scegli che mostri il tuo animo. La tua parola mi trasmette la rappresentazione del tuo mondo. Per far sì che le tue parole diventino degne, devo insegnarti a pensare pensieri complessi. Hai il dovere di volere imparare a concepire pensieri complessi  e di imparare a usare parole degne. Hai il diritto che io te lo insegni.

Alessandra Di Gregorio

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