Altri destini

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

.

Titolo: Altri destini. Una storia degli anni Settanta
Autore: Walter G. Pozzi
Editore: PaginaUno
Collana: Narrativa
Edizione: 2
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8890496215
ISBN-13: 9788890496219

.

Altri Destini – una storia degli Anni Settanta – di Walter G. Pozzi, è un libro di cronaca, passatemi la dizione.

Aprendolo si fa un po’ fatica a entrare nell’ottica delle scelte narratologiche più che istoriali in senso stretto. Si fa fatica perché la storia comincia in medias res, ci catapulta nel vivo dell’inizio del caos. Cioè negli istanti in cui sta per compiersi l’evento catalizzatore di tutta la vicenda.

Il libro è un concentrato di fatti e percezioni – storici, più che altro – avvolti nell’intrico di una trama ordita senza forzature, con l’eleganza tipica di chi sa tenere una penna in mano ed è in grado di rendere con la giusta esattezza non solo il senso e il senso critico di quanto vuole dire, ma anche il senso letterario delle parole, con momenti di altissima intensità laddove racconta l’intimo di una persona-personaggio, e di grande pragmatismo e realismo laddove si concentra su azioni consequenziali e drammatiche.

Scrivere di fatti con la ridondante pesantezza della cronaca più schietta e spicciola, non rende un libro veramente leggibile e godibile come quello di Pozzi, scritto invece con esperienza e giustezza di tempistiche linguistiche, oltre che narratologiche in senso testuale. Ciò che infatti il Lettore troverà particolarmente pregnante, è proprio il registro adottato dall’Autore; un registro a tratti narrativo tout court e a tratti letterario, molto espressivo, che scalda il cuore, senza perdersi in inutili intellettualismi che tolgono umanità al sentimento della parola scritta.

I fatti che danno vita alla storia sono riconducibili ai nostri Anni Settanta e alla lunga sequela di atti terroristici che hanno impressionato una generazione e reso incerti, con strascichi senza fine, le sorti di un’intera nazione fino ai giorni nostri.

La matassa finzionale, esattamente come quella vera, è fatta di un gomitolo di compartecipazioni più o meno “dolose” e inestricabili, in cui anche i fili apparentemente slegati, in verità vanno a costituire strati e strati di connessioni: da una parte lo Stato, la magistratura, il giornalismo, la folla di manifestanti, il terrorismo, la lotta armata, dall’altra la gente comune, la vita in famiglia, l’intellettualità, il cambiamento, la sete di “un nuovo destino”.

Lo schema temporale su cui si articola il romanzo è fatto di una serie di varianti che rendono avvincente lettura e narrazione; le tempistiche sono sfalsate, dunque passato e presente si riconciliano attraverso gli occhi e l’osservazione di Roman Zeri, anello di congiunzione tra il passato del padre – direttore di un settimanale indipendente – e il suo presente fatto di interrogativi a sfondo sociale e umano, più che intellettuale in senso meramente teorico.

Direi che l’Autore rende molto bene il senso della partizione storica dei ruoli. In una società come quella italiana, fondata prevalentemente su figure stereotipiche, in cui l’individuo è comunque parte di un meccanismo che lo ospita e non va mai oltre la sua categoria d’appartenenza, Max e Danilo, per esempio, sono la rappresentazione molto concreta del ruolo assunto dai media in quell’epoca; viene però da dissociarsi fortemente con quanto vanno a raccogliere sul campo. Non partecipi, si ritrovano a essere in presa diretta nella tragedia col ruolo dei testimoni nel tempo – con tutto ciò che questo può significare, non solo nell’immediato, ma anche nel futuro. Come a dire che ogni evento richiede specifiche competenze: ad alcuni spetta un protagonismo fatto di ossa rotte, ad altri di manganellate e pestaggi, ad altri il ruolo di memorie viventi, ad altri di pensatori, ad altri ancora di tutori del ripristino o del mantenimento di uno stato di cose. Indicativi, i piani d’intersezione tra le vite di chi è indagato, il carcere e la mortificazione, con le riflessioni di quelli che indagano e il sistema che inquadra i nemici dello Stato (asservendo spesso la verità alle bugie di Stato).

Meno passivo, sicuramente più flessibile sulle gambe – come si suol dire – Roman, figlio di Max, che dal giorno dell’arresto del padre perde la pace e soprattutto inizia un percorso umano e interiore che gli fa mettere in discussione – anche senza accorgersene – un sistema umano (quello del padre) che ha fallito su più fronti.

Il maglione pieno del sangue mai lavato della giovane vittima di quegli scontri armati, conservato come proprietà storica e simbolo di un’età, sarà il filo rosso di una lunga vicenda che andrà a scovare sentimenti ed eventi mai portati alla luce, in una sorta di teorema delle scatole cinesi, che comprensibilmente ci riconduce ai giorni nostri senza troppi voli pindarici.

Alessandra Di Gregorio

About these ads

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: