Archivio per la categoria ‘Autori’
civiltà in breve, Come muore una civiltà e come sta morendo la nostra, Francesco Caracciolo, Lulu.com, opinione sulla civiltà attuale, opinione sulla società attuale, recensione, recensione libro, saggio
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri on 21 Novembre 2009 at 12:09
di Francesco Caracciolo, recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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ISBN 978-1-4092-0001-7
Editore Francesco Caracciolo (Lulu.com)
Copyright ©2008 Licenza standard di copyright
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Saggio attuale, fastidiosamente rivelatore di ovvietà e dati cronachistico-giornalieri, posti a necessario raffronto con gli aspetti storici delle varie società occidentali succedutesi nel tempo.
Il libro di Francesco Caracciolo si pone criticamente – e tuttavia senza mancare di soggettivo puntiglio da osservatore con risposte in tasca – verso la realtà sociale odierna, sconvolta da secoli di migrazioni e invasioni domestico-lavorativo-economiche, che hanno decretato (questa la morale) l’impoverimento dei poveri, l’arricchimento dei ricchi, e soprattutto – cosa che non si sottolinea mai abbastanza – la dipendenza quasi totale di quei ricchi da coloro che di contro sono sempre più poveri.
Quello di Caracciolo è in pratica il quadro riassuntivo di chi si pone in maniera problematica verso l’Altro da sé e nello specifico verso la realtà europea sempre più in crisi, sottoposta a spostamenti di massa umana sempre più ingente.
Per quanto interessanti, le teorie qui contenute, di fronte ad esse il Lettore meno smaliziato storcerà il naso per l’apparente semplificazione del problema – imposta dall’Autore dopo un’analisi certamente realistica ma a rischio “solvibilità zero”; e per contropartita, quello più avveduto potrà trovare tracce di un destrismo che, per quanto sicuramente obiettivo, si pone storicamente troppo in ritardo rispetto a fatti antichi e odierni, e al relativo svolgimento.
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Alessandra Di Gregorio
Anna Maria Ortese, collana Trasfigurazioni, dialoghi con Anna Maria Ortese, letteratura, Mauro Salvi, recensione, recensione libro, Rupe Mutevole Edizioni, saggi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 12 Ottobre 2009 at 00:09
di Mauro Salvi. Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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A un sogno dal mare e nell’oblìo dei monti, il racconto dei dialoghi tra un giovane scrittore e la grande autrice Anna Maria Ortese. La Ortese, quasi al tramonto, s’incontra e scontra con la gioventù d’un artista tenace, che mira a un’amicizia reale e non allo uso e abuso della donna in quanto nome rilevante del panorama letterario nazionale.
Siamo nel 1986, e Salvi conosce la Ortese e la corteggia spingendola fuori dall’autoimposto guscio. Rintanata a Rapallo, volontaria esule dal mondo, ridotta a vivere una quotidianità di ristrettezze, alla mercé della sorella malata e della difficoltà di esistere, la Ortese racconta l’ipocrisia del neorealismo italiano e la mancanza di coerenza della letteratura contemporanea, ridotta a mera narrativa da vetrina; racconta la sua visione del dolore e della scrittura, racconta del sogno, del vero e dell’irreale, e di tutto ciò che riguarda l’indagine della felicità e la fuga da essa.
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“Ha mai fatto caso che nei libri di moltissimi scrittori contemporanei l’anima, il pensiero – e la loro azione – non vanno oltre il contingente, il plausibile, l’attuabile?. Che ogni cosa, persino la vita, si banalizza, si grava di pesantezze, di abusate ovvietà, di finali annunciati?. Di questo passo presto la letteratura scadrà in narrativa casuale e inconsistente.”
“‘Reale’ potrebbe essere la sua scrittura, Anna?”
“No, io sono ‘crepuscolare’. Per questo il ‘reale’ mi ossessiona….” (cit).
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Alessandra Di Gregorio.
collana Letteratura di confine, Lura Manes, racconti dal Messico, recensione, Recensione libri, Rupe Mutevole Edizioni, Sierra Celada
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 11 Ottobre 2009 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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Nella Sierra si intrecciano i destini di una ricca fauna umana sospesa tra realtà degrado e sogno.
Dalla collana Letteratura di confine, un libro magico e perché no, ironico. L’Autrice Lura Mànes racconta un Messico sconosciuto e arcano, abitato di loschi, eroi e puttane; da Luis Llorente, vecchio lungimirante e saggio, che raccoglie sul suo cammino i derelitti di una città che scotta, mischiando di continuo le carte del gioco della vita (che è quasi un gioco a rimpiattino), e dalla strega Nérida, colei che tutto conosce e sente, capace di cambiare il destino degli uomini col buonsenso della parola e l’intuizione di un fato non scontato.
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Alessandra Di Gregorio.
collana Rivelazioni, Li Yao, Lo stagno di Feng, recensione, Recensione libri, Rupe Mutevole Edizioni
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 11 Ottobre 2009 at 18:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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Lo Stagno di Feng: grazioso affresco, metafora di vita e misteri.
L’Autrice Li Yao pennella tenere immagini di un quadro quieto e ispirante. Personaggi e nature sospese nel tempo, sintomi di saggezza e umanità che trasfigura nella lentezza dello scorrere del fiume. Atmosfere aeree e magiche, avvolte in un dettato minimo, placido, rassicurante. «Se percepisci con gli occhi del pieno ogni dettaglio sarà una sorpresa. Se percepisci con gli occhi del vuoto nessun dettaglio potrà sorprenderti», un calibrato accordo, nonché adagio adatto alla meditazione.
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Alessandra Di Gregorio.
Antonella Zagaroli, collana Atlantide, femminismo, indagine sociale, India, poesia, poesia italiana, popolo Dalìt, recensione, Recensione libri, Rupe Mutevole Edizioni, saggio breve, viaggio in India
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 11 Ottobre 2009 at 13:09
recensione di Alessandra Di Gregorio.
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Quadernetto Dalìt, saggio breve con inserto poetico, di Antonella Zagaroli; testo che aiuta a riflettere sull’osservazione del mondo dall’altra parte del mondo. Uno sguardo sincero. Un viaggio tra le genti e le dignità. I poveri oltre la povertà, oltre il sopruso, oltre la comune nozione di casta. Il necessario raffronto con l’Occidente – e la questione femminile e femminista, che proprio qui in Italia (volendo citare l’esempio a noi più vicino) si trova sconfitto e irriso dalla moda del gossip, dall’uso e abuso del corpo, dall’uso e abuso della debolezza culturale e intellettuale di una concentrata popolazione senza forma e senza guida.
L’Autrice indaga il motivo del “velo”, le ragioni del dolore, la sopportazione, il decoro. Un viaggio nell’India dei più poveri fra i poveri, dove la povertà è non solo condizione ma concetto, e dove nonostante tutto, l’ordine – nelle cose e nelle persone – supera i limiti delle umane contingenze, e il raffronto tra Noi e Loro, ci vede in qualche modo più che sconfitti – giacché figli di una Mamma Ricca che illude senza concedere reali centimetri di vita.
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Alessandra Di Gregorio.
Andrea Armati, Eleusi Edizioni, l'Arte della Strega, libro illustrato, recensione, Recensione libri, Sarah Bernini, Upui
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 11 Ottobre 2009 at 12:09
di Andrea Armati e Sarah Bernini, recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Eleusi Edizioni, neonata casa editrice italiana, nella persona di Andrea Armati (già noto per gli studi su San Francesco, ndr), pubblica per la collana I sentieri dell’Arte, un libro esoterico molto interessante.
“Upui, l’arte della Strega”, ripercorre attraverso una scrittura dettagliata – non necessariamente lineare – le vicende della strega Upui, al secolo Nicolò Mulè, artista neopagano contemporaneo, noto nel panorama italiano particolarmente per le tavolette artistiche e i talismani.
L’artista, grazie alla sua attività medianica, scopre di essere un uomo-strega. Armati e Sarah Bernini ne tracciano in questo volume la storia, raccontando al lettore di Gualina Stabiosa e interpretando simbologia e ricorrenze nell’arte di Upui.
Dell’opera in questione colpisce innanzitutto la grafica eccezionalmente ricca. Armati infatti si è occupato del progetto grafico, alternando agli straordinari disegni di Upui, le parti scritte che ne dettagliano spiegazioni e aneddoti.
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Alessandra Di Gregorio
A proposito di Mister B., Appunti sul Cavaliere e i suoi scudieri, Effepi Libri, Pietro Farro, politica, recensione, recensione libro, saggio, Silvio Berlusconi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 11 Ottobre 2009 at 00:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
si ringraziano Pietro Farro e Effepi Libri.
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A proposito di Mister B. – Appunti sul Cavaliere e i suoi scudieri
di Pietro Farro
€ 9.00 pp. 85

Il libro di Pietro Farro, edito da Effepi Libri, è un testo eccezionalmente attuale, tanto per l’argomento oggetto di trattazione, quanto per una serie di eventi risalenti agli ultimi giorni, che riguardano – neanche a dirlo – il nostro Capo del Governo.
Un saggio, questo, che propone una disamina attenta e ragionata di quelli che sono i fatti salienti della vita di un personaggio pubblico le cui sorti si legano, da qualche decennio a questa parte, a quella di milioni di italiani.
Farro ripercorre infatti, gli eventi più importanti – molti noti ai più, altri volontariamente taciuti dai media – come la serie di capi d’imputazione contro Silvio Berlusconi (che su un cittadino qualunque avrebbero già sortito l’effetto del carcere a vita…), le discutibili “gesta”, le connivenze mafiose vere e presunte, i legami con la mai morta Loggia P2, la gestione del potere politico in Italia, la rete di infiltrazioni e i dubbi favoreggiamenti. Eventi che insomma, nell’arco di un decennio o quasi, hanno permesso a un unico uomo di scalzare la Costituzione, avere sempre i riflettori puntati, diventare padrone della quasi totalità dei media nazionali (esportati anche fuori confine), e il gestore unico del fatto pubblico e privato, in una Nazione che di fatto appare ostaggio di un progetto mirato (e riuscito) alla “distrazione di massa”.
Per quanto ci si sforzi di restare (in quanto lettori) nei limiti dell’obiettività, è innegabile provare profondo fastidio di fronte a una realtà così degradante, messa per la prima volta nero su bianco, nella sua interezza – o quasi.
Un libro che traccia, non senza una profonda coscienza di fondo dell’annoso problema delle ricostruzioni storiche da manuale – e lungi dal volersi accostare ad esse – il quadro desolante della storia contemporanea d’Italia, Paese attualmente ritenuto “semi-libero” – stranamente in mano al cosiddetto Popolo delle Libertà – che non gode a livello internazionale di alcuna stima, né può aspirare ad ottenerla; che non solo è vittima di un imposto e rovinoso disegno accentratore, ma che porta a domandarsi: “come siamo giunti a questo punto” e soprattutto “come ne usciremo”.
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Alessandra Di Gregorio
Alessandra Di Gregorio, consigli di lettura, Diario di portatrici sane di sentimento, In libreria, letteratura, Vivere non conviene - esistere non basta
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura, case editrici on 10 Ottobre 2009 at 14:09
In uscita a ottobre.
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VIVERE NON CONVIENE. ESISTERE NON BASTA. “Diario di portatrici sane di sentimento”.
Lara e Giada, anime sorelle, duettano in amore e tormento. Il loro, il racconto di una sintonia che va scemando e delle ragioni per cui questo accade. Due donne che si confrontano come proiettate in uno specchio, alternando disperazione e aneliti, fino al delirio, fino alla morte.
Un canto ninfale puro e arrabbiato, in cui il limite tra sofferenza e attrazione viene meno per ricomporsi poi ogni volta, e il sentimento sfocia nelle ragioni dell’intelletto per porre rimedio all’arbitrarietà delle dinamiche relazionali umane.
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Titolo: Vivere non conviene. Esistere non basta
Autore: Alessandra Di Gregorio
Editore: Rupe Mutevole Edizioni
Collana: Heroides
Prezzo: 10 euro
Pagine: 71
Isbn: 978-88-96418-31-4
Alessandro Hellmann, collana "Eretica", Cuba - la rivoluzione imperdonabile, da Cristoforo Colombo a Bush, Luciano Vasapollo, Nicola Pannelli, Nuovi Equilibri - stampa alternativa, recensione, recensione libro, saggio politico
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 5 Ottobre 2009 at 17:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
(ringrazio Progetto Babele per la collaborazione).
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La Rivoluzione Imperdonabile: ma imperdonabile perché? In un tempo in cui ci si sente un po’ tutti rivoluzionari – e nella maggior parte dei casi, direi “a ragione” – ecco un volume che ripercorre la storia cubana partendo dalla madre di tutte le sciagure: il colonialismo spagnolo – giungendo sino ai giorni nostri per analizzare passo passo le ragioni dello sfacelo politico e sociale di una nazione presa di mira. Hellmann e Pannelli offrono un quadro oltremodo cinico e realistico, smantellando l’assetto tipicamente occidentale che vede definita – ancora oggi, nel XXI secolo – la scoperta dell’America come una delle più grandi conquiste dell’uomo in termini soprattutto di civiltà.
Di civile il colonialismo ha avuto poco – tant’è che alla base della discrepanza socio-economico-culturale, di tanti Paesi gravitanti attorno all’area del Secondo e Terzo Mondo, c’è proprio la disparità con la quale sono stati trattati (e verranno ancora trattati) gli esponenti di una cittadinanza che appare sempre di serie B.
In questo saggio piuttosto succinto e poco incline alle elementari ricostruzioni manualistiche fini a se stesse, gli Autori tracciano le strade tortuose di un Paese storicamente conteso, per le sue ricchezze e la posizione geografica, tra le varie potenze coloniali che si sono alternate dal Cinquecento in avanti, sul palcoscenico della conquista mondiale. Non ultimi proprio quegli Stati Uniti d’America che si dichiarano campioni di umanità e pace.
Il risultato? Secoli di schiavitù – tanto morale, che economica e politica – tanto interna che esterna. La situazione cubana non risulterà nuova ai più, ma l’assetto del libro rimanda anche e soprattutto a quella serie di “ingerenze” mirate, protratte nel tempo proprio dagli Stati Uniti, nei confronti di Cuba, dei cubani e della rivoluzione. Il punto focale di questa dissertazione riguarda particolarmente le ragioni per le quali gli Usa si adoperano strenuamente per impedire una rivoluzione che di fatto esiste, per quanto sotterranea, focalizzando l’attenzione sull’imposto silenzio relativo al terrorismo anti-cubano, specificamente di matrice americana.
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Alessandra Di Gregorio
Achille Signorile, Alessandra Di Gregorio, il parere del lettore: Achille Signorile, recensione, recensione di Vanessa - storia di una metamorfosi, Recensione libri, Vanessa storia di una metamorfosi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 2 Ottobre 2009 at 20:09
Achille Signorile, autore che ho avuto modo di scoprire leggendo il suo “Rafelina piglia l’anguria“, recensisce Vanessa – Storia di una metamorfosi.
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Ho letto con forte interesse “Vanessa”, un romanzo shoccante, dal linguaggio crudo e dalle situazioni al limite della paranoia. Ne ho centellinato le pagine, affascinato non dalle vicende che vi sono narrate, nè dall’immediatezza dei termini usati con studiata e violenta asprezza, ma dall’uso straordinariamente sapiente della parola, trascinata in vigorose trasposizioni analogiche e in ardite metafore che mi hanno ricordato a lungo il linguaggio poetico di Garcia Lorca e, sotto alcuni aspetti, di Ungaretti: sineddoche e sprezzature, epifonemi e ipotiposi e visioni sconvolgono il linguaggio parlato e bussano alla porta dell’animo di chi legge, elevando a poesia pura l’angoscia di Vanessa, la sua perdizione nel turbine dei sensi e tuttavia l’ansiosa tensione verso la catarsi.
Vanessa è tutti noi, in bilico fra ciò che siamo e ciò che vogliamo, in eterno conflitto con la nostra coscienza, immersi totalmente nell’eterno dualismo tra spirito e corpo – o, se vogliamo, tra ragione e sentimento (che è un altro modo di indicare le stesse cose!).
Vanessa è la nostra giovinezza, tutta slanci e curiosità e angoscia e perdizione: e quel suo voler andare fino in fondo nel turbinio sofferente del piacere, quasi a volersi annullare nella sconcertante tormenta dei sensi è lo specchio delle nostre inquietudini che affiorano immancabilmente quando attingiamo alle esperienze dei più remoti recessi del nostro corpo, traendone piacere e voluttà, ma restando con l’amaro in bocca perché feriti profondamente dalla nostra coscienza vigile in qualche recondita parte del nostro io.
Vanessa è la nostra maturità che cerca di darsi una ragione, anche là, dove la nostra ragione non vuol sentire ragioni, per darsi un decalogo morale proiettato al di là dei sensi.
Eppure Vanessa è anche la nostra vecchiaia, che si nutre di ricordi e di rimpianti, che si crogiola nel proprio passato, ma non ne rinnega i guizzi, i tremiti e le miserie, rivisitandoli col passo felpato della saggezza e li esalta come guado inevitabile della nostra umanità
Posso affermare che Vanessa, più che un romanzo, è un testo di psicologia redatto con il lessico moderno e quotidiano che giunge dritto a chi legge, che forse lo scuote e lo irrigidisce per l’uso spregiudicato di una certa terminologia che fa arricciare il naso, tanto cara ai giovani e tanto lontana da quella “letteraria”, ma che, alla fine dà la misura del valore di una introspezione che, nella solitudine che circonda ciascuno di noi, ognuno è capace di compiere non solo per giustificare ciò che si fa e si vive, ma anche per elevarsene teleologicamente e, in fondo, liberatorio.
Forse (ma non è un appunto, è solo un mio personale modo di vedere…) la metamorfosi finale avrebbe dovuto essere meno frettolosa, più approfondita, più triturata, in una parola, più macerata nella coscienza e nella ragione di Vanessa: come nel Faust di Goethe, il transito dall’abbrutimento alla catarsi avrebbe dovuto seguire forse qualche passaggio in più, perché certe maturazioni esigono la turbolenza dell’inquietudine, la calma trepida della riflessione, il tormento dell’errore, ma inevitabilmente la lenta e dolorosa conquista del valico.
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Achille Signorile.
Alessandro Olivero, Danilo Arona, Edizioni XII, l'angolo, l'angolo del lettore esperto, la recensione del lettore, recensione, recensione libro, Ritorno a Bassavilla
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 28 Settembre 2009 at 19:09
L’angolo del lettore esperto. Oggi parliamo con Alessandro Olivero, che ha letto per noi RITORNO A BASSAVILLA, di Danilo Arona, Edizioni XII.
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Recensione a cura di Alessandro Olivero.
I want to believe. Io voglio credere.
Chi si riconosce nel sottotitolo della serie tv X-Files è caldamente invitato alla lettura di Ritorno a Bassavilla, raccolta di racconti di 4-5 pagg l’uno in media, basati sull’inspiegabile nostrano, in zona padana, più precisamente nell’alessandrino piemontese.
Danilo Arona, apprezzato autore del fantastico contemporaneo, critico letterario e cinematografico e giornalista è anche ricercatore sul campo di casi fenomenali. In questo libro, è un abile cantastorie, forse un affabulatore ma sicuramente un “seminatore dell’inquietudine” come ben lo descrive Valerio Evangelisti in quarta copertina: riporta casi di cronaca nera, nerissima, accaduti a Bassavilla che esulano dalla logica materiale e flirtano impudentemente con il sovrannaturale. Bassavilla è una città fittizia, una meta-Alessandria oscura, costruita “su una Sincronica Maggiore, una delle più potenti linee di scorrimento, e molti dei suoi abitanti vedono fantasmi e prevedono catastrofi. […] Sotto è piena di gallerie che conducono in strani posti con strani altari. Da quelle parti viaggiano le idee.” Idee che possono sfuggire agli ideatori e divenire materiali come i tulpa tibetani, nel libro ben esplicati.
Il suo scrivere, con argomentazioni – numerose menzioni a film e libri (quasi tutti i titoli dei racconti sono citazioni di film classici, sci-fi o horror) – date e a volte nomi, potrebbe a volte assumere un carattere divulgativo più che narrativo ma è esattamente in questa scelta il torbido appeal del libro: Arona cela sapientemente la linea realtà-fantasia amalgamando la cronaca con ipotesi para-scientifiche e leggende popolari e intacca pesantemente lo scettismo del lettore. Se non riesce nel convincervi, sicuramente riesce nell’inquietarvi.
Arona non è un osservatore lontano ed asettico, infila volentieri commenti salaci nei suoi racconti, soprattutto quelli vissuti personalmente: ilari gli aneddoti sui ghost busters de noantri che formava con i suoi amici negli anni della battaglia alla noia. Questo consente il libro a fuggire una collocazione di genere: si avvicina al mockumentary ma, volendo, anche al vero romanzato in ambiente giallo-horror, gotico; credo dipenda da quanta credibilità il lettore vuole concedere al raccontare di Danilo Arona. Ha ragione Daniele Bonfanti in prefazione, quando attesta che a libro chiuso la voglia di verificare per mezzi propri la veridicità dei racconti è sopraffacente “e diventa altrettanto impossibile resistere alla tentazione […] di saltare in auto, imboccare l’uscita per Alessandria, e scrutare –sperando e temendo insieme – se dalla nebbia sbuca d’improvviso il cartello “Bassavilla””.
Da 5 a 10 valuto:
* chiarezza dell’esposizione: 9. Danilo Arona, è padrone del linguaggio scritto: passa dal reale al fantastico e viceversa con estrema disinvoltura. Tormenterà maledettamente il vostro scettismo come fa il gatto con il topo.
* obiettività e professionalità dell’Autore: 8. Howard Phillips Lovercraft soleva ricordare che l’orrore si cela nelle botole della quotidianità. Danilo Arona espone trasparentemente i casi indicando le botole aperte, appoggiandosi anche a casi paralleli o dati esterni.
* attrattiva del libro in quanto a contenuti 7. Premesso che il libro è leggibile ai più, penso che i contenuti saranno maggiormente apprezzati dagli aficionados del mistero reale e culturale, anche per le numerose citazioni contenute.
* attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: 9. Il libro è ben confezionato; la cupa e opprimente copertina in cui, con occhio attento, si individuano forme spettrali, cala il lettore ad un’atmosfera ottimale di lettura.
* quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere 7. Essendo una raccolta di racconti sull’inspiegabile, ragionevolmente non si possono pretendere risposte. Commutando la domanda in “quanto ha stuzzicato la tua curiosità o invogliato ad arricchire il tuo sapere (in merito)” otterrebbe indubbiamente il massimo della valutazione.
Edizioni Il Filo, I baci di Susy lasciano sempre il segno, recensione, recensione libro, romanzo, romanzo claustrofobico, Valerio Achille Semenzin
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri on 26 Settembre 2009 at 01:09
Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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I baci di Susy lasciano sempre il segno, prova impegnativa di Valerio A. Semenzin, è un romanzo che nasconde una terribilità di fondo stordente. La cosa straordinaria è che tale oscurità nasce e si irradia da una situazione di fondo zuccherosa, smielata, addirittura parossisticamente idillica. La penna dell’Autore si muove in un territorio dallo psicologismo piuttosto acceso – e non sappiamo con quanta cognizione, ovvero se ciò risalga a una abilità o a una debolezza avuta strada facendo – con andatura fastidiosa e ripetitiva.
Il romanzo si nutre di una storia a carattere emotivo molto peculiare, di cui sono protagonisti un marito e una moglie nevrotici, che ammantano la propria esistenza di gesti stucchevoli egoistici fino alla violenza – e a cui si aggiunge, annunciata già nell’incipit, una bambina, Susanna. Un romanzo dalle atmosfere domestiche asfittiche, in cui si avverte una decisa morbosità particolarmente nella connotazione di Vanessa, personaggio principale, dipinta con maniacale maestria, attraverso tratti e peculiarità che da rassicuranti si fanno opprimenti, persino preoccupanti, in un climax sempre più estremo ed estraniante. Alle volte l’apparato sintattico non dà l’aria di funzionare correttamente, ma le forti ridondanze – tanto nel tessuto lessicale, che spesso è didattico, formale, quasi povero, che nel disegno complessivo delle reazioni dei personaggi – turbano il lettore al punto di trascinarlo dentro al libro in preda all’ansia di sapere come va a finire. Consigliato.
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Alessandra Di Gregorio.
Caterina Armentano, doppio fondo - poesie, i colori tra le righe - poesie, il sentiero delle parole - poesie, Maria Luisa Maricchiolo, Matteo Pugliares, recensione libro, recensioni libri, recensioni sillogi poetiche, sillogi poetiche, sognando ancora - poesie, Tiziana Baricca
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri on 25 Settembre 2009 at 23:09
Il titolo rimanda all’idea generale che ho della poesia e dei poeti odierni. Il concetto di poesia abbraccia una infinità di accezioni e sentimenti, questo è vero, ma non tutto ciò che è scritto secondo le regole della lingua madre di un autore, può dirsi poesia, e dunque non tutti possono dirsi poeti – ma del resto è anche vero che non tutti coloro che “verseggiano” (termine molto vago anche questo) hanno una qualche velleità intellettuale elitariamente intesa.
Le antologie scolastiche traboccano di Autori che hanno fatto scuola non a caso, e il panorama nazionale e internazionale è ricco di altrettanti esempi illustri e meno illustri. Seppure verso la maggior parte delle raccolte poetiche attuali io non nutra molta simpatia, la mia idea di rispetto razionale del genere letterario si lega ad alcuni fattori piuttosto importanti:
- musicalità della lingua
- proprietà della lingua scelta
- coerenza, coesione, tensione
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recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Oggi parliamo di quattro volumi di poesia piuttosto eterogenei, che ho scelto di accomunare per praticità e per sottolinearne alcune peculiarità, così come le ho colte.
Il sentiero delle parole, di Caterina Armentano.
Sognando ancora, di Matteo Pugliares.
Doppio fondo,di Maria Luisa Maricchiolo.
I colori tra le righe, di Tiziana Baricca.
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La silloge poetica della Armentano ci proietta in una dimensione di natura favolistica, quasi poco credibile, nonostante i tentativi di riflessione impegnata. La sua poetica si incentra su tematiche femminili, quotidine, in generale personali, con un occhio di riguardo alla concezione fideistica e cattolica del sentimento e della dimensione umana, per quanto non interiorizzati in maniera adulta e piena. La protagonista dei componimenti sembra distaccata dal vero in quanto, al di là di quel che parrebbe, non ha cognizione del dato concreto. Le poesie si presentano buone nelle intenzioni ma all’atto pratico deludenti, seppure spicchino qui e lì piacevoli eccezioni. L’effetto complessivo non è soddisfacente, probabilmente dovuto all’immaturità anagrafica dell’Autrice al tempo della prima stesura. Lo stile appare grezzo, l’ispirazione adolescenziale, il metro assente, guidato unicamente dall’andare a capo; la proprietà linguistica acerba, non sempre delle più aderenti. Pensiamo che una rielaborazione della maggior parte dei testi, possa conferir loro in giusta dose coerenza, liricità e lucidità di interpretazione. Probabilmente la Armentano è nella prosa che si esprime al suo meglio, e questi versi andrebbero rielaborati proprio con un metro più disteso, senza ansie di composizione. Esempi di buoni spunti sono rintracciabili in Incantesimo – che presenta versi molto sobri, circolari; Topi per strada, Amanti, Rischio Maggiore.
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Sognando ancora, silloge poetica di Matteo Pugliares, ha per tema portante l’amore, la forza dell’impegno umano, il rapporto tra divino e terreno, tra divino e sentire individuale, le radici, l’idea di sacralità in generale, la natura come proiezione di forza e contorno delle azioni. Poesie perlopiù brevi, dedicate a una concezione sentita e panica della vita, che interpretano – seppure non sempre con coerenza metrica e ritmica, perdendo qui e lì di coesione e lucidità – le proiezioni sacre che ha l’uomo di ciò che lo circonda – proiezioni sacre e mitiche, che rimandano alla terra, ai ricordi, all’infanzia svagata e ad un’età adulta che ha smarrito o quasi, tutte le promesse. Ammettiamo di aver nutrito una certa attesa relativamente a questi versi, e ci rendiamo conto che il loro fluire sul foglio è frutto di un sentire naturale e ispirato, privo però di quella rielaborazione razionale che avrebbe consetito alle liriche di apparire più stabili. Tuttavia, la maturità personale dell’Autore è tale da indurre comunque una riflessione. La sua è una ricerca di bellezza tanto nella contingenza che nella rimembranza, seppure il tono generale appaia nostalgico, monocorde, come a rappresentare una vita passata già vissuta e assieme già perduta.
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Doppio fondo, della Maricchiolo, è un testo nettamente diverso dai precedenti. Una raccolta all’apparenza timida, in cui l’Autrice non scopre i suoi punti deboli, eppure deliziosamente cinica, ironica, in cui l’uso della rima baciata crea giochi linguistici e sonori di impatto, che rimandano a un impegno di raccolta dati attivo e pratico. Il testo presenta coerenza, tensione argomentativa profonda, per quanto ilare e “fastidiosa” nella sua giocosità pagliaccesca. L’Autrice dimostra innata curiosità e trasporto verso il vero, anche nella sua accezione di “quotidiano e banale”. Il vero è il cardine della raccolta. Il vero quotidiano, comico, ridicolo, spensierato. Con la sua interpretazione giocosa e movimentata, l’Autrice si inserisce nel quotidiano riportandone odori e sentori, addirittura dialoghi.
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I colori tra le righe, poesie e aforismi di una giovane autrice che si firma Tiziana Baricca, è una raccolta in cui sono presenti versi a tematica femminile piuttosto matura, intervallati da aforismi o “gocce di poesia”, che fanno da compendio o diversivo. L’Autrice, che usa un verso piuttosto discorsivo e disteso, piacevole e coerente dal punto di vista linguistico/sintattico, resta spesso impantanata nella poca varietà di motivi all’interno dello stesso, pur presentando la raccolta una certa sobrietà e tensione, e non mostrando inutili vezzi. C’è un tentativo di elevazione e impegno, una parola argomentata e soppesata, ma nonostante questo la silloge patisce una ripetitività che non porta all’evoluzione del verso. Riuscitissimi appaiono gli aforismi. Sintetici, mirati, molti dei quali decisamente intensi. L’Autrice dimostra una certa intelligenza nella gestione semantica del fatto poetico lirico-femminile, seppure la circolarità dei motivi prescelti la porti a ricalcare di pagina in pagina strade già tracciate e ad appesantire la lettura col rischio di apparire stucchevole o frivola. Buono il controllo generale. Migliorabile.
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Alessandra Di Gregorio
Amarti immensamente, Edizioni Il Ciliegio, recensione, Recensione libri, romanzo sentimentale, storia d'amore, Valentina Marchese
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 3 Settembre 2009 at 18:09

Titolo: Amarti immensamente
Autore: Marchese Valentina
Editore: Il Ciliegio
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Romanzo rosa
ISBN: 888899615X
ISBN-13: 9788888996158
Pagine: 112
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Di questo libro ho curato prefazione e quarta. Ho avuto modo di leggerlo a un passo dalla stampa e pubblicazione e ci tenevo molto a riportare qui quelle stesse parole finite poi nel volume.
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QUARTA DI COPERTINA:
Anna, Riccardo, Lucia. Tre fratelli, il dolore per la scomparsa prematura dei genitori, una verità scottante, un amore segreto che serpeggia e che poi finalmente sboccia. Amarti Immensamente è un romanzo timido e condensato in cui si osserva l’Amore nella sua componente più importante perché «Forse amare è anche questo: avere la sensazione di poter fermare il tempo e, restare sdraiati su quel letto, insieme, per sempre». Un legame unico nel suo genere, corrotto dalla pesante bugia che ne alimenta il fuoco ma abbastanza forte da reggere a scossoni che in condizioni normali atterrerebbero anche i più audaci. Un romanzo delicato, con una soavità di fondo che non sfugge, in bilico tra armonie da ridisegnare e colori tenui che spesso contrastano coi chiaroscuri dello sfondo.
PREFAZIONE:
Amarti Immensamente è un romanzo che si libra dal foglio come una promessa solenne e un impegno a vita che comporta l’accettazione di regole morali e giudizi affettivi. Anna ama riamata un uomo che le è stato imposto come fratello e che dentro di sé ha sempre sentito come estremamente speciale. Un legame unico nel suo genere, corrotto dalla pesante bugia che ne alimenta il fuoco ma abbastanza forte da reggere a scossoni che in condizioni normali atterrerebbero anche i più audaci. Un romanzo delicato, con una soavità di fondo che non sfugge, in bilico tra armonie da ridisegnare e colori tenui che spesso contrastano coi chiaroscuri dello sfondo. Anna e Riccardo presi e irretiti da un sentimento che non lascia scampo: l’amore più puro, quello in grado di brillare anche a luce spenta, ma che anche il più fievole dei venti può far vacillare fino a tramutare tutto in rovina. Un romanzo candido e intenso, in cui ci si misura con sentimenti bisbigliati e il più delle volte dolorosamente esposti all’incuria dei giudizi e del fraintendimento. L’Autrice si misura con una tematica che non va urlata ma liberata timidamente sulla pagina che tutto assorbe, e lo fa con un candore inaspettato, che ci incolla alla lettura e ci fa bagnare gli occhi di un sottile strato di rugiada – giustificabile a suo modo per la delicatezza dei temi e il rammarico della conclusione e della svolta. La penna di chi scrive vibra in un magma aereo di sentimenti grandi e dure scelte, di impossibilità a procedere nel coronamento dell’amore e di rimpianto relativo a tutti quei sogni che poi svaniscono al mattino. Leggendo queste poche e ricche pagine si rinnova nel Lettore romantico il senso di una giustizia d’amore che tutto può annientare, persino falsi legami imposti dall’abitudine e da una amorevole scelta compiuta quando uno dei due era ancora in fasce – ma poi gli sussurra nell’orecchio, per correttezza di esposizione, che solo in teoria quando si tratta d’amore le cose vanno seguendo una piega convenzionale, perché poi Anna e Riccardo non vivranno mai liberamente ciò che sentono nei modi in cui lo sentono, e anche se alla lunga la cicatrice farà meno male, questo non cancellerà il fatto che effettivamente esiste. L’Autrice ci riconcilia con un romanticismo non stantio, sullo stile di Cecilia Ahern, che commuove e infonde speranza senza mai scadere nella banalità più consumata di un happy ending che – esattamente come nella realtà – non c’è dato sempre di poter reclamare.
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Alessandra Di Gregorio
Alessandra Di Gregorio, il parere del lettore: Rosamaria Francucci, recensione, recensione libro, recensione libro di Alessandra Di Gregorio, Vanessa storia di una metamorfosi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 3 Settembre 2009 at 13:09

Rosamaria Francucci, architetto romano e grande lettrice, ha recensito il mio romanzo, Vanessa – storia di una metamorfosi…
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Alessandra non la conosco ancora personalmente, anche se non dispero… L’avevo intercettata mesi fa su Facebook e io stessa l’avevo agganciata, incuriosita e attratta dalla schiettezza lancinante della sua scrittura: una sola frase, piacevolmente e scandalosamente sconveniente, comparsa a sorpresa un giorno sulla bacheca di Gattogrigio Editore e che la diceva già lunga sulla sua lucida e spiazzante percezione della condizione femminile… E quando lei, poco dopo l’uscita della sua prima opera narrante – con chi una volta l’ha chiamato romanzo si è già giustamente risentita – mi ha chiesto un mio motivato commento, ne sono stata piacevolmente sorpresa e lusingata… Ne sarò capace? Anch’io, come lei scrive in calce nella dedica alla mia copia, non vorrei deluderla.
Poco ho da dire sulla lingua, non sono competente, ma ho rintracciato ovunque una inusitata ricchezza e creatività lessicale e sintattica, la non rinuncia, anche in una tematica tanto gravosa da trattare, al ricorso di una ricercata e sottile ironia… insomma la lettura di “Vanessa…” mi ha regalato momenti felici ed è risultata in qualche modo piuttosto impegnativa anche per chi come me, è stata in passato lettrice appassionata e adusa anche a colte frequentazioni, ma si è ormai pigramente appiattita nell’abitudine alla semplificazione convulsa dell’oggi, di quei periodi scarnificati e senza spessore ovunque miseramente imbanditi, mozziconi di frasi lunghe un dito, già pronte per un consumo rapido da “fastfood della bibliotecaria”, in speranzosa attesa di diventare fragile o, al meglio, agile sceneggiatura. Sì, perché “Vanessa…”, diciamolo subito, non è libro facile, non lo è nei contenuti e non lo è nemmeno nella forma che Alessandra, con encomiabile coerenza, tesse mirabilmente a sua immagine e somiglianza con un rutilante e sorprendente continuo cambiamento di registri e di ruoli certi. “Vanessa…” è anche a tratti un libro duro, che può risultare anche minaccioso per certe sensibilità poco allenate perché in fondo, bisogna ammetterlo, ha un retrogusto fortemente amaro. Pertanto “Vanessa…” è un libro che saprà, buon per lui, non piacere a molti – e questo bisogna metterlo in conto – e che potrebbe suscitare una serie di critiche e fraintendimenti a catena, risultare anche inquietante e arcano perché ci racconta molto spesso di un rapporto con l’eros incombente e cupo e poiché, soprattutto, realizza la legittima ambizione di operare nelle viscere e di rimestare angosciosamente e senza anestesia nelle asperità del profondo sentire. Non tutti gradiscono, questo è il fatto. Ciononostante almeno per me “ Vanessa…” si è rivelato un libro bellissimo, che reputo addirittura necessario e che, nonostante sia stato scritto da autrice ancora in erba per età e per esperienza professionale, ha saputo sedurmi ancor oggi, me non più giovanissima, per i valori di novità e di autenticità che esprime. Ma veniamo a ciò che credo e spero di avere veramente da aggiungere a quello che di buono è già stato scritto, anche per aiutare il lettore che se ne incuriosisse ad affrontare “Vanessa…” con consapevolezza e a decrittarlo meglio. Quelle che seguono sono soprattutto mie considerazioni personali sulla umana condizione esistenziale, riflessioni che vorrei poter condividere con chi mi legge e con cui mi piacerebbe possibilmente accompagnarlo alla lettura di “Vanessa…”.
Noi tutti, maschi o femmine che siamo, pur differenti per come siamo stati concepiti e per come infine saremo stati partoriti, nasciamo sempre ineluttabilmente da una donna. Tutti noi indistintamente che popoliamo questa terra, abbiamo abitato un corpo femminile, che è stato per ognuno culla, più o meno accogliente, dei primi momenti vitali. Forse è proprio da questa condizione primaria – che già in origine non mette i due sessi in condizione di effettiva parità – che iniziano appunto i dolori di Vanessa e da qui saranno cominciati, forse troppo presto, anche quelli di Alessandra, ed ancora – con loro – di tutte le adolescenti alle prese con i capricci di un corpo che improvvisamente cambia e che per giunta ne reca messaggio chiaro e incombente di questo cambiamento, con quella chiamata rossa e selvaggia, che spesso senza alcuna parola di conforto, esulando dalla nostra volontà e sfuggendo interamente al nostro controllo, nostro malgrado, ci fa Grandi. Un menarca che ci indica e quasi ci impone a viva forza la strada dell’accoglienza prima e della maternità poi, che entrambe potranno essere meglio praticate da chi ha già ciclica e penosa esperienza di una rata di umano dolore recidivo e muto sebbene, talvolta, sappia manifestarsi come circoscritto e lieve. Il mestruo nella pubertà femminile ci mostra in modo chiaro e aggressivo la distinzione di genere, memoria simbolica e insieme eterna negazione del parto, mentre i fermenti ormonali ci suggerirebbero e prometterebbero per il piacere, ancora tutto da esperire, il rapporto con un corpo-altro, di cui noi femmine però non abbiamo avuto alcuna esperienza primaria. Chissà che sempre da qui non scaturiscano e poi si radichino i laceranti confronti e conflitti di molte donne in rapporto al proprio corpo, al sesso, al corpo delle altre donne e nel loro rapporto con il corpo maschile soprattutto, con esiti laceranti che nel corso di un’intera esistenza potrebbero anche non risolversi e non sanarsi mai. Ed è evidente invece come, tralasciando ovviamente i casi clinici e gli aspetti degeneranti di conflitti irrisolti, in virtù di questo originario rapporto col corpo-altro, siano proprio i maschi a partire più avvantaggiati di noi nell’intraprendere la propria “educazione sentimentale”. Essi il loro corpo-altro lo hanno sperimentato e abitato da subito e lì ovviamente e naturalmente vogliono e sanno fisiologicamente tornare. Non così Vanessa, il suo cammino è più aspro, contorto e sofferto, la conquista/scalata al corpo altro per lei sarà alquanto sofferta e complicata.
