Folle estate

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Folle estate
Autore: Pinto Giulio
Editore: Gruppo Albatros Il Filo
Collana: Nuove voci
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8856742470
ISBN-13: 9788856742473

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Folle estate, di Giulio Pinto, autore romano edito da Edizioni Il Filo, è il titolo di un romanzo voluminoso, insolito, bizzarro e ironico.

È voluminoso per via delle 360 pagine in cui prendono vita situazioni ambientate in Italia tra il 1997 e il 1998 – con frequenti rimandi storici e politici ai fatti di cronaca e costume più importanti. Basti pensare che l’incipit e il primo quarto del romanzo sono dedicati al sequestro Alinari, come a ricordare un’epoca, quella appunto dei sequestri, che ha rappresentato uno dei costumi criminali italiani per eccellenza, assieme (tra le altre cose), all’epoca del terrore seminato dalla Banda della Uno Bianca, e al terrorismo di matrice politicizzata riconducibile in particolare alle Brigate Rosse e al sequestro Moro.

È un testo voluminoso anche perché l’Autore si addentra in dettagli molto ampi rispetto a tutto ciò che incontra; è come se aprisse la porta a cento storie nella storia, e più che altro lo fa non affabulando ma divulgando notizie e nozioni (e questo spesso lo porta a divagare) – dunque il romanzo in più punti è un serbatoio di saperi più che un atto di scrittura.

Il contesto geografico d’ambientazione principale ci aiuta anche a comprendere meglio determinate scelte tematiche (siamo tra Bologna e Rimini, ma ci si sposta anche in Lombardia per seguire i cavalli di Silvia, e si trascorre l’estate tra la bassa Romagna e le Marche).

Samuele Morlisi, poliziotto con una sua visione del mondo elastica (difficile non averne una al giorno d’oggi), pur non scandalizzandosi dei tanti imbrogli di cui è testimone più o meno passivo, è seriamente provato dalla faccenda dei fratelli Savi (Banda della Uno Bianca) – e non potrebbe essere diversamente. La vicenda dei poliziotti che ammazzavano gente comune e altri poliziotti solo per soldi, ha lasciato strascichi non da poco sull’immaginario collettivo, ma oltre a questo svariati altri saranno i fatti che richiameranno la sua attenzione e il suo intervento più o meno pratico.

Come contraltare a tutto questo (nel libro, non propriamente nella vita), il calcio. Samuele tifa Juventus, ha visioni di Coppe e calciatori, pensa al suo Alessandro Del Piero – ma l’Inter ha appena preso Ronaldo detto Il Fenomeno dal Barcellona e allora… E allora si attende la “terza stella” e alla fine verrà fuori che tra Juve e Inter la prima la spunterà esattamente come avvenne tra Davide e Golia; lo scudetto andrà alla Vecchia Signora ma la Coppa al Real.

È un romanzo insolito perché la trama, appunto molto attuale, coerente e contestualizzata (fiction narrativa e realtà storica nazionale e locale, si sposano piuttosto bene), prende vie traverse addentrandosi in situazioni sui generis.

La particolarità di Pinto è che è in grado di farlo senza creare eccessive sbavature. È molto concreto e realistico (addirittura “venale”), e pur mancando di dedicarsi al sondaggio interiore delle storie o dei personaggi che le vivono, il suo pregio è che non spaccia per diverse le sue intenzioni. Vale a dire che egli ha scelto di dire delle cose e di non toccarne altre e così fa per tutto l’arco del romanzo. Certo, a volte viene meno la distanza che ha preso (l’Io narrante non è sempre molto preciso e distaccato come invece appaiono estremamente distaccati e formali i rapporti tra le persone di cui parla), e si avvertono tentativi di intrusione nella sfera emotiva di costoro, ma appunto restano solo tentativi.

Il ricco vocabolario rende “iperboliche” quasi tutte le conversazioni principali – per non dire “improbabili”… L’Autore compie l’ardua scelta di adottare un registro linguistico molto colto in un contesto (quello del romanzo stesso) un po’ inatteso. Le scelte linguistiche però segnano il passo esattamente come le scelte relative all’ambientazione fisica degli eventi, e soprattutto al risvolto socio-culturale. Vale a dire: qual è il tessuto sociale in cui si innestano i vari passaggi del racconto?

Silvia Fabiani, tanto per citare l’esempio più eclatante, è insegnante di greco e latino in un liceo pubblico e in una struttura paritaria (di cui la sua famiglia è proprietaria), dunque la sua lingua è nella maggioranza dei casi molto alta, non solo quanto a terminologia settoriale per via dei suoi interessi (ippica fra tutti, ma nel corso della storia la scopriamo estremamente erudita su tutto, il che è quasi incredibile, o forse solo poco realistico e fastidioso per chi l’ascolta…), ma anche in quanto a razionalità e senso critico espressi; tuttavia entrano in scena anche personaggi secondari semi-incolti e ingenui, dal lessico povero e dalle strutture mentali semplici, appartenenti a una classe sociale sicuramente molto bassa, e dunque di necessità la sua lingua tenderà a semplificarsi divenendo più colloquiale e spicciola, come lo diventa anche quando l’argomento è personale, non discorsivo o relativo a un qualche sapere. In più, tolti i regionalismi della parlata romagnola, più avanti troveremo addirittura pagine e pagine in vernacolo, proprio quando a parlare sono i personaggi “del popolo” (uno su tutti Il Bestemmiatore).

Il testo è anche bizzarro perché i personaggi non conducono solo esistenze al limite, contestabili dai “comuni mortali”, ma sono anche forniti di relativa moralità che rende quasi indiscutibile la “bontà” del loro agire. Come a dire che in verità nulla è così assurdo a fronte della realtà di tutti i giorni, in cui per non soccombere ci si ingegna come si può, e più in alto sono le sfere, più è probabile che il denaro aiuti a oleare meccanismi più suscettibili di quello che si dà a bere.

Samuele, il protagonista maschile, è vice-commissario di Polizia a Bologna, ed è un raccomandato (scopriremo anche come ha vinto il concorso), e all’interno di tutto il libro non si farà che raccontare il mondo non poi così sommerso delle raccomandazioni, quasi diversificandone (in base alla casistica umana) le tipologie: le cattive da quelle buone, da quelle semplicemente tollerabili e così via. Silvia, la fidanzata di Samuele, arriva a chiedergli aiuto per avere le tracce dei temi della maturità e lui scomoda addirittura un senatore – tal onorevole Bettarini…

Attraverso i dialoghi, l’Autore, più che far parlare i personaggi e dunque svolgere la storia, in buona parte li investe di un ruolo molto teatrale, vale a dire li riveste di raziocinio ed è questo a parlare – sempre con tutti i crismi della logica più ferrea – di questo o quel risvolto che rendono morale anche una azione evidentemente poco etica. Da qui la teatralità della sostanza del romanzo, come a sostenere che tutto ciò che secondo logica regge, può essere ammissibile nella pratica – anche se solo un ristretto numero di persone potrà godere di tale vantaggio a discapito di chi non ha modo di accedervi. La differenza tra i primi e i secondi non è solo in ordine al denaro posseduto, ma anche in ordine alla propria furbizia. E parlando di furbizia viene subito in mente Prezzolini col suo Codice della vita italiana, nel quale, al Capitolo I, si sofferma proprio sui furbi e sui fessi. Se la furbizia di Ulisse fu vista come una delle forme d’inganno per eccellenza, in epoche più recenti e in particolare rispetto alla cultura italiana, essa è vista come un costume tutt’altro che deprecabile.

La logica di Silvia quando snocciola la questione dei diplomi è quella su cui è più semplice puntare l’attenzione. La Fabiani ha una verità in tasca un po’ per tutto, e spesso si ha la sensazione che le sue siano giustificazioni per poter “cadere in piedi” comunque vada. L’esistenza storica e quotidiana di ogni individuo, sfido a dimostrare il contrario, sono qualcosa di molto meno lineare di una semplice escatologia.

La giovane non trova riprovevoli le azioni in sé (corruzione dei commissari, favori di più o meno lieve entità, ricatto, etc.), quanto piuttosto il fatto che le scuole private – note ai più come “diplomifici” – che in realtà danno lavoro a insegnanti che nel pubblico vivono equilibri molto precari, debbano essere penalizzate in sede di Esame di Stato, perdendo iscritti e offrendo meno lavoro e meno possibilità ai giovani.

In sostanza, la verità più clamorosa di Silvia è che le scuole paritarie sono penalizzate, dunque è giusto usare tutti i mezzi per “dare un’opportunità a quei ragazzi” – una fauna decisamente estrema e sopra le righe, come scopriremo dalle sue dirette parole. Le sue osservazioni non fanno una piega, ma rispetto a se stessa, alla sua famiglia o ad altre situazioni (pensiamo a quando zia Sabrina la manda in giro in sua vece a occuparsi delle salme per la sua agenzia di pompe funebri, e Samuele è con lei), nonostante il suo estremo sapere, di lei resta impressa in particolare l’avidità. Il bisogno di accumulare per “non sentirsi da meno” – e poco importa se quel denaro non è un provento regolare.

