Il sussurro della donna balena

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Il sussurro della donna balena
Autore: Alonso Cueto
Traduttore: Quadrio L.
Editore: Cavallo di Ferro
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8879070436
ISBN-13: 9788879070430

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Questo libro giaceva sulla mia libreria da un po’ e ammetto che la sua copertina è per me sempre stata fonte di attrazione. Ieri sera finalmente lo prendo, mi metto a letto, e inizio a leggerlo, convinta di potermene staccare al massimo dopo la prima cinquantina di pagine, così da continuare la lettura nei giorni successivi.

All’una meno venti l’avevo già finito, e mentre leggevo, oltre ad apprezzare la scrittura di Cueto, un autore che non conoscevo ma che sono felice di aver letto, un misto di sentimenti contrastanti si faceva largo nella mia mente. Talmente a fondo da farmi divorare il libro nel giro di un paio d’ore.

Come tutti i sudamericani, anche Cueto è in grado di sviscerare i sentimenti del corpo e dell’anima in maniera piena, quasi elementare, inserendoli in un contesto “normale”, rendendoli appunto la norma della vita senza la febbrile esaltazione che all’opposto gli daremmo noi – siano essi deliranti e tristi, mortificanti e folli, siano essi vivaci e portatori di felicità.

In questo romanzo di felicità non v’è traccia. Veronica e Rebeca mi sembrano le facce di una stessa medaglia, una medaglia – quella umana – che pesa anche quando pare che non pesi niente. C’è poi anche il peso di Rebeca, la “donna balena”, che si nutre fino al parossismo introiettando altra infelicità che un po’ la rassicuri, ma venticinque anni di infelicità legati a un episodio cardine dell’adolescenza, restano lì a marcire nello stomaco, a far ribollire i pensieri e la pancia di effluvi malefici.

Ciò che divora l’anima è un elemento sempre bi-fronte: l’assenza di amore esterno che genera l’assenza dell’amore per se stessi.

Al contrario, Veronica ha la fissazione della cura del suo aspetto e ha messo l’anima in cantina, e pur continuando a pensare a quell’amica adorata e bizzarra, che non ha mai avuto il coraggio di difendere in pubblico, e pur adducendo scuse verso se stessa, per la mancanza di evidente coraggio prima e dopo, il terreno le viene meno sotto ai piedi, nonostante la leggerezza del suo corpo di quarantaduenne di successo.

Di questo libro dunque trovo apprezzabili e importanti non solo la trama in sé e la caratura di una scrittura semplice e coinvolgente, ma soprattutto lo sguardo con cui ci si dedica al tempo quale maestro di qualcosa che si capisce solo dopo.

Sì perché la nemesi è in fondo anche una forma di evoluzione e conservazione di sé, ma è soprattutto un avvicinamento alla forma che si vuole raggiungere; un modo come un altro di cercare, attraverso bisogni e soluzioni ai bisogni, la propria appartenenza a se stessi, che sia in questo mondo o nell’altro.

Viene da pensare che l’umanità, privandosi di un senso di pietà e del senso della moralità autentici, in realtà abbia perso la propria essenza, e per questo creato mostri – ora più appariscenti ora meno, perfino gradevolissimi alla vista. Tutto questo mette in pericolo noi stessi e il candore con cui sia ad occhi chiusi che aperti, siamo in grado di opporci alla meschinità, e alla lunga fa sì che noi per primi, a differenza di chi è a-morale da sempre, ci riveliamo la peggiore messa in scena della vita altrui e nostra.

Veronica attendeva da venticinque anni l’assoluzione, ma non ha saputo risolvere il divario terribile che in una età tanto complessa – per alcuni devastante – aveva fatto di lei una persona vile – una traditrice. Non scappava da Rebeca e dall’autodistruzione cui aveva contribuito a condannarla, né scappava dalla sua malattia, dai problemi di lei, dalle chiacchiere dei compagni… Scappava, seppur su tacchi alti vestiti alla moda e toniche gambe, da quella ragazzina che voleva bene a Rebeca e aveva scelto ugualmente di farle del male senza motivo.

Si dice che la civiltà rigetti gli esseri deformi e gli esseri strani, siano deformi e strani nel corpo e nella mente, e peggio ancora se sono deformi e strani in entrambi. Così nasce l’emarginazione, che è una cosa a volte sottile, a volte molto più visibile; razza, colore della pelle, sesso, religione, gusti sessuali, e così via… L’emarginazione è un lager fatto di filo spinato invisibile, perlopiù, ma quando si resta imprigionati in un corpo e soprattutto nella mente che ha creato quel muro, non si sta scappando dai propri nemici. Si sta gridando disperatamente aiuto in una sala di sordi.

Lungi dallo scadere in moralismi e patetismi dell’ultima ora, Cueto è un maestro di evidente bravura. Perché lascia che i personaggi vivano tutte le tensioni che arrivano a scuotere mondi in apparenza perfetti. Perché lascia che tutto affiori, in un climax calibrato alla perfezione. Perché non ha bisogno di nascondersi dietro a un dito, creando due personaggi come Veronica e Rebeca, che non ci piaceranno per gli stessi motivi, anche se tra di loro tendenzialmente saremo più portati a scegliere di stare dalla parte della perfetta Veronica. Cueto divide a metà uno specchio e alla fine, non c’è una più bella del reame. C’è solo bisogno di perdono.

Alessandra Di Gregorio

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