Ma Vanessa in ogni caso non si arrende, ferita da una prima cocente delusione d’amore, serra l’anima a riccio e, rinchiusa nella sua stanza come arcaica crisalide nel suo bozzolo, prova a imbarcarsi in vari e differenti tentativi di rapporto fisico, tutti quelli che i suoi desideri visionari e ancora confusi sapranno dettarle, tutti quelli che vorrà assecondare per compiacere e soccorrere il desiderio dell’altro e intanto ogni pagina del suo diario resterà a testimonianza dei vari passaggi consci o inconsci della sua convulsa e affannosa ricerca erotico sentimentale. Ben conosce l’evanescente Vanessa la concretezza oscena di questo dramma e sceglie con determinazione titanica di far affiorare alla coscienza tutte queste fantasie, di viverle, di morire per poi rinascere altra, mentre Alessandra Di Gregorio, anche lei volontariamente relegata nell’universo compresso della sua stanza, le resta sempre amorevolmente accanto e, confidando nella sua immaginazione o, questo non è dato sapere, attingendo al proprio bagaglio esperienziale, intinge la penna nella sua carne viva e da voce autentica e potente alla complessità di questo accidentato percorso, trasformando le intime tappe di una ragazzina confusa e appena pubere in materia gravosa di riflessione comune, in trepidante narrazione di carattere universale. Forse è proprio per questo che è stato difficile trovare a questo libro la giusta collocazione di genere negli scaffali di una libreria: Memoriale erotico? Romanzo di formazione? Forse la definizione più affettuosa e più prossima al vero che ne è stata data è quella suggerita da Carlo Giuseppe Alfiere, nella sua chiara prefazione della edizione de “Il Ciliegio”, perché in fondo è vero: “Vanessa. Storia di una metamorfosi” è soprattutto un “Romanzo d’amore”, e soprattutto, aggiungerei, amore per la complessità dell’esistenza umana, amore per l’eros inteso come carica vitale e infine appassionato amore per la letteratura nella sua funzione squisitamente terapeutica. Ne scaturisce una narrazione spaventosamente spontanea eppure mirabilmente artefatta, scritta con la sana sfrontatezza di chi ha voglia e coraggio di gettare alle ortiche la sua maschera di scena e mostrarci fino in fondo il suo abisso di sofferenze esistenziali per addentrarsi a lunghi passi, sgomitando furiosamente, nelle pieghe più inesplorate e recondite dell’animo umano.
E’ vero pure che libro chiami libro: Leonardo Tonini nella sua recensione a “Vanessa…” ha citato Colette, ricordando pure come la stessa Di Gregorio si rivedesse un po’ nella Virginia Woolf di “Una stanza tutta per sé”… mentre a me, per esempio, questo libro ha rammentato subito certe atmosfere uggiose e lubriche di Henry Miller di “Tropico del Cancro”. Alessandra modestamente, di questo raffronto si schernisce o forse semplicemente non ci ritrova…ma in ogni caso per chi ha tacciato l’autrice di cinismo, beh… allora si accomodi, e nella rilettura degli inferni “tropicali” si goda eventualmente il cinismo vero, quello tetro e senza speranza di riscatto. Perché altrimenti, nei Paradisi Perduti di Vanessa si può forse talvolta rientrare, anche se parzialmente, e anche se solo per qualche istante minimo… Qui, alla fine della ricerca, sembrerebbe che l’integrazione degli opposti sia talvolta miracolosamente possibile e un rapporto soddisfacente quantomeno con il corpo dell’altro sia stato infine, anche se faticosamente, ritrovato. Alessandra ci affida questa tremolante ed effimera fiammella, forse soltanto una fragile speranza, una chimera, ed anche se il destino la vorrà in futuro relegata ad un’eterna solitudine, Vanessa almeno per una volta avrà saputo comunque librarsi e liberarsi. Un epilogo rosa che era già annunciato nelle prime pagine del libro in cui Alessandra/Vanessa, esprimendosi con la lucidità allucinata degna di un mistico anacoreta, già per il suo amato/odiato Luca aveva saputo recitare questa amorosa litania:
“Tu mi berresti viva” riesco a sussurrargli nell’intrico di posizioni che i nostri templi mortali si accingono ad assumere nel letto, perché lui sì, mi avrebbe bevuta viva e resa prigioniera, potendolo fare “So che vorresti contenermi… e ti faresti capiente per me. Ma sei tutto spigoli! La natura ci ha fatto opposti e nemici, vivremo sempre come due cose separate e diverse. Tu crederai di possedermi nelle cose e negli oggetti. Ma io sono sempre unica e irriproducibile, eppure produco te e le altre creature” (p.27).
Proprio da ciò che per il femminile è massima espressione di potenza sessuale, ossia la nostra “generatività”, come dalla natura stessa ci viene imposta e comandata, deriva la definizione del nostro stesso limite che significa anche, secondo le regole di un rituale atavico, la necessaria accettazione di una ineluttabile passività, almeno nella sfera sessuale.
Così l’esperimento Vanessa, perché questo è stato in fondo il senso stesso che l’autrice stessa ha dato al suo libro, diventa anche appassionata lirica, accorato cantico d’amore, preghiera laica, magica supplica, rivolta a uomini e donne senza distinzione di genere. Un ultima affettuosa postilla: dubito che ci sia qualcuno che annovero nella mia personalissima lista dei “giusti” che possa arrivare alla fine di questo libro senza averci trovato nascosto e serbato qualcosa di sé.
Grazie Alessandra.
1° settembre 2009
Rosamaria Francucci
Alessandra Di Gregorio, Edizioni Il Ciliegio, Gattogrigio editore, Leonardo Tonini, recensione, recensione libro, romanzo intimista, storia d'amore, Vanessa, Vanessa storia di una metamorfosi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 24 Agosto 2009 at 18:09
di Alessandra Di Gregorio, recensione a cura di Leonardo Tonini
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Titolo: Vanessa. Storia di una metamorfosi
Autore: Di Gregorio Alessandra
Editore: Il Ciliegio
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 8888996192
ISBN-13: 9788888996196
Pagine: 192
Reparto: Narrativa italiana
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I libri chiamano i libri, i libri migliori, gli altri portano solo al narcisismo di chi li ha scritti e annoiano. Leggendo Vanessa, seconda prova edita di Alessandra di Gregorio e suo primo romanzo, io sento una voce originale. La sento subito, dalle prime righe e questa voce mi accompagna fino all’ultimo capitolo, fino alla parola fine. Parlando con l’autrice di questo ottimo esordio, mi confessa che certi passaggi le hanno ricordato Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf, pur non avendo preso neppure lontanamente quel libro come modello. A me invece Vanessa ricorda la scrittura di Colette, limpida, appassionata e assolutamente priva di pietà. Anche la frase, questo suo avere sempre il centro nel periodo successivo e risultare quindi incalzante, pur nell’introspezione, pur nell’indagine. Ma Colette e Virginia Woolf non c’entrano. Facendo l’editore, mi arrivano molte prove di autori giovani e meno giovani. Li suddivido in due categorie, quelli che non hanno mai aperto un libro e che di conseguenza non sanno neanche coniugare i verbi, e quelli che hanno letto dei libri e che scrivono cose che sanno troppo di ciò che hanno letto. I primi sono ignoranti, i secondi sono emuli. Poi c’è una terza categoria di scrittori, estremamente rara, che ha una voce propria. In Vanessa, io posso sentire Colette, Alessandra avverte Virginia Woolf, un terzo lettore sentirà qualcosa di diverso, ma sono forze del passato che ritornano, non è copia, non è emulazione. E quando una forza del passato ritorna, non è per ripetere, ma per portare il nuovo sulla Terra. Questo lo sapeva bene Borges, fra gli altri, che diceva che da che mondo è mondo l’uomo si racconta sempre le solite cinque storie, l’assedio, il ritorno, la resurrezione, il parricidio e l’amore negato. Vanessa rientra nella terza categoria, è un libro che parla di resurrezione, della propria. Ma per risorgere bisogna prima scendere all’Inferno ed è quello che Alessandra fa. Circondata da alte mura di solitudine, Vanessa si è costruita un mondo autistico intorno a sé, una selva oscura, ma, come Dante, invece di commiserarsi decide di scendere il baratro, senza sconti per se stessa, senza infingimenti. E scende fino a ritrovar la luce proprio nell’ultimo capitolo, non una luce raggiunta, ma intravista, ancora lontana, non conquistata, ma possibile. Seguendo la metafora di Dante, alla fine del libro Vanessa/Alessandra si ritrova sulle spiagge del Purgatorio. Ha ancora molto viaggio davanti a sé, prima di vedere “l’amor che muove il Sole e l’altre stelle”, ma è questo che vogliamo da una scrittrice vera; non che abbia finito di cercare, ma che abbia ancora tanto da dire. Capitolo dopo capitolo, Vanessa scende nel suo personale inferno fatto di fantasie erotiche e di esperienze limite e si guarda in faccia, fa spietatamente i conti con se stessa. Che sorprende in questa scrittura è l’intelligenza, il cinismo verso se stessi, la ricerca di dati di fatto assolutamente inoppugnabili, l’assenza di ogni finzione, al fine di trovare il dato certo, la base, il terreno solido su cui costruire il proprio avvenire umano. Vanessa ha l’ansia della verità, si autodistrugge per trovare il nucleo, la ghianda di luce inscalfibile della propria verità. È come se sulla soglia della follia, Vanessa tentasse il tutto per tutto, la vita o la morte. Solo che è sorretta nella sua ricerca da una notevole intelligenza dei meccanismi dell’umano e da una tenuta argomentativa che non vedevo da tempo. Ecco perché non si perde, ecco perché, proprio all’ultimo capitolo, che arriva velocissimo, è un libro che ci fa rimanere incollati alla pagina, trova il senso del suo penare e la via di fuga, l’uscita, la spiaggia.
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Leonardo Tonini
ebook, il gatto che cadde dal sole, recensione, Recensione libri, Simone Maria Navarra
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri on 21 Agosto 2009 at 16:09
di Simone Maria Navarra, recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Quando si parla di gatti nella letteratura mi vengono subito in mente Il Gatto con gli Stivali e Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, ma mi viene anche da appuntare la mia attenzione al gatto di Taine, ovvero a Vita e opinioni filosofiche di un gatto, dove il cinismo all’apparenza la fa da padrone, e il filosofo ci dà uno straordinario esempio di rappresentazione metamorfosata di quella che è la Società di sempre. Lo zoomorfismo è un indicatore utilizzato in letteratura come strategia che induce nel lettore – e dunque nel cittadino – un rispecchiamento, che sia immediato oppure più sottile – fino al punto di portarlo a trarre conclusioni rispetto all’argomento oggetto di disquisizione. Che sia in forma di trattato o di fiaba, piuttosto che di letteratura leggera, l’uomo con la penna in mano da sempre ha visto nell’uso del traslato animalesco, una importante fonte di ispirazione.
Il romanzo breve di Simone Navarra mi ha sorpreso principalmente per il suo non essere banale. Il passo tra la semplicità – che è una dote che va al di là delle competenze linguistiche acquisite e acquisibili – e l’elementarità intesa come mancata capacità di spessore, è sempre troppo breve, ma Navarra ha dalla sua una schiettezza fascinosa e solare, ilare quasi, che gli permette di scrivere in modo delicato, privo di complicanze e di retoriche – perché appunto tale appare, a voler interpretare le sue scelte linguistiche e narratologiche, la sua volontà più probabile.
Il gatto di Navarra è un trovatello che vive per le strade di Roma e confesso che quando ho cominciato a leggere di questo piccolo in balìa delle condizioni atmosferiche avverse – oltre che dell’inconveniente più grande, che è quello relativo al fatto di non avere nessuno che si curi di lui – ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un trovatello umano, come nella tradizione dickensiana. Certamente ammetto che lo stile di Navarra non sempre mi convince. Ci sono evidenti sbavature qui e lì durante la narrazione, ma per quelle, quando un testo ha il suo cosiddetto “perché” – e dunque l’Autore stesso si rivela possessore del quid che gli permette di scrivere coinvolgendo il lettore, e al lettore di percepire l’aura stessa della giusta interpretazione “fiabesca” della vita vista da un osservatorio impensabile, ricco di spunti ironici e importanti, spesso anche molto simpatici o addirittura commoventi – c’è sempre una possibilità d’intervento. Lungi dal voler trovare paralleli con altri esempi più o meno noti, Navarra racconta di una comunità di gatti randagi e sembra racconti invece di una comunità – perché no? – di rom accampati negli angoli periferici di una città italiana qualunque, in grado, al di là della nostra capacità di “pensarli in grado di”, di esprimere e racchiudere all’interno di un piccolo cerchio, vizi e virtù propri di tutte le comunità sociali costituite.
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Alessandra Di Gregorio.
Eliot Parker, giallo italiano, Il colpevole, Penelope Guzman, recensione, recensione libro, scrittore esordiente, Seneca Edizioni
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri on 16 Agosto 2009 at 21:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Aprendo questo libro ero sicura di avere per le mani un bel giallo. È stata la cura della copertina, magari a trarmi in inganno, oppure la felice disponibilità dell’Autore Eliot Parker, quando si è avvicinato alla sottoscritta per proporre il frutto del suo lavoro; a conti fatti però, la lettura non è andata come speravo, lasciandomi abbastanza insoddisfatta. Lungi dal voler stroncare libro e scrittore, se non addirittura dirne un paio all’editore – che, come tanti editori, non ritengo abbia fatto un buon lavoro lasciando che un testo incompleto, ridondante e immaturo, venisse pubblicato così com’è, senza dunque dare all’Autore la possibilità di allargare il proprio respiro scrittorio e trovare una reale e felice soluzione stilistica per il suo romanzo d’esordio – dirò brevemente cosa non mi è piaciuto de Il Colpevole.
Evidente appare il divario tra le intenzioni autorali e la mancata riuscita del progetto sulla carta – cerco sempre di dare per scontata la buonafede di chi scrive. In apparenza un romanzo giallo di impostazione classica – in senso imitativo, più che altro – il romanzo di Parker non è in grado di rispettarne però le caratteristiche essenziali; innanzitutto suscitare il giusto interesse e mantenere la tensione dal principio alla fine; creare una rete di personaggi del giusto spessore, non limitandosi a descriverne qualità e appeal ma rendendoli veramente a 360 gradi, in grado di fuoriuscire dalla pagina, in grado cioè di rappresentarsi da soli attraverso le proprie azioni e intenzioni. La Guzman, per esempio, potrebbe essere davvero un personaggio carismatico e attraente, eppure è poco più che la blanda rappresentazione della protagonista tipo della giallistica italiana più stereotipata, e si perde, così come si perdono d’altronde le altre pedine del disegno di Parker, in una selva di inutili ammiccamenti linguistico/dialogici al lettore (quasi il narratore sentisse la necessità di trovare conferma e simpatia presso chi andrà a leggerlo).
Al di là dell’intreccio, il romanzo appare retorico e superficiale, al punto che, nelle prime pagine (tanto per citare uno dei primi esempi in ordine di comparizione) ci si perde lungamente nella descrizione del carattere “personale” dello studio della Guzman, che metterebbe a disagio i clienti, ripetendo, tra le altre cose, la parola “personale” e “personalizzare” infinite volte. Questo è sintomatico del fatto che l’Autore è ancora piuttosto acerbo, nonostante l’intenzione di fondo possa dirsi buona, e che un vero lavoro di editing avrebbe non solo fatto pulizia di tutte queste inadeguatezze, ma anche reso giustizia ad una trama non così spiacevole.
L’invito è dunque quello di non limitarsi a desiderare la pubblicazione, ma di farsi trovare pronti all’appuntamento con la stampa di un proprio scritto, cosicché le intenzioni e le abilità autorali non vengano tradite e il libro prodotto potrà riscuotere il giusto gradimento che merita. Attendiamo dunque Eliot Parker alle prese con altre storie e Penelope Guzman con altri casi, in cui il colpevole – per quanto scontato – possa non lasciarsi trovare così in fretta, e intrattenerci col giusto polso.
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Alessandra Di Gregorio.
Burned, edizioni Montag, Mauro Cardinale, recensione, recensione libro, romanzo sulla Giamaica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 16 Agosto 2009 at 14:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Burned, di Mauro Cardinale, edito da Montag, per quanto possa definirsi un romanzo interessante, colorato, caldo e impegnativo – per molti versi anche importante sotto il punto di vista del problema del “colonialismo delle Lettere” – non mi convince del tutto (della serie: il ragazzo si applica ma potrebbe fare di più).
L’incipit è scritto male, in modo superficiale; la penna di Cardinale è immatura (ok, è il suo scritto d’esordio e può starci); frettolosa (Cardinale deve imparare a capire i tempi della narrazione, per non sorvolare su cose importanti, per non scrivere per approssimazione, per diventare un narratore concreto e abile), e in generale tutto l’impianto stilistico/linguistico è carente (ricordiamoci sempre che le idee per poter essere incisive, quando rielaborate e trasmesse sulla pagina, devono essere intellegibili al 100%, rese interessanti da forme linguistiche adatte alla narrativa che si pratica, adatte a dare l’idea di avere in mano un romanzo vero e non la sua bozza, adatte soprattutto ad andare oltre l’elementare linguaggio colloquiale o scolastico usato nella quotidianità – perché altrimenti un libro potrebbero scriverlo tutti quelli che hanno frequentato le scuole dell’obbligo, e sappiamo che la “scrittura vera” non funziona così).
Ovviamente ci sono spunti più che graziosi. A me il romanzo è piaciuto. Si legge d’un fiato proprio perché le carenze ci sono dal punto di vista formale e non da quello prettamente narrativo. I migliori spunti però, nonostante la buona volontà, non sono tenuti a lungo, ripiombando il romanzo in un lavoro tutto da sgrezzare. L’Autore ha carattere, sicuramente, ma non sembra in possesso degli strumenti giusti per trasporre tutto il suo spirito su carta – non ancora, ma siamo ottimisti perché il talento è palpabile.
Burned è impegnativo, molto impegnativo (e qui un plauso sincero a Cardinale e al cuore col quale ha saputo inquadrare una vicenda culturale così ampia) perché dentro c’è la musica, c’è un Paese lontano e meraviglioso come la Giamaica, pieno di contraddizioni, e c’è il gap culturale che il nostro protagonista, ahimè, non riesce né a raccontare bene né a rappresentare, perché ne è fuori, non ne afferra le dinamiche e comunque si inserisce nel circolo da “colonialista”, non certamente da “colonizzato” – anche se poi la prepotenza degli eventi sarà tale da sfuggire alla sua gestione, oltre che alla sua comprensione, tant’è che la conclusione della sua avventura è anche un ristabilirsi dell’ordine precedente delle cose, per quanto sia comunque possibile rintracciare una vittoria che con lui non avrà niente a che fare (perché lui ha fatto la parte della pedina). Il libro si apre con questo giovane chiamato a fare il talent scout e si chiude con lo stesso giovane che però ha in tasca una consapevolezza diversa – e noi assieme a lui.
Ammetto la mia commozione sul finale; ammetto il brillio che viene fuori dalla mano dell’Autore, e ammetto l’emozione data dal quadro complessivo pennellato di musica, di coraggio, di preghiere a divinità esotiche che tutto vedono e tutto possono – e forse questo mi convince ulteriormente a dire che da Cardinale si può pretendere di più e che Burned, per quanto bruciante di bellezza, si potrebbe riscrivere diversamente. Ciò conferirebbe tanto all’Autore che alla straordinaria storia del ghetto giamaicano, il giusto lustro.
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Alessandra Di Gregorio.
Blackout, Chiara Vitetta, Edizioni Del Poggio, Giustizia, L'oblio della ragione, racconti di inevitabile follia, racconti giallo/horror, recensione, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri on 15 Agosto 2009 at 17:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Il libro di Chiara Vitetta, L’Oblio della ragione, si compone di due momenti, anche abbastanza diversi tra loro, capaci di comunicarci – per quanto brevemente e non sempre in maniera entusiasmante – lo stile di questa giovane scrittrice e soprattutto le intenzioni creative.
Pur non essendo di fronte a letteratura pura, e non potendo considerare – allo stato attuale, libro in mano – tutta la gamma di possibilità scrittorie dell’Autrice, e per quanto poco convinti che il risultato finale del suo lavoro d’esordio possa dirsi pienamente soddisfacente, possiamo asserire che il secondo racconto, vale a dire Blackout, è sicuramente il meglio riuscito.
Il primo passaggio del libro è costituito dal racconto Giustizia, un racconto che ritengo non svolto bene per ragioni tanto di ordine pratico – come per esempio una evidente mancanza di disciplina nella scrittura oltre che una troppo verde fantasia che all’atto della rielaborazione scritta sfocia il più delle volte in modo elementare e poco interessante – che per ragioni linguistiche in senso stretto. Giustizia è infarcito di una sintassi semplice (nel senso di estremamente povera ed elementare), non sempre corretta, e soprattutto di una visione stereotipata del racconto di genere. Al contrario, e qui un plauso sincero alla Vitetta, Blackout è molto più morbido e fluido, meno banale. Dal punto di vista linguistico si avverte una certa sicurezza e la materia trattata, per quanto “fantasiosa”, pare trovare l’Autrice notevolmente più a suo agio che in precedenza – forse perché dominare con la scrittura fatti reali e drammatici è più complesso rispetto a quanto può accadere messi di fronte alla pura immaginazione, per quanto parta dal concreto. Blackout per altro mi piace molto per la sua componente moraleggiante – non nel senso “etico” del termine, ma proprio in riferimento a quella che può essere l’ipotetica morale di fondo, che riguarda l’analisi delle figure umane prese in un momento di improbabile follia – afferente alla fantascienza, ma con risvolti sociologici e antropologici niente male. Al centro di questa parentesi narrativa un uomo senza sbocchi, tutto rimpianti e banalità, che finirà per perdere ogni cosa, fino al punto di ritrovarsi materialmente di fronte a un pericolo che lui stesso ha contribuito a creare, preferendo, per giustizia, lasciarsi morire. Il suo rapporto col figlio e con la moglie, montato a un parossismo che la Vitetta padroneggia in maniera calibratissima – su un tracciato che inviterei l’Autrice a meglio indagare per appropriarsene e magari farne un cavallo di battaglia vero e proprio (incanalare il proprio talento nel giusto ambito creativo è un passo, il secondo riguarda il capire dove la propria abilità si può applicare al meglio in un continuo divenire) – è un po’ il ritratto (per quanto estremo) di un disagio generale che, portato a conseguenze altrettanto estreme, può produrre frutti fatalissimi.
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Alessandra Di Gregorio.
Daniele Petruccio, Edizioni XII, Frank Miller, fumettistica, l'angolo del lettore esperto, Matite su Hollywood, recensione libro, recensione saggio, saggistica, Sin City, Valentino Sergi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 10 Agosto 2009 at 12:09
L’angolo del lettore esperto… Oggi parliamo con Daniele Petruccio.
Daniele “DaNi” Petruccio
Nato nel 1982, residente a Moncalieri (TO), si è laureato in Disegno Industriale nel 2006 presso il Politecnico di Torino, bissando con la specialistica in Ecodesign nel 2009. Appassionato di auto, fumetti e musica, ha da sempre coltivato la passione per il disegno in tutte le sue forme, spesso alternando bozzetti di design con opere grafiche ed illustrazioni per committenze disparate. Ha particolare preferenza per le opere di Giorgio Cavazzano, Adam Hughes e Bill Sienkwitz.
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Autore: Valentino Sergi
Editore: Edizioni XII
ISBN: 8895733118
ISBN-13: 9788895733111
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Trovare qualcuno con la passione per quel geniaccio di Frank Miller, spinta fino al limite, quasi maniacale, dell’analisi semiotica del testo, è sempre un qualcosa di piacevole per chi, come me, del fumetto ne ha fatto una droga.
Ho potuto apprezzare quindi il breve saggio di Valentino Sergi, Frank Miller – Matite su Hollywood, che approfondisce l’opera del celebre sceneggiatore/disegnatore/regista americano, alla cui firma si devono numerosi fumetti e lungometraggi, tra cui i recenti 300 e Sin City.
Il saggio presenta una rassegna delle principali opere su carta e celluloide girate e/o disegnate da Miller, il quale ancora una volta si presenta agli occhi dei fruitori come una personalità poliedrica, capace di passare dalla macchina da presa alla matita &carta con una certa disinvoltura.
L’autore si sofferma quindi ad analizzare punto per punto dapprima tutti i contributi al mondo dei Comics dati dal fumettista per poi passare alla più recente passione di Miller, il cinema.
Si parte con gli esordi di Dare Devil ed Elektra, che fin da subito rispecchiano la capacità non comune dell’autore americano di dare una complessità forte ai suoi personaggi, e di disegnarne non solo le fattezze fisiche ma delinearne anche i tratti psicologici in modo altrettanto netto.
Si prosegue poi con l’esperienza della sceneggiatura di Robocop: un esordio nel mondo della celluloide non del tutto felice per Miller, che verrà riscattato ampiamente in seguito, e che lo porterà a dedicarsi di nuovo a china e matite per tracciare le linee delle serie Dark Knight di Batman.
La vera svolta avviene con la saga di vicende narrate da Sin City, che gli frutteranno una enorme fama e la certezza di aver reinventato il genere noir adattandolo alla narrazione delle strisce disegnate. Il vero aspetto innovativo di Sin City, che si coglie nell’analisi di Sorgi, puntuale e precisa, è la capacità di utilizzare la tavola come supporto drammatico per fare introspezione nei personaggi: abilità poi riversata in parte nel lungometraggio tratto dal fumetto, e giunto nelle sale nel 2005.
Per la parte finale del libro, l’autore si riserva di fare un’analisi anche di 300, altro “comic” approdato con enorme riscontro di pubblico presso i cinema nel 2007. In questo caso, secondo l’analisi di Sergi, Miller è stato in grado di dare forza non tanto all’aspetto storico – realistico della vicenda in esso narrata, ma al mito, e alla celebrazione dell’impresa di pochi impavidi eroi contro un gigantesco impero in espansione.
La bontà dell’intero saggio sta nella profonda conoscenza che Sergi ha del fumetto e delle sue caratteristiche: conoscenza che si nota soprattutto nelle precise analisi del testo da lui compiute sulle opere cinematografiche trattate nel libro. L’impianto letterario fa ampio uso di parole derivate dalla semiotica del testo, e pertanto se non si conoscono le dinamiche della disciplina si fa fatica talvolta a farsi spazio tra i termini tecnici.
Tento dunque di dare delle pagelle in base a quanto letto:
* chiarezza dell’esposizione: un 7, per il motivo indicato sopra riguardo l’uso di tecnicismi (tuttavia è molto scorrevole nell’insieme, e si legge con piacere)
* obiettività e professionalità dell’Autore: un bel 9, in quanto Sergi dà idea di essere molto preparato sull’argomento, e tradisce una forte passione per quanto scrive, il che è molto buono
* attrattiva del libro in quanto a contenuti: un 8, potrebbe piacere ai cultori del fumetto in genere, e offrire loro spunti interessanti
* attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: un 8
* quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere: direi un bell’8 anche qui, visto che mi ha dato modo di approfondire la carriera di Miller e analizzare le sue opere.
In sintesi finale, un bel saggio, scritto non tanto come una tesi di laurea, ma come un libro vero e proprio, consigliatissimo a chi voglia capire di più della vita e dei lavori di uno degli autori di Hollywood più poliedrici che si conoscano.
Alessandro Fusacchia, Biliki Edizioni, Davide Rubini, metanarrativa, niente di personale, recensione, romanzo, romanzo a 4 mani, Salvatore Liquore
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura on 9 Agosto 2009 at 18:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Niente di personale è un titolo assai emblematico di quella che è poi la chiave di lettura che ho voluto dare al libro di Fusacchia e Rubini. Voi direte beh, e allora? Beh, tanto per cominciare questo è un romanzo all’apparenza monotono e si fa quasi difficoltà a principiarne la lettura, eppure una volta venuti in contatto con Salvatore Liquore, si ha l’impressione – che è quasi una certezza – di poterne ricavare del buono. Allora si prende e ci si arma di attenzione.
Niente di personale è un romanzo un po’ complicato, diciamoci la verità. “Tutto appare tutto” fuorché quello che è in realtà e il narratore – assai “pigro” – ci mette in mano gli strumenti per una adeguata interpretazione delle figure principali del discorso narrativo e tematico, senza però prendersi la briga di spiegarci alcunché prima che la trama venga fuori nuda e cruda attraverso le maglie dell’intreccio. Non considero ciò un demerito ma una scelta elementare per chi vuole andare oltre e si espande verso il lettore come un’onda – ora più timida, ora più accentuata – e dà al lettore stesso la responsabilità di essere vigile e desto per tutto il tempo della lettura.
Nel romanzo ci sono più storie che si intersecano, ma tutte portano a Liquore e seppure non strettamente dipendenti da lui, sono delle tangenti che tagliano di netto la sua routine, aprendo la strada alla riflessione sulla circolarità dell’umanità (vale a dire relativamente al fatto che se è vero che il tutto è principiato dall’uno, l’uno è parte integrante del tutto che a sua volta ridiventa appunto uno, e ciò vale ad ogni meridiano). Soprattutto ci sono molti luoghi, tra cui New York, il Belgio, Atene – e ci sono luoghi della memoria e luoghi dei libri, ovvero luoghi presenti nelle pagine dei libri letti o conservati da Liquore, quando non addirittura presenti vividamente nei suoi ricordi di cittadino del mondo ed emigrato italiano. I libri sembrano l’unico collante umano e politico ancora valido, tanto tra conoscenti che sconosciuti. C’è anche Bin Laden, e ci sono “leggi massoniche” di scambio/smistamento volumi da biblioteca, e poi ci sono le Olimpiadi di Atene, un maratoneta che non è un vero maratoneta, scambi d’identità, agnizione e altro ancora.
Sequenze spazio/temporali diverse si accavallano dandoci, attraverso la visione dell’intersezione che si viene a formare, l’immagine di un protagonista non completamente assente dalla storia, per quanto poco voglia farsi coinvolgere e se ne resti sempre ai margini, come la storia stessa non lo riguardasse, come per un pudore a mostrarsi tutto per intero o addirittura una incapacità di rimettersi in gioco dopo una delusione. Eventi apparentemente distanti l’uno dall’altro, addirittura disfunzionali, ci guidano invece per mano nella testa di Liquore, fino al punto di superarlo e scoprire l’incisività del disegno di fondo.
Ci sono anche delle donne a completare il quadro; ci sono Laura e Iolanda, tanto per cominciare, ma c’è anche Hara, e ci sono tutti i presupposti per una vicenda tragi-comica. Sì perché gli autori se per un certo verso dichiarano una sorta di fallimento del discorso amoroso, in un finale che è in verità un crescendo di rivelazioni interiori e filosofiche quanto mai interessanti, all’opposto mettono anche in gioco la questione identitaria individuale – e pur sempre comune – tirando le fila di quella che è la degna rappresentazione del teatrino umano. Quello che infatti mi colpisce è che c’è molta teatralità in questo libro, seppure se ne stia ammantata sotto ad una parvenza di normalità quasi artificiosa, ai limiti dell’innaturale. Liquore, per quanto interessante, è molto compassato. Vive gestendo come può le sue ragioni d’ansia. Ha i suoi spazi, la sua vita, i suoi ripensamenti, le sue scommesse da fare, un lavoro che rende bene… Eppure vive da “rifugiato” in qualche modo, perché nasconde se stesso persino a se stesso, con la barba, per esempio; una barba lunga che gli permette di cambiare identità di fronte al proprio specchio, e di riscoprirsi nuovo – ma anche identico a prima – una volta tagliata. Qui è tutto un giocare sul concetto di identità, e la questione si realizza attraverso passaggi molto significativi, che vedono Liquore diventare altro da sé prima con “la barba addosso”, poi con Boris Virili – personaggio creato dalla penna dell’amico Victor – poi con la versione creata da Vincent Morcello, che lo aiuterà a chiudere un cerchio ma ad aprirne uno più grande e perché no, risolutivo. Se da un lato Victor crea un personaggio sulla figura di Liquore osservando l’amico nelle sue dinamiche personali (o meglio, ascoltandolo, data poi la distanza geografica tra i due), Vincent ricrea ex novo un altro Salvatore Liquore – e lo fa senza il suo permesso. Viene quindi da chiedersi perché Morcello, che poi non è il vero Morcello, crea un nuovo Liquore che vive di vita propria solo il tempo di ingannare una donna e via. Il narratore ce lo dirà, ovviamente, perché è necessario permetterci di capire per quale ragione l’identità – che è non solo un patto di fiducia tra il proprio Io di superficie e quello sotterraneo, ma anche una questione legale e istituzionale – è così importante ai fini dell’affermazione personale, anche di fronte a sconosciuti, anche a costo di inventarsi di sana pianta ciò che si vorrebbe essere. In fondo, tutti recitano una parte, tutti hanno una maschera e la vita ci mette nella condizione di gestire in maniera intercambiabile i nostri volti. Qui abbiamo il racconto di una vasta gamma di possibilità combinatorie. Tant’è che anche Laura recita – e gli autori scelgono Shakespeare, non uno a caso (anche se dentro c’è molto Pirandello e addirittura molto teatro antico proprio col motivo dell’agnizione) – e lui, Salvatore (quello vero) sa a memoria la parte di Polonio. Ciò conferma che in natura nessuno è mai solo un se stesso invariato e invariabile, ma il suo Io temporaneo e necessario nasce e si evolve come la capacità di ricrearsi a seconda della logica esistenziale del momento. E dunque anche la figura blanda del cinico che vuole crederci ma prende le distanze – anche se poi s’innamora di una causa e non è in grado di vedere la pericolosità e l’ingenuità di quanto sta facendo – riflette il fatto che si è refrattari per necessità, il più delle volte, e che – a differenza di Morcello – si vive indossando su di sé maschere che nascono da un bisogno viscerale di bypassare la realtà o affrontarla con poche perdite, senza spacciarsi per altri assumendo maschere vive per intessere intrecci dai quali, però, si resta sempre al di fuori. Se Liquore riassume il suo vero volto radendosi all’indomani della presunta cattura di Bin Laden, Morcello – il mancato maratoneta – sarà sempre tutti e nessuno, senza essere mai se stesso – e quello che più conta, senza poter vivere al di fuori dell’identità rubata al momento.
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Alessandra Di Gregorio.
Alessandro Olivero, Arthur Marx, cinema, Effepi Libri, l'angolo del lettore esperto, La mia vita con Groucho, recensione, recensione libro, saggistica biografica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 1 Agosto 2009 at 18:09
L’angolo del lettore esperto… Oggi parliamo con Alessandro Olivero.
Classe 1984 e residente a Moncalieri (TO), è laureato in Scienze dell’Architettura ed è a cinque esami dalla seconda laurea, in Multidams. Da marzo 2009 con un paio di soci a Torino avvia un’attività di web-videoproduzioni, Tramici. I suoi interessi spaziano dal cinema alla letteratura passando per il fumetto, Alan Moore e Garth Ennis in particolare. Ha un debole per il cinema asiatico. Gli piace circondarsi di persone di talento ed imparare un poco da loro.
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# Titolo: La mia vita con Groucho. Crescere con i Fratelli Marx
# Autore: Marx Arthur
# Traduttore: Mezzetti L.
# Editore: Effepi Libri
# Data di Pubblicazione: 2007
# ISBN: 8860020077
# Pagine: 431
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La mia vita con Groucho – Crescere con i Fratelli Marx è una biografia romanzata sul celebre personaggio dell’avanspettacolo americano scritta da un profondo conoscitore della sua persona, il suo stesso figlio Arthur.
È suddivisa in due parti: la prima, molto piacevole con punte esilaranti, racconta i primi settanta anni di Groucho, dalla formazione della famiglia Marx al suo ultimo grande successo, il programma radiofonico e televisivo You Bet Your Life.
Fa comprendere quanto poco ci fosse di personaggio, a differenza di molti illustri colleghi, in quell’uomo dallo spirito pronto, feroce e inveterato che è Julius Henry Marx: dimessi i baffi e le sopracciglia finte da uno spettacolo, Groucho esercita costantemente il suo cinico umorismo nella vita privata anche a fronte di casi gravose quali la svalutazione di azioni nella crisi del 1929 o uno dei tre divorzi affrontati. Non può esimersi nemmeno dal ridere del fratello Chico, il giorno della sua morte, ricordandone i numerosi e non indifferenti difetti: un modo forse deprecabile ma indubbiamente verace di encomiare la persona che è stata e per questo amata. Molte volte il suo scherzare ha messo in imbarazzo se non in grave difficoltà sé stesso o la famiglia, anche con le autorità – dalle guardie doganali agli agenti federali (!) – ma allo stesso modo gli ha permesso di riparare a casi apparentemente senza uscita.
Offre il ritratto di un uomo non sempre ragionevole però estremamente buono, ovviamente anticonformista e per questo un marito difficile –non a caso le sue tre mogli finiranno alcolizzate per ovviare all’impari confronto verbale con uno dei più grandi improvvisatori di tutti i tempi- ma padre amorevolissimo. Ferreo negli orari e nelle regole di casa. Attento ai bilanci ma giammai tirchio. Ha per amici per lo più intellettuali ma è amante della gente comune.
La seconda parte – decisamente avvilente – invece tratta la discesa di padre e figlio in un incubo:
Arthur si vede imprevedibilmente opporre una strenua e, a sua detta, ingiusta opposizione da parte del padre per la pubblicazione della prima parte di questa stessa biografia.
L’anziano Groucho inoltre fa un’infelice conoscenza: Erin Fleming, la quale si proporrà come sua compagna e agente. Verrà circuito e allontanato dai suoi parenti ed amici intimi, defraudato di buona parte del suo patrimonio economico e piegato da maltrattamenti fisici, probabilmente senza che questi fosse mai riuscito ad esserne pienamente consapevole.
Si racconta più del lungo calvario giudiziario intrapreso da Arthur dapprima contro il padre per ottenere la pubblicazione ed infine contro Erin per ottenere l’affido del padre ormai totalmente incapace e prossimo alla morte.
Emergono qui, empaticamente all’autore, sentimenti nella prima parte sconosciuti come la frustrazione. Groucho diverrà irriconoscibile ed il suo umorismo verrà tristemente a mancare, ma non è un caso a sé: è pur sempre un uomo ultraottantenne colpito da più ictus e evidentemente afflitto da demenza senile, non diverso dalla grande maggioranza dei pari età.
Con l’inclusione della seconda parte, la biografia restituisce un ritratto terribilmente onesto di Groucho Marx. L’autore ha uno stile trasparente, non lesina negli episodi imbarazzanti, è completo nell’esplicazione delle principali tappe della carriera del padre ed inserisce anche episodi che hanno originato alcune celeberrime espressioni di Groucho o altrettanto celeberrimi sketch dei Fratelli Marx. Non manca il gossip anche verso gli amori extraconiugali sia del padre che della madre.
La vera particolarità che contraddistingue questa biografia dalle eventuali altre è negli aneddoti sul rapporto padre-figlio -e talvolta zio-nipote in riferimento ai vari Chico, Gummo, Harpo e Zeppo- difficilmente recuperabili da un autore estraneo alla famiglia.
In forma di scheda di valutazione, con voto da 5 a 10 valuto:
- chiarezza dell’esposizione: 10. È un libro molto scorrevole, non ci sono pagine particolarmente ostiche. Segue un ordine cronologico e non mi è successo di dover ricercare indietro nelle pagine un nome od un episodio.
- obiettività e professionalità dell’Autore: 8. A causa del suo rapporto filiale che a volte traspare evidente, non mi sento di affermare che Arthur Marx sia obiettivo nel giudizio del padre, ma sicuramente si è impegnato nel non omettere episodi che qualcuno troverebbe diffamatori e la battaglia legale per la pubblicazione della prima parte del romanzo ne è la prova. Per quanto concerne lo stile, è limpido.
- attrattiva del libro in quanto a contenuti: 8. Chi vuole conoscere l’uomo dietro il personaggio Groucho Marx sarà sorpreso: non c’era nessun personaggio, era veramente fatto così! È impareggiabile nel numero degli aneddoti.
- attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: 6. L’indice dei nomi è certamente utile, ma non sarebbe dispiaciuta almeno una filmografia o delle pagine fotografiche.
- quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere: 8. Molto, mi rimarrebbe solo da visionare i suoi spettacoli e film per poter dire di conoscere Groucho Marx. Cosa che farò al più presto.
In conclusione, è un libro che mi sento di consigliare anche a chi Groucho lo conosce solo sulle pagine di Dylan Dog o chi non lo conosce affatto. Inevitabilmente invoglierà a ricercare le sue acute battute di spirito ed i suoi pensieri verbosi, di vocazione antiautoritaria e nonsense che, nonostante gli anni, hanno preservato la loro efficacia.