In generale, si può ritenere il romanzo di Pinto certamente ironico, perché la visione dell’Autore si presenta leggermente spostata rispetto agli ordinari schemi (in particolare nella scelta del soggetto e nel racconto in senso stretto, cioè nel modo di trattare la materia narrativa, come si può già comprendere da quanto esposto sinora), e se da un lato abbiamo pensieri estremamente lucidi e complessi, rispetto agli aspetti emotivi si scorgono diverse ingenuità caratteriali.

Nel corso della lettura è possibile rintracciare – tanto attraverso indicatori del discorso e raccordi, che attraverso la parola diretta dei personaggi – un moto disincantato, quasi anestetizzato, refrattario alla “normalità”, e, al tempo stesso, la necessità di palesare senza ambiguità i difetti dell’Italia corrente, coscienti che di normale c’è rimasto ormai poco – semmai c’è stato.

Tali difetti l’Autore sceglie di non porli sotto la consueta lente critica – per non ripetere strade già battute, o probabilmente per manifestare un punto di vista più egocentrico e meno scontato, su un malcostume tanto radicato da non rendere più distinguibili, neppure semanticamente, i “buoni dai cattivi”. Ormai si parla più efficacemente di “furbi” e di “criminali veri e propri”. Facendo questo, egli si discosta dagli approcci che si hanno in genere rispetto alle cose poco ortodosse tipiche del Bel Paese… Il concetto di normalità è piuttosto elastico a seconda del punto di vista adottato, e tra la “norma” e la “consuetudine” le azioni prendono vie diverse.

In questo senso l’Autore gestisce molto bene l’impianto formale del testo, perché è in grado di rendere in concreto il senso della realtà pubblica e privata dei vari segmenti di società di cui scrive. Restano dei nei la grafica testuale – dove si tende a non fare distinzione tra la fine di un momento narrativo e l’inizio di un altro (bastava fare una semplice ripartizione in paragrafi e sotto-paragrafi); sviste come la mancanza sistematica della maiuscola nell’indicazione di nomi propri ad esempio di anni e vie (Via Caetani e non via Caetani, oppure Anni Settanta e non anni Settanta, etc.) e altre “banalità” come l’errato verso di qualche virgoletta alta dopo apostrofo; l’indice pressoché inutile dato che non riporta il nome dei singoli capitoli (solo quattro a fronte delle 360 pagine del libro).

Apprezzabile tutto ciò che ruota attorno al mondo dell’ippica. Il linguaggio settoriale adottato in seno ai vari passaggi che ne fanno accurata menzione, stimola anche l’interesse dei non addetti ai lavori. Cadute di stile – per cadute di stile intendo rispetto allo stile generale adottato e rispetto alle intenzioni autorali evidenziabili nella lettura – si trovano nei passaggi in cui il Narratore pretende di raccontare l’intimo dei personaggi; quando può far uso del metro dell’ironia per assecondare o parodiare ora un aspetto ora un altro, restando sulla superficie (o inserendosi in un ragionamento), è molto più a suo agio tanto con l’interpretazione del personaggio che con la scrittura.

Noiosi i passaggi in cui una conversazione diventa il pretesto per snocciolare una lezione di storia, di arte o di qualunque altra cosa stia nelle corde dell’Autore in quel frangente. Diciamo che salvo in quei passaggi notevolmente inseriti nel corpo della trama, che consentono digressioni tuttavia “sopportabili” e funzionali (lo si può notare anche dal modo in cui lievitano le pagine), questo voler infilare a forza trattati di studio in una banale conversazione, rende la lettura meno scorrevole e la scrittura pretestuosa. O meglio: troppo pretestuosa anche per un romanzo che sin dalle prime ci fa capire su che registri ha intenzione di muoversi.

Tra le trovate più bizzarre sicuramente possiamo annoverare le storie dei vari matti e beoni di San Lorenzo in Campo, in cui l’Autore si spertica nel racconto di aneddotica varia (pensiamo solo a “Tavernello” e a “Canella”); la storia del falso quadro di Dalì venduto a caro prezzo al Conte Meriana; gli aneddoti dello Scienziato, gli amori di Zia Sabrina, etc.

Alessandra Di Gregorio

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