Il bosco della bella addormentata

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Il bosco della bella addormentata
Autore: Patrizia Az
Editore: ARPANet
Collana: Autori italiani
Data di Pubblicazione: 2006
ISBN: 8874260164
ISBN-13: 9788874260164

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Il Bosco della Bella Addormentata, di Patrizia AZ, Edizioni Arpanet, storia vera e in qualche modo romanzata, come solo l’autenticità può essere, nel suo farsi storia di tutti, è un libro letto in due giorni ma probabilmente venuto alla luce dopo molti patemi; dopotutto, al di là di forme e tecnicismi, grammatica e lessico, ogni libro è frutto di una elaborazione complessa (nella mente come sulla carta), e relativamente a questo testo mi viene da pensare che non potrebbe essere altrimenti, visto ciò che ci troviamo dentro, nonostante la modalità molto razionale (nel senso che il disegno del narrato non è caotico, spaesato, tutt’altro) e il taglio netto, preciso, dato all’insieme. Insomma l’Autrice non è una sprovveduta con la penna; al contrario, sa esattamente cosa dire e come dirlo – il che, a ben guardare, rende il suo libro un vero libro e la sua storia qualcosa da potersi tramandare e trasmettere compiutamente.

Il libro di Patrizia AZ racconta di due bambini fattisi grandi e di com’è stato riempito lo spazio da A a B, da un momento iniziale a un momento attuale – modo come un altro per dire che il romanzo racconta la vita dall’alba all’età adulta di un fratello e una sorella in una Bologna fotografata in circa quarant’anni di cambiamenti. Quello che ne viene fuori è un quadro oltremodo desolante, volendo dirla in maniera spicciola, ma la precisione con cui l’Autrice narra di queste vicende, ci fa percepire la straordinaria (e necessaria) presa di coscienza che neanche il disincanto e il degrado sono stati capaci di annullare.

Da piccoli ci si aspetta solo di poter vivere liberi, amati e spensierati, e che brutta prospettiva di futuro scoprire – senza esserne coscienti perché non si hanno i mezzi cognitivi adeguati – sin dalla più tenera età, che no, questo non avverrà nei modi in cui ce lo siamo immaginati. Nessuno ce lo dice che per spostarsi da qui a lì si deve attraversare l’inferno varie volte, e cadere – soprattutto – sprofondare e ogni volta dirsi “ok, non posso andare più giù”, venendo immediatamente smentiti da una caduta ancora più penosa. Ma tant’è… Questa è quella cosa  spaventosa che si chiama VITA.

A parità di natali, non tutti sono uguali, ma spesso è nelle condizioni più agevoli che si tende a dire di essere padroni del proprio fato. Il riscatto, invece, quello autentico, non funziona come nei film, come ci hanno insegnato a poter immaginare. Il riscatto non è la meta finale perché la vita non finisce ai titoli di coda (semmai è lì che inizia davvero), ma è il traguardo ideale di ogni tappa fatta di errori, emozioni, mancanze. Questa è una scuola che non chiude mai… Il senso del titolo, infatti, riguarda sostanzialmente questo, e lo vedremo alla fine, chiudendo il cerchio, finendo questa sorta di “sunto”, perché Patrizia non è una sciocca, e non è neppure una debole; è solo una che quando molla molla per altri motivi, motivi che partono da lontano, e quando si fida è perché crede di aver imparato e poi scopre che non è vero… Ho sempre pensato che la mano che ti mette la testa sotto è qualcosa che non puoi prevedere – ed è oggettivo che ad alcuni toccano patemi più grandi che ad altri – ma è quando hai la possibilità di far entrare aria nei polmoni che devi riflettere e imparare a stare in apnea… Patrizia, invece, comprensibilmente, impara DOPO… La sua vita è una scuola allo sbaraglio; senza il contraltare fermo della famiglia, del rapporto naturale madre-figlia, tutto quello che viene dopo si somma a casaccio, senza ordine apparente, e non si prenderanno mai abbastanza schiaffi prima di dire OK, HO CAPITO.

Patrizia è una ragazzina a cui mancherà l’affetto principale per tutta la vita, ed è divenendo madre lei stessa che capirà per la prima volta tutti quei risvolti che le era toccato assaggiare più passivamente, in subordine, ma è anche una giovane che dovrà farsi le ossa troppo presto, tra istituti, un fratello nato da un padre diverso, una nonna che ama alla follia, segreti di famiglia e bugie, lavoro onesto alternato a spaccio, tossicodipendenza, amori tossici, viaggi nel mondo, sesso e ingenuità varie.

Attraverso la penna attenta dell’Autrice, percorriamo le strade di una storia che per molti versi accomuna tanti figli di un’epoca di transizione tra l’antico e il troppo nuovo, in una Italia ancora contadina che però si emancipa ingrassando città piene di disagio socio-famigliare. L’entusiasmo e la forza che spingono la protagonista in una esistenza randagia – in parte per forza in parte per spirito di adattamento – e che le faranno bruciare adolescenza e primi vent’anni con niente, è un po’ tutto il fulcro del romanzo, diviso, al suo interno, in una miriade di minuscole schegge in cui si condensa ora questo ora quell’evento. Amori che non erano amori, gioie passeggere, convivenze mal riuscite, una sessualità da gestire, l’assenza della famiglia intesa in senso “classico” (e la scoperta fondamentale che FAMIGLIA è soprattutto altro)… L’educazione all’amore – sopra ogni altra cosa – come sistema di vita e di valori, fino a che caos e violenza non diventano altro che lo sfondo e si riesce a vedere l’esistenza come prospettiva laterale.

Patrizia non è solo il ritratto di una Bologna troppo intrippata per progredire, dove l’emancipazione vera fa a cazzotti con il progresso fittizio di una libertà dovuta agli illeciti. Patrizia è il ritratto della totale mancanza di elaborazione dei lutti – siano essi la perdita della madre mai stata presente e rivelatasi vera opportunista, siano essi legati alle varie perdite, materiali, fisiche ed emotive, seguite negli anni. E viene voglia di farle una carezza, tanto la si sente vicina, e in fondo lei lo fa scrivendo, raccontando, per dare una migliore prospettiva alla se stessa piccola – e quale migliore vittoria su se stessi se non ammettere e comprendere la propria natura?

Lo stile dell’Autrice, sobrio, ironico, intelligente, caldo, dove a una amarezza trattenuta a denti stretti si sovrappone la lucidità del vizio e del dolore sempre ben espressa, coerente, mai banale, infonde al libro una nitidezza di rado trovata in un’autrice moderna, la cui sensibilità non la porta mai a farci versare lacrime per la povera piccola Patrizia, ma ci porta a fare il tifo per lei anche quando sbaglia, anche quando si perde ancora.

Alessandra Di Gregorio

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