Arpanet Edizioni, donne oltre la tela, femminilità, Flaming June, Maeba Sciutti, narrativa, recensione
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria on 27 Luglio 2009 at 22:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

* Titolo: Flaming June. Donne oltre la tela
* Autore: Sciutti Maeba
* Curato da: Simone P.
* Editore: ARPANet
* Data di Pubblicazione: 2008
* Collana: Concepts Arte
* ISBN: 8874260504
* Pagine: 104
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Maeba Sciutti, autrice introspettiva, pulsante e lucida, pubblica per i tipi della Arpanet Edizioni il libro intitolato Falming June – donne oltre la tela, raccontando, così come il suo estro propone, dodici tele che hanno reso immortali altrettante figure femminili, icone di un’arte che traspone sulla tela vite che si cristallizzano nella fissità del ritratto e dell’affresco. Ciò che l’Autrice si propone è dare la parola a donne che non erano solo modelle di pittori come Klimt, Modigliani, Waterhouse, ma anche e soprattutto ninfe, creature affamate di vita, illuse, tristi, solari, animose, carezzevoli, languide, immaginando così come le vede e le percepisce, le loro esistenze al di là di un pennello, prima, durante e dopo l’effettiva posa.
Le donne della Sciutti, lungi dal perseguire la realizzazione del proprio Io attraverso la posa assunta per il quadro del momento, in qualche modo sono la rappresentazione iconografica delle possibili forme d’abbandono di cui ogni donna è talora vittima. Una volta dipinte, carezzate e ammansite, spesso nude, docili prima al corpo che al pennello dell’artista, esse sono lasciate, abbandonate, appese a un muro, oppure vendute. Il corpo scade in una forma di mercificazione che non tiene il minimo conto dell’anima che vi alberga all’interno. Allora esse prendon vita effettivamente qui e adesso, mentre la tempera si asciuga e il loro spirito si solleva. Generalmente sono tristi e opache, eppure trasudano vita e sangue in ogni vena e in ogni mano di colore, da uscire dalla pagina e dalla tela, tanto liriche che dolci, fragili, meste, prepotenti e spurie.
Alessandra Di Gregorio.
Apranet Edizioni, Gionata Soldatini, Il Verme, narrativa minima, recensione, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri on 24 Luglio 2009 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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si ringraziano Arpanet Edizioni e Progetto Babele.

# Titolo: Il verme
# Autore: Soldatini Gionata
# Curato da: Simone P.
# Illustratore: Fasoli F.
# Editore: ARPANet
# Data di Pubblicazione: 2007
# Collana: Mini concepts
# ISBN: 8874260482
# Pagine: 64
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Il Verme di Gionata Soldatini, non ha la stessa incisività di DUS – DOPO UNA SBRONZA, ma – seppur diversamente – è in grado, attraverso il contenitore minimo di una parola rarefatta e profumata, di aprirci lo spazio di un amore senza amore, in quanto privo di corresponsione e felice realizzazione.
L’Autore identifica gli stati d’animo raccontati, con le essenze profumate che in qualche modo dovranno aiutare Gaston a stare bene, a dimenticare o ricordare, evocando in lui e in noi che lo leggiamo, sensazioni intime uniche e contrastanti.
Gaston rappresenta l’innamorato illuso, deriso, mesto e contrito, di una storia in cui i veri vermi non sono solo i lombrichi che alleva. I vermi sono alcuni personaggi e sono anche i sentimenti negativi dominanti in una Società che inquadra e rifiuta, e in un dinamismo sentimentale che non si realizza mai così come noi lo vorremmo. Alla fine, il quadro ricamato contempla una visione in cui squallide sono persino le persone che vengono amate ma non riamano o non sanno amare e basta. La figura della donna del cuore appare, infatti, come antitetica all’eroe del racconto, in quanto non solo non lo riama, ma lo usa e lo disprezza.
Da qui l’idea di un universo femminile sempre più contraddittorio – per la serie: chi è causa del suo mal pianga se stesso – che si ritorce vilmente in sé, senza riconoscere i veri fiori, o le forme arbustive più vicine ad essi, e che si accontenta di cogliere belle rose senza profumo alcuno.
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Alessandra Di Gregorio
csa editore, Erika Dagnino, narrativa, racconti dell'ombra, recensione, recensione libro, Ru e Fro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria on 23 Luglio 2009 at 21:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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I volumi della Dagnino denotano sin dalle prime battute una capacità di elaborazione del pensiero a dir poco sbalorditiva. Il suo uso della parola appare molto sicuro e sentito, quasi frutto di un’illuminazione naturale, congenita. C’è dietro uno studio, una metodica, una partecipazione intellettuale e morale, quasi una religione del dettato.
Tanto in RACCONTI DELL’OMBRA, che in RU E FRO, ritroviamo il caro motivo della specularità, che se da una parte si esplica attraverso l’interpretazione e il racconto dell’individuazione della propria ombra e il relativo rapporto idiosincratico con la stessa – fino al parossismo, fino al solfeggio morale, filosofico (ai limiti del didattico) – dall’altra si connota nel rapporto paritetico tra due persone che possono dirsi gemelle, figure simbiotiche, esseri monotoni e franchi, che nella reciproca specularità, ritrovano sé e l’altro da sé.
La Dagnino è artigiana del ritmo. Il suo periodare è netto, musicale, folgorante, e seppure non si attenga a una trama narrativa classicamente intesa, l’Autrice piega le dinamiche spazio-temporali dei suoi scritti, alla sua lungimiranza certosina, coniugando psicologismo, tecnica, indagine e tolleranza molto ampia della rielaborazione filosofica dei concetti di umanità, intellettualità, anima e umano sentire.
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Alessandra Di Gregorio.
Antonio Mazziotta, Caterina Armentano, Claudia Tajes, Gigliola Biagini, Il buio alla finestra, La vita sessuale della donna brutta, narrativa femminile, Profumo dell'anima, recensione, Recensione libri, romanzo, scrittura femminile, Sotto l'alberto di mimosa
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Suggerimenti di lettura on 23 Luglio 2009 at 19:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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PARLIAMO DI DONNE
Fiumi di inchiostro hanno immortalato figure femminili eroiche, patetiche, misteriose, languide, dannate. Oggi ci si rivolge alla figura femminile col tatto di chi vede nella donna l’anima pensante – non solo pulsante – di una metà di cielo che non è solo rosa ma contiene tutti i colori dello spettro visibile. Scegliamo dunque di parlare di quattro romanzi che propongono differenti gradazioni di ciò che offre all’immaginario comune, la narrativa declinata col verbo femminile.

IL BUIO ALLA FINESTRA di Antonio Mazziotta, racconta la vicenda di due amiche seguendole dall’università all’età adulta, fino al tragico epilogo che vedrà una delle due lasciare l’affetto dei propri cari precocemente, a causa di una malattia. L’impianto narrativo di questo romanzo dal volume contenuto, è lineare, seppure – peccando di eccessiva pedanteria – l’Autore non appare veramente in grado di gestirne la trama in maniera interessante, restando sempre su toni ripetitivi e piatti (nonostante dal punto di vista linguistico la capacità autorale di elaborazione appaia più che sufficiente). Il libro appare troppo costruito, e la sua conduzione finisce per renderlo banale e privo di attrattiva. Il motivo dell’amicizia femminile non viene sviluppato in maniera originale, denotando così una sorta di generica incapacità dell’Autore all’elaborazione di un soggetto romanzesco capace di trasfondere sulla pagina la delicatezza e l’importanza dei rapporti umani – e particolarmente gli aspetti del rapporto delle donne tra di loro e delle donne coi propri partner e le difficoltà esistenziali. Solo sul finale il libro prende vita, proprio laddove si raccontano le ultime volontà di Gioia e il dolore provato dal marito Andrea.
SOTTO L’ALBERO DI MIMOSA di Caterina Armentano, si presenta in forma di raccolta. Il motivo predominante è appunto quello femminile, ma le donne raccontate sono donne ai margini della vita sociale, rappresentanti gli aspetti inquietanti e laidi di esistenze maltrattate e mal tollerate. L’Autrice sceglie come consistente fil rouge, quello delle affettività mancate, gestendo sapientemente e sensibilmente un dettato narrativo semplice – seppure spesso ripetitivo – ma di forte impatto emotivo. La sua, una narrativa che rimanda in qualche modo ai veristi, senza patetismi di sorta né lo sguardo paternalista di chi interviene nella storia per far pesare il suo parere. La donna della Armentano è una donna che parla da sola; non ha paura di mostrarsi nella sua elementarità, tanto nell’aspetto sgradevole che negli atteggiamenti più squallidi. Il registro generale permette dunque una fruizione immediata del messaggio autorale. La sensibilità dimostrata verso l’argomento, si manifesta attraverso un dettato scevro di orpelli, perché la pagina esce fuori dal libro, dicendo già da sé tutto quello che c’è da dire.

PROFUMO DELL’ANIMA di Gigliola Biagini, è un romanzo all’insegna del motivo del dolore. La scelta tematica riguarda una tappa obbligatoria dell’esistenza umana, e particolarmente della condizione femminile, che riguarda il panico, la depressione, il cosiddetto spleen – tanto caro ai decadentisti francesi. Bianca è una donna infelice, una donna preda di un profondo dolore che da emotivo diventa anche condizione materiale, trovando sfogo in una vera sintomatologia del caos e del più totale disamore. La penna della Biagini, seppure con le sue piccole incertezze qui e lì, che scuotono un dettato pressoché pulito, nitido e immediato nella sua bellezza e pregnanza, traccia per noi la via dell’interpretazione della complessa psiche femminile, toccando tasti sensibilissimi con altrettanta sensibilità e maturità. La disamina che essa compie, ponendosi di fronte alla donna protagonista del romanzo, invita a porsi altrettanto criticamente, verso un problema che ha attinenza con l’anima, non con una oggettiva volontà di stare male. Il suo, un mondo fatto di solidarietà femminile tra donne che rappresentano anche grandi esempi di umanità, e di piccoli e grandi fallimenti sentimentali, che se da una parte generano in lei ulteriore paura e tormento, dall’altra la mettono nella decisiva condizione di doversi curare da sé, quando più forte e tenace sentirà la spinta del mal di vivere che bussa.

LA VITA SESSUALE DELLA DONNA BRUTTA, di Claudia Tajes, conclude questo poker di romanzi in maniera più solare e leggera – non perché la metodica dell’Autrice sia frivola per partito e gratuita per necessità, quanto perché rispecchiante una delle straordinarie doti femminili per eccellenza: l’ironia. Il metro dell’ironia è usato, ragionevolmente, per esprimere consapevolezza bypassando situazioni spiacevoli, imbarazzanti, dolorose. Ammettere uno stato di cose – anche uno stato di cose evidenti, come ciò che ad esempio concerne la propria fisicità, e ciò che soprattutto gli altri pensano a riguardo – è qualcosa che emotivamente può apparire complesso, per una donna, perché ha a che fare con la sfera profonda del proprio Io, eppure, se di fronte allo specchio ci si andasse armate di benigna consapevolezza di sé, tutto, anche le disavventure sentimental-sessuali, apparirebbe meno frustrante – o per lo meno ci si consolerebbe pensando che sì, si può essere “brutte”, ma si può anche essere meno stupide di altre. La Tajes disegna per noi la figura di una protagonista tra le tante, alle prese con la Società, il consumismo, lo specchio, la bilancia, il sesso, gli uomini – e tutto il bagaglio di vizi, virtù e viltà, di coloro che incontrerà sulla sua strada disseminata di guai, tormenti e carie ai denti… Il rapporto con l’Altro da sé è allora la raffigurazione del rapporto col proprio Io, perché ciò che non sa gestire fuori è ciò che non mette in pratica dentro. La questione dello sviluppo dell’affettività e quella della sessualità femminile, vengono raccontate senza remora, senza falsi moralismi, per metterci di fronte al fatto evidente che per quanto variegato, al mondo femminile pertiene anche ciò che ha a che fare con la volgarità (intesa come normalità) della condizione fisica e biologica – nonché la relativa gestione – e che tutto ciò, si abbina (nel bene e nel male) alla complessità psichica ed emotiva dell’individuo, che non è mai tutto lustrini e bon ton, ma ha anche un bagaglio di “tic” che possono renderlo molto poco affascinante, o semplicemente molto “normale”. In una Società in cui tutto grida alla perfezione, un libro,che ristabilisce i confini del bello, individuandolo principalmente nel cervello delle persone.
Concludendo questo excursus, possiamo dire che la figura della donna viene sezionata nei suoi quotidiani abbrutimenti e nelle sue problematiche intime, senza dover indorare eccessivamente una questione che ha attinenza tanto col corpo che con lo spirito – e che si evidenzia proprio nel tema portante del sesso e del rapporto “sbagliato” con gli uomini. Ottimo coadiuvante del tutto, l’idea che le peggiori nemiche di noi stesse siamo nello specifico solo noi, che di fronte a specchi che riflettono illusioni e caotiche gestioni della propria indole e morale, usiamo pensarci mostruose, squallide e brutte, senza comprendere realmente che siamo solo portatrici sane di anima.
autobiografia, Edizioni Il Ciliegio, Enrico Marzetti, narrativa, recensione, recensione libro, rimetti a noi i nostri debiti, romanzo autobiografico, storie di handicap fisici
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura on 20 Luglio 2009 at 19:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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# Titolo: Rimetti a noi i nostri debiti. Biografia di un amore
# Autore: Marzetti Enrico
# Editore: Il Ciliegio
# Data di Pubblicazione: 2009
# Collana: Romanzo autobiografico
# ISBN: 8888996141
# Pagine: 246
dalla prefazione (da me curata)…
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Rimetti a noi i nostri debiti è un romanzo autobiografico. Quando mi hanno chiesto ufficialmente di buttar giù due righe di prefazione, non avevo idea della responsabilità di cui ero stata investita. Messa di fronte ad un testo personale, sentito, duro, a tratti doloroso, e al tempo stesso ricco di speranza al punto da farsi ingestibile proprio per la forza sorprendente tanto della mano che scrive che della mente che la domina. Perché questa penna, la penna che ci accingiamo a stimare, nel silenzio rispettoso che solo la lettura personale concede – sorta di voyeurismo autorizzato e codificato nel tempo da innamorati delle Lettere, proprie e altrui – ha dalla sua il pregio della semplicità, la gravità della consapevolezza – che un po’ ti schiaccia e un po’ t’avvolge – di uno stato di cose sul quale non si può agire se non per quanto riguarda la parte più intima di se stessi – che è poi quella veramente complessa e ostica.
L’amabile penna di Marzetti ha la leggerezza del piombo, dalla sua, pur esprimendosi con metafore pesanti quanto una piuma e la timidezza di chi – mai sceso a patti col proprio Io – ce lo consegna nudo e tremante, quando è disadorno di tutto e trasale nel tentativo di venire a capo di una situazione difficile da gestire per un uomo solo, e candido e integro – quanto più appare rivestito e intatto, foderato di quella mistica e fideistica consapevolezza di chi sa o forse ciecamente spera, che le energie del mondo non si disperdano mai veramente. Questa penna è la penna di chi vuole che la materia si rigeneri, viva anche in corpi privati del movimento e vibri nelle anime che non appassiscono mai se non per la propria volontà d’annientamento. Marzetti si spoglia senza vergogna davanti al Lettore e nell’elegante pudore che solo la penna può registrare, ci mette di fronte al fatto che una vita può cambiare in pochi attimi.
Allora qui, e nelle pagine che il Lettore andrà ad assaggiare, il percorso accidentato d’un uomo che cade riverso sulla pavimentazione d’una vita facile ai dissesti – una vita che egli risolverà inizialmente a proprio intimo vantaggio attraverso l’amore per una donna, che presto si consumò lasciando il buio più totale, sino a far ritorno e ad esplodere con la luminescenza che solo la candela dell’amore può avere quando si fa lucore di salvezza – non è necessariamente una caduta tra le braccia dell’oblio più totale. È qualcosa che si esprime nel bisogno di non cedere mai di fronte anche alle scelte più tormentate o al disagio più grande, perché il corpo è solo un contenitore di forze che legate allo spirito – unico vero prezioso contenuto da preservare – possono valere tanto l’esaltazione dell’essere umano che le preserva, che la sua perfetta dannazione qualora la reazione ai patemi non reggesse il confronto.
Il fisico Albert Einstein sosteneva che nell’Universo ci sono delle forze che rendono le cose meno vane di quanto in apparenza possano apparire, come a dire che le coincidenze non esistono e tutto si lega a tutto, in un continuo processo di riciclo delle energie e delle linfe vitali che sorreggono ora una creatura ora un’altra. I destini si incrociano: un uomo e una donna possono amarsi anche più di una volta al limitare della stessa esistenza, e gli equilibri e gli squilibri che si creano attorno a questo conducono spesso in vicoli a fondo cieco. C’è da chiedersi se anche con Elena non sia veramente così.
Nella notte un dolore intermittente ruba la tranquillità del sonno. Poi una risonanza magnetica rivela una lesione spinale: un tumore infido che lo mina alla base, ne mette alla prova la tempra, ne sfibra l’essenza, ne debilita il tronco; lo porta lontano da casa, dagli affetti, dalla dolcezza di Elena, dalla sicurezza di poter stare di nuovo bene.
Una scure che gli cala fra capo e collo, una sensazione indescrivibile di confusione e panico; il difficile compito di raccontarlo ad Elena – così fragile lei, così sensibile – come se la cosa non riguardasse lui direttamente ma un altro per cui avrebbe stretto i denti e lottato. Un’operazione lunga e complessa, un risveglio sotto agli sguardi poco rassicuranti di medici che non sono certamente ottimisti – e che però lui ignorerà con la sua unica convinzione certa: il fatto di non dover smettere neanche per un minuto di vivere né per apatia né per codardia.
Rimetti a noi i nostri debiti è allora il percorso frastagliato e onesto del narratore che si fa protagonista e si carica dell’enorme fardello della ricerca di sé attraverso il difficile percorso d’affiliazione ad un credo – che non è il credo occasionale del fedele di passaggio, ma la convinzione rilevante che qualcosa di grande anche in questa vita c’attende.
Enrico Marzetti per questo si butta di testa in quest’odissea di scoperta e accettazione dell’umano limite della ragione e del corpo, e di quello meno estremo del cuore, per giungere infine alla consapevole ammissione che in Terra c’è dato di patire affinché si compia in noi la consistente evoluzione di chi – non spaventato dal duro cammino ideale e morale, di rivincita e risalita dalla tenebra che inghiotte – riesce ad abbracciare la dottrina della ferrea fede nell’energia che muove l’Universo, che non è solo la speranza di chi amministra le religioni o le dottrine filosofiche di tutti i tempi, ma la reale constatazione che il flusso che ci genera è anche quello che più intimamente ci guida.
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Alessandra Di Gregorio
Alessandra Di Gregorio, Edizioni Il Ciliegio, narrativa erotica, recensione libro, romanzo, romanzo al femminile, Vanessa storia di una metamorfosi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria on 10 Luglio 2009 at 21:09

Titolo: VANESSA, STORIA DI UNA METAMORFOSI
Autore: Alessandra Di Gregorio
Editore: Edizioni Il Ciliegio
Genere: romanzo, narrativa intimista
Isbn: 978-88-88996-19-6
Pagine: 192
Prezzo: 15 €
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DALLA PREFAZIONE:
Vanessa, presa e persa per un uomo, esiste come entità binaria, metà reale e metà cibernetica. È la protagonista del romanzo e la narratrice di una storia intima e soffocante. L’Autrice ci guida alla scoperta del sesso liberandolo da mistificazione ed ipocrisia. Il suo un linguaggio nuovo, una gestualità verbale che risveglia i sensi, che rivela, attraverso un diario osceno e torrenziale, sogni, visioni e avvenimenti confinati nelle spire di una femminilità delicata e sommersa. Il lettore andrà incontro alla sublimazione percettiva attraverso la verbalità sensuale della protagonista.
All’apparenza solitaria e sconfitta, Vanessa userà se stessa per evitare il contagio del mondo, senza però riuscire a privarsi della luce fino in fondo. I racconti che si susseguono nel romanzo sfiorano la contemporaneità digitale, creando simmetrie e dissonanze consapevoli, stimolando la sfera sensuale e intellettiva, immergendoci in quella erotica e sentimentale di una protagonista proiettata in avanti da una ricerca di vitalità incessante.
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Cominciamo col dire quello che questo romanzo non è. Non è un romanzo per anime pudibonde. Non è un romanzo pornografico. Ma come? Con tutte quelle descrizioni di sesso così crude… Vero: crude, però necessarie, come opposto di gratuite. Si gioca tutta qui, a pensarci bene, la demarcazione tra pornografia e narrazione erotica, per quanto spinto ed esplicito possa essere il linguaggio.
Quindi un romanzo erotico? Sì e no: se il lettore cerca le atmosfere sognanti e surreali di Histoire d’O, o di Emmanuelle, più immaginate che reali, non le troverà. “Vanessa. Storia di una metamorfosi” è, sul côté sessuale, un libro molto concreto, assolutamente realistico. Il sesso c’è, eccome, con tutte le sue follie, i suoi tormenti, i suoi odori, le sue ossessioni. Ma non è tutto. In primo luogo perché il romanzo è una sorta di narrazione episodica da ritaglio di giornale; non c’è dentro tutta una vita, bensì scorci precisi. Un diario femminile claustrofobico, che segnala solo alcuni momenti campione della vita intellettuale ed emotiva della protagonista, in cui il tempo scorre con la scansione minima oraria ma senza altri riferimenti concretamente esportabili al di fuori delle sue stanze. Poi perché quello che fa di Vanessa una donna incasinata, profonda, torrida e al tempo stesso delicata ed essenziale, è proprio la sua ricerca di una femminilità estrema, spoglia di classificazioni, il più possibile onesta – ma spesso teneramente vile proprio verso di sé, per via dell’attrazione/repulsione esercitata dal mondo maschile che se da un lato lei ama, dall’altro critica e ripudia.
Vanessa incarna una donna in rivolta. In primo luogo contro se stessa, negli anni della pubertà, poi contro la madre (le madri), poi contro la Società, poi contro gli uo-mini… Vanessa da ragazzina soffre dei cambiamenti che il naturale sviluppo biologico induce nel suo essere fisico. Pensa che certe sorprese che il suo corpo le riserva non le siano state adeguatamente spiegate. Il suo nuovo corpo non le piace, la imbarazza, fa fatica ad abituarcisi, come in fondo accade a tutte le adolescenti. E ne soffre, come soffre quando scopre, poco più avanti negli anni, il ruolo di fattrici che la Società sembra avere assegnato alle donne, senza offrire alternative “dignitose”. Poi arriva l’età degli amori. Esperienze più o meno incerte, pasticciate prima, e esperienze mature, complete, torrenziali e debordanti, dopo. Cosa c’è tra il prima e il dopo? Neanche a dirlo c’è Luca, il classico uomo giusto: tutto andava così bene con lui! Ma, come spesso accade, Luca si trasforma nel mitico amore perduto, per ritrovare il quale la nostra protagonista sembra disposta ad affrontare le prove più estreme, scoprendo, di ragionamento in ragionamento, che la questione identitaria non riguarda unicamente chi si sceglie di amare, quanto aspetti di sé solo all’apparenza sommersi. O forse, semplicemente, le affronta per punirsi di aver-lo perduto. Vanessa punisce tutti gli uomini che la desiderano, che la eccitano e ai quali può anche concedersi, ma non darsi. La seguiamo dunque di letto in letto, di riflessione in riflessione, di esperienza in esperienza: non si nega nulla. La seguiamo nei suoi ricordi e nelle dolorose introspezioni, che continuamente si punta alla tempia come un revolver dal quale potrebbe partire casualmente il col-po fatale. Alla fine, che romanzo avremo letto? Suggerisco sommessamente una risposta: un romanzo d’amore.
Carlo Giuseppe Alfieri.
Andrea Renaldi, Edizioni 0111, Inferno-Paradiso Andata-Ritorno, letteratura della de-generazione, letteratura pop, Luca Mainini, narrativa dark, Poppers, Prospettiva Editrice, Recensione libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori on 9 Luglio 2009 at 00:09
recensioni a cura di Alessandra Di Gregorio.
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* Titolo: Poppers. Tubi catodici, psicofarmaci sesso e autodistruzione. Una (de)generazione
* Autore: Mainini Luca
* Editore: Prospettiva Editrice
* Data di Pubblicazione: 2006
* Collana: On the road
* ISBN: 8874183305
* Pagine: 126

# Titolo: Inferno-paradiso andata e ritorno
# Autore: Renaldi Andrea
# Editore: Zerounoundici
# Data di Pubblicazione: 2008
# Collana: Guest book
# ISBN: 8863071438
# Pagine: 156
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L’inferno esiste, ed è riccamente popolato di una fauna oltremodo interessante, bieca, malinconica e triste. Il popolo perduto si muove, anzi si dimena, immerso nel peso leggero delle narcosi più destabilizzanti, accecato dal luccichio della fatuità più gratuita, pronto a firmare col sangue patti tossici che – si sa già in partenza – nessuno rispetterà mai nei secoli a venire.
Oggi scelgo di accomunare due autori molto diversi tra loro ma in qualche modo uniti dallo stesso fil rouge, che ci prende e ci conduce per mano nei vicoli bui e negli altri più disperati della degenerazione umana, dove gli ultimi nella Società degl’ultimi, sono tossici e puttane, generazioni e de-generazione degli estremi, in cui lustrini e musica la fanno da padrone – partorendo nuovi linguaggi figurati della denuncia e della comunicazione sottopelle – giacché la pelle è impegnata ad ospitare le piaghe della Civiltà che rinnega.
POPPERS, di Luca Mainini, è una pura allucinazione. Si fatica a leggerlo (particolarmente agli inizi, se il lettore non è aduso a certa costruzione sintattica), fa male, non è per i puri di cuore. Provoca seri conati di disperazione e vomito, e fa sanguinare perché sostanzialmente ci sbatte un faccia una società mutilata nello spirito prima che dalla violazione della carne. È un libro per così dire “pop-porno”. Porta alla luce personaggi bassi e laidi, donne estreme, bambole gonfiabili tutte griffe, vizi e coca; imputtanite dalla vita – o puttane nell’indole – ma belle da levare il fiato, profondamente sole, disposte a tutto pur di avere il tanto – quel poco – che basta, per sentirsi umane un giorno in più su un calendario che non ha alcuna importanza ai fini dell’umano esistere. Tutte silicone, dentro e fuori, rappresentazione di un mondo in ipossia d’amore, in cui si sviluppano unicamente anaffettività a vario livello e titolo, e l’estremizzazione è l’unica fonte ancora plausibile – e possibile – di contatto umano. Il mal di vivere che annienta è reso sopportabile dalla gestione delle proprie farmacie domestiche. Si vive un’ora in più ammazzandosi un po’ più rapidamente, per farsi scopare e dunque toccare (il valore del contatto in un pugno, in luogo delle mancate carezze), senza sentire lo schifo generale che domina i rapporti ma unicamente godendosi l’atto della vicinanza (per quanto malata). Prese nel complesso, queste creature passabili di biasimo – dipinte con maestria, turrite in un dettato narrativo secco, ai limiti dell’asetticità, avvolte da una proprietà linguistica che fa dell’Autore una rivelazione e del libro un gioiello, oltre che un pugno nello stomaco – rappresentano la versione infernale di quella fauna umana in fase terminale, risposta a una china morale pericolosa e infida, da cui non ci si difende se non con vani tentativi, un po’ per inerzia in direzione opposta, un po’ lasciandosi annegare seguendo la scia.
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Dall’altra parte INFERNO-PARADISO, ANDATA-RITORNO, di Andrea Renaldi, un libro che di pop non ha niente. Al contrario, usa toni e suggestioni punk-rock-anarchici, mettendo in bocca ai diversi protagonisti vizi e vilipendi montati ad un parossismo che per quanto infernale, ha al suo interno la suggestione di una purezza ai limiti della liricità più estrema. Un gruppo di amici, i Volo Turbato, una band musicale marchigiana che vuole sfondare; uso e abuso di alcol, sesso e droga, e poi l’amore, l’amore tra i protagonisti; volti diversi, giovani e tormentati, la musica come collante e risoluzione dei conflitti esistenziali, un diario che prende forma attraverso le note. Un dettato lucido e cinico, disilluso al punto da apparire maniacale, ribelle oltre ogni possibile sentire. Ed è questo che ci colpisce sostanzialmente: il bisogno di dover sentire, ma sentire a fondo, attraverso le ferite di adolescenze scivolate sulla pelle con dolore, ed età semi-adulte mai svincolate dalle turbe indotte di una Società perbenista per principio e perbene quando conviene.
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Alessandra Di Gregorio.
Associazione Culturale di Castiglione delle Stiviere, collana Sampietrini, equazione sociale, Gattogrigio editore, Kain Malcovich, Numbers, Recensione libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori on 8 Luglio 2009 at 22:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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si ringraziano la Gattogrigio Editore e Kain Malcovich.
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L’aspetto grafico di Numbers contribuisce a sdrammatizzare la novella umana che si configura tra le pagine di Malkovich, in un crescendo non solo numerico od esponenziale, ma anche di valenze e osservazioni antropologiche nient’affatto spiacevoli, che invitano a una riflessione partecipe e smaliziata circa le questioni esistenziali così come ognuno di noi le vive giornalmente.
Ciò che fa l’Autore è sostanzialmente dar vita a una piccola società nel libro (e qui viene fuori anche una sorta di lato ludico del “gioco” della costruzione dell’impalcatura emotiva che domina il tutto), i cui personaggi e cittadini si moltiplicano in ordine sparso avvicendandosi tra una pagina e l’altra, col gusto però di chi sa osservare – passando da un piano all’altro della questione umana e morale senza forzature, senza l’uso di estremi valoriali e narrativi, cui applicare filosofie complesse ed estranianti – e percepire la natura della questione sociale nel suo aspetto più semplice.
L’idea di fondo è quella di rappresentare il mondo in poche righe, una società nella società, una società fatta di singoli, in cui si diventa massa a poco a poco, e si torna individui per essere di nuovo parti consistenti di agglomerati umani in cui è sempre l’uomo – manco a dirlo – a contare.
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Alessandra Di Gregorio.
Il mio corpo in nove parti, La Lepre Editore, narrativa, Raymond Federman, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori on 7 Luglio 2009 at 21:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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# Titolo: Il mio corpo in nove parti
# Autore: Federman Raymond
# Editore: La Lepre
# Data di Pubblicazione: 2008
# ISBN: 8896052009
# Pagine: 96
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Il mio corpo in nove parti, di Raymond Federman, è la metafora perfetta dell’esistenza umana. Interi aneddoti e periodi di vita se ne vanno sulla scia della descrizione e del racconto di porzioni campionate del proprio corpo, in una lucida metafora che trasforma la corporeità in uno straordinario strumento di memoria – memoria fisica e concettuale – e di scoperta – del proprio Io e del mondo. Un viaggio affascinante ed ironico, che ci conduce per mano sui contorni di una geografia umana elementare e sempre nuova, vissuta con un linguaggio colto e ilare al tempo stesso, smaliziato e moderno.
Sempre il corpo umano è stato preso a riferimento in letteratura, divenendo l’allegoria di sentimenti e idealismi di ogni sorta. Ne troviamo traccia particolarmente nel Medioevo, anche se l’esempio più grandioso è senza dubbio quello relativo al Gargantua e Pantagruel di Rabelais, in cui la parte “bassa” e vile del corpo, è presa a referente unico di una narrazione straordinaria e ricca. Qui la carne non assume caratteri vili. Il paesaggio umano è vissuto come un qualcosa di estremamente naturale e funzionale al racconto degli episodi vitali della propria stagione giovanile. Il connubio che Federman fa tra il suo proprio essere fisico e la sua interiorità è interessante al punto da indurci a soffermarci di fronte allo specchio per contarci rughe, capelli bianchi, segni dell’acne, cicatrici e altre “preziosità” che il tempo ci ha lasciato in dono – senza strane malinconie, senza rimuginare nulla ai giorni che scorrono lesti su di un calendario noioso in apparenza. Federman personifica le sue porzioni fisiche, ne parla in termini rispettosi, non sempre entusiastici ma comunque molto generosi; ha pudore pur però strizzando l’occhio al sottinteso, dà gran valore a ciò che lo caratterizza, racconta tutto con spiccato buonumore, assurgendo egli stesso a metafora esistenziale. Il suo un linguaggio colloquiale, poco colorito ma trasparente, intelligente e gustoso.
Alessandra Di Gregorio.
Il Graal è dentro di noi, Lawrence Sudbury, saggio storico letterario
In Alessandra Di Gregorio, Autori on 7 Luglio 2009 at 20:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

# Titolo: Il Graal è dentro di noi
# Autore: Sudbury Lawrence M.
# Editore: Zerounoundici
# Edizione: 2
# Data di Pubblicazione: 2008
# Collana: Gli inediti
# ISBN: 8863070237
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Il Graal è dentro di noi, edito da Edizioni 0111, è un saggio che affronta in maniera lucida e ricca, il discorso inerente l’interpretazione del Graal.
Lo studio di Lawrence Sudbury è indirizzato alla scoperta delle fonti storico-letterarie che hanno toccato più o meno approfonditamente l’argomento, procedendo tanto all’individuazione che all’esposizione di ciò che dal punto di vista sociologico e antropologico ha dato vita al filone letterario e alle relative leggende sul Graal – grazie alla citazione dettagliata delle fonti critiche prese a riferimento, e alle suggestioni umane causa della formulazione delle prime ipotesi su cosa fosse il Graal e quali popoli e genti si fossero messi alla sua ricerca, assegnando di volta in volta un significato particolare relativo a simbologie affascinanti e radicate nelle varie epopee.
L’Autore affronta l’argomento in maniera scientifica e puntuale, proponendoci uno sguardo che ci permette di considerare il Graal come una “realtà” delineata e ben inquadrabile, simbolo di una ben precisa ricerca umana e letteraria, non solo in qualità di opera – od oggetto – unicamente frutto della fantasia.
Un testo consigliato particolarmente agli appassionati che ben conoscono la letteratura sul Graal e hanno un’infarinatura storica. Entrare addentro a certi testi, non è altresì facile, per chi non ha sufficienti basi negli altri campi afferenti al tipo di studio condotto – tant’è che anche gli accenni filosofici necessitano dei giusti chiarimenti, qualora il lettore non fosse aduso a certe tematiche.
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Alessandra Di Gregorio.
collana copyleft, collana Sampietrini, Gattogrigio editore, I Sampietrini, Massimiliano Chiamenti, Paperback Writer, prosimetro di Massimiliano Chiamenti
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Iniziative culturarli, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 27 Maggio 2009 at 00:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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Paperback Writer, piccolo gioiello di Massimiliano Chiamenti, appartiene alla collana economica di qualità “Sampietrini”, di Gattogrigio Editore. Un testo compatto nella dimensione e nella tematica, che ruota attorno alla visione teatrale – tragica, comica, buffonesca, civettuola, ironica, cinica, triste e sboccata – di uno spazio che non è solo la storia umana di chi compone ora in verso ora in prosa – rigorosa e senza punteggiatura – ma principalmente la forma assunta da un’anima delicata, offesa da una vita irriguardosa che si tinge di vizi e aneddoti leciti e illeciti, che brucia via alla svelta una gioventù diventata la più spietata delle età adulte senza che a ciò corrisponda mai veramente la stabilità del contatto umano più autentico.
Ne esce fuori il ritratto di un uomo che è anche poeta, che è vittima e carnefice di se stesso, preso nella gincana di una vita che tanto innalza e tanto offende, alle prese con una fauna umana degradata che si autoalimenta delle proprie scorie – e che è però uno dei contatti che non viene mai meno, perché alla fine i ragazzi acqua e sapone se ne vanno, mentre Adel e tutti gli altri, pur col limite di un amore interessato e vago, malsano nella sua componente più estrema – e corrotto in quella più torrida e concreta – restano fino alla fine, anche di giochi troppo spinti per potersi mettere in salvo.
Paperback Writer è un piccolo diario del delirio, dove amore, sesso, umanità e conflitto, non sono altro che le proiezioni lucide di un Io soffocato che preme per venir fuori usando il mezzo della sfrontatezza per superare una certa timidezza di fondo, e che si ferisce da sé rasentando la purezza concettuale, perché bene e male sono gli estremi di una medaglia sola, e se da un lato Chiamenti giustifica la santità – intesa come valore comunemente assegnato a tutto ciò che viene ritenuto “normale” – dall’altro egli dichiara la validità della immoralità più debordante, perché è quando ci si sporca fino al punto di spogliarsi per intero, che si mette più a nudo la propria indole. C’è molta più anima all’inferno che in paradiso, questo è chiaro, e la poesia più dolce e truce al tempo stesso, così come ci conferma il Poeta in queste pagine, trabocca laddove generalmente ci viene detto di non andare a cercare.
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Alessandra Di Gregorio.
cronache del vicolo, Domenico Infante, letteratura partenonpea contemporanea, racconti dai vicoli di Napoli, racconto, Recensione libri, recensione libro, Scrittura & Scritture
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 14 Maggio 2009 at 01:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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# Titolo: Cronache del vicolo
# Autore: Infante Domenico
# Editore: Scrittura & Scritture
# Data di Pubblicazione: 2007
# Collana: I minuti
# ISBN: 8889682159
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Cronache del Vicolo, di Domenico Infante, affresco di una Napoli teatrale, quasi da fiaba, drammatica nella sua autenticità mai patetica, mai scontata, mai irrispettosa o frivola, né calata nella cronaca giornalistica più nera.
L’intreccio di questa narrazione straordinaria, domestica, vivida e corale, è intriso della realtà da vicolo del tessuto urbano di una città popolosa che contiene al suo interno cento nicchie umane diverse. La lettura di Napoli è affidata a tante voci individuali e alla bocca della piazza, crocevia di vite e cronache rinnovabili, in un crescendo emozionante, in cui lo stesso evento viene visto da più occhi che lo raccontano così come lo vivono e vedono, senza mai scadere nello stereotipo culturale, ma sempre esaltando i colori di una piccola società nella società, maestra di civiltà e d’amore.
Un libro in cui la penna non è solo strumento di comunicazione minuta e fugace, ma un concreto stimolo alla scoperta dei valori umani più sinceri, che pongono un freno al generico disincanto cui la cronaca ci abitua, permettendo nuove straordinarie scoperte proprio laddove le società si fanno tutte straniere l’una nei confronti delle altre, divenendo nemiche, estranee, trincerate dietro muri di invalicabile pregiudizio.
Alessandra Di Gregorio.
Albus Edizioni, Elena grande, raccolta poetica, Recensione libri, recensione libro, S'io fossi fuoco
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 14 Maggio 2009 at 01:09
Si ringrazia Elena Grande per la simpatia e gentilezza.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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* Titolo: S’io fossi fuoco
* Curato da: Grande E.
* Editore: Albus Edizioni
* Data di Pubblicazione: 2009
* Collana: Gli aquiloni
* ISBN: 8896099072
* ISBN-13: 9788896099070
* Pagine: 80
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S’io fossi fuoco è una raccolta antologica di poesie italiane, curata da Elena Grande per Albus Edizioni. Il titolo rimanda al Sonetto LXXXVI di Cecco Angiolieri, e raccoglie le liriche di un gruppo scelto di poeti esordienti italiani.
La raccolta, il cui merito principale è quello di rifarsi a uno dei testi fondanti della nostra ricca letteratura, nel tentativo di dar nuovo lustro alla dimensione poetica della lingua italiana e dei modelli di riferimento che il reparto stilistico ci offre, propone poesie che hanno per tema conduttore la rabbia, la polemica, la satira politica e civile, l’insoddisfazione quotidiana, la ribellione allo scadimento e alla mancanza di dinamicità di una Società sempre più greve, lo scetticismo, la contestazione.
I testi, certamente non tutti di livello eccelso – ma forse in questa sede si preferisce premiare gli intenti e l’idea di fondo che ha animato tanto il concorso che la cernita dei testi – spesso si limitano ad imitare blandamente il sonetto antico, recitando una verve insufficiente al sostegno delle tematiche proposte, data la generale l’inadeguatezza degli esordienti all’uso cosciente del verso e all’uso specifico nell’ambito della “satira” o poesia di denuncia.
Tuttavia, se il tenore generale non sempre rispetta le giuste attese, localmente è possibile rintracciare pezzi pregni di significato, interessanti, irriverenti e oltremodo gustosi. Citiamo tra tutte la lirica proemiale, di Anna Bruno, intitolato “Farei qualcosa, come Angiolieri”, che recita: «Lo sguardo volgo intorno:/dicono ghiaccio,/dicono forno […] Farei qualcosa, come Angiolieri,/a questo mondo che inganna e rotola,/ se tutti fossero nei miei pensieri:/ al collo il cappio, sotto la botola». Le parole della Bruno appaiono emblematiche e rappresentative tanto della silloge quanto della componente psicologica della poesia leggera odierna, in cui la rabbia della repressione emotiva, quanto della quotidiana indignazione verso le storture esistenziali, possono confluire in una ritmica vivace e nient’affatto spiacevole.
Citiamo inoltre la lirica di Carlo Scioli, intitolata simbolicamente “Ira”, dove, seppure manchi una sostanziale pulizia del verso, l’Autore propone una lettura concreta e rabbiosa del vivere odierno, utilizzando come riferimento figurato il concetto di colata lavica, che tutto travolge, in una condivisibile visione iraconda di un Mondo sordo e lento nelle attese.
Alessandra Di Gregorio.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura, case editrici on 11 Maggio 2009 at 20:09

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L’analisi della conversazione in chat
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L’uso di Internet ha rivoluzionato il modo di intendere la comunicazione e le possibilità linguistiche odierne in senso scritto e grafico. La virtualità ha un suo linguaggio specifico e numerosi studi che si occupano di analizzare in maniera pluridisciplinare, forme e contenuti dei colloqui degli internauti. L’analisi della conversazione in chat di Alessandra Di Gregorio, dottoressa in Lettere Moderne e consulente editoriale, punta proprio allo studio e al commento di veri spezzoni di conversazioni avvenute in chat. È un testo accademico specifico – afferente alla linguistica e alla sociologia – ma affronta un argomento di grande interesse per specialisti della comunicazione, utenti della Rete, giovani e appassionati fruitori della lingua in genere. Con l’ausilio e il commento di importanti studi di riferimento, appendici di emoticon e abbreviazioni tipiche del linguaggio dell’instant messaging, il saggio propone uno sguardo d’insieme rigoroso, appassionante e piacevolmente diretto.
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L’autrice
Alessandra Di Gregorio (Cugnoli, 1983) è una giovane autrice che ha avuto a che fare con la scrittura precocemente. Ancora bambina compone le prime poesie, ma è con la prima età adulta che si approccia alla narrativa con convinzione, pubblicando racconti sul web e partecipando a concorsi letterari. Laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università D’Annunzio di Chieti, attualmente è collaboratrice freelance di diverse case editrici per cui svolge editing e consulenza editoriale. Cura inoltre uno spazio personale di divulgazione letteraria online recensendo testi della piccola e media editoria italiana.
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Il libro: L’analisi della conversazione in chat
Collana: saggio
Editore: Il Ciliegio
Autrice: Alessandra di Gregorio
Caratteristiche: formato 15×21 , brossura copertina colori plastificata lucida
Pagine: 208 con illustrazioni b/n
Prezzo: euro 18,00
Isbn: 978-88-88996-16-5
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DISTRIBUZIONE
I libri editi da Edizioni Il Ciliegio sono ordinabili sia online (Ibs, Webster, Macrolibrarsi, etc.) che nelle librerie di fiducia. I nostri libri si possono trovare nelle librerie convenzionate.
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0111 edizioni, Alessandro Bastasi, intervista ad uno scrittore, La fossa comune, narrativa, thriller politico
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 3 Maggio 2009 at 17:09
Oggi parliamo con Alessandro Bastasi, autore di La fossa comune.
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intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Perché sono curioso, per ricercare, scavare nella psiche, nelle relazioni tra gli essere umani, nei risvolti sociali (e anche politici) di queste relazioni. Perché questo è anche un modo per costringermi a riflettere a fondo sulla condizione umana, e a condividere con altri le mie domande, le mie riflessioni. Non è un “mestiere”, è in qualche modo una necessità.
A: Scrivere. Cosa?
Storie, romanzi, racconti. Scrivere una storia mi consente di attraversare un tema che mi sta a cuore in profondità, in tutte le sue sfaccettature.
A: Tu come scrittore. Chi sei e come ti poni?
Sono un professionista, con un buon lavoro, ma che ha fatto l’attore (e saltuariamente lo fa ancora, soprattutto con dei film-maker indipendenti amici “d’arte”), ha fatto il cronista teatrale, e, appunto, ha scritto racconti vari e un romanzo, e intende continuare a scrivere. L’approccio al mondo della scrittura mi è venuto quasi naturale, essendo così forte in me la passione per l’espressione artistica.
A: La penna per te corrisponde a…?
A esprimere idee, instillare dubbi, scoprire relazioni, condividere sentimenti
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Prima di pubblicare “La fossa comune” scrivevo racconti, mi nasceva un’idea in testa e ci sviluppavo una ministoria, che poi pubblicavo in qualche sito letterario, ma così, senza particolari ambizioni. Poi, dalla mia esperienza in Russia, dove avevo raccolto in vari appunti quello che era successo dal 1990 al 1993, “La fossa comune” si è formato quasi da solo nella mia testa, evidentemente urgeva dentro di me la necessità di una riflessione sulla caduta del muro e sulla dissoluzione dell’URSS, con tutto quello che ne seguiva in termini di crollo di un’ideologia. Ed è nato il libro. Poteva anche essere un’esperienza fine a se stessa, ma i commenti di amici che avevano letto il manoscritto e l’accoglienza del libro pubblicato mi hanno quasi imposto di continuare, anche per non tradire le aspettative e la fiducia che il romanzo ha generato. Infatti sto scrivendo il mio secondo romanzo.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Realistico, perché gli scenari, dialoghi, le sensazioni si riferiscono a situazioni reali, storiche.
Epico, perché tende a includere “Grandi Narrazioni” (es. il passaggio dall’URSS alla Russia di Eltsin.
Introspettivo, perché tende a descrivere in ogni caso il processo psicologico nelle relazioni con la “Grande Narrazione”.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
“La fossa comune” si può leggere come una sorta di thriller politico, dove un uomo proveniente da devastanti esperienze professionali e affettive approda nella Russia dei primi anni ’90 e si fa coinvolgere in un attentato al presidente Eltzin. Si può leggere come analisi spietata di un contesto sociale e politico, oppure come romanzo psicologico che affronta il dramma di un uomo che non è in grado di affrontare (o meglio, di accettare) una realtà diversa da quella che lui sognava da giovane, ed è quindi alla ricerca di un contesto che gli consenta di essere finalmente se stesso.
Il libro quindi ha diversi livelli di lettura, diverse angolature dalle quali osservare un evento epocale della nostra storia recente, la caduta dell’URSS e di quello che, simbolicamente, questa ha rappresentato nelle coscienze di una certa generazione.
E’ stato detto che il libro, oltre a una buona scrittura, offre spunti di riflessione molto interessanti e coinvolgenti: motivo di più per acquistarlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
1. Argomento da trattare
2. Idea della storia da costruirci attorno
3. Personaggi/immaginare il loro vissuto/caratteristiche psicologiche
4. Linguaggio, simboli, semantica
5. Struttura del romanzo (scaletta)
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
La mia non è scrittura per mestiere. Come ho detto, deve esserci un’idea forte che mi stimola il ricorso alla penna. In questo senso si può intendere “metabolizzare esperienze biografiche”. Ad esempio, nel libro che sto scrivendo attualmente l’idea forte è il rapporto tra evoluzione personale e ambiente in cui si vive, soprattutto in tenera età. Lo scenario è un’Italia di provincia degli anni ’50, con le sue ambiguità e le sue speranze.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Un libro è finito, che vada per la sua strada. Ce n’è un altro da scrivere, è questo che bisogna coccolare, adesso.
0111 edizioni, Alessandro Bastasi, La fossa comune, narrativa italiana, Recensione libri, recensione libro, romanzo ambientato nella Russia post-sovietica, romanzo politico
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 25 Aprile 2009 at 22:09
Si ringrazia Alessandro per la pazienza.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: La fossa comune
Autore: Bastasi Alessandro
Editore: Zerounoundici
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Selezione
ISBN: 8863071071
ISBN-13: 9788863071078
Pagine: 196
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Come alcuni hanno già fatto notare, di questo libro l’unica nota stonata è il titolo – che lascia presagire altri tipi di storia e altre ragioni sociali. La fossa comune, però, a dispetto di quello che si potrebbe erroneamente pensare, non parla infatti di alcun tipo di eccidio, quanto di una forma allegorizzata di morte comune concreta, intesa quale fine di un importante periodo storico e di conseguenza come l’apertura d’un baratro che ha riguardato il mondo intero. Il quadro che ne viene fuori è senza dubbio un ritratto autentico e corposo, ricco di valenze politiche e storiche che è possibile rintracciare, volendo, anche nella reale cronistoria del nostro recente passato, che dunque affonda profondamente le radici nella storia dell’Europa contemporanea.
Il romanzo di Bastasi segue le vicende di un italiano, Vittorio Ronca, che racconta così come la vede, una Russia post-sovietica impietosa, povera, catastrofica e sporca, in un romanzo che è un po’ thriller, un po’ giallo, un po’ cronaca di un decennio che ha visto il declino di un vero impero, e la commistione, strada facendo, di un senso di riscatto che però si tramuta costantemente in un evidenziarsi di bassezze civili e sociali – il riscatto viene sempre meno, e più la volontà comune si piega di fronte alla mano che sottrae, più si ha la conferma che se sottrarre è così facile le ragioni vanno rintracciate tanto nel tessuto politico di un Paese che in quello sociale di una umanità sempre più disincantata, corrotta e ladra, che imputa alla sopravvivenza comune, le colpe delle proprie malefatte.
Bastasi, chiaro conoscitore della materia narrata, ha la finezza del reporter mentre scrive – non è cinico ma tende alla fotografia umana, attraverso la quale mette in evidenza occhi e facce dei personaggi chiamati in causa, e con essi dischiude un mondo intero, nella forma per lui più evocativa e sincera, dando l’impressione di esserci stato concretamente nella pelle di un Ronca qualunque. Il romanzo consta di una trama piuttosto elaborata, ma il disegno sottostante si muove agilmente tra un narrato fitto, coeso, credibile e ricco, e una “etimologia” del delitto sociale, che fa il verso non solo alla Russia sbandata, corrotta, insensibile e bieca, ma anche a tutta quella generazione odierna incapace di raccogliere l’eredità (umana, civile e politica) del ‘68. Una sorta di denuncia personale contro i traditori di un ideale civile ben preciso, che si esplica in un dettato lineare, linguisticamente rilevante, ed in un intreccio funzionale e altamente politicizzato.
Alessandra Di Gregorio.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 24 Aprile 2009 at 23:09
Si ringraziano Edizioni Babele e Prospettiva Editrice.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: L’ odore della polvere. Tra piste e dune del Marocco
Autore: Robo Gabr’Aoun
Editore: Prospettiva Editrice
Data di Pubblicazione: 2006
Collana: I libri di prospettiva
ISBN: 8874183976
ISBN-13: 9788874183975
Pagine: 392
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Quanta letteratura di viaggio – od odeporica – è stata prodotta nei secoli passati, in forma di lettera, diario, romanzo, satira o cronistoria? E quanta, coloniale, vergata dalla mano dei conquistatori di ogni tempo, dandoci il polso emotivo, sociale e culturale delle imprese che hanno caratterizzato non solo l’assoggettamento territoriale, ma anche l’incontro con l’altro da sé – e una serie di inenarrabili soprusi civili e morali?
Il viaggio, in letteratura, rappresenta, tanto da una prospettiva personale che generale, un momento di incontro, nascita, scambio, e al tempo stesso l’estrinsecazione del pregiudizio culturale (nonché la sua stessa formazione), del preconcetto relativo a popoli ed etnie ritenute a torto minoranze – fino a produrre, in risposta e contropartita, tant’altra letteratura da parte delle suddette minoranze colonizzate. Il viaggio è visto come invito a varcare confini geografici e umani, in uno spostamento da un luogo ad un altro luogo sia in senso fisico che spirituale.
Stanchi però di vedere gli Occidentali profanare coi propri racconti la memoria e le culture altrui – ritenute, per pregiudizio, minori, barbare o selvagge (pensiamo solo a quanto fossero xenofobi e razzisti i Greci, al punto da coniare una terminologia ben precisa per identificare “lo straniero” e “l’ospite” e quanto invece lo fossero meno i Romani), oggi ci troviamo tra le mani un romanzo che è in verità un diario corposo, ricco, vivido e denso, di un viaggiatore moderno alle prese con un particolare moto che è principalmente un viaggio interiore, un cambiamento di prospettiva, un andarsi incontro reciproco, un ospitare l’altro da sé nel più totale rispetto dell’ottica altrui.
Nel libro di RoboGabr’Aoun – al secolo Roberto Salvai, piemontese – edito da Prospettiva Editrice, si realizza – in senso pratico come in senso allegorico – la vera metafora del viaggio come esperienza qualificante per l’uomo. Il suo è un diario dettagliatissimo e puntuale degli spostamenti tra le piste e le dune del Marocco, dove polvere, sabbia, silenzio, elementi naturali, imprevisti, condizioni climatiche avverse, guasti meccanici e soprattutto bisogno di confrontarsi con se stessi, guidano la corsa verso il nuovo, verso un altrove che è sempre un chilometro avanti e che strada facendo getta negli occhi immagini che andranno serbate per la memoria propria e di quei posti. «Io viaggio tra le sabbie, senza sfidare il Grande Deserto, ma assecondandolo duna dopo duna». È questo il messaggio di Salvai e il motivo cardine che gli fa da guida. «Ho scritto queste pagine perché, narrando, il viaggio si perpetua nel tempo, diviene infinito e supera le barriere dello spazio e del tempo». Salvai racconta un Marocco che a volerlo rispiegare a parole proprie non ci si riuscirebbe – come per noi che siamo nella posizione di raccontarlo a nostra volta, in una operazione metanarrativa in piena regola, che ci espone al rischio di apparire innaturali, laddove invece l’esperienza concreta è talmente intensa e pregnante che ha un vocabolario tutto suo e trova voce in un assetto narrativo degno di quegli scrittori d’oggi che con modalità simili ma ragioni diverse, ci espongono meraviglie romanzate in grado di avvicinarci al sogno del viaggio. Salvai il viaggio lo compie davvero ma a differenza di quando si producevano romanzi d’avventura sette/ottocenteschi, per esempio, lui l’Africa la vive da colonizzato – perché per lui l’Africa colonizza per primo il cuore. L’Africa è un luogo da attraversare senza portare via nulla, neanche un granello di sabbia, lasciando esattamente tutto al suo posto, e facendosi unicamente prendere e incantare, lasciando pezzi di sé nei luoghi deputati all’asilo e alla memoria. Il deserto, allora, non è mai un vero deserto, e ciò che l’esplorazione comporta è uno scoprirsi sotto altra luce e altra stella, avvolti da un profumo secco come quella della sabbia che si infila dappertutto e che, con un sol colpo di vento, cambia faccia ad un paesaggio che per alcuni, come Salvai stesso, non si può mai smettere di cercare.
Alessandra Di Gregorio.
intervista ad uno scrittore, La Carmelina Edizioni, Lorenzo Mazzoni, narrativa, narrativa di, narrativa di viaggio, Un tango per Victor
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 14 Aprile 2009 at 10:09
Oggi parliamo con Lorenzo Mazzoni, autore tra gli altri, di «Un tango per Victor»
—– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
L: Un modo di combattere contro la mediocrità. Il mio modo di difendermi e attaccare. A volte un assedio, a volte assediato. O più semplicemente perché se non scrivo muoio, interiormente.
A: Scrivere. Cosa?
L: Come direbbe l’amico Roberto Coaloa “scrivere belle storie, alla Graham Greene”. Scrivere storie che facciano sorridere, piangere, pensare.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
L: Come uno che scrive storie, “belle” non lo so. Mi pongo cercando di essere sempre me stesso, non mi piace apparire. A volte la solitudine è un’arma magnifica contro la mediocrità culturale.
A: La penna per te corrisponde a…?
L: Una droga tattile.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
L: Prima avevo molto entusiasmo e vagheggiate fantasie su come potesse essere bello il mondo editoriale. Adesso ho molto entusiasmo e la consapevolezza che il mondo editoriale rappresenta, spesso, la parte culturalmente malata di questo Paese. Ho sempre pubblicato per piccoli editori (se si eccettua Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda, Robin Edizioni, 2008) che, se pur bravi e presenti, non hanno la capacità di una promozione totale delle mie opere. Di conseguenza quello che facevo prima di pubblicare (promuovermi), lo faccio anche ora. Cosa cambia? Che ora non conosco tutti i miei lettori (che sono comunque pochi), un tempo sì.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
L: Veloce, perché il ritmo dei miei libri spesso lo è.
Sincero, perché un lettore riconosce la sincerità e io ce la metto tutta, che poi piaccia o no questo è un altro paio di maniche.
Saccente, perché a volte lo sono, soprattutto nelle descrizioni storico-geografiche di luoghi dimenticati da Dio.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
L: Il mio libro quale? Un tango per Victor? Presumo di sì.
Un tango per Victor narra la storia di un giovane italo-cileno che si innamora dell’Amore. È un libro di dialoghi, musica, tanta, di balli sudamericani e di echi da dittatura cilena. È un libro che vuole raccontare Amsterdam con i suoi paradossi liberal-reazionari. Leggerlo perché presumo sia una lettura veloce, piacevole e spesso spensierata. Questo non toglie che abbia cercato di affrontare anche temi impegnativi, quali l’espatrio e la perdita di una propria identità. Riporlo nella biblioteca perché la copertina non è male?
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
L: La musica, a volte quella del silenzio (anche se generalmente preferisco i Beatles o, non so, i Black Angels, gli Embryo, Giorgio Canali e blablabla), la musica è la tecnica. Un flusso. Più “tecnicamente” scrivo su blocchetti per appunti camminando, osservando, in treno, di notte. Raccolgo tutto. Scrivo su computer. Stampo. Rileggo e sistemo con una certa logicità. Riscrivo su computer. Stampo. Rileggo e correggo. Avanti così. Ci tengo molto alla dignità dello scrivere. Nel senso che prima di dare un mio testo a un editore lo edito almeno cinque volte. Detesto l’approssimazione. È fastidiosa, infantile e poco costruttiva. Cerco sempre di non esserlo. Tecnicamente è un andare e tornare, tempi morti a guardare fuori dalla finestra, sfogliare un libro, passeggiare, tornare al computer. E c’è sempre una colonna sonora. Sempre.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
L: Un po’ tutte e due. Come ti ho detto prima è un’esigenza di vita, libri editi o no, la ragione principale è dovuta/voluta alla Vita. Un tempo cercavo l’editore e forse la sfera d’occasione aveva la parte predominante, ma poi diventa un mestiere, un bellissimo mestiere, il mestiere più bello del mondo. Certo, non è quello che mi fa sopravvivere, per quello c’è un lavoro da inserviente in un cinema, ma è certamente quello che mi fa Vivere. Nel mio scrivere ci sono entrambe le esperienze, quella biografica e quella fantasiosa. Cerco di plasmarle, anche se in realtà della mia esperienza biografica prediligo gli stati d’animo. Devi avere avuto una vita Unica per avere l’ambizione di scriverla e io credo di essere una persona abbastanza comune.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
L: Finita di scrivere un’opera ho due-tre giorni di stordimento. Mi sento vuoto. Ma poi riparto. Ho troppe storie dentro, troppe cose che voglio scrivere per stare a preoccuparmi del libro appena finito. Dal 2006 ho pubblicato nove libri, da solo o in collaborazione con altri scrittori, fotografi, illustratori. Ho fermi tre inediti pronti e finiti. Almeno cinque progetti. Diversi blocchetti d’appunti che potrebbero diventare storie, romanzi. Ci sono diverse tipologie dello scrivere: io sono veloce, scrivo sempre e tanto. Non posso e non ho tempo di stare dietro alle osservazioni, se le reputo intelligenti me le porto con me e ne discutiamo mentre andiamo avanti, se l’osservazione è stupida la dimentico in sette secondi. Quello che ho detto non significa che non ami i miei personaggi, al contrario, li amo tutti, sono miei amici e compagni di vita, sono fortunato perché sono parecchie le figure che ho creato e con cui è piacevole perdersi. Ho una vasta scelta…
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 11 Aprile 2009 at 22:09
Ringrazio Lorenzo Mazzoni e La Carmelina.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Un tango per Victor
Autore: Mazzoni Lorenzo
Editore: La Carmelina
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8890330023
ISBN-13: 9788890330025
Pagine: 160
Un tango per Victor, di Lorenzo Mazzoni, edito dalla dinamica editrice ferrarese La Carmelina, è un testo sobrio ed elegante, presentato con volontario tono dimesso – frutto dell’uso di un calibro personale ragionato, non sicuramente di una mancata capacità di vivacità letteraria. È la storia di Denil, musicofilo italo-cileno immerso nella multi-etnicità di Amsterdam e dei suoi canali.
È un testo che andrebbe suonato, annusato, fumato, amato, ammiccato, filmato – in cui sesso, amore, nostalgia patria, problematica sociale, abuso storico, tragedia umana, omaggio politico e riflessione esistenziale, si alternano al Sunflower Bay, tra un disco e l’altro, un avventore, una canna rollata sul posto, un succo d’arancia. La piacevolezza di Mazzoni si evidenza nella penna docile, che non cerca di strafare ma al contempo è in grado di creare sommovimenti inattesi in un climax che prepara alla svolta, nella generale pacatezza e accondiscendenza che scandisce la vita ovattata di un Denil all’apparenza sottotono.
È come se il libro avesse due anime che si abbracciano di continuo pur restando nette e separate: da un lato l’anima risentita e vilipesa di italo-cileno, i cui occhi sono meno offesi di quelli di zio Victor, ma non per questo meno sensibili ai racconti degli esuli – i passi dedicati al racconto della vita (e soprattutto del massacro) di Victor Jara toccano apici di umanità e poesia inattesi – dall’altra i moti sentimentali privati, ritratti splendidamente nella descrizione e narrazione della folgorante attrazione per la tanguera argentina che si esibisce in piazza, in un trionfo di sensualità in cui la carne non offende la pagina ma la rende viva con estrema grazia e dolcezza. La tenerezza di un incontro che poi diventa effusione panica, colora la pagina e cola sui nostri occhi affascinati, mentre tra un bacio e una carezza Denil perde e ritrova se stesso, colorandosi a sua volta, accendendosi, risvegliandosi nel moto ondoso di un sentimento che lo sovrasta.
Un tango per Victor, prima che lei vada via senza ammettere che vuole esser seguita. Anche se poi un tango non basta mai e il tempo del canto è tempo del corpo e raffreddato il primo, il secondo cessa di riflesso.
Alessandra Di Gregorio
Diario pulp, Edizioni XII, intervista ad uno scrittore, narrativa pulp, Strumm
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 30 Marzo 2009 at 12:09
Oggi parliamo con Strumm, autore di «Diario Pulp».
——— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
S: Perché la scrittura è un ambito creativo che mi risparmia mediazioni. Per scrivere devo confrontarmi solo con me stesso, stabilire e rispettare i miei limiti. Questo è al tempo stesso liberatorio, narcisistico e trasparente: nel rileggermi so sempre dove ho mentito, dove sono sceso a patti, ma al tempo stesso so anche che ogni volta è stata una mia precisa scelta.
A: Scrivere. Cosa?
S: Storie, senza alcun dubbio. Meglio se grottesche, paradossali, surreali o estreme, perché a volte trovo sia più efficace rappresentare la realtà attraverso l’assurdo o il drammatico. Adoro scrivere del brutto, perché offre più gradazioni. Il bello mi annoia.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
S: Cerco solo di essere spontaneo, ma non mi pongo in alcun modo. Lascio la questione a chi mi legge.
A: La penna per te corrisponde a…?
S: Alla lentezza, all’infanzia. Non scrivo mai con la penna, solo col computer – sono molto più rapido e mi illudo di mantenere il controllo (detesto i fogli pieni di correzioni).
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
S: Non credo sia cambiato molto il mio approccio. Scrivo perché mi diverte, mi esalta, mi rilassa, mi appaga e infine mi intriga ricevere riscontri dai miei lettori. L’unica differenza sostanziale dopo la pubblicazione è un pizzico di sicurezza in più per essere riuscito a portare a termine qualcosa (per un indolente come me era tutt’altro che scontato), e la calma che deriva dalle maggiori possibilità che un tuo nuovo scritto venga letto e valutato.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
S: Non so davvero rispondere. Non riesco a distaccarmi abbastanza dai miei scritti per sintetizzare il tutto in tre aggettivi. Suppongo di avere uno stile moderno, una scrittura fluida, ma non so andare oltre. Bisognerebbe chiedere a chi ha letto qualcosa di mio, per esempio: tu!
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
S: Dico, stai scherzando? E chi se lo ricorda? Io l’ho scritto, mica letto. E per nessun motivo al mondo nessuno sano di mente dovrebbe acquistarlo, leggerlo e soprattutto riporlo nella propria biblioteca personale. Svilirebbe immediatamente l’immagine di un colto e raffinato padrone di casa.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
S: Solo la storia. Le suggestioni che mi offre. Credo di avere una buona sensibilità che mi aiuta a dosare gli sviluppi di una trama, ma è qualcosa di innato. Sono troppo pigro per una pianificazione accurata. Scelgo lo scheletro che intuisco sia più congeniale alla storia. Stabilisco un tipo di linguaggio, un grado di velocità media (immaginando il punto di vista del lettore), poi lascio che eventi e personaggi determinino il resto. Tutto deve sembrare naturale all’interno dell’artificio narrativo. Non sono né pro né contro le tecniche. Le tecniche occorrono, ma non fanno di te un autore. Così come si può insegnare a scrivere, ma nutro perplessità verso chi ha la presunzione di insegnare a essere creativi.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
S: Mi piacerebbe avere l’attitudine a scrivere in modo metodico, sistematico, ma non è la mia natura. Tutto nasce da spunti, anche banali, ma che in qualche modo accendono la mia curiosità o la mia fantasia. Non credo che riuscirei mai a scrivere un romanzo classico. Per fare un esempio, non sarei mai in grado di progettare una storia alla Grisham. Per me è necessario che da qualche parte nella storia ci sia una scintilla, potrebbe risiedere anche nel titolo, ma deve esserci. Per questo, pur sforzandomi di trovare una grande regolarità, credo sia più corretto definire la mia scrittura come occasionale.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
S: Non credo di restarne schiacciato. So allontanarmi da ciò che ho scritto una volta terminato. Nonostante questo resto curioso in modo quasi patologico rispetto alla percezione che ciascun lettore ha. Spesso mi sbalordisco dell’attenzione con cui gli scritti vengono letti, spesso superiore all’attenzione che io stesso ho posto nello scriverli. A volte è straniante rendersi conto che il lettore ne sa più di te, che ha fatto collegamenti di una profondità inattesa. Tengo molto a questa fase, perché mi fa crescere e mi rivela, anche a distanza di parecchio tempo, pregi e difetti dell’opera che fino ad allora non avevo saputo individuare.
collana I Sassi Nottetempo, Giuseppe Scaraffia, H. Taine, Hippolyte Taine, Nottetempo Edizioni, Recensione libri, recensione libro, riflessioni filosofiche di H. Taine, testo filosofico, Vita e opinioni filosofiche di un gatto
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 29 Marzo 2009 at 22:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Vita e opinioni filosofiche di un gatto
Autore: Taine Hippolyte
Curato da: Scaraffia G.
Editore: Nottetempo
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: I sassi
ISBN: 8874521863
ISBN-13: 9788874521869
Pagine: 45
Vita e opinioni filosofiche di un gatto è un’opera di Taine snella e gustosa. Nottetempo cura questo volume di gran contenuto affidandone la prefazione e la nota a Giuseppe Scaraffia, che del filosofo rintraccia gli esordi, la vita, le battute d’arresto e gli episodi fondamentali, lasciandoci entrare nell’ottica di un uomo che non ha conosciuto ovvietà e non ha praticato i salotti per il gusto di tener banco.
Figlio di un periodo in cui il pensiero talvolta s’è allontanato dall’uomo, perché la ragione – pur così sollecitata alla riflessione – passando di cenacolo in cenacolo, può diventare vezzo, passatempo accademico (pochi eletti hanno pochi pensieri buoni e compiuti, mentre il resto del mondo vegeta e non è ritenuto all’altezza neppure di piangere la propria miseria) e puro ornamento dell’indole vanesia del pensatore, Taine pretese di passare dalla formula alla vita, di mettere carne sul puro scheletro e andare oltre l’idea astratta. Gli amici lo rimproveravano perché non appariva capace di diluire l’amarezza del suo dire, ma è proprio in questo testo che il ragionamento lineare e conciso di un Taine mai cinico, ma realistico, concentrato e metodico, raccoglie su di sé una poetica di vita lontana dai facili patetismi del buon costume o del pensiero politicamente corretto indotto dalla Società . Lo spleen dello scrittore è una malattia professionale che si può combattere con l’azione. Scrivere uccide e rende molto poco economicamente, ma anche potendo scegliere, probabilmente non si potrebbe decidere di fare altro. La maggiore difficoltà per lui era coniugare la forza del discernimento con la gran dote creativa – da qui la particolarità del suo disquisire filosofico, mai fine a se stesso, mai sterile, ma concreto e corposo come solo da un osservatore della natura e del quotidiano può produrre.
Ai suoi discepoli consigliava di acquistare quaderni da quattro soldi e scrivere di tutto e con frequenza; appuntare la cronaca minima, i particolari all’apparenza irrilevanti, gli episodi di vita altrui e di tutti, perché è solo dall’attenta osservazione e dall’annotazione di quanto ci sta attorno, che possiamo trarre la misura di una riflessione e del nostro meditare. Bisogna sempre avere una riserva dalla quale attingere idee fresche. Particolari che saltino fuori dalla pagina e che abbiano qualcosa da dire e da mostrare. Non si può parlare o scrivere a vuoto – e questa è una grande lezione – perché la riflessione sia qualcosa di più complesso della mera speculazione filosofica. L’esistenza si esplica in una realtà materiale che non si può ignorare. Allora la si deve affrontare e partire dal dato concreto per superarlo e trovarvi l’oltre.
Il Gatto è un gustoso affresco di vita narrato in prima persona da un gatto che racconta di sé dalla nascita all’età adulta, in un climax esistenziale in cui il vizio della falsità del luogo comune umano è smascherato, preso e deriso, rovesciato da questo insolito osservatore tanto saggio e feroce da sapere come va il mondo, e che la Civiltà umana imbellettata è menzognera, e solo nel regno animale è possibile cogliere l’essenza di quanto la natura ha stabilito. Il cortile del gatto rappresenta una umanità alla Swift, dove ci cela nella bestia il corrispettivo umano, e nell’orgia di sangue in cui le galline ci rimettono le penne (ma verranno salvate dalla famelica bocca dei gatti, per morire poi più in là, per la mortifera mano del padrone), la Civiltà viene colta in fallo, perché disposta a tutto pur rinnegando una natura imperdonabile.
È sempre questione certa di chi mangerà chi per primo – questo è l’unico assunto certo – ma l’Uomo è così ipocrita e falso da pascere lungamente le bestie da macello, illudendole di una vita che non esiste. «Una corrente rapida e immensa ci trascina. A quale scopo studiarne la rapidità e la profondità?» Un invito all’accettazione delle regoli universali che dominano il mondo e al godimento di quanto c’è dato godere nello stesso istante in cui lo si sta vivendo.
Alessandra Di Gregorio.
Ibiskos, intervista ad uno scrittore, L'aura di tutti i giorni, Laura Boerci, testimonianze di vita
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 28 Marzo 2009 at 22:09
Oggi intervistiamo Laura Boerci, autrice di «L’aura di tutti i giorni»
—– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
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A: Scrivere. Perché?
Perché la scrittura, come la pittura, mi dà la possibilità di andare oltre i limiti dell’esistenza.
A: Scrive. Cosa?
Storie, sceneggiature per il teatro, lettere d’amore, pensieri… Non esiste qualcosa che non possa essere descritto o raccontato, quindi perché immaginare d’avere un confine invalicabile?
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono una persona con molta fantasia e con essa mi piace giocare. Mi diverte trovare modi per trasmettere emozioni, cercando di essere originale, tutto qui. Non penso di fare qualcosa di straordinario, ho semplicemente una grande fortuna: le parole si inseguono e si incontrano nella mia mente, dando voce e vita ai pensieri.
A: La penna per te corrisponde a…?
Ad un paio d’ali
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Scrivere è sempre stata una passione per me. Ho iniziato con stupidissimi testi di canzoni, per poi passare alle sceneggiature ed ai racconti. Per molto tempo ho cercato di capire quale fosse la mia strada; se esistesse o meno la possibilità di comunicare attraverso una forma d’arte e, dopo diversi tentativi ed alcuni risultatati soddisfacenti, ho capito che la scrittura è la mia vita. Per se stessi o per gli altri non importa! Ciò che conta davvero è la possibilità di esprimersi e quindi di essere liberi. Pubblicando un libro, naturalmente, ci si confronta con i lettori e ci si mette in gioco, ma questo non mi spaventa, anzi! Mi dà nuovi stimoli e nuova energia creativa.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Semplice, diretto, coinvolgente. Ho scelto questi tre aggettivi perché descrivono anche il mio modo d’essere. Non amo i fronzoli, le lungaggini e le situazioni asettiche.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
E’ un’autobiografia che, a mio giudizio, può essere letta anche senza sapere chi sono. Solitamente attraggono le biografie dei personaggi famosi, ma io ho scelto di raccontarmi per raccontare un grande amore per la vita. Dalla nascita sono affetta da una malattia grave, la SMA, il mio intento però, scrivendo “L’aura di tutti i giorni” non era quello di parlare della disabilità. Ciò che volevo fare era trasmettere un messaggio positivo, un messaggio che non fosse buonista o scontato, di quelli che svanisco al primo soffio di vento. Io ho scelto di raccontare le mie sfide e le mie scommesse per dimostrare che, nonostante le difficoltà, si può vincere. Spero di esserci riuscita.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Il desiderio è quello di scrivere qualcosa di coinvolgente. Se, quando rileggo ciò che la mia fantasia ha partorito, mi diverto il gioco è fatto. Non ho una tecnica standard. Creo una scaletta, una sorta di scheletro, poi aggiungo, taglio, cambio, sposto… E’ un po’ come avere tra le mani un blocco di marmo, sapendo che al suo interno custodisce una forma da liberare.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Scrittura d’occasione. Mi stimolano i grandi dolori e le grandi gioie. Spesso scrivo perché la forza delle emozioni è incontenibile.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Scrivere la parola “fine” è bellissimo. E’ capire d’essere riusciti a dar vita ad un’idea, spesso ad un sogno. Da quel momento l’opera è libera di seguire i percorsi che la fortuna ha scelto per lei. E’ un po’ come mettere al mondo un figlio: lo si aiuta a crescere, lo si segue, ma lo si lascia libero. Se arrivano critiche costruttive non mi fanno male.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Marzo 2009 at 20:09
Ringrazio Laura.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: L’ aura di tutti i giorni
Autore: Boerci Laura
Curato da: Pierpaoli S., Mecenate S.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Edizione: 3
Collana: Testimonianze
ISBN: 8854603228
ISBN-13: 9788854603226
L’aura di tutti i giorni o Laura – come nel gioco lessicale della sonettistica petrarchesca, in cui Petrarca gioca sui significati di Laura/l’aura e lauro/l’auro – è una narrazione semplice e moderata che quasi trae in inganno col rifiutarsi di Laura di mettersi a urlare.
Laura Boerci indubbiamente colpisce per l’eleganza, il buongusto, l’umorismo irriverente e dolce, la proprietà di linguaggio e l’incantevole verve. Si racconta in un romanzo che è anche diario, nel quale mette a nudo debolezze all’apparenza limitanti (ma che avrebbero istupidito più del 90% di noi e che lei invece amministra in una maniera che lascia di stucco) e una vita ricca di affetti e momenti – tutti di rilevanza eccezionale per la formazione di una giovane donna che non ha qualcosa in meno ma esageratamente qualcosa in più. «A volte penso ai bambini che non ho avuto» dice «Con una schiena così dovetti dire addio a tante cose ed anche a qualche sogno. Ero una guerriera senza forza, imprigionata nell’armatura. Addio a vestiti scollati e stretti. Addio all’idea di avere bambini». Laura soffre di atrofia spinale ed è una costretta in un corpo che non l’asseconda, mentre la sua anima è così fervida e libera che tale costrizione sembra un contrappasso per peccati mai commessi. La difficoltà oggettiva di una vita che teoricamente schiaccia, è qui esposta e rievocata con voce adulta e tenera. Un percorso accidentato affrontato a viso aperto sempre, visto come lotta contro il limite peggiore – che è quello mentale – che non conosce arresto neppure con le grandi perdite. Laura non vacilla – apparentemente o concretamente, e da un certo punto in poi non sappiamo più rintracciare differenze – ed è stoica ma resta tutta da cullare. La puoi tenere tra le braccia e lei si fa sempre più piccola, in certi momenti, e la tenerezza infantile che la pervade, in un gioco di equilibrio/squilibrio con le velleità di indipendenza e ribellione di ogni ragazza comune, la rendono affascinante e grandiosa proprio in ragione di quel guscio fragile che prende colpi ma non la convince alla resa. Laddove molti avrebbero abdicato, lei trova nuovi spunti vitali.
Laura non è mai sola. Amici e amori l’attorniano, ma più di tutti divide le sorti con un fratello: Gianlù – come lo appella lei – che ha la stessa fragilità ed è la sua piccola anima gemella, ma non ha la stessa tempra. La natura lo condanna e se lo porta via. La lettura in questi frangenti diventa impossibile, ciò va detto. I significati si addensano, i sentimenti anche. La narrazione è così tersa da lasciare stupefatti, ma il dolore ha una trasparenza indicibile e trova spazio in un dettato lineare e nitido, arrivando come un pugno. Vien voglia di prendere Laura in braccio e portarla via da tutto quanto, ma lei stoica non cede.
La testimonianza di questa vita – di tutte le vite qui contenute – si spinge decisamente oltre la mera cronaca, oltre il puro dato biografico, oltre i limiti del romanzo, per diventare affresco lucido, doloroso, drammatico e vivido, di una straordinaria vicenda umana e personale, di una donna mai schiava di una forma, ma fattasi contenuto estremo, elegante e incantevole.
Alessandra Di Gregorio.
Effepi Libri, Pornografia sesso e femminismo, rapporto pornografia e femminismo, Recensione libri, recensione libro, saggio sulla pornografia, saggistica, studi di settore sul sesso
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Marzo 2009 at 14:09
Si ringrazia Effepi Libri
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Pornografia, sesso e femminismo. Un filosofo liberal confuta le più frequenti accuse contro il porno
Autore: Soble Alan
Traduttore: Di Falco D.
Editore: Effepi Libri
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8860020107
ISBN-13: 9788860020109
Pagine: 229
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Cos’è in realtà la pornografia e quanta colpa ha nello scadimento del costume odierno? È questo ciò che ci viene da pensare prendendo in mano questo volumetto di Effepi Libri dall’aspetto indubbiamente peccaminoso, sulla cui copertina campeggia una signorina niente male che non ci farà la cortesia di coprirsi per essere ignorata (o solamente per evitare commenti laidi), e ci inviterà piuttosto a prenderci la responsabilità di guardarla bene, prima di accennare alla benché minima e inutile apologia femminista – femminista nel senso superato e ristretto del termine, ritengo.
Il saggio, così come si presenta, non presta il fianco alla facile critica che ha nel tempo analizzato la pornografia senza però mai analizzarla veramente (e, come sostiene l’Autore, forse senza mai aver mai visto davvero una pellicola piuttosto che una immagine), in una operazione di censura volta solo a negare una evidenza di ben altra natura, proponendo al suo posto una chiave di lettura del tutto fuorviante quando non addirittura ridicola e volontariamente ingannevole e ottusa.
Soble rovescia alcuni dei modelli sinora esistenti, usando una logica nient’affatto pretenziosa, e sondando la problematica pornografica da un punto di vista maschile ma non maschilista, in cui la figura della donna – a dispetto di quanto banalmente sostenuto dalla generazione femminista che si è trincerata nella difesa totale dell’elemento femminile senza però capire da sé il potere implicito e rivoluzionario che tale istanza ha nella realtà pratica, oltre che in quella dei valori – appare tutto fuorché derisa e violata. La pornografia, vista e analizzata senza preconcetto, esplica la sua azione “salutare” nei modi più disparati e quel che viene sottolineato è che – fuor di ogni dubbio – la pornografia (concettuale) sta negli occhi di chi la cerca e guarda, non tanto nel contenuto, perché le immagini sono polisemiche per loro implicita natura, e ciò che rappresenta la perversione di uno non è detto che rappresenti anche quella di altri. Si cerca poi proprio di far luce su ciò che è pornografia – anche solo fine a se stessa – e su ciò che rappresenta il sogno erotico in sé o la perversione, perché il filone perverso non è prettamente pornografico così come lo intendiamo noi. Oggi la Rete ci offre un ventaglio di possibilità d’indagine – oltre che di trastullo – che non può trarre in inganno l’occhio onesto che vi si approccia con scopo critico. A voler bene sgranarli, gli occhi, tutto vedremo fuorché stupri e violenze su donne succubi (i video snuff non afferiscono alla pornografia, quindi c’è da fare anche una dovuta chiarificazione a questo riguardo, specie perché rappresentano una casistica da inquadrarsi molto a latere) ma vedremo l’esplicazione di un potere che piuttosto tende a schiacciare il maschio che non può farne a meno, e deve possedere non limitatamente a scopare, ma a venerare, il corpo femminile in ogni sua appendice e mucosa.
Alessandra Di Gregorio
Arpanet Edizioni, Dus - dopo una sbronza, Gionata Soldatini, intervista ad uno scrittore
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 25 Marzo 2009 at 13:09
Oggi parliamo con Gionata Soldatini, autore di «DUS – dopo una sbronza».
——— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
G: E’ stata un’esigenza, credo che all’inizio sia così per tutti. Non ci si può svegliare una mattina e dire “adesso mi metto a scrivere!”, deve scattare qualcosa. Nel mio caso sentivo il bisogno di mettere ordine nella mia vita, di capirmi scrivendo. DUS è il racconto che più mi somiglia, e che più mi ha aiutato.
A: Scrivere. Cosa?
G: C’è una traccia autobiografica rintracciabile in ogni mio racconto, ma più vado avanti e più sento il bisogno di “inventare” mondi più grandi. Mi piace partire da ricordi reali e trasportare il lettore in luoghi astratti, in modo che resti in bilico fra realtà e sogno, fra dettagli e luoghi imprecisati. E’ però fondamentale trovare un equilibrio, fra le pieghe della storia deve restare impresso il senso, la ragione della storia.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
G: All’inizio ero più imbarazzato, chi scrive lascia su un foglio una parte di sé. Io sono molto riservato e, dato che ammetto di partire da sensazioni vissute, mi sento spesso con i nervi scoperti. Oggi l’imbarazzo non è ancora passato, diciamo che ho capito che con questo stato d’animo dovrò conviverci.
A: La penna per te corrisponde a…?
G: Trascrivo le mie prime idee con la penna, mi piace ancora sentirla strisciare su un foglio. Vivo con “lei” un rapporto ossessionante. Forse perché non ho mai avuto un buon rapporto con le tecnologie, ho scritto il mio primo racconto con una Underwood 450!
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
G: Oggi leggo qualsiasi libro con ammirazione. Prima avevo un atteggiamento un po’ snob nei confronti di certa letteratura, per la solita storia del “chi vende troppo non è bravo”. Adesso mi rendo conto di quanto sia grande lo sforzo creativo di chiunque sappia inventare un intreccio narrativo di trecento pagine!
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
G: Preciso, ironico, surreale. Non credo si possa scegliere il proprio stile, nasce da sé. Devo però ammettere che la mia passione per scrittori come DeLillo o Palahniuk mi ha influenzato, credo che la letteratura “postmoderna” sia l’unica che riesca a descrivere la società di oggi, è lo specchio della sua confusione e il tentativo di superarla. Il mio tentativo è simile, un po’ meno nobile, ciò che voglio superare scrivendo è soprattutto la mia, di confusione.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
G: DUS è un triangolo amoroso, un po’ surreale. Parte da un’idea semplice, un ragazzo che si ritrova conteso da due donne bellissime e si farà trascinare nel loro mondo, affascinante ma senza sostanza. Le sorprese non mancano, la narrazione spezzata, i salti spazio-temporali, la realtà che si confonde con il sogno, preparano “l’esplosione” finale, in cui tutto apparirà più chiaro e il protagonista sarà costretto a scegliere. Per chi vuole essere trascinato in un altro luogo e nello stesso tempo ritrovare esperienze forse già vissute, e scegliere con coraggio una volta per tutte, senza più guardarsi indietro.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
G: Credo che la forma sia fondamentale, che sia la vera anima dello scrittore. Come ho gia detto cerco di rimanere fra l’astratto e il concreto, fra luoghi imprecisati e dettagli precisi, passato e presente, sogno e realtà. Prima ho parlato di Palahniuk, lui passa da descrizioni dettagliatissime a brevissime intuizioni che sono un pugno allo stomaco, ma ha anche trovato un equilibrio fra i due poli. La scrittura è per me una questione di equilibrio ma la forma non deve restare immobile, si rischia altrimenti un piattume totale. Il mio stile è lo specchio della mia confusione e il tentativo di superarla.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
G: Soprattutto per metabolizzare esperienze biografiche, e questo ovviamente non vuol dire che scriva storie autobiografiche. Parto da sensazioni che ho vissuto e poi faccio “splendidi” salti mortali per darle un senso. Dico splendidi perché adoro liberare la fantasia e farla posare sui miei ricordi.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
G: Devo dire che le critiche negative mi pungono non poco. Per fortuna, forse perché sono agli inizi, non ne ho ancora ricevute molte. Una in particolare però, mi ha fatto fastidio. Era un giudizio non così negativo, era una “sufficienza”. Ecco, non mi piacciono le sufficienze, preferisco un votaccio ad un mediocre sei!
Grazie infinite a te, Alessandra.
collana Solaris, edizioni Montag, Fabio Barcellandi, Nero l'inchiostro, poesia, poesia italiana, Recensione libri, recensione libro, silloge poetica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 22 Marzo 2009 at 21:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Nero, l’inchiostro
Autore: Barcellandi Fabio
Editore: Montag
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Solaris
ISBN: 8895478363
ISBN-13: 9788895478364
Pagine: 66
Il testo di Barcellandi, con prefazione di Beppe Costa, è una silloge poetica incentrata sul tema della morte. Considerazioni snelle, versi lesti, riflessioni concise, analisi mordace, al limite estremo della secchezza. La morte vista nelle sue plurime valenze di consolazione, desolazione, separazione, distacco, ansia, condanna, certezza.
L’Autore contrappone le diverse istanze della considerazione sul tema, a tutto ciò che è vita e che in vita è possibile fare. La sensazione che ci lascia è relativa al fatto che la vita stessa appare il più delle volte come mero e dovuto – quando non addirittura coscientemente compreso – passaggio obbligato che unicamente traghetta, che sostanzialmente non dà nulla e forse spesso toglie, e che veicola una morte che non è perdita ma ricompensa e consolazione.
Interessanti le riflessioni sulla speranza e la disperazione. L’uomo è veramente colto impreparato o vive affrontando l’idea della fine? La vita è cosa vana, tutto un rincorrersi di rese e un perder diottrie, inevitabile tanto quanto la morte, o il momento che decreta che l’uomo non è solo impegnato ad occupare uno spazio breve prima della dipartita?
L’Autore afferma: «in vita tornerai ritorni sempre» «accorgersi di non aver bisogno di un corpo per ricordarsi di essere stati vivi».
Adg.
cuore di diavolo, Ferdinando Balzarro, narrativa, Prospettiva Editrice, Recensione libri, recensione libro, romanzo
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 20 Marzo 2009 at 22:09
Ringrazio Prospettiva Editrice per i suoi volumi e la collaboraiozne.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Cuore di diavolo
Autore: Balzarro Ferdinando
Editore: Prospettiva Editrice
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Lettere
ISBN: 8874184689
ISBN-13: 9788874184682
Pagine: 95
Cuore di diavolo è un romanzo cinico e disinibito il giusto. Lui e lei si alternano alla narrazione giocando al racconto diaristico, intimo e sfacciato, del chi-dove-come-quando-perché nasce una attrazione che merita il biasimo della Civiltà perbene e decreta il disamore delle persone per le strutture affettive consolidate dalla Società e accettate nel tempo.
Un uomo e una donna che diventano amanti non sono solo due sessi che si fondono; non è mai mera questione di rapporti fugaci da consumare. La grandezza dell’atto varia sensibilmente in base al grado di sicurezza di sé che le persone hanno. Quando due sono troppo realisti per farsi gabbare dall’amore così come ce l’hanno insegnato, subiscono una spinta che li tormenta dal fondo fino a portarli a valicare confini relazionali esplorabili principalmente col sesso. L’Autore va ben oltre la normale soglia d’indagine, e la disamina che fa dell’amore – tanto di quello corporale, che di quello ideale, lungimirante, imposto, codificato dai canoni, eccelso, libero, corale, spirituale e osceno – è spesso un pugno nello stomaco. Un uomo di mezz’età che s’invaghisce di una ragazza più giovane non è solo un fatto di costume o una macchia nera sul curriculum coniugale di molti mariti. L’Autore ci prospetta il fatto dal punto di vista di ambo gli amanti e di fronte a noi si dipanano due vite differenti e un senso di incompletezza che appartiene a tutti. Vengono smitizzati fatti e luoghi comuni della vita di coppia e al tempo stesso il disagio intero di una umanità piena di disamore. Consumate le voglie, persino il Natale non ha più senso. Il commercio dei beni di prima necessità – e tra questi l’amore – viene pesato e valutato e la difficoltà del lettore sta tutta nel dover fare i conti con la propria morale. Da una parte la morale imposta e fraudolenta di rapporti opacizzati, dall’altra la morale del non-avere-una-morale, che se da un lato allieta e rende liberi, al tempo stesso paga il pegno dell’assenza di legami saldi. La punteggiatura rarefatta rende la lettura difficoltosa, come a voler di proposito spingere il lettore ad uno sforzo essenziale a ponderare bene le parole e il senso di quanto esposto. Un romanzo che invita alla riflessione sui rapporti umani e sui legami sentimentali.
Alessandra Di Gregorio.
Gattogrigio editore, Lando, opera in copyleft, poesia, poesia italiana, poeta Lando, Prodigi, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 20 Marzo 2009 at 18:09
Ringrazio Gattogrigio Editore per l’impegno profuso nella diffusione della conoscenza e del sapere letterario e poetico.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Prodigi
Autore: Lando
Editore: Gattogrigioeditore
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: I sampietrini
ISBN: 8896314097
ISBN-13: 9788896314098
Pagine: 86
…
I versi di Lando ci riportano indietro di diversi decenni, quando all’epoca del periodo a cavallo tra le due Guerre, l’Italia era ancora – e pienamente – un popolo di Santi, Poeti e Navigatori. Ovviamente in questa sede ci interessano di più i Poeti e ci troviamo quasi in soggezione a dover fare una doverosa ammissione – che, lungi dal voler celebrare in maniera fine a se stessa il volumetto di Gattogrigio Editore, mira ad una considerazione fugace, relativamente all’annosa domanda “ma che fine hanno fatto i poeti italiani?” – riguardo all’arte poetica praticata da questo oscuro – quanto a natali, dati anagrafici o altro – poeta contemporaneo.
Lando è poeta del verso pieno e rapido all’italiana. La sua superiorità si esplica in un dettato essenziale, colloquiale, quotidiano, realistico. Gli afflati lirici vengono offuscati volontariamente dal tracciato morbido ma strutturato. La tematica amorosa si abbraccia alla satira mordace, una ironia che strappa sorrisi, uno sguardo all’esistenza e particolarmente alle donne – o alla donna – di cui canta le forme mescendo sentimentalismo e atto pratico.
In sede introduttiva Lando viene accostato all’ultimo Montale e noi, in sede di rielaborazione del pensiero post lettura, non possiamo che trovarci in accordo con Fabio Alessandria.
Alessandra Di Gregorio
book on demand, Boopen, Marco Valenti, narrativa, narrativa sentimentale, racconti brevi, Recensione libri, recensione libro, riflessioni sull'amore
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 16 Marzo 2009 at 16:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Cinque canti di separazione
Autore: Valenti Marco
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862230907
ISBN-13: 9788862230902
Pagine: 51
Cinque Canti di Separazione, di Marco Valenti, libricino sobrio, racconta uscite di scena, amori oltre il bivio, amenità sentimentali e conseguenti reazioni e afflizioni emotive. Cinque racconti dedicati all’interpretazione – certe volte al limite del teatrale e del sovraccarico di suggestioni – di “com’è quando qualcosa finisce”.
Storie che non resistono al tempo, rimpianti, recriminazioni. Un testo conciso, che scorre affaticato dalla poca pulizia del dettato ma oltre il quale è possibile scorgere il senso – alle volte più chiaro, alle volte estremamente confuso e frammentario – del “delirio” che coglie coloro che infine vengono gettati via, espulsi dalle orbite di una vita che sino a un istante prima si declinava all’amore di coppia.
Valenti ci dà notevoli spunti di riflessione, e viene spontaneo chiedersi: perché poi le cose finiscono? Esiste un vinto o sono tutti vincitori? È solo questione di prendersi e lasciarsi, meccanicamente e come non ci fosse altro all’infuori della relazione e dello smarrimento conseguente, o è questione di cuore – e di gettare alle ortiche pezzi di storia, di intimità e condivisione, che altrimenti non torneranno più?
In un mondo in cui è tutto un invito all’amore da fiction, ma di happy ending se ne vedono pochi, la sincerità alle volte stonata, alle volte stramba, spassionata, ridicola e accorata, è forse una forma più onesta di interpretazione del bagaglio sentimentale che ognuno di noi porterà sempre con sé, e quella dell’Autore ne è una degna rappresentazione.
Adg.
Catturandi, Dario Flaccovio Editore, libro su Cosa Nostra, libro su sezione Catturandi Squadra Mobile di Palermo, libro sulla mafia, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 16 Marzo 2009 at 14:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Catturandi
Curato da: I. M. D.
Editore: Flaccovio Dario
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 8877588535
ISBN-13: 9788877588531
Uscito in libreria il 15 marzo, Catturandi è pubblicato da Dario Flaccovio Editore. Precisiamo subito che non è un romanzo quanto piuttosto un “manuale”, un testo redatto in forma chiara da uno che alla sezione Catturandi ci lavora, e che si firma con l’acronimo I.M.D. ed è meglio conosciuto come il “Maresciallo dei telefoni”.
I.M.D. è sovraintendente della Polizia di Stato e lavora alla sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo. All’indomani (in senso lato) di pesanti arresti – non ultimo quello del boss latitante Bernardo Provenzano – fare il punto della situazione risulta utile ed interessante e chi meglio di “un uomo col passamontagna” può dirci come sono le cose viste dal di dentro? Ufficialmente le sezioni Catturandi sono solo due: quella di Palermo e quella di Napoli, ma le altre – tra cui quella di Trapani e Catania – sono uffici nati all’interno delle sezioni antimafia stesse.
Se ci aspettiamo però di trovare retroscena di mafia oscuri, in questo libro non ne troveremo – per ovvie ragioni, e soprattutto perché qui la cronaca entra limitatamente agli aspetti “tecnici” ed istituzionali delle indagini e di chi le compie, e non viene commentata, pena il rischio di uscire fuori tema -, ma avremo importanti chiarimenti circa il prezioso lavoro sul campo degli uomini impegnati nella ricerca e cattura dei più pericolosi latitanti di Cosa Nostra.
Il libro si presenta con una copertina accattivante e un contenuto svolto in maniera razionale e pratica. Da un lato si affronta il discorso relativo alla parte ufficiale di un lavoro di così alta responsabilità, dall’altra si analizza a fondo la struttura del potere mafioso e se ne tracciano le linee esatte riportando nomi e cognomi di una ricca casistica tristemente nota ai più, perché appunto L’Autore ci racconta passo a passo l’impegno che grava sulle forze dell’ordine in Italia – facendo anche un parallelismo con l’FBI statunitense – alternando esperienza concreta e piccoli aneddoti relativi a importanti catture – come quella dei Lo Piccolo – fino a risalire e rintracciare le ragioni stesse che governano gli affiliati a un ordine mafioso e a porci di fronte ad una realtà locale problematica e dalle spesse radici, che trova appoggio e giustificazione anche a livello social-comportamentale in una dimensione per molti versi arcaica.
Al di là delle semplici constatazioni di fatto e senza retorica, si costruisce un capitolo alla volta la verbalizzazione – asettica il giusto – delle tappe della ricerca e neutralizzazione di un organismo complesso e ramificato come la Mafia siciliana, che va compreso, studiato, vissuto, per poter essere anche perseguito. Il nostro interesse allora si appunta su questo, sulle parole di un uomo che in presa diretta si adopera per lo Stato e che, seppure senza poter onestamente dormire sogni tranquilli ogni notte della sua vita, sicuramente aiuta il resto del popolo italiano a farlo – e per questo c’è da essere più che grati. Catturandi avvicina i profani ad una materia sommersa, al di là della fiction.
Adg.
Edizioni Creativa, intervista ad uno scrittore, MariaGiovanna Luini, narrativa, narrativa femminile
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 12 Marzo 2009 at 12:09
Oggi parliamo con MariaGiovanna Luini, autrice di «Le parole del buio».
———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Per bisogno. Perché fa parte di me. Esprimo me profondamente, e anche con molta sorpresa per il mistero sui motivi e sulle origini di questo bisogno, solo scrivendo. Da sempre. Da quando avevo tre anni.
A: Scrivere. Cosa?
Storie, pensieri, istanti, fotografie in forma di parola. Fiabe, e mi sorprendo per questo: non avrei pensato di scrivere fiabe, invece ho pubblicato due libri che piacciono a bambini e adulti. Romanzi e racconti: la mia dimensione è la narrativa, con trame che escono senza premeditazione, senza che debba rifletterci prima per costruire o pianificare. L’unica trama che abbia mai costruito nei dettagli è ancora ferma su un taccuino, non è mai nata davvero in forma di storia. Lettere, anche, o lunghi sms che nascono all’improvviso e vanno a persone che mi hanno ispirato qualcosa.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
La scrittura mi mette di fronte a ciò che sono. Mi conosco sempre meglio grazie a ciò che la scrittura tira fuori da me e di me. Sono MariaGiovanna Luini, all’anagrafe Giovanna Maria Gatti, scrittrice di narrativa e di pensieri ma anche di articoli di divulgazione scientifica e medicina. Sono una donna che si è scoperta da non molto tempo, ma è sempre stata certa di avere la necessità fisiologica di essere strumento e origine di scrittura. Ho pubblicato finora due libri di fiabe, un racconto lungo e due romanzi. I titoli: “Esser grandi è una fiaba” e “I racconti delle bacche rosse” sono i libri di fiabe, “Il mio racconto” è, e lo si capisce, il racconto lungo, “Una storia ai delfini” e “Le parole del buio” (entrambi di Edizioni Creativa) i romanzi. Amo tutto che ho pubblicato, ogni libro ha un amore a sé e significati che scopro rileggendo parti a caso, o riascoltandoli durante le presentazioni. Indubbiamente il romanzo è la forma narrativa che mi è più congeniale.
A: La penna per te corrisponde a…?
L’oggetto fisico che uso per scrivere. Una compagna fissa, in qualunque luogo e qualsiasi momento. Impensabile vivere senza una penna che gira tra le dita o nella borsa, per annotare pensieri e frasi o piccoli frammenti di storie, oppure per spendere le ore su romanzi o fiabe. Sono anche un medico, quindi la penna è davvero compagna di ogni istante del quotidiano; nella tasca del camice, sulla scrivania, appoggiata alla base del computer. E’ talmente necessaria da non riuscire a pensare di mancare di una penna a portata di mano.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Farsi leggere è la decisione che cambia tutto. Scrivere è bisogno, è momento che non cambia nel suo nascere d’istinto dal silenzio, farsi leggere invece deriva da una decisione. Ti esponi, sei nuda, sai di essere giudicata. Sai, o lo impari, che non importa dire che hai inventato tutto o quasi tutto: ci sarà sempre chi decide che dentro una storia ci sei tu, e giudicherà la scrittura (questo è logico e molto prezioso per lo scrittore), la trama (altrettanto prezioso) e te come persona. Il giudizio ti arriva addosso in ogni caso, diventi la scrittura e il contenuto e devi essere preparato a questo. La mia visione dello scrittore è molto diversa: scrive chi è misterioso strumento, fonte di storie, e ciò che importa veramente è la scrittura e non lo scrittore. Comunque. Pubblicare è l’emozione più grande per chi scrive e ha deciso di farsi leggere: significa partorire una storia, più storie, e assistere ai primi passi nel mondo, accettare l’espropriazione del libro con l’ansia e la soddisfazione e l’orgoglio un po’ timoroso del genitore che guarda il figlio cavarsela da solo. Vedi il libro che nasce e per molto tempo non sai cosa accada: puoi intuire dai segni, dai messaggi che ricevi, dagli inviti per presentazioni, da quell’istinto che ti porta a capire se la storia che hai scritto stia vivendo oppure dormendo da qualche parte, però non hai certezze.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Asciutto, sobrio, istantaneo.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
Alludi a “Le parole del buio”, l’ultimo romanzo. E’ la storia di Silvia, una donna apparentemente realizzata e (non apparentemente, realmente) egocentrica. Una scrittrice da sempre convinta di stare bene da sola, con molti amanti ma nessuna stabilità familiare. A suo modo affascinante, credo. Crolla brutalmente in una depressione che lei stessa inizia a odiare a causa di un abbandono, a causa della perdita dell’amore. Non si riconosce più: si immobilizza in un dolore che a volte è quasi compiaciuto, trattenuto a forza per aumentare il tormento, e intanto sfinisce di domande l’amica più cara e cerca sollievo nel sesso con un uomo incontrato in aereo.
Non posso spiegare perché si debba scegliere di leggere il mio libro: legge chi vuole, chi si incuriosisce oppure chi lo incontra casualmente, chi riceve un suggerimento da qualcuno, chi segue un po’ internet e mi conosce, chi mi vede alle presentazioni. Il libro è entità a sé, fa da solo, raccomandarne l’acquisto da parte dello scrittore sarebbe offensivo per il pubblico, per il libro, per lo scrittore stesso. Chi non vuole non mi legga. Vado alle presentazioni perché amo follemente il rapporto con la gente, amo ascoltare la lettura che viene fatta delle storie che nascono da me, amo le interpretazioni che mi spiegano cose che proprio non avevo notato in ciò che ho scritto. Amo constatare direttamente che il libro non è mai stato mio, io l’ho solo fatto nascere.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
La prima stesura è di puro istinto, tanto da richiedermi di leggere per scoprire cosa è venuto fuori dal silenzio, dalla testa completamente staccata dal mondo, dalle mani che partono da sole e scrivono scrivono scrivono… Dalla seconda stesura in poi la scrittura è riposo, concentrazione, distacco, amputazione, limatura, ricordo dei propri errori, ricerca di ripetizioni, cadute di stile, parti ridondanti o inutili, eccessiva sintesi. Mi impongo un ritmo di rilettura e smetto quando la testa non riesce più a mantenere il distacco nel seguire la storia. Procedo a capitoli e salvo ogni versione del file (la prima stesura è a mano, sui taccuini, dalla seconda in poi uso il computer). Ciò che mi caratterizza, a parte lo stile ovviamente, pare sia la punteggiatura: quella è istinto e solo raramente diventa tecnica. C’è stato chi ha commentato da qualche parte che i miei “punto” messi in una frase senza verbo fossero scorretti: puoi immaginare il mio sorriso quando la stessa persona ha iniziato a pubblicare sui suoi siti pezzi con il medesimo uso della punteggiatura! Ho provato soddisfazione ma anche simpatia: implicitamente quella persona mi stava sorridendo. Quanto alle tecniche di scrittura, “ognuno faccia cosa gli pare”. La tecnica aiuta a migliorare, a correggere le imperfezioni. Ma senza istinto non si va lontano.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Lo sforzo è l’insulto alla scrittura. Se mi devo sforzare per tirare fuori le parole, allora non è proprio il momento per scrivere. La scrittura è flusso che esce dal mistero e dal silenzio. A volte scrivo perché ho bisogno di entrare nello stato di trance che solo la scrittura sa darmi, voglio andarmene per un po’ e non importa se ciò che scrivo diventerà libro oppure no, altre volte scrivo perché ho in mente di pubblicare ciò che nascerà, ma aspetto in ogni caso che sia l’istinto a scrivere e non la tecnica da sola. Perché si capisce subito se la scrittura non è nata dall’istinto, è meno bella e meno fluida. E’ vuota, in un certo senso. La mia vita, l’anima entrano nella scrittura se capita, ma sono impasti compressissimi che non si riconoscono quasi più oppure sono talmente palesi da mancare della verità autobiografica fondamentale. Non è importante se ci siano pezzi del mio bisogno, della mia vita, del mio pensiero: importa davvero la storia che è nata, che è separata da me e vive indipendentemente.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Le critiche arrivano a segno quando mi danno una visione, magari parziale, di verità. Le ascolto e rifletto, di solito, e non ho problemi ad ammettere che alcune fanno male. Ma non tanto da schiacciare. Ripenso spesso alle critiche e me le ricordo tutte: alcune non trovano spazio, le rispetto ma non le condivido quindi non entrano a fare parte del mio lavoro di miglioramento, di discussione sul mio stile e sul cambiamento possibile, altre invece aggiungono davvero qualcosa e, magari al prezzo di sofferenza e di ferita d’orgoglio, lasciano una traccia positiva. Lo capisco quando scrivo e rileggo: vado a cercare le imperfezioni che alcune critiche mi hanno fatto rilevare, provo a evitare le cadute proprio grazie ai commenti negativi che ho trovato utili. Se le critiche arrivano per motivi diversi da una lettura onesta e franca delle mie storie mi fanno ridere, sono patetiche: alludo alle critiche che non sono dirette alla mia scrittura ma a me scrittore, a me persona, e scaturiscono da invidia o antipatia. Sono l’indice della triste limitazione dell’intelligenza che l’invidia sa provocare.
Enrico Astolfi, La Carmelina Edizioni, Lorenzo Mazzoni, narrativa, narrativa provinciale italiana, Palude, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 8 Marzo 2009 at 18:09
ringrazio Lorenzo Mazzoni, La Carmelina Edizioni ed Enrico Astolfi.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Palude
Autore: Astolfi Enrico
Editore: La Carmelina
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8890330031
ISBN-13: 9788890330032
Pagine: 138
Palude è il brillante romanzo di Enrico Astolfi ambientato a Ferrara e nell’idea del ristagnare di situazioni sempre uguali a se stesse, e delle condizioni atmosferiche nella provincia minima italiana. Il testo si può leggere come un romanzo ma anche come una serie di racconti autonomi, tant’è che se iniziassimo dal terzo capitolo piuttosto che dall’ultimo, non troveremmo problemi nel discernimento della storia, anche se Palude ha a suo modo una certa circolarità. I racconti che animano il libro ci espongono situazioni diverse ma parallele, vite intrecciate da una comunanza che non è solo data dalla territorialità limitante (ma poi veramente limitante?), storie scandite stilisticamente in modi molto differenti tra loro – partendo in sordina e finendo in sordina, ma serbando nel mezzo, tra il principio e la fine, il meglio del senno narrativo di un Astolfi autentico e profondo.
L’Autore ha una mano ferma e pacata – e a maggior ragione più brava nel rendere l’idea di catatonica immobilità di un piccolo universo nell’universo, in cui figuri monotoni e stolti si muovono al rallentatore conducendo vite appesantite dalla nebbia. Mediocrità, noia, violenza gratuita, spacciatori di droga, tifo violento, parabole destinate a perdersi e infrangersi. Su tutti però si staglia la storia di Clara e Mimmo, ed è qui che l’Autore ci concede uno spiraglio di sole; lì dove le gonne di Clara si sollevano alle brezze leggere e le parole che Mimmo rivolge all’amata/odiata amica/amante/confidente sono scritte col fuoco anche quando il tratto è leggero e sognante, addolorato e lacrimevole. L’esempio di una storia d’amore che rischiara i cieli villani e tronfi di una località in cui la nebbia tutto affoga e la mediocrità si fa partito. La poetica di Astolfi si dipana qui, dirompente, alle volte scostumata ma leggera, scollacciata e spesso candida, ilare, schietta. La leggerezza svagata e franca che si denota nel mezzo espressivo utilizzato, cattura il Lettore in un tenue sguardo d’insieme che sceglie, in luogo dell’imposizione di un punto di vista univoco, l’immediatezza della fotografia dal vero – e se da un lato svela volti senza faccia, dall’altro esalta un quotidiano spesso sciatto ma degno d’esser visto anche nel riflesso di una penna. L’invito di fondo ci appare come un inno all’osservazione delle realtà quotidiane minime, ricche di sogni inespressi, di vite appese, di esistenze in bilico, ricettacoli di storie incredibili e chiaroscuri inestimabili.
Alessandra Di Gregorio
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 8 Marzo 2009 at 16:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Ti seguirò ovunque andrai
Autore: Pagano Loredana
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862233736
ISBN-13: 9788862233736
Pagine: 53
Il romanzo della Pagano TI SEGUIRO’ OVUNQUE ANDRAI, edito da Boopen, è un romanzo declinato in salsa rosa che accarezza il palato con una certa timidezza e lascia pressoché insoddisfatte le buone forchette – che s’aspettano di necessità una lettura in grado di solleticare il gusto sufficientemente bene.
Dalla sua ha particolarmente la velocità del tracciato e la non tediosità data da un volume contenuto, ma la mancanza di pulizia del testo e l’ingenuità della scrittura rendono altresì difficoltosa tanto la lettura che il gradimento generale della stessa. Il soggetto del romanzo, preso così com’è, appare di per sé valido – storia d’amore che sboccia all’improvviso facendo risorgere la protagonista dalle ceneri di una relazione precedente andata male – ma lo svolgimento è appena sufficiente a permetterci una giusta fruizione del narrato e il risultato complessivo appare deludente. L’impianto stilistico è carente e linguisticamente siamo di fronte ad un’opera lacunosa e scolastica. L’Autrice denota un certo desiderio d’imporsi con la scrittura – e perché non dovrebbe? – e tuttavia viene meno al suo stesso bisogno con la fretta di pubblicare un testo obiettivamente poco curato, in cui ad una immaturità narrativa generale, si aggiunge una mancanza di strumenti personali che permettano la rielaborazione delle idee e la loro successiva fissazione nel romanzo. La speranza è dunque di rivedere la Pagano tra qualche anno, con nel bagaglio una migliore dialettica che le permetta di trasfondere sulla pagina quanto potenzialmente ha da dire, e soprattutto la conoscenza e l’abilità che solo il lungo esercizio possono darle. Si può ritenere il libro come un approccio preliminare ad una scrittura che attende solo di poter sbocciare – per cui, lungi dal voler proporre stroncature, perché lo scopo di una lettura è unicamente un invito a migliorare, si attendono sviluppi.
Adg.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 1 Marzo 2009 at 02:09
Ringrazio Patrizia della simpatia.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Sono solo un marinaio
Autore: Roggero Patrizia I.
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862232101
ISBN-13: 9788862232104
Pagine: 260
Da anni esiste un filone di letteratura rosa seriale dedicato esclusivamente al pubblico femminile, che esporta nel mondo un cliché narrativo in cui le storie vengono infarcite solitamente di personaggi e relazioni improbabili – sul tipo, ad esempio, dell’eroe sette-ottocentesco, capelli al vento e spada al fianco, che è o pirata o nobile decaduto, tra le cui braccia finisce una fanciulla della società da bere, di solito naufraga o costretta con la forza al matrimonio coatto, che presto o tardi cede alla passione e finisce conquistata dal temerario/reietto e a suo modo esplica la redenzione dello stesso seppure abdichi alle leggi dell’amore rigettando quelle della società. Questa tradizione letteraria potrebbe dirsi facente capo effettivamente alle edizioni Harlequin. Dall’altro lato c’è però un filone letterario avventuroso che è sette-ottocentesco per davvero, prodotto principalmente da scrittori inglesi, e che è afferente alla letteratura della colonizzazione o anche all’odeporica – o letteratura da viaggio, in cui il viaggio è il tema centrale, visto in chiave spesso stereotipa ma vissuto matita alla mano per poterne raccogliere gli spunti su di un diario che permettesse ai posteri di conoscere le sorti di chi quel viaggio lo aveva vissuto. Questa letteratura può dirsi facente capo a Defoe, padre del romanzo inglese ed autore del celebre Robinson Crusoe, capace di mescolare sensazionalismo, cronaca e fantasia, ed inscenare quadri letterari complessi e pregevoli ma dando vita ad annotazioni di carattere sociale alquanto discutibili – data l’ottica da colonizzatore bravo bello e buono che il suo Robinson armato di Bibbia incarna persino su di un’isola deserta.
Il romanzo della Roggero Sono solo un marinaio, si potrebbe idealmente collocare a metà strada tra le due varianti sul tema. Un tentativo letterario discreto – seppure: rielaborazione del soggetto, capacità d’indagine psicologica, intarsio dei dettagli e forza dell’intreccio non siano sempre all’altezza delle aspettative di resa oggettiva più alte. A mio avviso ciò che viene fuori è prettamente una letteratura leggera, certamente non disdicevole ma ascrivibile chiaramente alla letteratura rosa d’appendice, che ci rimanda ad un secolo che di avventure, pirati, fanciulle da salvare, naufragi e isole caraibiche, aveva fatto gran tesoro, esplodendo in quantità di romanzi che ognuno di noi avrà letto almeno mille volte nell’età in cui si sogna d’esser pirati o si guardano le disavventure dell’avvenente Angelica in tv, seppure sul versante francese (mini-serie degli anni sessanta tratta dal libro Angelica La Marchesa Degli Angeli). C’è da poterla ritenere (ma senza voler addurre una qualificazione negativa) una letteratura anacronistica e stereotipa – nonostante la penna della Roggero non sia così cattiva e fatta la dovuta pulizia si rischia di ottenere un capolavoro in pieno stile coloniale (cosa per cui ci vuole molto talento e questo sottolinea lo sforzo creativo dell’Autrice). È una bella lettura come può esserlo un testo afferente alle saghe Harlequin o al filone di Defoe, ma il suo successo sta tutto nel palato che va a stuzzicare. Se però riflettessimo sul fatto che la Pamela di Richardson ha indossato le vesti fittizie di una Elisa di Rivombrosa televisiva – con tutto il successo che sappiamo – e che dal punto di vista strettamente letterario i testi qui citati non si discostano molto dallo stile della Roggero – che trova invece i suoi natali nel nostro Novecento – verrebbe da chiedersi se qualora il libro fosse sottoposto ai giusti palati, potrebbe apparentarsi ulteriormente ai suoi consimili grazie alla degna riscoperta del genere d’avventure e pirati, e trovare una migliore collocazione anche extra-editoriale? Forse oggi siamo tutti un po’ malati di realismo sensazionalistico e neanche ci poniamo più la domanda, ma comunque, come sempre, al Lettore spetterà l’ardua sentenza.
Alessandra Di Gregorio.
Anton Cechov, dal nostro corrispondente, Edizioni Nottetempo, Fausto Malcoviti, Il caso Rykov, letteratura russa, narrativa, Raffaella Vassena, traduzione da Anton Cechov
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 1 Marzo 2009 at 00:09
Si ringrazia Nottetempo Edizioni.

Titolo: Il caso Rykov (dal nostro corrispondente)
Autore: Cechov Anton
Curato da: Malcovati F.
Traduttore: Vassena R.
Editore: Nottetempo
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Gransassi
ISBN: 8874521901
ISBN-13: 9788874521906
Pagine: 119
Il caso Rykov è un volumetto di narrativa straniera particolarmente interessante – per il significato che può rivestire oggi una letteratura antica di più d’un secolo ma attuale come non mai – pubblicato da Nottetempo Edizioni e appena uscito in libreria. È la traduzione di un insolito testo di Cechov che – come prospetta lo stesso Malcovati che ne cura l’edizione tradotta da Raffaella Vessena – ha nelle sue linee tematiche di riferimento similitudini molto spiccate con alcuni fatti della cronaca giudiziaria ed economica italiana degli ultimi anni, al punto da lasciare quasi basiti e perplessi – non tanto per la similitudine in sé, che può starci, quanto piuttosto per il problema della disuguaglianza sociale fraudolenta, che non accenna a spegnersi (e forse mai lo farà).
Il libro è la risultante del talento letterario e giornalistico di un Cechov come non l’abbiamo mai letto. Siamo all’altezza della fine del 1884 e il giovane scrittore è corrispondente in qualità di reporter per la Gazzetta di San Pietroburgo, all’indomani dell’inizio del processo per bancarotta fraudolenta intentato contro Rykov – equiparato non a torto al nostro Tanzi, e responsabile di un fatto increscioso che all’epoca fece vittime e scalpore come negli ultimi anni ne ha fatto da noi il crack della Parmalat. Lo scrittore era poco più che uno squattrinato ventiquattrenne di belle speranze all’epoca, che viveva in ristrettezze e collaborava con un umorista molto quotato – tal Lejkin, col quale collaborerà lungamente – scrivendo per lui racconti brevi e brevissimi improntati ad un umorismo da vignetta. L’idea iniziale, all’indomani della notizia dell’avvio del processo contro il direttore della banca della minuscola città di Skopin – che si era macchiato di ogni nefandezza che il raggiro finanziario sistematico di perfetti indifesi gli potesse permettere di perpetrare, unitamente ad una politica assolutamente improntata alla disuguaglianza, dell’allora sovrano dispotico Alessandro III – era quello di contribuire a ricordare l’evento con un feuilleton. Lejkin lo informa che alla Gazzetta vogliono invece una nota umoristica per ogni giorno del processo e seppure di umoristico ci sarebbe stato molto poco, Cechov, per altro sprovvisto di nozioni giuridiche ma con in tasca un accredito stampa per presenziare all’evento e la promessa di sette copeche a riga, diventa il corrispondente ufficiale del giornale e presenta, così come li vede, fatti nomi e persone, raccontando il processo passo dopo passo.
Il quadro storico che ne viene fuori è il ritratto di una società che fa leva sulla corruzione e il malgoverno pur di compiere la ruberia più bieca nei confronti di un popolo ridotto alla fame, che sconta ora il pegno di un capitalismo spregiudicato con la perdita ingente di capitale e fiducia, e domani col doversi sobbarcare la povertà stessa di un Paese che sarà poi tutto da rimettere in piedi per il semplice fatto di non essersi mai curato di non procurarsi da sé le grandi ferite che sappiamo.
Alessandra Di Gregorio.
0111 edizioni, deliri e disagi, Marco Di Pinto, narrativa, narrativa da delirio
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 28 Febbraio 2009 at 11:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Deliri e disagi
Autore: Di Pinto Marco
Editore: Zerounoundici
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Opera prima
ISBN: 8863070997
ISBN-13: 9788863070996
Pagine: 84
Deliri e Disagi, pittoresco volumetto della 0111 Edizioni – casa editrice attivamente impegnata nella creazione di una rete di lettori che sappia apprezzare la letteratura sommersa di un’editoria spesso poco accreditata ma non necessariamente meno valida – è la rappresentazione egregia dello stato d’animo dell’uomo odierno, del giovane che viene bombardato di input il più delle volte stupidi – puro inneggiamento all’omologazione, alla dipendenza incondizionata da Mamma Tv, all’inscatolamento di un intelletto vissuto alla stregua di un accessorio. Media, politica, amenità quotidiane, sono queste le cause del malessere sociale che se dapprima si limita a serpeggiare non notato, adesso è fin troppo evidente e tende a soffocare lo spirito, ed è in questi momenti che solitamente la gente SBROCCA – per dirla con un termine poco aulico ma significativo. Oggi c’è da perder la testa – e la cronaca dei telegiornali porta il conto dei morti ammazzati dalla gente che sclera e sembra di vivere in un reality in cui il tema portante è Arancia Meccanica. Tutti corrono, tutti sbraitano, tutti sono spronati ad avere velleità artistiche quando l’arte non sanno neanche cosa sia, tutti aspirano a dei troni ma non hanno mai avuto regni o titoli; tutti vorrebbero non averci mai conosciuti o anche solo sposati e non s’accorgono che mentalmente contiamo fino al fatidico dieci pur di non gettar loro le mani al collo per avere finalmente un po’ di quel silenzio che tanto ci manca; siamo circondati da cenerentole coatte e le nostre vite sono romanzi metanarrativi in cui persino i nostri personaggi vogliono farci il culo. Arriveremo ad un punto in cui la fantasia la venderanno sottoforma di flebo e dovremo farci scorpacciate di felicità endovena perché lì fuori non c’è più modo di esserlo veramente – o forse siamo già in questa sottospecie di stato comatoso e non ce ne capacitiamo che per un sottile alito d’intuizione, che però non va mai più al di là di questo… Il testo, seppure qui e lì zoppica per via di una poco accurata attenzione alla pulizia generale, è uno di quelli che “hanno decisamente un perché”, proprio per il grado di consapevolezza – tanto in maniera diffusa che locale – relativamente al baratro in cui si trova il nostro intelletto. Sono veramente anni bui questi? Ci sarà mai una rivoluzione – qui potremmo ricercarla ad esempio nell’immagine dell’uomo che brandisce il martello davanti agli occhi sbarrati della moglie finalmente zittita – che possa scuoterci tutti da questo oleoso e spiacevole torpore? La smetteremo mai di affidare a Mamma Tv i nostri figli sin da prima dell’età della ragione? Deliri e Disagi è una fotografia spassionata ma inclemente, perché senza vergogna la macchina da presa di Marco Di Pinto ci vede come tanti matti al manicomio ma senza sbarre alle finestre o camicie di forza abbastanza robuste.
Alessandra Di Gregorio
Mattia Baglieri, Montag edizioni, Patrizia Finucci Gallo, poesia, poesie da fermata d'autobus, poesie post-moderna, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 21 Febbraio 2009 at 15:09
…
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Poesie da fermata d’autobus
Autore: Baglieri Mattia
Editore: Montag
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Solaris
ISBN: 8895478444
ISBN-13: 9788895478449
Pagine: 46
Aprendo il volume di Mattia Baglieri si è portati un po’ a storcere il naso; la veste linguistica delle sue liriche stride decisamente con l’orecchio del lettore – anche se la sensazione dura solo il tempo di voltar pagina e compreso il gioco delle sovrapposizioni sotteso ad una produzione che risente di letture ancor fresche e di dura sedimentazione, si riesce a percepire meglio il senso della mescita di ingredienti post-moderni al limite tra il neorealismo pasoliniano, il pensiero di Gide e la teorizzazione del pensiero debole di Vattimo. Questa silloge poetica è asimmetrica fino a rasentare la sistematicità, anche se laddove si perde in parte – quando non totalmente – il senso del gioco ritmico che si è creato, la concentrazione viene meno e l’impalcatura poetica non sta in piedi o si fa più sbilenca a tratti.
In una lirica come A Silvia, per esempio, la costruzione è assolutamente mirabile e di pregio e quel che viene fuori è che Baglieri è votato al sensazionalismo linguistico o al tormento prosaico futurista. La poesia di questa raccolta, lungi dal volersi però porre con accentazioni strettamente liriche – nel senso classico del termine – non esula dall’esperienza giovanile di un poeta ancora in verdissima età, che mescola – senza però ottenere una pasta omogenea ma lavorando espressamente alla disarmonicità – manifesti d’indipendenza e segnali di ricerca del mondo da punti non strategici d’osservazione. Se da un lato la lirica proemiale, ad esempio, appare stonata, non incisiva, poco armonica nella costruzione dei periodi che appaiono spesso più confusi che ermetici – per via di un lessico poco adatto, di un linguaggio ordinario e prossimo alla parlata più che alla metodica lingua sciolta dei post-moderni – dall’altra parte assistiamo a sprazzi di armonia totale, come nei primissimi versi di Ovattati ed Eterei e ritroviamo, quale ipotetico manifesto della poetica di Baglieri, la lirica Verginità poetica cessanda, che si pone, nella diretta ascendenza ai temi quotidiani e agli intrallazzi del tema ludico della scrittura come sentimento del vissuto – e proposta di valore all’insegna della filosofia autorale di chi con la penna conta ancora e ci viene in aiuto negli anni verdi dell’apprendimento e del magistero poetico – quale veicolo finale del messaggio pieno di disincanto: [...] E basta con quegli (del cazzo) scribacchini accademici che non ispiran follie [...].
Alessandra Di Gregorio.
Colori del tempo, Ibiskos, narrativa, Paola Martini, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Febbraio 2009 at 20:09
…
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Titolo: Colori del tempo
Autore: Martini Paola
Curato da: Balsamello M. B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Delphinium
ISBN: 8854604674
ISBN-13: 9788854604674
Pagine: 120
…
A quanti non succede, sfogliando un album di vecchie foto, di avere subito chiaro e distinto nella mente un ricordo preciso, un aneddoto, un volto famigliare, un posto, un lembo consumato di stoffa, il fruscio degli abiti durante un abbraccio, un arrivo, una partenza, un addio e un arrivederci consumati ad un binario?
Colori del tempo è in fondo questo: un affresco essenziale e luminoso, alle volte sospeso alle volte no, in cui un linguaggio sapido e delicato si rivolge agli anni verdi a Villa Gina e l’infanzia e l’adolescenza scorrono leste tra libri, cicatrici, Tata, il piccolo Francesco, la farmacia del babbo, i preservativi usati a mo’ di palloncini per improvvisate ghirlande festose, il liceo classico e i primi amori e dissapori di vite che sono ancora primavere in boccio – e ad una fase successiva, in cui la maturità si presta al matrimonio e a porci innanzi ad una donna già fatta, che parla della Maremma e dell’amore, e che sembra lontana anni luce dalla bambina che va a dormire imbacuccata perché in casa non c’era il riscaldamento. Il romanzo della Martini ha atmosfere sospese, seppure la storia sia ben contestualizzata e luoghi e nomi riferiti ad altrettanti nomi e luoghi non propriamente di fantasia; ciò che rende l’idea di sospensione è proprio il ritorno ai timidi albori imbastiti con capacità e giusto grado di ponderazione – tanto tematica che linguistica. Il concetto di legame affettivo e legame temporale a cose e persone, è ciò che lega le due storie e che fa brillare la figura di una protagonista dolce e decisa – che ci riporta alle atmosfere di Ritratto in seppia di Isabel Allende, a quelle di Mal di pietre di Milena Agus e della Mennulara, di Simonetta Agnello Hornby, che esaltano, in atmosfere ricche di tensione emotiva, intensità letteraria, sentimento e attaccamento alla terra originaria, femminilità dai contorni netti, mai avulse da elementi territoriali basici la cui memoria si rinnova di sentimento in sentimento. L’Autrice dunque opera nelle profondità della rievocazione d’elementi cari, per rinverdire non solo l’ampiezza di un ricordo ma anche e soprattutto l’emozione della storia nel suo stesso compiersi e snocciolarsi quotidiano e all’apparenza innocuo. Il ricordo, nel momento in cui si forma ed è declinato ancora al presente verbale, appare anonimo e sbiadito e non certo sempre degno d’attenzione; allora è il tempo l’elemento chiave che permette – alla Martini come a noi tutti – di soppesare e dare il giusto valore a ciò che s’impreziosisce mentre l’orologio scorre, e anche se ci spostiamo in avanti – come quel paio di lancette che tutto sottomette – la memoria è sempre un passo dietro a noi, proiettata in una rincorsa alla quale taluni sfuggono mentre altri se ne lasciano irrimediabilmente catturare. La penna della Martini si sofferma docile, amabile, femminile, spesso timida ma sempre appassionata e solerte, a sottolineare un intero mondo di tasselli emotivi di gran pregio, descritti con la minuzia dello scrivano che, cosciente di dover mantenere in vita una memoria autobiografica più o meno romanzata, – i cui limiti non ci è dato sapere né forse c’interessano veramente o possono esserci di qualche aiuto – intarsia le parole come su un diario nato espressamente per la divulgazione, in cui i segreti vengono affrontati non meno liberamente delle verità storiche ed ambientali, affinché niente si celi a chi legge, neppure la profonda emozione dell’atto stesso della scrittura.
Alessandra Di Gregorio.
Francesco Giannasi, il pugile nel lager, intervista ad uno scrittore, la neve rossa, narrativa, narrativa drammatica, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 19 Febbraio 2009 at 10:09
Intervista a Francesco Giannasi, autore di «La neve rossa – il pugile nel Lager».
——– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
È sempre stata la mia passione e da quando gestisco il sito di Paolo Vidoz ho modo di “sbizzarrirmi” a volontà! E’ stato questo che mi ha spinto a riprendere in mano i miei vecchi racconti chiusi nel cassetto e ricominciare con questa avventura.
A: Scrive. Cosa?
Mi piace scrivere gialli e thriller, ma ultimamente mi sono specializzato nel genere sportivo/boxe e cerco di ambientare i miei libri in vari contesti storici e temporali in modo da rendere la letture più interessante anche a chi non può amare il genere “pugilato”.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono una persona qualunque e semplice, faccio un lavoro normale e vivo in una famiglia normale. Potrei essere ciascuno di voi.
A: La penna per te corrisponde a…?
Libertà e fantasia.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Ho sempre amato leggere e scrivere, ripeto, quindi ho sempre guardato con grande ammirazione chi riusciva con molta forza di volontà a portare a termine e pubblicare la sua opera. Stimo molto Roberto Saviano e due scritturi che mi hanno sostenuto e consigliato molto in questa mia piccola opera: Carlo Lucarelli ed Andrea Di Cesare.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
NON HO RISPOSTE.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
E’ la storia di un pugile ebreo che combatte per la libertà durante la seconda guerra mondiale all’interno di un campo di concentramento. Lo consiglio a chi può piacere il genere sportivo e guerra.
La crudeltà e la drammaticità dei campi di concentramento è conosciuta da tutti.
Credo di essere riuscito a rappresentare bene la sensazione di freddo e l’incontro finale sul ring.
Ogni libro merita un piccolo spazio nella nostra libreria… ed il mio di spazio ne occupa davvero poco!
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Mi immedesimo in quello che scrivo e cerco di vivere le varie situazioni che creo da tutti i punti di vista di tutti i miei personaggi, buoni o cattivi che siano.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Mi piacere che diventasse un mestiere questo è ovvio, per me la scrittura è molto,ma credo che per diventare un mestiere di acqua sotto i ponti ne dovrà passare!
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Ogni critica è costruttiva ma sicuramente un parere negativo mi fa male, perché credo in quello che scrivo e vorrei che tutti riuscissero a capire e vedere quello che volevo scrivere e descrivere.
Preferisco la verità però ad una mezza bugia del genere “Sai non e’ il genere che mi piace” o “Scritto bene ma non sono io la persona più adatta a giudicare”.
Sincerità sempre.
Un bel complimento l’ho ricevuto da un pugile di nome Fabio Tuiach, quel suo sms e quelle sue parole per me sono state davvero importanti. E’ stato uno dei primi a leggere il mio libro e la velocità con la quale l’ha letto mi ha fatto capire che quello che diceva era verità. Una persona sincera.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 19 Febbraio 2009 at 00:09
Oggi parliamo con Maria Lanciotti, autrice di «L’erba sotto l’asfalto» e «La figlia della rupe».
———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Per un bisogno profondo di estrinsecare e comunicare sentimenti ed emozioni.
A: Scrive. Cosa?
Nell’atto dello scrivere si attinge inevitabilmente alle esperienze del proprio vissuto e ciò si manifesta specialmente nelle prime opere. Poi, andando avanti, lo sguardo si fa più ampio e acquista una certa obiettività, ma resta il mondo con le sue dinamiche la fonte principale d’ispirazione. Almeno, per me è così.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono una persona semplice, impegnata con una numerosa famiglia e attiva nel sociale.
Come scrittrice mi pongo come donna del mio tempo, alla ricerca di tante risposte che presuppongono altrettante domande. Formulare la giusta domanda è, secondo me, lo sforzo maggiore che si compie attraverso un’opera letteraria. Far scattare nel lettore la curiosità di sapere cosa si muove nella mente di un suo simile, a lui contemporaneo, uno dei miei primi obiettivi.
A: La penna per te corrisponde a…?
Alla mia mano, alla mia mente, al mio cuore. Nelle fasi di lavoro più dure, ad un forcipe che deve riuscire ad estrarre quello che rappresenta la mia interiorità e il mio immaginario, nel modo più integro possibile.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Prima mi ponevo da lettrice appassionata, onnivora, insaziabile. Adesso, da scrittrice in continua sfida e affinamento, mi pongo nei confronti della scrittura con quella umiltà che deriva dalla consapevolezza dei propri piccoli mezzi rispetto alle infinite possibilità della “parola scritta”, una vera bacchetta magica in mano all’apprendista stregone che è lo scrittore in continua ricerca ed evoluzione.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Autentico, fantastico, stringato. Autentico perché – come già detto – si rifà alla vita in tutte le sue manifestazioni. Fantastico perché utilizza l’immaginazione e il sogno per andare oltre il delimitato campo esperienziale. Stringato perché questo è il mio modo connaturale di scrittura, che ritengo inoltre il più gradito e fruibile dal lettore.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
C’è un luogo. Sembra fuori dal mondo ma non lo è. Personaggi. Sembrano fuori dal tempo , ma non lo sono. Arrivi e partenze. Ritorni. Il luogo resta il punto di riferimento. Drammi, tragedie che ardono e si consumano e depositano la loro essenza che sarà linfa per nuovi drammi, nuove tragedie. Siamo nel mistero e nella verità, ma ne restiamo fuori. Osservatori animati dalla pietas di chi in ogni uomo ravvede se stesso, nella sua grandezza e fragilità. Un balletto d’immagini che strema, pause che danno respiro. Un respiro spezzato. Sapendo che la storia andrà avanti, non sapendo dove condurrà. Protagonista è il lettore. Che giocherà, suo malgrado, con gli elementi a sua disposizione e con quelli che dovrà fornire di suo per ricomporre una storia fantasticamente vera. Protagonista è la Rupe. Testimone e custode di tanti passaggi, di tante schegge sfuggite dalla deflagrazione di un sentire primitivo che si avvia a farsi conoscenza e coscienza. Protagonista è l’arte. Che non perdona chi sceglie e ama.
Il lettore dovrebbe scegliere di acquistare La figlia della rupe se sfogliando il libro, fin dalle prime righe della prima pagina, avrà la sensazione di essere parte di quella storia. Allora lo prenderà e dopo averlo letto non lo riporrà nella propria biblioteca personale, ma sul suo comodino: a portata di mano.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Non ho mai frequentato laboratori di scrittura. Non ho mai perseguito l’apprendimento di una tecnica. Penso che il miglior laboratorio sia l’accanito lavorio attorno al tema della scrittura e i migliori maestri quegli autori che in qualche modo ci hanno segnato la vita.
Quando il segnale arriva non cerco scappatoie, non cerco di rimandare. Mi metto al servizio della scrittura e ad essa mi abbandono, al suo flusso che viene dalla lontananza come il primo vagito. In ciò mi guida senza dubbio la poesia, mia prima e sempre presente forma di scrittura.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Credo di aver già risposto in parte a questa domanda. Né scrittura d’occasione né scrittura per mestiere. Credo che il filo parta sempre dalla sede delle emozioni, ma quelle profonde, radicate nel proprio essere, che certo, sì, risentono anche delle “occasioni”, ma non in modo determinante.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
La stesura finale non esiste. Esiste la pubblicazione che mette fine alle infinite stesure che si potrebbero fare di un’opera. Un’opera finita non sarà mai perfetta rispetto all’idea, ma qui subentra un atto di accettazione per i propri limiti e quelli intrinseci nella scrittura, come in qualsiasi altro strumento al servizio dell’arte.
Penso che il libro, una volta pubblicato e messo in circolazione, non sia più mio ma del lettore. Se così non fosse, non avrebbe senso averlo scritto e dato alla stampa.
Devo dire – purtroppo – che ciò che mi manca è la critica vera, quella che non si perita di stroncare un’opera spiegandone i motivi. Quella critica capace – con la sua prova del fuoco – di forzarmi a valutare se la mia è carta straccia o pagine che hanno un significato non soltanto per me.
Mi pongo, nei confronti all’arte in generale, con una sorta di meraviglia e rispetto per l’umana capacità di sviluppare tematiche – sempre le stesse, già visitate e rivisitate in tutti i modi possibili – attraverso una propria indagine e rinnovata forma. Quando il “miracolo” avviene, l’arte commuove ed esalta. Ciò accade soprattutto in poesia, quando un verso ti folgora e sgomenta e ti chiedi per quali straordinarie vie sia passato per arrivare fino a te.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 19 Febbraio 2009 at 00:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: L’ erba sotto l’asfalto. Storie dalla piana dei Castelli dal ‘55 al ‘75
Autore: Lanciotti Maria
Editore: Controluce (Monte Compatri)
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8895736001
ISBN-13: 9788895736006
Pagine: 336
L’erba sotto l’asfalto – Storia della piana di Castelli dal ‘55 al ‘75, di Maria Lanciotti, pubblicato da Controluce e patrocinato dal comune di Ciampino, è un diario storico ricco di fatti, volti, cose, luoghi e reminescenze sempreverdi – che non è mai fuori luogo arieggiare, come quelle stanze di case antiche, amate eppur vuotate dal tempo, che non ci porteranno giammai a lasciar crollare l’imponente edificio ora disadorno, perché di noi lì tutto resta, nelle trame spesse di una casa che parla per noi di cose già andate. È un libro che viene scandito da una ricca ripartizione interna, in cui i singoli capitoli simboleggiano periodi storici e geografie contestualmente rilevanti nell’Italia del cambiamento, e i paragrafi interni lo scorcio di vita della selva di personaggi che sfila nel denso della riflessione pacata, sentita, mai stonata, di una voce che si eleva con lo scopo di fissare con l’inchiostro quello che foto o testimonianze altrui non fissarono mai direttamente. L’Autrice, sapiente e candida narratrice dei luoghi che ben conosce, che ha calcato con la pratica negli anni e che tinge a seconda del grado d’intensità della rievocazione, coglie – già nel solo posare lo sguardo su una faccia amica – l’occasione ridente per una scrittura – ora ricamo, ora ricco intarsio – che si fa porta d’ingresso per la cospicua moltitudine di nomi che affollano la sua memoria. Un romanzo voluminoso e vivido, in cui al ritratto spesso si sostituisce la cronaca e alla cronaca s’avvicenda l’elettrizzante diario ritmato e bello, di una ragazza verde come la scrittura e il pensiero di cui si macchia. Ella, col pragmatismo noto dell’osservatrice consumata, e la preziosità della scrittura più linda, si sofferma su una realtà urbana nota, che è quella che ci fornisce tanto spunti autobiografici d’interesse che brillanti osservazioni sull’indagine del mondo e delle cose. Questo romanzo, di spessore contenutistico e fisico, ci proietta in un’Italia che fu, la quale viene fatta rivivere un ciottolo alla volta, in un quadro datato eppure all’apparenza privo di età e ragnatele. La Lanciotti, che a Ciampino ha vissuto buona parte della vita, ci prende per mano e ci porta con sé, lungo le strade sconnesse del tempo e le locali attrazioni umane che si perdono nel luna park di una giovinezza bianco e nero. Il suo dettato è brillante, vibra nell’intensità della memoria; è pregnante, ilare e svagato, non è mai banale né si perde in ingenuità scolastiche. La sua penna è agile; la storia si muove come per associazione di idee, e si ramifica dieci volte dallo stesso ramo, a seconda di quante cose un singolo evento può riportare alla mente e agitarle la penna. Quello che ne vien fuori è un quadro complesso e vario, tiepido e appassionante, che ci proietta – lungi dal voler manifestare il patetismo di tanta letteratura della memoria nota e meno nota – in una striscia permanente di colore, che non s’asciuga se non quando l’inchiostro della Lanciotti ha messo l’ultimo punto finale.
Alessandra Di Gregorio.
csa editore, il pugile nel lager, la neve rossa, narrativa, narrativa drammatica, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 18 Febbraio 2009 at 22:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: La neve rossa. Il pugile nel lager
Autore: Giannasi Francesco
Editore: CSA
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 889503063X
ISBN-13: 9788895030630
Pagine: 80
La neve era rossa del sangue dei caduti, delle vittime della deportazione, dell’apologia nazista, di un fatto storico che ha significato la morte del cuore dell’umanità nell’Europa avvolta dal gelo, avvolta dalla fame, avvolta da una guerra spietata votata ad uno stupido massacro che ha visto troppi vinti e nessun vincitore. È Primo il protagonista di questa storia, Primo di nome e di fatto, primo tra tanti, primo tra tutti, uno abituato a star sempre con la guardia alzata, uno che non si tira indietro ma che piuttosto tira pugni in faccia ai tedeschi per dire no alla guerra, no alla tragedia che si consuma nei lager, no al massacro quotidiano che si svolge sotto ai suoi occhi di prigioniero ebreo. Primo – che ci ricorda il nome di un grande come Primo Carnera – guarda le tracce rosse sulla neve e si chiede come possano quelle tracce rimanere sempre fresche nonostante nevichi abbondantemente ogni giorno; gli verrà detto che quello è il sangue di quanti vengono spogliati e lasciati all’addiaccio a congelare, presi a bersaglio da proiettili infami che non ne decretano l’immediata morte ma solo il ferimento – in previsione dei forni, in previsione di altre indicibili torture e sofferenze, in previsione di un massacro autorizzato da un folle che credeva di poter radere al suolo il mondo. È questo il romanzo di Giannasi, questo è La neve rossa – Il pugile nel Lager, un testo di poche pagine, sbrigativo, condensato, forse non incisivo come ci si aspetterebbe – e probabilmente neanche scritto con la cognizione di doverlo essere per forza dato il tema trattato, che purtroppo si spiega da sé e merita ben pochi commenti…
La penna di Giannasi non scende mai nel dettaglio. Registra solerte e annota, ma non sonda perché la forza della fotografia è qui più grande di quella dei raggi X. Si focalizza in poche cose, l’intreccio appare importante ma viene svolto al minimo del potenziale. Il dettato è semplice, lineare, a volte ingenuo ma non ha particolari stonature; il romanzo si svolge pianamente: niente sprazzi, niente impennate, nessuna retorica od orpello linguistico, come una sorta di doveroso cordoglio che non cerca commento od approvazione; come la consapevolezza di non poter rendere diversamente un tracciato sul quale grava un bagaglio storico non indifferente, perché è nei pugni di Primo – come nelle parole addolorate di un Primo Levi prigioniero a sua volta e cronista di un diario delle speranze negate e delle barbarie subite – che si esplica coraggiosa tutta la sana allegoria della vita e della morte. Scegliere di sconfiggere la morte nel ring di un Lager dal quale non è destino si possa uscire vivi, per ricordare al mondo intero che lì dentro non tutti hanno scelto di abdicare alla ragione e che per questo scelgono – messi di fronte al fatto compiuto – di riappropriarsi dell’unica dimensione cui ci preme non esser mai separati: quella umana.
Adg.
A un terzo dei mille, Ibiskos, intervista ad uno scrittore, Paolo Viglianisi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 17 Febbraio 2009 at 15:09
Oggi parliamo con Paolo Viglianisi, autore di «A un terzo dei Mille».
———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Non si sceglie. Semplicemente si asseconda il bisogno di scrivere. È il più estremo esercizio di libertà ed arbitrio: è accessibile a tutti e non c’è altra attività umana a mio avviso che possa eguagliare il senso di libertà e appagamento che si ottiene, per esempio, nell’inventare una storia, muoverne i personaggi, decidere del loro destino.
A: Scrive. Cosa?
In questo periodo soltanto il romanzo soddisfa il mio bisogno di sfida, di esser messo alla prova. Mi sono dedicato al giornalismo molti anni fa (come free-lance) e sono passato attraverso la scrittura di racconti. Ho scritto poi il mio primo romanzo e di certo, non so quando, sarà di nuovo un romanzo il mio prossimo lavoro.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono un non addetto ai lavori – categoria piuttosto nutrita a quanto pare quando si parla di scrittura. Scrivere è per me un esercizio estremamente individualistico e narcisistico – perché facendolo soddisfo un mio bisogno profondo – ma è anche un tentativo di donare ai lettori godimento e piacere, e si muove in questo caso all’altro estremo della scala diventando un gesto totalmente altruistico ed estroflesso. Alla scrittura mi accingo perciò sempre con gioia. E nella scrittura mi sento un artigiano animato da sincera umiltà.
A: La penna per te corrisponde a…?
Uno strumento irrinunciabile.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Prima del mio romanzo ho pubblicato due racconti brevi e, quando lavoravo come giornalista free-lance, svariati articoli, normalmente di costume. Sebbene questo periodo di attività sia lungo più di quindici anni, non posso dire che c’è stato un vero cambiamento nel mio modo di pormi rispetto alla scrittura. Le mie motivazioni e i miei bisogni erano e rimangono quelli spiegati sopra
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Vario, leggero, originale.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
La storia è agile ed accattivante, parte da un fatto di cronaca nera che pero’ presto diventa pretesto per l’incursione nel quotidiano dei personaggi principali, che sono diversi tra loro tanto quanto lo è l’ambientazione geografica, i luoghi principali delle vicende più importanti del romanzo. La galleria di personaggi non è ampia ma offre a ciascun lettore almeno una possibilità di identificazione: una volta trovato il proprio omologo emotivo, la lettura di questo romanzo breve si snoda veloce, le pagine scorrono rapide e un sorriso di compiacimento salirà lieve, magari più volte, sulle labbra del lettore/lettrice. Un inno alla leggerezza.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Mi guida il bisogno della scrittura in sé come esercizio di libertà assoluto. Tecnicamente, procedo a chiazze, a isole. Prendo appunti e note nel quotidiano attingendo a tutto quello che scorre sotto i miei occhi che mi pare originale, insolito, meritevole di attenzione. Il tutto senza alcun criterio di omogeneità. Poi rielaboro in un secondo tempo costruendo dei personaggi che abbiamo tic, abitudini e bisogni che possano essere introdotti usando uno dei piccoli fatti di cui ho preso nota nelle mie osservazioni. Le note sono isole, a volte neanche quello ma semplicemente scogli. Il lavoro creativo sta nel trasformare isole e scogli in arcipelago con caratteristiche di paesaggio compiute e coerenti.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Qualunque fatto del quotidiano può stimolare il ricorso alla penna e diventare poi idea o pretesto per il racconto. Sulla componente auto-biografica, per quello che mi riguarda chiunque impugni la penna attinge inevitabilmente al proprio bagaglio di esperienze, sentimenti ed emozioni, non importa quale sia l’argomento di cui si scrive. In questo senso a mio modo di vedere tutta la scrittura è biografica, o meglio auto-biografica.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
La mia esperienza di opere letterarie è troppo limitata per parlare di una modalità consolidata di metabolizzazione post-stesura. In generale, sono avido di critiche e riscontri, ed anche incline a ragionarci seriamente sopra. Pretendo però che esse scaturiscano da una lettura completa ed attenta dei miei scritti. Ho osservato poi che molti lettori si sentano obbligati a improvvisarsi critici letterari se hanno un legame di qualche tipo, non importa quanto lontano e rarefatto, con chi scrive. Confesso che a volte trovo questa reazione, questo voler dar prova di sagacia e acume, fastidiosa.
Insomma, il giudizio e riscontro degli altri sui propri scritti è necessario e irrinunciabile, ma il privilegio della parer e dell’opinione spetta solo a chi ha investito qualche ora di lettura seria a quello che tanto faticosamente è stato prodotto. D’altra parte trovo estramemente gratificante quando i miei lettori mi fanno notare nessi o interpretazioni di personaggi e fatti narrati di cui io stesso non sono cosapevole – e che mi guardo bene dal correggere o puntualizzare: il libro è dell’autore finché lo scrive, di esclusiva proprieta’ dei lettori dal momento che viene pubblicato.
A un terzo dei mille, giallo d'autore, Ibiskos, narrativa, Paolo Viglianisi, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 17 Febbraio 2009 at 13:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: A un terzo dei mille
Autore: Viglianisi Paolo
Curato da: Baldacci Balsamello M.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604038
ISBN-13: 9788854604032
Pagine: 154
A un terzo dei Mille è il romanzo di un giovane autore che mi ha conquistato dalla decima pagina in avanti. Poi il libro l’ho letto a pezzi notte dopo notte ed ammetto che rielaborarne la complessità così dosata, intelligente e compiuta, non è molto facile. L’Autore ha una malizia di fondo che mi piace, che pervade la sua arte e viene amministrata con ingegno e bravura; se la vive con eleganza e se la gusta un personaggio alla volta, tracciando rotte divertenti e intriganti sotto ai nostri occhi sbigottiti per l’accadimento principale che contraddistingue la storia. Di fronte a noi mette tre caratteri diversi, tre uomini, tre vite separate che improvvisamente s’intrecciano l’una all’altra: Rosario, Luigi, Maurizio. Dare un’indicazione circa il genere letterario praticato da Viglianisi potrebbe forse essere tanto riduttivo quanto fuorviante; l’idea che me ne sono fatta, però, inquadra il suo romanzo nella giallistica italiana meno consumata da schemi triti e ritriti che ne svendono potenziale e carattere, perché qui infatti siamo di fronte ad un giallo con risvolti rossi neri e rosa, dove agli omicidi si coniuga l’amore, al sangue la passione, al giallo dell’uccisione il bianco di un foglio che non c’è dato di riempire di tutte le velleità d’artista che non si consumeranno mai più. Sì perché Luigi lavora alle Poste e si fa Giulia, ma da grande vorrebbe fare lo scrittore e si mette una scatola in testa per creare il buio attorno e focalizzare l’attenzione su pochi piccoli particolari più o meno rilevanti; Rosario lascia la sua calda Palermo in direzione di Roma ma un imprevisto lo costringe a prendere il primo treno per un posto che non conosce – e in cui alla lunga resta – di cui non sa nulla e con la possibilità più che probabile di farsi scoprire; Maurizio suo malgrado arriva quando le cose sono già avvenute: di tempo per riparare ai danni non ce n’è più abbastanza. Rosario ha fatto quello che andava fatto, Luigi ha fatto la diretta conoscenza di un sog e Giulia ha rischiato l’infarto o di farsi sgamare dal marito cornuto e contento. Il puzzle di Viglianisi s’intessera una pagina alla volta, trascinandoci dentro alla storia sulle rotte italiane del delitto e della constatazione, in un crescendo di ricordi, aspettative e agitazioni – della carne e del cuore – fino all’epilogo cui avremo fretta noi stessi di giungere – ma che l’Autore non ci concederà che a tempo debito. La penna di Viglianisi è arguta e brillante. L’intrico della trama ben ponderato, sensato, ben riuscito. Il dettato è interessante, ricco, elegante, duttile. Il romanzo apprezzabile, piacevole, avvincente. Il connubio tra azione e riflessione è forse uno degli aspetti meglio interpretati, perché se è vero che quando c’è un morto di mezzo solitamente ci sono anche una caccia e una fuga, in questo romanzo abbiamo anche e soprattutto annotazioni da diario delle intenzioni e del cuore. In questo Viglianisi si distingue, in questo Viglianisi eccelle. Ha scritto un romanzo che della timidezza non sa giustamente che farsene, e che ci fa sperare francamente in un seguito.
Alessandra Di Gregorio
Edizioni Creativa, Giuseppe Cirino, gli occhi del ricordo, intervista ad uno scrittore, narrativa
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 13 Febbraio 2009 at 20:09
Oggi parliamo con Giuseppe Cirino, autore di «Gli occhi del ricordo».
————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Non credo che esista un perché! Ovviamente è un parere personale. Scrivere è come sfiorarsi i capelli o cercare le risposte frugandosi il “pizzetto”. È istintivo.
A: Scrivere. Cosa?
Quando scrivo non prefisso mai cosa, il come e quando. Mi lascio trasportare da tutto quanto mi attraversa e cerco di non pormi freni. Penso si possa scrivere di qualunque cosa senza pensare a chi poi la leggerà. Raccontare i giovani, denunciare, esaltare l’amore o descrivere un paesaggio. Il “cosa” sono i moti dell’anima e non vanno frenati.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono un giovane come tanti che ha voglia di raccontare le persone e i loro piccoli mondi. Ogni persona è un mondo da scoprire. Mi pongo in modo semplice e diretto, sempre consapevole che non tutto quello che scrivo possa piacere. Ma chi scrive o dipinge, non fabbrica macchine o elettrodomestici e per questo motivo non mi pongo il problema di piacere o meno.
A: La penna per te corrisponde a…?
Corrisponde alla possibilità di essere in ogni posto scegliendo le tappe su di un foglio. Allo stato attuale direi che potrebbe essere un ottimo dolcificante per una realtà troppo dura. Dicendo questo un po’ mi contraddico perché scrivo molto della realtà che mi circonda e prediligo evidenziarne pregi e difetti. Ma soprattutto nel primo libro “Il suonatore di foglie” ho giocato molto di fantasia e non mi è affatto dispiaciuto. Uno dei miei racconti “Miele” è stato scelto per una rappresentazione teatrale e nulla di quello che ho scritto può essere accostato alla realtà, se non il fatto che gli uomini hanno BISOGNO di sognare.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
A dire il vero non mi sento parte di questo “palcoscenico”. Nel mondo dei libri sembra non esserci spazio per tutti. Perché c’è disinformazione. Si bada troppo ai nomi o al marchio editoriale. Forse sbaglio o sono presuntuoso dicendo questo. Dove sono finiti i libri? L’importanza che dovrebbero avere essi e non chi li scrive.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Spero di non deluderti ma non so rispondere a questa domanda. Sono solo consapevole di dovere migliorare tanto.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
“Gli occhi del ricordo” denuncia una società dove i giovani si avvicinano alle droghe per non sentirsi emarginati, della capacità di credere ad un amore che il tempo e le circostanze non hanno annullato: l’amore per un figlio. Denuncia l’arrivismo, esalta dei valori che non dovrebbero perdersi nel tempo. Fissa l’attenzione su un piccolo particolare che “personalmente” credo non sia più tanto in voga : guardare le persone negli occhi. Credo fermamente che gli occhi assumano la forma dei ricordi che ognuno conserva. Tutti hanno GLI OCCHI DEL RICORDO anche se non hanno il mio libro. Anche tu!
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Come ho scritto sulla quarta di copertina : La tecnica è solo il vezzo di chi non ha più ispirazione!
L’anima è la forma d’arte più grande che esiste in ognuno di noi ed è priva di tecnica. Si nutre senza scegliere e cresce a dismisura. Anche in negativo purtroppo. Gusto la scrittura e non bado alla tecnica. È bello bere l’acqua che sgorga da una fontanella e cogliere l’ultima goccia vicino alla guancia con il polso, anche se non è fine. Il fine è dissetarsi, non il come.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
L’idea di scrivere per mestiere mi terrorizza! La scrittura nasce dai momenti e dagli stati d’animo. Lo pensavo prima di essere pubblicato e lo penso anche adesso. Allora perché farsi pubblicare? Rendere pubblico un tuo racconto non vuol dire che ci pagherai le bollette o potrai farci la spesa. Vuol dire donarsi a chi “vuole” coglierti. Se vendo soltanto tre copie e a quei tre lettori sono in grado di lasciare qualcosa sono contento ugualmente. Penso al libro come uno specchio dove rivedere se stessi.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Non rimango schiacciato dalle critiche. Le accolgo. Se qualcuno dice che il libro fa schifo vuol dire che non rientro nel suo gusto. Non mi fa male. Fino adesso non sono stato stroncato ma so che capiterà. Ma questo potrà impedirmi di scrivere ancora? Per questo non è un mestiere! Se fai male il tuo mestiere ti licenziano. Autorizzi qualcuno a poterlo giudicare. Ma hai visto quanti libri che escono per business? Più di qualcuno non è un libro ma un prodotto per vendere. E chi li scrive? Poveri libri!
Quando pubblichi in automatico autorizzi qualcuno a giudicare. Tu per esempio recensisci quello che io ho pubblicato. Lo accetto e mi assumo le responsabilità di quello che scrivo. Ma se restassi schiacciato dalle critiche non rispetterei il mio pensiero. Che poi mi ha portato a scrivere l’opera.
Grazie per la tua attenzione
Damiano Mazzotti, Ibiskos, intervista ad uno scrittore, saggistica leggera, Uomini e amori gioie e dolori
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 13 Febbraio 2009 at 01:09
Oggi parliamo con Damiano Mazzotti, autore di «Uomini e amori gioie e dolori»
————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Per esprimere se stessi… Per far conoscere meglio la società…
A: Scrivere. Cosa?
Quello che ti passa per la mente…
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
E che ne so… Lo devono dire gli altri…
A: La penna per te corrisponde a…?
E’ uno strumento della creatività insieme alla tastiera…
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Leggo con più spirito critico…
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
E’ uno stile innovativo e pratico che denota una persona indipendente, eclettica e curiosa…
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
Semplicemente perché è un genere all’avanguardia e ho selezionato i migliori pensieri dei migliori intellettuali e scrittori…
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura? Mi lascio andare ai suggerimenti dello spirito del tempo…
risposta non pervenuta.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere? Nessuna delle due cose… Scrivo partendo dalla lettura di un articolo o di un libro, oppure dall’attualità…
risposta non pervenuta.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Io scrivo qualcosa e poi la lascio sedimentare per qualche giorno… Leggo e rileggo e alla fine aggiungo o tolgo qualcosa a seconda dei casi… Le critiche aiutano a crescere e a migliorare, se sono fatte in maniera professionale…
Eduardo Vitolo, Ibiskos, intervista ad uno scrittore, narrariva del mistero, telepatia con i deceduti
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 13 Febbraio 2009 at 00:09
Oggi parliamo con Eduardo Vitolo, autore di «Telepatia con i deceduti».
—————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Risponderei “perché no!?!”, ma poi sembrerei un ospite di Gigi Marzullo quindi soprassediamo.
In tutta franchezza scrivo perché mi piace creare storie e personaggi, spero inediti e particolari, mettendo ancora alla prova la mia fantasia di ragazzino, nutrita a pane e fumetti, oppure a Nutella e libri di genere (anche se anagraficamente non lo sono più da un bel po’). Ecco, “Telepatia col fanciullino”, definiamola così.
A: Scrivere. Cosa?
Non penso sia una cosa che puoi decidere a tavolino almeno che non ti chiami Faletti o Lucarelli. Io vado molto ad ispirazione. Ho diversi progetti (romanzi in stato embrionale, saggi, racconti, articoli etc.). Lascio che per ognuno arrivi il giorno giusto. Quando sento che finalmente quel momento è arrivato allora mi fiondo sul lavoro e vado avanti fino allo sfinimento. Se poi, vuoi un genere preciso, allora ti dico Gotico oppure Horror, ma una vocina nella mia testa mi sta già avvertendo che non è proprio così…
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Definirmi “scrittore” con una piccola casa editrice alle spalle e con un racconto Gotico dalla forte territorialità dei luoghi e dei personaggi pubblicato da poco, significherebbe risvegliare “i cani dell’inferno editoriale” che sarebbero subito pronti a sbranarmi lentamente e con sublime perversione (un po’ sullo stille Hellraiser, se conosci il genere). Avendo esperienza ormai ventennale in ambito di critica musicale ed essendo io stesso un ex musicista e un performer, ti rispondo che mi sento come una band rock “underground”, con una gran voglia di farmi apprezzare e conoscere ma con la consapevolezza che il puzzo di underground si sente lontano un miglio e che dovrò lavorare tanto e duramente per superare questa angusta soglia. La voglia c’è. Spero anche in un po’ di fortuna.
A: La penna per te corrisponde a…?
Ai ricordi. Una penna leggera, sottile e minuscola adagiata accanto ad un diario chiuso con un lucchetto di plastica e ferro. Lì i primi pensieri, le prime idee, il primo confronto con me stesso. Oppure una Bic, rigorosamente nera, buttata con insofferenza su un foglio di quadernone a righi mentre cerco di organizzare e scrivere, con mio fratello, il primo giornalino sportivo sulle partite di calcio del mio rione. Attualmente il tocco di una penna mi provoca angoscia e sconforto visto che è il mezzo con cui sto completando i miei sofferti studi in legge. Roba alla Kafka, per intenderci.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Prima mi collocavo da semplice lettore ed appassionato apprezzando soprattutto le trame ed i personaggi creati dagli autori che amavo. Ora non sono su alcun palcoscenico (se escludiamo lo Scerbanenco che io considero un viaggio iniziatico…) quindi il mio atteggiamento non è cambiato di una virgola. Non ho manie di grandezza né mi sono dotato di una prosopopea da critico/scrittore/ purista/dispensatore di verità assolute, come mi capita di vedere e leggere in giro. Cerco di rimanere spontaneo ed obiettivo. Rimango un lettore attento e curioso e mi capita ancora di emozionarmi come un ragazzino leggendo un bel libro senza preconcetti o forzature.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Semplice.
Scorrevole
Atmosferico.
Penso che queste tre parole racchiudano in pieno il mio “non stile”.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
Telepatia con i deceduti è un racconto lungo di ambientazione italiana che trova le sue influenze ed ispirazioni in autori come Lovecraft, Poe, James, Blackwood e la Gothic Novel in generale. E’ una storia caratterizzata da continui flashback nel passato e ricca di atmosfere lugubri e spettrali che per il suo fascino da novella di altri tempi potrebbe essere raccontata anche da un vostro parente (diciamo un nonno và!) durante una veglia notturna davanti ad un camino scoppiettante attorniati da ombre informi e silenzi raggelanti.Insomma se ti piacciono le storie di fantasmi ” Telepatia…” potrebbe essere una buona lettura.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Per carità. Il concetto di “tecnica” mi provoca una risatina scettica a mezza bocca. Come già accennato in precedenza per me contano solo le influenze, le ispirazioni e la voglia di fare. Non ho la presunzione di parlare del mio libro in termini di tecnica e di composizione. Il mio è un “non stile” che cerca solo di affascinare il lettore con una trama e dei personaggi, spero credibili.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Se volessi essere “paraculo” e un po’ meschino ti direi che la mia è scrittura per mestiere. Ma visto che mi pongo nella maniera più trasparente e logica possibile ti rispondo che la scrittura è un ‘occasione” per inventare, scomporre, ricomporre, divertire, divertirsi e a volte esorcizzare i propri demoni. Ho l’opportunità di affrontare questo discorso anche dal punto di vista del giornalismo e ti dico che lì invece ci vuole del mestiere. Non si può divagare o aprirsi a cose troppo inedite visto che si tratta pur sempre di “informazione”. Nel creare invece un racconto o un romanzo c’è una componente ludica e auto-compiacente che lo pone su un piano molto più personale e quindi aperto alle contaminazioni del vivere e del sentire quotidiano. Secondo il mio modesto parere se non c’è un’occasione giusta non può esserci scrittura. Non a caso la musica, per il sottoscritto, è una componente essenziale nel creare l’occasionalità dello scrivere. Spero di non essere stato troppo contorto.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Di solito sono euforico. Creare dovrebbe essere una cosa che ti travolge e ti rende inebetito e contento. Ma mi rendo conto che il tutto non può essere sempre così utopistico. Non a caso due dei miei scrittori preferiti in assoluto, S. King e Tiziano Sclavi, ne hanno parlato anche come un tormento o una condanna. Io la mia sensibilità da artista, come la definisci tu, la vedo come una piuma adagiata su un blocco di cemento. Lascio all’interpretazione del lettore il significato di questa “strana” immagine…
Grazie mille.
Eduardo Vitolo, Ibiskos, narrativa, narrativa del mistero, narrativa italiana, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 9 Febbraio 2009 at 20:09
Ringrazio Eduardo della pazienza e della simpatia.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Telepatia con i deceduti
Autore: Vitolo Eduardo
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Minimal
ISBN: 8854603937
ISBN-13: 9788854603936
Pagine: 42
Telepatia con i deceduti è il romanzo di Eduardo Vitolo, inserito nella collana Minimal della Ibiskos Risolo, casa editrice di Empoli. Romanzo estremamente breve, modulato sul racconto di episodi della vita della giovane Anna, una ragazza con doti medianiche che la mettono in comunicazione coi morti, alle prese con un reporter, una misteriosa casa disabitata e un’ombra improvvisamente destata dalla loro presenza nella solitaria abitazione. L’Autore ripercorre così tanto la storia della donna che quella della casa, portando alla luce verità nascoste e ricordi sopiti. Anna in particolare attrae la nostra attenzione. Nel delinearla l’Autore alterna descrizione somatica a stati d’animo e psichici, ma si nota più di un accenno di raffigurazione un po’ troppo stereotipa rispetto al tratteggio profondo e circostanziato che ci si sarebbe aspettati durante il trattamento di una personalità così complessa come quella di Anna. Le sue doti e la sua difficoltà nel viverle ed accettarle dovrebbero essere il punto centrale del discorso – assieme ovviamente al tema cardine dell’incontro con l’anima randagia infestante l’antica villa – ma spesso il narrato presenta ingenuità tanto linguistiche che d’intreccio, e si perde – involontariamente – la tensione necessaria; non si alimenta altresì a sufficienza l’aspettativa del lettore né il giusto grado di mistero e pathos che da un simile racconto ci si aspetterebbe, e presumo ciò avvenga anche per via della forma snella dell’elaborato, che rimanda a certo filone gotico o del mistero, di marca anglosassone sette – ottocentesca, in cui la trama si presenta piuttosto snella e l’approfondimento tanto dei personaggi, che dell’intreccio, non è contemplato sin dal principio. Vitolo però periodicamente apre dei piacevoli sprazzi che rendono il dettato fruibile e conducono per mano il lettore sino ad una conclusione che scatenerà il nostro raccapriccio e ci farà dire che sì, valeva la pena soffermarsi su questa lettura che ci darà, per bocca del Maresciallo dei Carabinieri accorso sul posto, una risposta nient’affatto banale, ad un quesito che assilla da sempre tutti: «è possibile parlare con i morti?».
Adg.
Azzurra Mangani, Ibiskos, intervista ad uno scrittore, narrativa, narrativa sentimentale, Per Elisa
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 8 Febbraio 2009 at 02:09
Oggi parliamo con l’autrice di Per Elisa, Azzurra Mangani.
———————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
Credo che la scrittura nasca dalla sensibilità personale e dalla maniera in cui si sceglie di affrontare una certa situazione, presente o passata. Si scrive – o almeno, io scrivo – per disegnare una via di fuga, per cercare una forma di appagamento; si scrive, in primo luogo, per se stessi. Ma se il percorso si fermasse qui, tutti i libri resterebbero nei cassetti degli autori. In qualche maniera scrivere significa essere altruisti: lo si fa per trasmettere emozioni; è una grande forma di condivisione.
A: Scrivere. Cosa?
Non ho mai previsto limiti agli argomenti da trattare. Qualunque cosa va bene, purché l’autore l’abbia fatta propria, la senta come sua.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Cerco di essere versatile, capace di spaziare fra più linguaggi, con un occhio attento alla sperimentazione. Come scrittrice so di essere una di molti, e non mi dispiace. So di essere appena all’inizio di un lungo percorso, e mi pongo su questa strada con impegno e con molto interesse per gli altri compagni di viaggio.
A: La penna per te corrisponde a…?
Un fedele e silenzioso alleato.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
La pubblicazione è stata per me un vero spartiacque. Prima vivevo i libri in modo molto egoista, scrivevo e nascondevo subito quello che avevo creato; il mondo della scrittura mi pareva sacro, difficilmente raggiungibile, e avevo paura di mettermi in gioco e rischiare. Adesso sono un pochino più tranquilla: sto cominciando a conoscere questo mondo per quello che è, con pregi e difetti, e ne resto affascinata. Più di quanto non lo fossi prima, mentre lo ammiravo dall’esterno.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Scorrevole, acerbo, visivo. Li ho scelti perché mi rispecchiano: tento di coltivare un stile semplice, regolare, fatto di frasi non eccessivamente pesanti, che stanchino il meno possibile. Allo stesso tempo mi rendo conto di non aver finora raggiunto uno stile fisso e standard: lo considero acerbo, ancora imbrigliato nelle influenze di ciò che leggo al momento. Visivo è il primo aggettivo che mi è venuto in mente: mi piace ricreare immagini, addirittura condensare concetti in descrizioni visuali.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
“Per Elisa” racconta di un’amicizia difficile ma incredibilmente forte, vista e raccontata attraverso gli occhi di una donna matura e malata, che ne ripercorre i momenti più significativi. È un’opera particolare, densa di emozioni più che di fatti, che non dice niente e che pure esprime tutto quanto è necessario sapere. Si ispira in buona parte alla canzone di Battiato (o meglio, a un’interpretazione che le è stata data), a cui se ne aggiungono altre che ne scandiscono i capitoli. Consiglierei di leggerlo per l’unione fra musica e parole, per l’attenzione con cui vengono analizzati i rapporti fra le persone e soprattutto per il singolare “colpo di scena” finale.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Il mio flusso della scrittura è guidato esclusivamente da immagini che “scorrono” in testa e da una sorta di rumore di fondo, un sonoro di qualche genere. Al momento di concretizzarli in parole, mi accorgo che la prima stesura non è mai definitiva: ho bisogno di continue correzioni e di una visione completa dell’opera su cui agire. La tecnica che uso è piuttosto classica e tradizionale, alla fine: si tratta di un lavoro di limatura lungo e preciso. Lascio spazio alla scrittura creativa (e quindi a tecniche più immediate o mediate, lessico inusuale, trame dell’assurdo) solo nei racconti brevi; è un esercizio che ho cominciato da poco.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Preferisco la scrittura d’occasione, anche se non necessariamente autobiografica; mi piace discostarmi dalla realtà, ma partendo da fatti reali, da cose accadute. Spesso, da frasi pronunciate o storie che mi sono state raccontate. Lo sforzo di immaginazione è necessario, ma non è mai stato l’unico riferimento all’interno di un mio lavoro.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Non riesco a lasciarla andar via. Man mano che il tempo passa posso sentirmi più distaccata, diversa o più capace, ma rimango comunque colpita dalle critiche. Spesso sono proprio io a criticare i miei lavori, dopo che sono passati alcuni mesi; quindi si può dire che resto sempre legata a ogni opera terminata.
Azzurra Mangani, Ibiskos, narrativa, narrativa epostolare, narrativa sentimentale, Per Elisa, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 8 Febbraio 2009 at 02:09
Ringrazio Azzurra Mangani per il libro e il suo straordinario talento, e la redazione della Ibiskos Risolo per la grande disponibilità.
Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Per Elisa
Autore: Mangani Azzurra
Curato da: Golestani B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604844
ISBN-13: 9788854604841
Pagine: 76
Per Elisa è il romanzo di una giovanissima e talentuosa autrice italiana. Un romanzo svolto in forma diaristico-epistolare, tratteggiato con serena manifestazione di stati d’animo forti e contrastanti, linguisticamente elegante e tondo, sobrio e misurato, pregnante e delicato. Alessandra è la destinataria di un lungo messaggio d’amore amicale, un modo come un altro di rinverdire una memoria passata ed un ricordo schiacciato dagli anni e forse dalla dimenticanza stessa che si vuole avere delle cose tanto belle quanto dolorose di un tempo che non è più. Un excursus sentito e misurato di quella che fu la loro amicizia, di dove affondavano le lontane radici di quel rapporto di sorellanza intima e complessa, difficile da gestire, alle volte persino scomodo e dispettoso. Due donne a confronto. Due esistenze trascorse tutto sommato in fretta e l’imbarazzo della parola fine scritta a chiare lettere persino nel vocabolario più inconfessato di due anime vicine. Perché i rapporti umani sono tutti un po’ così. L’adolescenza ci rende ebbri di una gioia di vivere che piano piano muta e diventa un neon appariscente che acceca senza però scaldare. Abbiamo tutti la sfacciataggine di crederci migliori perché di principi più liberali, saldi valori e proprietari di tante verità in tasca, però poi di fronte alla vita vera siamo troppo impreparati a reagire, e l’unica cosa che ci è possibile è quella di provare sin da subito l’oblio, come i più consumati tra i traditori della specie, che con la stessa rapidità con la quale si scagliarono contro la sorte avversa – più per ideale che per concreta esperienza – in tempi non sospetti, altrettanto in fretta si muoveranno in ritirata e quel che resterà alle loro spalle è unicamente l’elenco delle cose finite, patite, logorate e consumate, che non è possibile più ricominciare, guarire, rinnovare, ricucire. La penna della Mangani esplora aree privatissime con sapiente calma, e l’inchiostro si dosa bene anche laddove la prepotenza della lacrima incrina la voce e la mano tremolante della protagonista – resa incerta dagli anni, dagli acciacchi e dagli schiaffi del cuore – ha la forza e il coraggio d’indagarsi sino in fondo, nella rivisitazione di un’intera vita, senza vergognarsi mai di ciò che è stato, e con la triste consolazione d’aver avuto torto per la maggior parte del tempo e annuire adesso di fronte alla chiarezza del dato di fatto all’epoca mancante. Ogni angolo viene rivisitato e tutto appare meno opaco nonostante il tempo abbia causato più d’una grinza e sollevato più di un dubbio. Alessandra non c’è più e con lei anche la Giannini è lì lì per capitolare. La vita scorre troppo in fretta per poi cercare il bandolo di una matassa infeltrita e polverosa. Bisognerebbe vivere assecondando i moti del cuore, ma si fa presto a dondolarsi dietro un vetro di volta in volta più spesso e una faccia amica fa tanto presto a comparire che a sfiorire ed uscire dalla nostra orbita silenziosa. Un romanzo toccante, dove il tessuto è costellato – anche linguisticamente – di un dettato importante e ponderato, e la forza della memoria e del rimpianto ci disegna due donne straordinarie intrappolate in un destino ahi noi eccezionalmente ordinario.
Alessandra Di Gregorio
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 7 Febbraio 2009 at 11:09
Ringrazio Arpanet e la sua Redazione per l’accoglienza.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Mini concepts moda. DUS (Dopo una sbronza)
Autore: Soldatini Gionata
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Mini concepts
ISBN: 8874260350
ISBN-13: 9788874260355
Pagine: 64
DUS acronimo di Dopo Una Sbronza, è l’ennesimo piccolo gioiello Arpanet, appartenente alla collana Mini Concepts. Mini concetti ben espressi, piccole architetture ben congegnate, sprazzi di lucidità tra una sbronza e l’altra, vite sospese tra il cinismo di una bellezza che tutto acceca e risucchia, e il bisogno di venirne fuori, giungerne a capo, smettere la spasmodica rincorsa. Gionata Soldatini accoglie in DUS la scrittura come una pennellata per rifinire un particolare intarsio su di un vaso. Ha la precisione dalla sua, la stringatezza, la capacità di addensare significati, minimizzare i conflitti con scelte linguistiche ai limiti della neutralità, rendendo tutto come sospeso e catatonico ma mai banalizzando il proprio dettato – ed anzi esaltando la difficoltà immane, tanto morale che filosofica di chi vive l’amore più sotto forma di sberle che di incendi. L’uomo che dall’interno di DUS ci parla a bassa voce e quasi ci viene a sbattere contro, è un uomo appeso a metà tra apparenze scientemente ricercate e gusto del vivere. La difficoltà del conflitto si vive tutta a fior di pelle, senza mai nascondersi o nasconderci stati d’animo che manifestano la sua incapacità di opporsi veramente, ma evidenziando altresì come questo divario possa ricercarsi nelle due donne che animano la storia: da un lato Nicole, dall’altro Kim. Personaggi fondamentalmente appena accennati, complessi, dispotici, nulli e annullabili, eppure mai privi di un artificiale gusto estetico quando non di vera sciatteria interiore – la cosa che si fa più fatica a perdonare, perché manie ne hanno tutti, ma poi curare un tempio vuoto, manifesto della decadenza di uno spirito incapace di brillare di luce propria, ha l’importanza che può avere una preghiera recitata in una congrega di atei: probabilmente nessuna. Il sogno allora prende e si confonde alla vita ad occhi aperti, e l’indigestione di malessere passa nelle fragranze dei fiori, nelle trasparenze del cuore, nella pelle setosa di una donna curata, nelle emotività schiaccianti, nei percorsi mentali deliranti, nelle bottiglie di whisky che occhieggiano alle spalle dell’ignaro barista, il quale non sa – e mai potrebbe – che in quel solo sorso di Clan Campbell che avrà ormai servito a uno spropositato numero di clienti/tristi figuri di passaggio, è contenuta una certa dose di verità; una verità che sostiene l’incoerenza personale rispetto all’artificio della bellezza e del costume più vuoti ed esasperati, – che infine tendono ad eliminarsi da soli perché la facciata non è mai retta da nient’altro – che sostiene il gusto del dolore e la sfacciataggine del gesto di bersi pure l’anima – potendo – di contro alla morigeratezza di un pasto, piuttosto che l’uso di un belletto decorativo – l’esasperazione volontaria del proprio Io tutto da soffocare, tutto da costringere in ignobili pose, in ignobili atteggiamenti, in vuote espressioni e false andature, come una di quelle architetture post-moderne, dove il pregio delle forme classiche non conta niente rispetto all’arrampicarsi in aria di un palazzo di vetro che non vedrà mai l’orma bruna di un mattone impastato con la terra. Come in una sfilata in cui l’abito è sempre diverso e sempre più accattivante, ma chi lo indossa nel frattempo invecchia e si logora e di vecchio porta addosso solo uno straccetto d’anima che già non vive più.
Alessandra Di Gregorio
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 5 Febbraio 2009 at 22:09
Ringrazio sentitamente Effepi Libri per la gradita collaborazione.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Dolcetti e scherzetti. Professionisti del sesso scrivono sui loro clienti
Curato da: Bernstein Sycamore M.
Traduttore: Donaggio A.
Editore: Effepi Libri
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8860020085
ISBN-13: 9788860020086
Pagine: 244
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Dolcetti e Scherzetti è un volume dall’aspetto tanto invitante quanto pericoloso. Effepi Libri sforna questo libro dedicato ai professionisti del sesso – e teneramente dedicato a tutte le puttane del mondo (siano uomini siano donne) che scrivono sui loro clienti come nulla fosse, e noi cadiamo nella trappola e ci mangiamo i gomiti per non averlo scoperto prima e l’attrazione esercitata dall’immagine golosa della copertina, scelta per concupirci, è qualcosa che però strada facendo ci darà molto da riflettere e il nostro sorriso accondiscendente si tramuterà in una espressione forse amara. Le storie ivi contenute, tutto sommato pregne di una retorica intelligente ed equilibrata a forza di squilibri, e contenenti una sottile morale di fondo, lungi dal non discostarsi particolarmente da quanto affermato in sede introduttiva dall’Autore, in realtà ci dipingono un quadro tutt’altro che rassicurante. I dolcetti e gli scherzetti di cui di parla Matt B. Sycamore – scrittore, attivista politico e prostituto – sono quelli relativi al sesso e alle sue diverse componenti, raccontati senza fronzoli né complimenti, visti nella loro componente giocosa e stuzzicante quando non in quella più umiliante e imbarazzante, nel tentativo riuscitissimo di farci comprendere il punto di vista di chi il sesso lo vende, offre il suo corpo spesso in cambio di droga o favori, e conduce un’esistenza sempre sul filo del rasoio al bivio tra la disperazione e il caos socio-emotivo. La trama intessuta non è quella della classica fiaba disneyana; qui di favoloso c’è molto poco e nonostante i ritratti delle vite tracciate siano punteggiati – tra le altre cose – da quel brio e quella vivacità tipici di chi vive con trasporto esistenze in bilico su tacchi a strapiombo e col rischio sicuro di cadere prima o poi e farsi male veramente – e da drammi interiori non indifferenti, la particolarità di questo diario hot è che senza vergogna né altra forma di pudore, puttane d’ogni tipo raccontano i propri clienti, evidenziandone vizi e virtù, analizzandone aspetti comici o meno, esaminandone brutalità e bassezze, mostrandone decadenza e indecenza. Quello che però ci colpisce – e lo diciamo tanto con onestà intellettuale che emotiva – è che l’imbarazzo per queste vite vissute allo sbando ma con la dignità più grande e lo sprezzo più assoluto, forse è solo il nostro, perché di fronte ai perigli e allo scadimento dell’esistenza, i professionisti del sesso rappresentano uno degli aspetti tra i meno “deprecabili” in un gioco in cui la corruzione del cuore fa rima con promiscuità, sesso a buon mercato e mercato del sesso. La ricca fauna di omosessuali indociliti dai cristalli – non di certo Swarovski – o imbarazzati da partner pretenziosi e sgradevoli, il sesso più sfrontato, le prestazioni più assurde e le richieste più strane, i soldi, il potere di ninfe e paraninfi, uomini poco raffinati – o poco dotati – ma molto ricchi, poliziotti in borghese e scarpe grosse, le apparenze più disoneste, i modi più loschi, lo scambio di fluidi a richiesta, rabbini che si fanno pipe di crack, ragazze con stivali neri alla coscia, progetti di fuga in Oregon, prostituzione alta e bassa, spettacoli di cabaret e masturbazione pubblica, incontri rubati, performance da urlo, puzza di piedi e virilità esposte, è lo spettacolo di questo carosello di cinica carne da macello, dove in tutta libertà si sta poco a questionare sul perché e il percome il costume sociale ammetta o accetti il gioco della domanda e dell’offerta da vicolo o da letto, e il candore della volgarità più spinta risuona in un moto di autodeterminazione fuori dai canoni, che non rigetta il senso prodotto anche dai gesti più estremi e dalla sessualità più corrotta.
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Adg.
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Arpanet, Il Sole sul Labirinto, intervista ad uno scrittore, narrativa, narrativa italiana, recensione, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, Roberto Bianchi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 1 Febbraio 2009 at 18:09
Oggi parliamo con Roberto Bianchi, autore di «Il Sole sul labirinto».
————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
Perché mi è necessario. Perché, in fondo, sono ottimista. Perché, in fondo, ho fiducia. Perché, per il momento, sono vivo: scrivere è il mio modo per affermarlo.
A: Scrivere. Cosa?
Racconti. Racconti talmente estesi da diventare romanzi. Racconti talmente brevi da sembrare sospiri. In fondo un artista afferma la propria empatia con tutto ciò che lo circonda. Al di là delle tecniche. E dei “formati.”
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono un guardone. Quando scrivo realizzo delle fotografie. Dell’anima. Da condividere. Mi piace pensare di essere capace di mostrare panorami nascosti. Mi piace pensare a fotografie tridimensionali.
A: La penna per te corrisponde a…?
E’ lo strumento al quale sono approdato dopo un’esistenza di letture e buone letture. Mi rende possibile l’uso delle parole, il linguaggio maggiormente condiviso. Ma non è l’unico strumento: lo strumento primo è la sensibilità. L’altro, la memoria.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Non è cambiato nulla. Su questo “palcoscenico”, per usare il tuo termine, mi sento una comparsa troppo provvisoria. Non esistono contratti definitivi che assicurino il futuro. Ogni giorno devi ri-negoziare tutto. Ecco, se è cambiato qualcosa, da un certo punto di vista è cambiato in peggio: prima, avevo paura di non pubblicare mai. Tutto sommato un rischio modesto: al massimo non avrei conosciuto il sapore gradevole dell’affermazione. Ora ho paura di non pubblicare più, e di conoscere l’amaro del rifiuto. E’ un prezzo elevato per quel poco autocompiacimento che soddisfa il nostro narcisismo… Tuttavia cerco di andare avanti con la stessa autenticità.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Piuttosto difficile il tipo di distacco proposto. Personalmente disapprovo certa scrittura sciatta e disadorna, con un vocabolario limitato e frasi non accuratamente costruite. Taluni vorrebbero derivare questa desertificazione da grandi precedenti talmente noti da essere inutile il citarli. In realtà, secondo me, a volte, la prosa scarnificata è solo un atteggiamento manieristico che spesso può nascondere grandi povertà linguistiche, sacche di ignoranza, sensibilità minerali. Soprattutto non tiene nel debito conto la ricchezza della lingua italiana. Non vedo perché dovrei usare meno note di quelle disponibili per elaborare le mie melodie. Per questo la mia scrittura è, almeno nelle intenzioni, ricercata e accurata. Le parole sono importanti e vanno scelte con criterio. Vorrebbe avere anche una dimensione musicale, perché il fraseggio costituisce un sistema di suoni intimi ed esclusivi.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
E’ un racconto che, attraverso la vicenda dell’infatuazione di un manager benestante per una giovane immigrata, vorrebbe descrivere il confronto fra due mondi. Evidenzia il coraggio della giovane pakistana e l’ipocrisia inconcludente dell’uomo. Non so proprio perché qualcuno dovrebbe scegliere il piccolo libro di uno sconosciuto: credo che questo dipenda in gran parte dalla forza, dalla capacità e dall’autorevolezza di Arpanet che l’ha pubblicato. E dal suo sistema di distribuzione. Voglio dire qui che apprezzo molto il lavoro del gruppo di persone che si sono messe intorno ad un progetto nuovo, intelligente e ambizioso: Arpanet, appunto. Prima o poi la loro serietà darà frutti ampiamente meritati. Personalmente quando acquisto opere prime o di autori a me sconosciuti mi aiuta molto sapere chi li pubblica.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Sono istintivo, ma credo di potermelo permettere perché ho studiato i “testi sacri”. Mi ritengo un grande lettore. Credo che molto spesso quello che manca sia la proprio la consapevolezza che leggere è l’elemento fondante per poter scrivere: viene prima di qualsiasi altra cosa, addirittura , senza conoscenza non può svilupparsi il talento. Reputo assurdo pensare che insegni di più un corso di scrittura creativa organizzato da qualche autore noto al pubblico per le grandi strategie di marketing che lo sostengono, piuttosto che la lettura attenta di classici e contemporanei. Bisogna leggere e poi studiare, smontare e ricostruire. E’ un lavoro faticoso. Del resto anche scrivere è faticoso e richiede metodo: senza il lavoro e la fatica quotidiana il talento, anche se ci fosse, non troverebbe la strada per esprimersi. Non sempre dà frutti, ma senza quell’impegno i frutti non ci saranno mai. In fondo siamo tutti ladri rispetto a quelli che ci hanno preceduto: l’aspirazione è di essere il malloppo per chi ci seguirà.. Quindi, per rispondere all’ultima domanda, è il flusso stesso della scrittura che mi trascina dove vuole in una specie di rafting pericoloso per me. In fase di correzione intervengo, e aggiusto.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Ho un’età piuttosto avanzata ed una vita ormai strutturata. Inoltre sono abituato ai sacrifici che derivano dalle scelte quando sono, allo stesso tempo, rinunce. Vivo quindi la splendida condizione di praticare la scrittura come attività primaria senza affidarle il compito di procurarmi il reddito. Non è d’occasione quindi, ma non è neanche mestiere. Scrivo ogni giorno, alcune ore al giorno. Sono convinto che ogni espressione artistica sia comunque un’espressione autobiografica, il mio punto di partenza è sempre un residuo di vita. Mia o di altri (ma diventa comunque anche mia mentre ne scrivo), poco importa . Chi scrive ha sempre qualcuno con cui dovrebbe scusarsi
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Quando ho terminato il lavoro, come si dice, lo licenzio. Si stacca da me. E se ne va per altre strade. Prima di abbandonarlo al suo destino l’ho dissezionato così a lungo che nulla che venga detto o scritto su di esso può ferirmi; mi sono già fatto abbastanza male da solo nel realizzarlo e nel correggerlo.
Paradossalmente non lo amo nemmeno più di tanto perché ne ho conosciuto tutti gli aspetti, l’ho sputtanato.
Ho intravisto tracce di insalata fra i suoi denti: il ricordo del suo sorriso è compromesso.
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Francesco Danti, Ibiskos, intervista ad uno scrittore, narrativa
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 30 Gennaio 2009 at 00:09
Intervista a Francesco Danti, autore de «La figlia del fotografo».
————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
Dopo una giornata di lavoro credo di meritarmi qualcosa di meglio rispetto ad una poltrona, un dado di cioccolata ed un quiz televisivo. E’ una fuga controllata, ma è l’unico momento nel quale mi sento davvero libero. Scrivo perché sono egoista e decido io come trascorrere il mio tempo libero.
A: Scrive. Cosa?
Nuoto nel grande “Oceano Narrativo”, una fantastica distesa d’acqua piena di correnti. Non conosco esattamente la mia posizione, ma Nettuno è stato generoso con me. E’ uscito da poco il mio secondo romanzo, una pubblicazione alla quale ho lavorato per circa tre anni. Immagino storie e le metto su carta, racconti surreali che forse non vorrebbero esserlo del tutto.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Ancora non posso considerarmi uno scrittore. Se un giorno acquisterò una casa, con i proventi di un mio romanzo potrò risponderti. Al momento mi pongo come puro appassionato di scrittura, un tizio che ha scritto un paio di libri per sfuggire al “Gioco Dei Pacchi”.
A: La penna per te corrisponde a…?
All’oggetto che porterei con me sulla famosa isola deserta. All’oggetto che non getterei mai dalla celeberrima torre. E’ una compagna silenziosa, ideale, non ti sgrida se versi del vino sulla tovaglia pulita.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Non sono cambiato. Continuo ad essere prima di tutto un lettore, appassionato di librerie piccole ma ben organizzate. Continuo a regalare libri perché ottimi per ogni occasione. Indubbiamente però sono molto felice delle due pubblicazioni, mi aiutano a scrivere con l’entusiasmo di sempre.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Folle. Perché da quello che si legge traspare una leggera infermità mentale dell ‘autore.
Cinico. Perché si denota una certa indifferenza verso alcuni valori umani.
Scorrevole. Credo e spero sia fluido ed armonioso. Odio i libri con la polvere sulla copertina.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
“La figlia del fotografo” è un romanzo di 230 pagine che prova a raccontare la necessità di fermarsi, pensare e ripartire. Si parla di coraggio, di quanto ne serve per darsi una seconda possibilità, puntare tutto avendo in mano solo una coppia di sette. E’ la storia di Timoteo, un maestro elementare che combatterà una battaglia mentale contro i suoi demoni, paure, insicurezze. E’ la storia di Eloisa, bella e giovane, del suo ritratto ingiallito e della sua voglia di fuggire da tutto e tutti. Se avete il vizio di comprare libri d’autori sconosciuti…ve lo consiglio.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Ho ribattezzato il mio metodo “Pisolo resisti”. Ceno, entro nel mio piccolo studio, bevo un bicchiere di Vernaccia, colpisco la tastiera sino a quando Morfeo non mi rapisce. Scrivere tanto, sporcare, imbrattare. In un secondo momento ripulire, eliminare, tagliare. Altro non so.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
Secondo me “La Storia” è una bella donna che aspetta d’essere corteggiata, una femmina misteriosa e sensuale. Si nasconde dentro ad un locale, seduta ad un tavolo in un angolo poco illuminato. Io scrivo per bisogno, per curare l’angoscia tridimensionale che mi affligge. Ho una sola possibilità ed è quella d’entrare in quel locale, sedermi davanti alla “Storia”, ascoltarla e scrivere quello che sento.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Resto legato ai miei romanzi, alle situazioni, alle atmosfere, alle musiche, ai luoghi ed in particolar modo ai personaggi. Con loro c’è davvero un rapporto speciale, un sentimento che difficilmente svanirà. Accetto con piacere le critiche mirate ed intelligenti, odio quelle distruttive perché non vanno da nessuna parte.
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Alessio Masciulli, Credevo bastasse amare, Falco Editore, intervista ad uno scrittore, narrativa
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 29 Gennaio 2009 at 23:09
Intervista ad Alessio Masciulli, autore di «Credevo bastasse amare».
——————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
Perché a volte sento il mio cuore troppo piccolo per contenere le mie emozioni.
A: Scrivere. Cosa?
Quello che gli occhi non sanno mutare in parole e che rileggendo nei miei testi mi rende forte.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Sono semplicemente me stesso e pongo come traguardo sempre di stupirmi.
A: La penna per te corrisponde a…?
Un mezzo su cui scivolano le parole prima di addormentarsi sul foglio.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Nei confronti della scrittura mi collocavo come un timido spettatore curioso di provare ma timido per farlo, ora scopro che mi rende diverso e meno vulnerabile nei confronti del mio passato.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Direi naturale, diretto e coinvolgente semplicemente perché rispecchiano come sono io.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
Come dico sempre leggere il mio libro è come rotolare giù per una valle innevata e poi una volta fermi, sentire subito la voglia di risalire. Questo libro racconta una storia vera di una vita fermatasi sul ciglio di una strada e di quella del suo amore che resta in vita e sa trasformarsi come lei voleva.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Non uso molta tecnica, non l’ho mai imparata da nessuna parte, scrivo perché facendolo esprimo il mio mondo.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
L’una credo che derivi dall’altro. Scrivo per passione ma potrebbe diventare un mestiere.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Io sono ciò che scrivo, e ne sono costantemente parte. Non lascio morire su un foglio parole e racconti se poi li allontano da me. Loro resteranno sempre parte di un mio io interiore e criticarli sarebbe come parlare al mio cuore. Io scrivo ciò che provo anche usando altri soggetti. La mia sensibilità mi permette di emozionare.
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Arpanet, Dove sei Charlie?, Holly Orange, intervista ad uno scrittore
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 29 Gennaio 2009 at 23:09
Oggi parliamo con Holly Orange, autrice di «Dove sei Charlie?», che ringrazio della disponibilità e della simpatia.
—————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
Perché è realizzare infinite possibilità. Intraprendere infinite strade. Prendersi gioco del caso. Rinascere, ogni volta, sempre diversi, sempre se stessi.
A: Scrivere. Cosa?
Scrivere di immagini. Sezionare un pezzo di mondo e osservarlo muoversi sotto vetro. Che sia una musica, un colore, uno sguardo attraverso l’aria fredda…sensazioni per immagini, alla ricerca della bellezza, nascosta dalla polvere delle città.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Prima di scrivere storie, le ascolto. Ci pensavo di recente: quando sono in mezzo alla gente, la prima cosa che chiedo è, paradossalmente, di raccontarmi una storia. Non deve necessariamente essere straordinaria o fuori dal comune. Basta un piccolissimo dettaglio per diventare mia, magari totalmente lontana dalla storia di partenza, poi tutto prende forma nella mia testa. Qualche sera fa invitai a cena una mia amica musicista, con il suo bassista:”Raccontatemi una sporca storia di rock and roll!” gli ho detto, non era importante quanto fosse vera: doveva essere intensa, da catturarmi dentro. Lo scrittore è prima di tutto un personaggio, un attore. Non è il protagonista, che dello scrittore è martire e santo. Chi racconta una storia è un personaggio marginale, che però conosce quei luoghi meglio di chiunque altro: passeggia per le pagine senza essere visto, conoscendo tutti, conosciuto da nessuno.
A: La penna per te corrisponde a…?
Ho sempre pensato alla scrittura come un modo alternativo di fare musica. Anche Jack Kerouac lo diceva: “Un sassofonista cosa fa? Tira su un bel respiro e poi soffia nel suo strumento fino a costruire una frase unica con il suo fiato. Così io separo le mie frasi come fossero respiri diversi della mente.” Se dovessi pensare ad uno strumento musicale, la mia penna sarebbe una chitarra, perché l’andamento della frase suoni alla mente di chi la legge come un arpeggio, quando è dolce; distorta e assordante, quando esplode dalla pagina.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
Ho sempre scritto. Ho sempre avuto la tendenza a “fare storie” in tutti i sensi, fin da bambina. C’è stato un periodo però che ero soprattutto lettrice, e credo sia stato il periodo in cui ho iniziato un approccio più critico alla letteratura, che non vedevo più come piacevole intrattenimento, ma come opera di cui apprezzare la tecnica, dopo averla scoperta. Mi è capitato di restare con lo sguardo fermo su una frase per minuti interminabili, immaginando il modo in cui era stata concepita, con relativo sentimento di odio-amore-ammirazione per il nome dell’autore in copertina. Allora sognavo di capitare io al posto di quel nome, un giorno; di poter suscitare io, con il potere di una sola frase, una tale emozione. Il segreto è non sentirsi mai arrivati. Avere ben chiara la propria strada e cercare di assorbire quanto più possibile dagli stimoli del mondo, senza cercare l’originale a tutti i costi.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
Ironico: perché ogni cosa è messa sempre in discussione da un punto di vista straniato;
Musicale: perché nella frase, c’è sempre l’eco di una canzone;
poetico: perché anche nella prosa non si rinuncia mai alla poesia.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
Più che un libro è un racconto un po’ più maturo della sua età, che ha deciso di mollare tutto e andare in giro da solo, come un singolo in 45 giri, piuttosto che un LP. Ogni racconto che si rispetti deve essere il momento più importante della vita del personaggio di cui si sta parlando, la penso così: questa storia è un’iniziazione alla poesia, un inno ai luoghi, alle suggestioni londinesi, alla letteratura come guida sacra, all’arte e- assolutamente non ultima- alla bellezza.
Dan è nella sua stanza di Notting Hill, il pavimento ricoperto di vinili, alle pareti i poster di Warhol, Kerouac, Einstein e la Venere di Milo. Tutto quello che gli succederà passerà sotto gli occhi di questi personaggi, ciascuno pronto a dire la sua sull’argomento, sulla base delle loro esperienze. Anche l’amore per Charlie, la ragazza del negozio di dischi, passa attraverso questo cerchio magico, fino a farvi irruzione all’interno. Nel mio racconto c’è una storia fatta di cose che succedono, ma nascosta, sotto, come un sottile pulviscolo nell’aria, c’è una storia fatta di cose che si sentono e basta, che non si possono raccontare. E’ una piccola storia che fa essere anche un po’ felici. E chi è che non vuole esserlo?
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Una volta ci ho provato a fare un corso di scrittura creativa. E’ stata un’esperienza molto interessante, ma mi sono accorta che non faceva per me.Dal punto di vista tecnico amo molto confrontarmi con i classici e stravolgerli. Mantenere qualcosa e sconsacrare qualcos’altro.Un modo assolutamente postmoderno di agire: nella scrittura infondo, ci può entrare potenzialmente di tutto. E’ l’arte più camaleontica di tutte, perché le parole creano mondi di cui non si riescono a precepire i confini.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
La scrittura nasce d’occasione. Da un bisogno fisiologico. Quando poi si impara a tenerla a bada, perché no, può diventare un mestiere. Ma questo aspetto lo riescono a praticare in pochi. Penso sempre all’arte in genere come qualcosa di libero dalle contingenze, soprattutto economiche.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
Sono molto severa con quello che scrivo. Raramente passo qualcosa alla stampa se non ne sono convinta in prima persona. Sono io la più severa critica di me stessa. Quando però giudico che una cosa risponde ai miei gusti, prendo le critiche come una sfida a persuadere del contrario chi le ha mosse. La scrittura è anche e soprattutto un esercizio sociale, si impara tanto da tutti i rapporti umani che un solo libro ci porta ad avere. Si impara anche, necessariamente, a diventare un po’ meno permalosi e un po’ più disponibili a migliorarsi, accogliendo anche le critiche più pungenti con la maturità giusta. Io so bene di dover fare ancora tanta strada da questo punto di vista, ma so anche di averne già percorso un buon pezzo, a giudicare dagli inizi.
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Francesco Danti, Ibiskos, La Figlia del fotografo, narrativa, narrativa di formazione, narrativa italiana, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, romanzo di formazione
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 29 Gennaio 2009 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La figlia del fotografo
Autore: Danti Francesco
Curato da: Baldacci Balsamello M.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604771
ISBN-13: 9788854604773
Pagine: 236
Francesco Danti pennella con leggerezza, brio e delizia, un quadro alle volte mosso, alle volte pacificamente assorto, di un pezzo di vita che è anche una corsa in bicicletta, un moto interiore e un desiderio d’espressione personale vissuto con tenacia, tersa goffaggine e piglio ironico. Un romanzo di formazione in piena regola, piacevole, caldo, iperbolico, divertente, manovrato con abilità, perizia e dote; leggibile con stato d’animo ottimistico e conseguente “pacca sulla spalla” di soddisfazione. Timoteo, il nostro protagonista – un po’ sfigato, un po’ impacciato, un po’ geniale, un po’ eroe – è letteralmente il ragazzo della porta accanto – in pantofole e tuta – scanzonato, complicato, esigente, imbranato, sollecito… La sua vita è priva di scossoni, eppure lui quegli scossoni non li vuole rifuggire, perché se in un primo momento l’apparente comodità e la semplicità di una vita sgombra di guai lo tirano da una parte, poi la scossa ha la meglio e il bisogno di sentirsela scivolare addosso è l’unica cosa concreta che può tenerlo in piedi e fargli dire, anche in punto di morte: «io quel giorno c’ero e ho agito in modo tale da passare da coglione ma meglio coglione che privo di vita dalla vita in sotto e dalla cintola in su». Lui ringrazia la mamma di averlo fatto invertebrato – perché è questa sincerità viscerale che gli permette d’agitarsi, impensierirsi, innamorarsi, avere un’intelligenza brillante e la curiosità e la forza necessarie per scoprire angoli di sé che vale la pena scoprire e sondare. La sua voce gli dà un’aria dinoccolata, spesso al limite del comico, ma ci suscita un sorriso caldo e un plauso per la sua ingenua fame di vita, che però non stona con la riflessione che ci si accompagna come un bicchiere di buon rosso con le arachidi con la buccia. La precarietà generale delle cose che facciamo – e anche di quelle su cui non possiamo mettere la firma – è già così grave ed ingiustificata da minare la stabilità di tutti, ma qui nel girotondo qualcuno cade sempre per terra, e viene facile la voglia di assecondare il capogiro e finire in bocca ai pescecani senza un accenno di pagaiata. Timoteo tutto sommato affronta una bildung che è anche nostra, quella di tanti ragazzi un po’ cresciuti per quanto riguarda i dati anagrafici ma sempre in fase problematica per quanto riguarda la sfera emotiva e sociale. In sella a Felice lui cambia mondo, si toglie dalla precarietà, diventa adulto e si paga l’affitto, dorme in via Hendrix nella stanza dove hanno massacrato un uomo che aveva fatto il gallo in un pollaio dove il pisello te lo tagliano se sgarri; è ospite di un cartone animato e si fa venire il diabete a forza di caramelle e cioccolata; ha per vicina una ex pornostar in incognito gonfiata di silicone, che agita i suoi pensieri sconvolti, con o senza Moscato e ricciarelli di mezzo; scopre un venditore ambulante che parla latino come Virgilio e va ad insegnare in una scuola che sembra uscita dalla penna di De Amicis; l’astinenza lo porta a fare pensieri osceni persino sulla severa direttrice del suo istituto, immaginandola in improponibili exploit sessuali da record; incappa per sbaglio in un barista zitello innamorato della Sandrelli, che ha un proverbio per ogni occasione e il nome Caronte impostogli dal padre che sa la Divina Commedia meglio di Benigni; insegna in una classe elementare di dodici bambini cui si presenta in giacca per non sfigurare, ed è proprio grazie ad una delle sue alunne che odiano la matematica che incapperà nella figlia del fotografo che dà il titolo al romanzo – o meglio… nella figlia maggiorenne del fotografo… Eloisa. Eloisa, che non fa parte del parco anziane di La Badessa, Eloisa che è bella e porta gli occhiali con la montatura marrone ed ha un neo vicino alla bocca che sembra disegnato perché è nella posizione giusta per attirar baci. Eloisa, che è un po’ un mistero, una chicca in un posto di nebbia dove tutti sanno tutto di tutti e anche la tua fedina penale è cosa nota alle autorità in fatto di pettegolezzi paesani.
La storia di Timoteo è un percorso accidentato di scoperta e incredibili sorprese, modulata con un registro splendido che – possiamo confermare – non ci farà distogliere gli occhi dal volume nemmeno per il tempo di lasciargli depositare sopra un granello di polvere. È una storia che ci appartiene, trapuntata di perle di saggezza non stantie, proiettate in avanti da una dinamicità disordinata e fetente, di quelle che ci ricorderemo sempre con un alone di sorriso sulle labbra.
Alessandra Di Gregorio
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Arpanet, Francesca Mazzuccato, narrativa, narrativa erotica, recensione, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Gennaio 2009 at 23:09
Ringrazio Arpanet e la sua redazione, nonché la rivista Progetto Babele per la collaborazione e l’invio del libro di Francesca Mazzuccato.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Mini concepts gusto. Via crucis per corpo e anima svestita nel gusto dell’avvilente voluttà di chi cerca di rimanere vivo. Frammento
Autore: Mazzucato Francesca
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Mini concepts
ISBN: 8874260385
ISBN-13: 9788874260386
Pagine: 32
Via Crucis è un percorso frastagliato, accidentato, al limite del paranoico e dell’abisso. Una serie di sberle e tagli ad un’anima svergognata, continuamente maltrattata da uno schiaffo che però vorrebbe essere una carezza o un soffio. Un percorso doloroso, carnale e sfibrante, con continui rimandi ad un periodo rosa cipria della sua vita – quello con la nonna, per cui ripulisce il linguaggio e fa finta di non sapere cosa sia parlare sporco, figuriamoci comportarsi da puttana. Via Crucis è una salita in cui una donna ha indosso solo un abito lacero e si sbarba le gambe all’aperto, in attesa di qualcuno che la monti e si dimentichi di lei pure se le sta ancora dentro. Questo ritratto impietoso di una bambina che ha smesso in fretta di fare la bambina, che canta di sé come in una nenia senza tempo e si culla nella sua immagine sporca, si legge come un diario a rovescio, dove di segreto non c’è niente e il dolore è un rigurgito dritto in pieno volto, e l’anima fanciulla viene smascherata presto per i troppi stupri diretti e indotti di cui resta vittima – ostaggio volontario, a volte, olocausto innocente, altre volte ancora. La mano della Mazzuccato trema, perché è forte quello che vuole imprimere nello slancio della scrittura, e quello che ne viene fuori è una esplosione di carne martoriata e viva, talmente viva da fare male e pulsare in nome del ricordo, di uno stato d’animo felice che forse non tornerà mai, che forse è morto come morta fu la nonna, come morta fu l’innocenza, come morta fu la speranza.
Alessandra Di Gregorio
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Alessio Masciulli, autobiografia, Credevo bastasse amare, Falco Editore, narrativa, recensione libro, recensioni, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Gennaio 2009 at 15:09
ringrazio Alessio Masciulli per l’amicizia ideale che ci lega.
NOTA:
Il libro di Alessio Masciulli è autobiografico e doloroso. I fatti narrati, personalmente li conosco in parte, perché si sono verificati nella mia città e hanno per protagonista Silvia, una persona meravigliosa che conoscevo anche io.
Adg.
recensione a cura di Angela Zerbini

Titolo: Credevo bastasse amare
Autore: Alessio Masciulli
Editore: Falco
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: narrativa
ISBN: 978-88-89848-67-8
Pagine: 199
Il 24 luglio 1995 inizia la storia d’amore di due persone comuni destinate ad un epilogo poco comune: Alessio e Silvia. Il 25 maggio 2006 la vita di Silvia viene inaspettatamente rubata e la tragedia investe una città intera e il cuore di molti. Alessio rivive le vicende di questi undici anni con un trasporto che lascia a bocca aperta. Il loro primo incontro, il loro primo bacio, la prima volta che hanno fatto l’amore, la gita a Calascio e a Stiffe, la chiamata alle Armi. Lo stile dell’Autore è essenziale, sobrio, semplice, a volte un po’ troppo ingenuo ma mai fuori dalle righe o spiacevole. Una storia che inevitabilmente commuove, che ti distrugge e ti ricompone pian piano nel corso della lettura. Molti i momenti di sconforto e di solitudine, di disperazione e di illusione.
Il 26 maggio ecco arrivare il primo segnale di Silvia, così come ci dice l’Autore intenzionato a tentare di rifarsi un’esistenza: una e-mail di Manuela, colei che lo aiuterà in questo periodo buio. Le cose in verità non vanno nel verso giusto e mentre Alessio è sempre più preso da Manuela, lei riesce ad offrirgli solo un’amicizia speciale. Fatta di baci rubati, false carezze, litigi, fraintendimenti, ma non amore – quell’amore che Alessio vorrebbe e che cerca di dimostrarle in tutti i modi, anche partendo dall’Abruzzo per arrivare in Friuli in moto, soltanto per un suo bacio. Manuela non apprezza il folle gesto e come una novella Penelope distrugge la tela di illusioni che Alessio aveva debolmente costruito per una necessità che era in fondo solo un tentativo disperato di salvezza dal baratro. La storia prosegue senza grandi svolte, solo molti sms (ben 9934), ai quali Manuela risponderà sempre meno e con frasi di circostanza che evidenzieranno la povertà di un rapporto che forse era solo una trappola emotiva che altro. Manuela ha però un altro uomo – e ironia della sorte un altro Alessio, dirigente di un’industria farmaceutica a Milano – e quando ormai tutto sembrava perso per sempre, ecco arrivare il secondo segnale di Silvia. L’uscita di scena di Manuela. Ora Alessio saprà andare avanti da solo, è cresciuto, ha tanti amici su cui contare, è un uomo razionale, è un uomo nuovo, è l’uomo che Silvia avrebbe voluto che diventasse. Silvia vivrà sempre in lui, vivrà nelle farfalle, vivrà nei girasoli piantati con cura da Nino nel giardino di casa sua, nei fuochi d’artificio, nella magica atmosfera del Natale, nel sorriso di un bimbo, negli occhi stanchi di un mendicante che accetta con stupore un pasto caldo da una mano amica; vivrà nel sole, nel mare, nel cielo e in tutta la terra che disperderà la sua grande voglia di fare del bene a tutti coloro che, impazienti, lo aspettano.
Ancora una volta egli troverà la forza di reagire, di rimettersi in sella alla sua moto e ripartire alla ricerca della felicità, anche se questa volta senza la sua principessa. Emozione, paura, coraggio, rivincita, queste solo le uniche parole per descrivere il progetto letterario di questo neofita che si affaccia, con una semplicità disarmante, al mondo della scrittura. I fatti vengono narrati da una voce fuori campo che altri non è che l’Autore stesso, l’Alessio coprotagonista della storia. La narrazione è fluida, lineare; passato e presente si intrecciano, si fondono, spesso il primo lotta col secondo, lo fa a pezzi e ne espone, vincente, i resti. Il futuro sembra molto lontano ma non può non esserci; forse sarà incerto come un contratto interinale, sarà triste e insensato perché quel vuoto non sarà colmato subito, ma deve esserci. Alessio tornerà a vivere. Alessio, soprattutto, tornerà ad amare perché la vita non è mai inutile e vale sempre la pena.
«La vita non è inutile: basta un po’ di ottimismo!» (cit.)
Angela Zerbini
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Arpanet, Dove sei Charlie?, narrativa, Progetto Babele, recensione, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori on 28 Gennaio 2009 at 00:09
Grazie a Progetto Babele e alla Società Editoriale Arpanet.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Mini concepts musica-letteratura. Dove sei, Charlie?
Autore: Orange Holly
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Mini concepts
ISBN: 8874260458
ISBN-13: 9788874260454
Pagine: 64
Dove sei Charlie è un inno alla complessità dell’amore e alla polisemicità dell’arte. Perché tra arte e sentimento il passo è sempre molto breve e in questo libro, agile nel formato come nella scrittura, si mette mano ad un momento particolare dell’amore: alla sua nascita. La nascita di un sentimento è una di quelle cose particolari e misteriose, di cui solitamente si ignorano le fasi, eppure riproducibili su carta, tant’è che ne leggiamo traccia in quest’opera, sotto lo sguardo di Andy Warhol, Jack Kerouac, Albert Einstein e della Venere di Milo. I Clash fanno da colonna sonora e sfondo alla poesia di Ferlinghetti e Charlie entrerà nella vita di Dan senza neppure sapere cosa gli può provocare dentro. Allora l’amore qui diventa l’innocente legante di due anime sconosciute e trasognate, impegnate ad ignorarsi fino al giorno in cui qualcosa finalmente le unisce. Dan è giovane e speranzoso, ama la poesia ma s’inventa la passione per la musica riempiendo il pavimento della sua stanza di tanti vinili che spesso non gli piacciono nemmeno – solo quello dei Clash è consumato e balbetta già da tempo. Ma quel pavimento, che è un po’ come una strada asfaltata di sensazioni, è una sottile forma d’arte che non nega mai a chi vi porge lo spirito, il gusto della scoperta. Dan ammette di non aver mai scritto poesie degne e questo, come dirà Charlie, solo perché non le ha vissute con l’impeto proprio della verità data dall’esperienza empirica d’un sentimento. Amore e arte, poesia e note. È questo ciò che sostiene la penna di Holly Orange. Un sentimento d’adolescenza in boccio, e la mistura di polvere di antico e di vecchio, in una Londra che è tanto antica che vecchia e sempre rinnovabile e nuova, sotto un cielo che butta giù tanta pioggia su due cuori, tersi come pochi, ma destinati a perdersi subito, stando assieme solo il tempo che batte un giradischi con la puntina ancora intatta.
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Alessandra Di Gregorio
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Arpanet, Il Sole sul Labirinto, narrativa, narrativa di pregio, recensione, recensione libro, recensioni libro, Roberto Bianchi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 27 Gennaio 2009 at 23:09
Grazie alla Società Editoriale Arpanet per avermi messo a disposizione volumi di grande interesse.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Il sole sul labirinto
Autore: Bianchi Roberto
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: La bellezza nelle parole
ISBN: 8874260547
ISBN-13: 9788874260546
Pagine: 32
Il Sole sul Labirinto è un piccolo gioiello che va letto con la giusta tempistica. Arpanet si occupa di questa serie di volumi di grande interesse, piccolissimo formato e forte densità di significati. Il sole dell’uomo che c’illustra la sua vita labirintica e priva di scossoni è Hina, giovane pakistana che non scopre mai il viso fino al momento della proprio affermazione personale, tramite l’affrancamento da una vita grama già programmata in funzione del non-amore né per sé né per l’uomo che le hanno imposto. L’uomo però che la desidera – poeticamente, venalmente, ingiustificatamente, passivamente, candidamente, lascivamente, banalmente – è qualcuno che vorrebbe possederla in modo diverso, giacché la vede come una creatura insolita ed esotica, forse da preservare, forse da difendere dal male e dal marciume che la circonda, forse da utilizzare come scappatoia per il proprio grigiore interiore e le giornate sempre uguali a se stesse. Il labirinto in cui egli s’è perso è una condizione pregressa all’incontro con Hina, dovuto all’agio di una vita sicura che ci allena a perdere slancio anche negli imprevisti. Forse lui è lo specchio della società occidentale troppo piena di sé per ammettere di essere al tracollo, di aver avuto già tutto e di essere giunta troppo presto alla noia da collasso del sistema. Hina non ha niente, in fondo. Eccetto quel chador che le scherma il viso ma non nega al prossimo il suo paio d’occhi intensi e la favolosità delle cose che si porta dentro e che serba per cultura e soprattutto per personale scelta di vita; quel qualcosa è la sua attrattiva maggiore, quel qualcosa viene modulato con una penna leggera, stringata, densa. Hina vede il mondo attraverso uno schermo impostole da una striscia d’universo che la lega e la tiene per le radici, e quand’anche la si potesse comprare, ella morirebbe come un uccellino tenuto in cattività, perché la cattività è anche una condizione apparentemente migliore ma non necessariamente fatta su misura per chi la subisce, e da un certo punto in avanti si fa necessaria e pressante l’esigenza di agire – potendo – senza dar retta a nessuno, senza fermarsi a pensare che un salvatore sarebbe infine giunto. Perché la libertà è una condizione del tutto peculiare e ciò che per uno libera, per un altro lega. Occidente e Oriente, senza fusione, perché il vero collante è quello che passa nel cuore e il manifesto dell’emancipazione è impresso in un’istantanea dagli occhi limpidi e i capelli mossi. La purezza non si compra né si compara con la propria incapacità di reagire alla mollezza della propria stabilità. Hina ci riporta alla mente un’altra Hina tristemente nota alle cronache perché la sua famiglia poi la “brutta fine” gliela fece fare davvero. Allora le pagine di Bianchi ci prospettano una versione post-moderna della realtà stessa, favolistica forse, di quelle che tutto sommato non fanno male, ma ci prendono, ci toccano, sono giuste così come si svolgono e ci svelano, con un misto di tristezza e rassegnazione, che forse, la nostra visione del mondo non è davvero la migliore. Ci vuole coraggio per non lasciarsi vivere e se non si ha la forza di venir fuori dal labirinto, nessuno potrà trarci mai in salvo. Non è Hina, quella veramente in catene, ma è chi ha tutto e ritiene di dover stare bene con soldi e mezzi, e con la comodità della propria posizione. Bianchi ci dona uno spiraglio di sentimento e rammarico per il proprio sé reale e per il proprio sé ideale, attraversando le stagioni climatiche viste e sentite come speranza verso un miglioramento che se non è miglioramento interiore, prima che concettuale, non avrà mai modo di concretizzarsi per davvero.
Alessandra Di Gregorio
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Diario pulp, Edizioni XII, narrativa, narrativa pulp, Strumm
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 26 Gennaio 2009 at 01:09
Grazie a Edizioni XII per la simpatia e la disponibilità.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Diario pulp
Autore: Strumm
Editore: Edizioni XII
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8895733029
ISBN-13: 9788895733029
Pagine: 274
Edizioni XII mi invia un plico con quattro libri. Io al solito apro, controllo i titoli, butto un occhio alle copertine, tocco la carta, un altro occhio alle quarte, alle dediche, al nome degli autori. Annuso i dorsi, carezzo i perimetri, immagino la storia.
A Diario Pulp non ho saputo resistere sin dal primo istante, tant’è che adesso che me ne sto qui a meditare cosa scrivere a riguardo, mi concedo d’esser meno rigida nell’esposizione e più concreta persino nella postura sbragata che assumo davanti al pc; non ho saputo resistere all’afferrare Diario Pulp e a mettermi alla lettura, non perché io sia una persona che si ferma ad una bella copertina o perché la copertina del libro in questione è una di quelle particolarmente stuzzicanti a fini commerciali, ma l’attrazione che provo sta tutta nella mescita degli ingredienti che fanno di questo lavoro un capolavoro e di questo autore, al secolo Strumm, un autore che mi vien voglia di conoscere di persona. Infatti leggo la quarta e mangio esca, amo e lenza. Mi tuffo con la faccia dentro al libro e non ne esco se non per prendere periodicamente il fiato perché il tanfo dei cadaveri si sente sino a qui.
Diario Pulp è una lettura riservata tanto a chi ha lo stomaco forte per costituzione che a chi ama il brivido passeggero procurato dalla repulsa per le situazioni lette e l’adrenalina da impatto; è una lettura per chi ama le storie pulp/trash in stile “la banda della Magliana” – tanto quella televisiva della serie tv targata Sky Romanzo Criminale, che quella che ha preso vita sulle pagine dell’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo – e si coordina perfettamente a Trainspotting, Arancia Meccanica e ad un filone violento riconducibile qui in Italia ai vari film “poliziotteschi” – genere in voga nel nostro cinema all’altezza degli Anni ‘70 e ‘80 del Novecento. Perché leggere Diario Pulp? Persino io che tendenzialmente sono una sentimentale, non ho avuto dubbi e alla domanda «Perché leggere Diario Pulp?», mi sono risposta: «Perché sarebbe un delitto non farlo…»
La risposta non è solo una parafrasi di Hitchcock o chi per lui; è un dato di fatto sicuro, ma è anche l’anticipazione di quello che è in fondo il fil rouge di tutto il romanzo: il crimine – il crimine ambientato a Roma, la mala più burina e lercia; una fauna di tizi loschi e puttane, di killer spietati e prezzolati soffia, di capi intoccabili e lotte intestine per spaccio, prostituzione e gioco (in altre parole il potere…), di gente che sparisce d’improvviso e che spesso finisce a pezzi in un congelatore; di bari e fessi da spennare, di personaggi al limite del comico se non fosse che sono dei cinici bastardi che sparano in testa alla gente su “ordinazione“.
Ho amato Diario Pulp dalla prima all’ultima pagina e per una serie infinita di ragioni. Cerco in questa sede di riassumere quelle più pertinenti all’analisi che faccio di solito di un libro appena letto.
Linguisticamente il testo è ineccepibile. Ci rivedo dentro tanto Pasolini – all’incirca quello di Ragazzi di Vita – ci rivedo dentro Moravia e persino il Carlo Emilio Gadda di Quer Pasticciaccio…, perché oltre alla freschezza della lingua bassa e popolare e all’effetto pastiche che si viene sapientemente a creare, nel romanzo esplode il concetto di romanità irriproducibile altrove, non sintetizzabile in laboratorio, non diversamente concepibile se non nei termini qui esposti, con l’intensità qui determinata e la violenza con cui ci disegna una Roma bellissima e pericolosa.
Il fascino barbaro e un po’ tamarro di questo libro sta anche in questo; parlo di quello che passa più esplicito e violento – come una sberla in pieno volto – proprio attraverso lo strumento linguistico che eleva e potenzia l’apparato tematico e contraddistingue in maniera talmente valida e prepotente – di rara superiorità artistica e al tempo stesso di burina eleganza - ogni singolo aspetto del Diario, da farci digrignare i denti di fronte ad una pistola puntata in faccia all’eroe – o per meglio dire all’antieroe – di turno, o chiudere gli occhi dopo la deflagrazione di un colpo in faccia a qualcuno, con la paura di sporcarci col sangue partito con lo schizzo. Il Diario anche da un punto di vista narrativo è inattaccabile. Ben concepito, altrettanto ben realizzato, sta tutto in perfetto equilibrio – talmente tanto che ci viene da chiederci A: «Ma l’Autore che prodezze giornalistiche sa fare?» e B: «Ma l’Autore, è uno sul serio della Mala?».
Il congegno migliore poi, risiede a mio avviso tanto nella costruzione narrativa a episodi, che nel fatto che a parlare siano i protagonisti rigorosamente in prima persona, alternandosi al microfono, – o meglio alla penna – dosando cinismo – spesso oltre i limiti del macabro e del truculento – umorismo – si ride fin quasi a soffocare… per la serie (come scritto nella presentazione del libro) una risata ci seppellirà… – e che ad ognuno di loro siano abbinabili una morale ed una retorica personale ed interpersonale di assoluto pregio.
Il Diario è principalmente la storia di Sellero e Zecchinetta, ma è anche la storia di una ricca fauna più o meno criminale, – e il meno è solo un riferimento eufemistico usato in senso lessicale lato – scelta con cura e mai senza l’accompagnamento di un ricco campionario di affascinanti metafore zoomorfe che ne chiarisce caratteristiche e pertinenze (accomunando le caratteristiche di animali sgradevoli, pericolosi e quant’altro, alle facce altrettanto sgradevoli, pericolose etc. etc., delle persone citate, aumentando così a dismisura l’effetto di rappresentazione ed evocazione), e di un appendice di tipo antroponomastico che chiarisce l’origine di nomi e soprannomi dei residenti di questa città criminale assurda che non è poi così sotterranea come si potrebbe erroneamente credere.
Un plauso alla fervida mente che sta dietro a tutto il congegno estremamente pulp di questo romanzo. Un plauso a Strumm.
Adg.
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Girolamo Lazoppina, Ibiskos, intervista ad uno scrittore, narrativa, romanzo di formazione
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 25 Gennaio 2009 at 17:09
Oggi parliamo con Girolamo Lazoppina, autore di «L’Estate è finita»
——————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
G: Rispondere a questa domanda è facile e difficile al tempo stesso. Non so esattamente perché scrivo. La scrittura per me è un’esigenza naturale, quasi fisiologica. Un modo per esprimermi ma anche per stare bene con me stesso.
A: Scrivere. Cosa?
G: Di tutto. Un diario, un romanzo, delle storie, degli articoli giornalistici o delle recensioni. Il mio moleskine mi segue sempre.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
G: Diciamo subito che non sono uno scrittore di professione, nel senso che per vivere faccio altro. Se poi penso a me come scrittore non posso che vestirmi d’umiltà e chiedere l’indulgenza dei lettori: sono sempre loro i giudici supremi del nostro lavoro.
A: La penna per te corrisponde a…?
G: Ad una compagna di strada. E ad una fucina di amicizie. Se ci fai caso quando scrivi non sei mai da solo: ci sei tu, il soggetto o i soggetti di cui scrivi e l’ipotetico lettore, che si insinua inconsciamente tra le righe, costringendoti a rileggere ed a correggere, anche se scrivi per te stesso o se prendi degli appunti.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
G: Il fatto di aver pubblicato un libro non ha mutato di molto il mio rapporto con la scrittura: rimane sempre e soltanto un’esigenza di vita, anche perché non mi posso considerare uno scrittore di professione. Certo pubblicare un libro ti pone in stretto rapporto con il grande pubblico e con la critica più intransigente. E soprattutto con le regole commerciali proprie del mercato che spesso penalizzano la spontaneità della narrazione. Ciò che a volte provoca una vera barriera tra autori ed editori. Diciamo che adesso comincio a pormi la domanda se il libro piacerà o meno ai lettori. Forse è questo che è cambiato.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
G: Beh, pormi dalla parte del lettore vorrebbe dire giudicare il mio lavoro, correndo così il rischio di essere o troppo indulgente o troppo critico. Spero che il lettore consideri il mio stile sobrio e la mia scrittura chiara ed asciutta.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
“G: L’estate è finita” è la storia di Diego – un “giovane” trentenne ricco, bello e di nobile famiglia – e del travaglio psicologico che lo condurrà, in una settimana di metà settembre, ad abbandonare definitivamente la fase adolescenziale per transitare in quella della piena maturità. Ma è anche la storia di Sarah, una giovane ragazza americana, che dà al protagonista lo spunto per riflettere sulla propria vita, e la cui presenza fa da sfondo all’intero romanzo. Ecco, il libro vuole essere essenzialmente questo: il resoconto di un passaggio cruciale della vita, con tutto il suo carico di emozioni e di sentimenti. Perché leggerlo? Beh, perché è bello. Sarò immodesto ma a me piace molto. E sono certo che piacerà anche ai lettori di questa intervista
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
G: Ti rispondo con un vecchio adagio: ciò che Dio non ha dato, non si acquista. Nella scrittura come in ogni forma di arte il talento è un dono di natura. Certo si può migliorare, eliminare alcuni difetti. Il punto di partenza credo che sia la lettura innanzitutto. Non si può scrivere bene se non si legge molto. E soprattutto se non si parte dai classici. Sono quelli i modelli da imitare prima di giungere ad uno stile proprio.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
G: Né d’occasione né per mestiere. Come ho già detto per me scrivere è una pura, semplice e naturale esigenza di vita. L’input può darmelo qualsiasi cosa o persona, una vicenda vissuta o una storia da inventare.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
G: Chi pubblica qualcosa, qualsiasi cosa, si sottopone inevitabilmente a giudizi positivi o negativi. Questo fa parte del gioco. Io tendo sempre ad analizzare soprattutto le critiche negative, per cercare di migliorare. Ma non ne resto certo schiacciato anche perché ritengo che non si possa piacere a tutti. Cerco di dargli il giusto peso, ma poi si volta pagina. Allo stesso modo prendo le distanze dai giudizi troppo entusiastici: cerco sempre di rimanere con i piedi per terra. o almeno ci provo.
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Girolamo Lazoppina, Ibiskos, L'Estate è finita, narrativa, recensione, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, romanzo di formazione
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 25 Gennaio 2009 at 17:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: L’ estate è finita
Autore: Lazoppina Girolamo
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604917
ISBN-13: 9788854604919
Pagine: 64
Si dice che l’estate non sia solo una stagione climatica, e noi allora assecondando l’adagio, parliamo di un libro che fa dell’estate come concetto, il suo punto focale. Perché è vero che l’estate è anche una stagione del cuore ma è soprattutto una stagione esistenziale nella quale è possibile riconoscersi e riconoscere l’espletamento di una bildung, a seguito di una rottura – la cosiddetta svolta.
L’Estate è finita, opera di Girolamo Lazoppina, è un romanzo di formazione bello e buono, anche se qui i termini della crescita sono leggermente spostati in avanti e non vi riconosceremo eroi ed antieroi alla Moravia – per dirla con Agostino, tanto per citare un nome, dove l’età della svolta è prematura – ma vi troveremo uomini comuni alla prese con la stessa inedia emotiva degli eroi ottocenteschi francesi, provocata dall’agio e dalla mollezza dei propri costumi, dalla corruzione della propria indole facile alla passività, – per educazione e per scelta – un’adolescenza che si protrae lungamente per la troppa sfiducia nei propri mezzi e l’orientamento personale – quando non addirittura epocale e sociale – ed una abulia generale tanto verso se stessi che verso l’esterno.
La storia di Diego Gonzales è quella di tanti rampolli della società da bere, inetti e immobili di fronte al futuro, schiacciati dalla propria sensibilità, da velleità mai messe in pratica, da padri che negano loro il dialogo, da vicissitudini che non sanno affrontare o non vogliono semplicemente prendere in considerazione. Poi una donna, un volto nuovo, una sensazione nella pancia… è così che s’avvia la svolta. La mano di Lazoppina è dosata anche quando esagera con l’uso di periodi inutilmente ricchi che rallentano la lettura. Ci sono qua e là ingenuità evitabili o per lo meno correggibili, ma quello che ci interessa non è sicuramente legato a gaffe linguistiche od espositive; ci interessa l’argomento in sé, il divario tra l’essere e l’apparire, l’idea della molla emotiva come traino di un cambiamento significativo nella propria persona, come spinta in avanti per la risoluzione della propria anima e del proprio vivere. L’estate è una condizione interiore volatile, spesso impalpabile, altresì vana ed illusoria, ma è preparatoria – quando vissuta come fase di passaggio, con la spensieratezza interiore di chi s’approccia alla vita in un moto in avanti mai statico o facile all’involuzione - di una condizione di vita conseguente, superiore e necessaria, vivibile però, unicamente col trasporto e la sincerità intellettuale di chi quella bildung l’ha espletata per intero – perdendo del resto la fanciullezza su cui aveva puntato i piedi a lungo, infrangendo uno stato di natura che invece alla crescita da sempre ci spinge e ci prepara.
Adg.
Clemente Musumeci, Edizioni Il Filo, intervista ad uno scrittore, narrativa, narrativa sentimentale, Perdere se stessi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 23 Gennaio 2009 at 01:09
Oggi parliamo con Clemente Musumeci, autore di «Perdere se stessi, romanzo autobiografico»
—————————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
C: Sono tanti i motivi che mi inducono a farlo ma sono anche difficili da identificare e scindere tra loro. Per quanto mi riguarda scrivere si traduce spesso e volentieri in un modo per approfondire la conoscenza più importante: quella di me stesso.
A: Scrivere. Cosa?
C: Tutto ciò che ne valga la pena.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
C: È difficile rispondere a questa domanda. Mi definirei come una rosa blu in un mazzo di rose bianche. Cerco di portare alla luce uno stile di scrittura non convenzionale e sfruttato, sviluppando una metodologia di espressione che trasformi il ” vecchio” in “nuovo” e sia in grado di rinnovarsi continuamente.
A: La penna per te corrisponde a…?
C: È un po’ come l’aria che respiro: morirei senza.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
C: Non è cambiato molto rispetto a prima. Non ho mai avuto bisogno di una pubblicazione per credere in quello che scrivo. Stare sul palcoscenico della scrittura è un’esperienza importante e mi auguro di poterci rimanere il più a lungo possibile, perché vorrà dire che il mio lavoro è stato apprezzato dai lettori. Se un mio libro potrà cambiare in meglio la giornata, di anche solo una persona, avrò raggiunto il palcoscenico da me più ambito.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
C: Fotografico… Questo libro è come una foto-ricordo. Nello scorrere della lettura sono presenti parecchi spunti, a volte interi capitoli, che fanno immaginare la realtà, i sogni, i desideri, che l’autore ha voluto raccontare. Personale: è un libro che lascia molto spazio all’immaginazione del lettore. Durante la narrazione si ha l’impressione di poter vivere il racconto parallelamente al protagonista. Così facendo una storia che apparentemente non ci appartiene diventa parte del lettore. Poetico: perché spesso la poesia ne libro supera la narrazione pura e semplice.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
C: Il libro narra la storia d’amore impossibile di un ragazzo e una ragazza, uniti da un destino beffardo che per anni gioca con loro vite, ma che poi stufo le butta via come fossero un giocattolo usato. Nonostante la distanza che li divide, Flavio si nutre di un sentimento sempre più potente che gli annebbia la mente e il cuore, portandolo a vivere il sogno impossibile di un amore che lui solo, ha realmente provato. Un viaggio in Russia e l’amara scoperta della realtà concludono il suo tormento, dando risposta al grande punto interrogativo che era diventata la sua vita. Acquistare “Perdere se Stessi” vuol dire vivere un esperienza sincera e profonda, diventare partecipi di un AMORE puro e indelebile. Credo che questo libro possa aiutare tante persone a sentirsi meno sole, nel difficile cammino della vita, e dar loro un po’ di sollievo dal dolore, che a volte, coincide con l’amore.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
C: Ho il mio stile. Nessun altro libro è simile al mio. La tecnica è un processo che vado maturando di continuo, ed i grandi scrittori sono i miei insegnanti. In sostanza aggiorno, giorno dopo giorno, il mio bagaglio di tecnica, stile, spunti, sviluppandolo secondo la mia sensibilità ed utilizzandolo poi nelle mie opere.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
C: Credo che gli spunti biografici siano indispensabili a qualsiasi scrittore. Possono farne a meno quelli che scrivono un articolo di giornale, una cronaca, ma non chi racconta una esperienza o una storia. Personalmente mi è capitato di bruciare pagine e pagine che sarebbero dovute rimanere bianche. Quindi non è mai un peccato lasciare un foglio in bianco se quel che si ha da scrivere non vale il foglio stesso.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
C: Quando termino un’opera è come se la stessi ibernando e riponendo in un cassetto. Da quel momento non è più mia, ma diventa patrimonio di tutti. Mi interessa il parere della gente , ma sono cosciente che non tutte le critiche hanno ugual valore. Nel caso fossero negative cercherei il modo migliore per renderle costruttive al fine di migliorarmi.
Clemente Musumeci, Edizioni Il Filo, narrativa, narrativa sentimentale, Perdere se stessi, recensione, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 23 Gennaio 2009 at 01:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Perdere se stessi. Romanzo autobiografico
Autore: Musumeci Clemente
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Nuove voci
ISBN: 8861858945
ISBN-13: 9788861858947
Pagine: 134
Perdere se stessi… a quanti non è mai capitato di sentirsi persi almeno una volta, completamente persi, giunti ad una resa non prevista ma assolutamente necessaria per veicolare un cambiamento, uno stato di cose nuovo ed appagante nonostante il dolore che lo provoca, e necessario come il piacere che se ne può comunque trarre? A perdersi ci si perde a tutte le età e per le più disparate ragioni, ma con Musumeci ci si perde per la ragione per la quale spasimano tanto poeti che adolescenti in boccio, tanto gli uomini comuni che quelli di talento: l’amore.
Il primo, vero, struggente amore, passa per Flavio per un paio d’occhi terribili e verdi, terribili per l’intensità che contorna quello sguardo che è da subito tutto e forse persino troppo per il così basso grado di reciprocità presente e futura che da quegli stessi occhi e da ciò che li anima possa mai derivare; verdi, come certi giorni bellissimi in cui ci si ricorda che l’attimo va consumato tutto vivendo senza attese, senza rimproverarsi un futuro incerto e forse anche dispendioso per il grado di sforzo che richiede il lavoro su un progetto inutile viste le premesse. Flavio perde se stesso credendo d’aver trovato in Anastasia il pezzo mancante del puzzle. Lui di sua volontà di stacca una costola per cercare di far posto a lei e contenerla pur coi suoi difetti, ma ella è distaccata e discontinua e rappresenta un amore ballerino che con la giustificazione sempre pronta dell’addio facile a rifuggire le promesse, addolora e delude chi a quelle promesse ci si aggrappa con tutta la forza di cui dispone.
In un’epoca in cui parlar d’amore non fa che dare dimostrazione di quanto la disillusione sia cosa pessima e stato d’animo da scongiurare, come a dire “amare non conviene”, qui verifichiamo la condizione opposta, ovvero che si può tanto amare, fino al punto di distaccarsi dal mondo e crearsene uno nuovo a misura di pulsioni – tutto arrampicato su se stesso e su considerazioni inverosimili circa la condizione di amante sofferente o amante col contagocce – e che non c’è forma più alta d’amore che il rifiuto – dopo la lunga elaborazione e la scoperta dell’inganno – del dispregio di se stessi anche di fronte alla menzogna e al bieco ricatto di colei che si ama. Un ricatto emotivo è pur sempre un ricatto. Non amare ma far leva sull’amore di chi perdendo il senno ci ama in una forma così grande che prevede la nostra totale santificazione nonostante la nostra chiara incapacità di impegnarci ciecamente, è un modo orrendo di porsi dinnanzi a noi stessi e trovare lo specchio totalmente vuoto di riflessi. Anastasia appare vuota nella sua dimensione generale, ma la sua difficoltà di ricambiare con altrettanta concentrazione, intensità ed accanimento, esalta la figura di Flavio facendolo cantore di un tipo d’amore prossimo all’estinzione.
La penna di Musimeci è saltuariamente ingenua ma mai disdicevole. È più innocente che altro, e questo dà ulteriore slancio – senza patetismi tipici della scrittura adolescenziale o post-adolescenziale sullo stesso tema – alla figura d’un giovane che s’interroga sulla sua condizione d’innamorato illuso e poi deluso, innalzato da un amore che forse non è mai esistito, ed esaltato dal dolore stesso cui si va incontro uscendo allo scoperto armati solo del cuore. Un romanzo che in fondo è una pagina di diario scritta già da tanti altri, ma un punto di vista intenso e pregnante, che ci fa scivolare addosso le conseguenze dell’amore come un gel che non s’attacca ma che inevitabilmente di sé lascia abbonante traccia. Ritratto sincero di cosa accade ad idealizzare ciecamente qualcosa o qualcuno – la menzogna, infatti, risiede nell’ideale, probabilmente; giammai in chi lo formula.
Adg.
co-autrice di Maria Rosa Campanale, Cristiana Longhi, intervista ad uno scrittore, Lisa & Cécile, narrativa erotica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 20 Gennaio 2009 at 01:09
Oggi pariamo con Cristiana Longhi, co-autrice di Lisa & Cécile
——————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
C: Non sempre la scrittura necessita di un perché. Forse si scrive per trovare un percorso personale nella propria lingua madre. È un’emotività che prende forma…
A: Scrivere. Cosa?
C: Quello che si vuole, che si sente o che semplicemente si crede di sentire. Tutto per immergersi in un “mondo” dove l’immaginazione è realtà e viceversa.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
C: Non mi pongo… semplicemente scrivo libri erotici. Forse potrei definirmi come un’immagine proiettata nello spazio condiviso della lettura o anche della promozione editoriale. Questo non vuol dire che io non possa coincidere in qualche modo con quell’immagine.
A: La penna per te corrisponde a…?
C: Ad una bic nera. Strumento che dà corpo ai concetti che prendono vita nei miei personaggi.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
C: L’attitudine è quasi identica. Di sicuro le pubblicazioni sono uno stimolo per continuare.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
C: Ogni volta che mi metto a scrivere, non dimentico di essere anche il lettore di me stessa, ma non lo faccio intenzionalmente: ciò avviene in modo automatico. I tre aggettivi che indicherei sono: rapsodica, surreale ed ellittica. Se ne dovessi scegliere uno solo, sarebbe: sensuale.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
C: Di sicuro le tecniche di scrittura servono come base, ma in fondo anche l’assenza di schema può essere una regola. Un ordinato caos è quello che fa un buono scritto. E cioè quel che ne esce fuori, quelle sensazioni che si legano ad archetipi recepibili e sentiti da tutti, ciascuno a suo modo. La scrittura sceglie solo diverse forme per esprimerli. Dando luogo alla singolarità di uno stile che solo l’estro e la soggettività sanno creare.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
C: L’esperienza biografica o le sensazioni sono sicuramente una parte integrante cui lo scrittore attinge, ma non credo che l’uso di queste esperienze determini il valore di uno scritto. Essenziale è lo stimolo che conduce a scrivere, che questo avvenga per mestiere o per occasione. Non ci sono fogli che sia un peccato lasciare vuoti, non sempre tutto deve essere riempito ad ogni costo o solo perché ci sembra vuoto. Quando si scrive. la nostra forza si scontra con un’altra uguale e contraria. Quando queste energie invisibili trovano accordo o il non-accordo la scrittura si forma, sprigionando una o un’altra trama. Molte volte mi son ritrovata a buttar giù idee che poi nello svolgimento si sono trasformate e non perché il pensiero originario non fosse buono, ma solo perché è insito nella creazione uno stravolgimento. È la forza stessa del pathos a trovare il terreno che gli è proprio.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
C: Schiacciata no… ma difficilmente qualcosa che ti attraversa e ti accompagna per tanto tempo come la stesura di un’opera, riesce ad andare via da te stessa. Ne rimane il ricordo, la sensazione e il cambiamento che ha creato. Nessuna critica nel bene o nel male mi lascia indifferente, perché dietro ogni scritto c’è sempre un serio lavoro, un impegno costante che già è stato sottoposto alla mia attenta valutazione. Ma in fondo le critiche appartengono alla cerimonia di ciò che gravita intorno ad una pubblicazione. La mia sensibilità mal sopporta le ingerenze, soprattutto quando queste risultano sterili o affette da pregiudizio, mentre le critiche argomentate possono essere ben accette.
nota dell’Autrice:
«Ringrazio Alessandra Di Gregorio per l’intervista, la disponibilità dimostratami e per l’attenzione e l’impegno che ripone nell’evidenziare le novità emergenti nel campo della scrittura.
Sinceri ringraziamenti, Cristiana Longhi.»
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 18 Gennaio 2009 at 17:09
Un libro per donne coraggiose.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Titolo: Le parole del buio
Autore: Luini M. Giovanna
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Piccole storie
ISBN: 888984129X
ISBN-13: 9788889841297
Pagine: 95
Leggere MariaGiovanna è stato un colpo al cuore. Lo dico quasi vergognandomi di quello che m’è passato per la mente, quasi preoccupandomi d’esser stata beccata con le mani nella marmellata o spiata dall’occhio del Grande Fratello in un atto privato che non è bene mandare in fascia protetta per non ferire il buongusto degli italiani. Poi mi sono resa conto che la sua Silvia è ognuna di noi, non sono solo io o forse non sono io del tutto. Silvia è in ogni donna troppo piccola in un corpo troppo grande, in un corpo che vive immerso nella narcosi più totale – e la cosa peggiore è che la narcosi è spesso una scelta, una manovra difensiva all’apparenza non necessaria ma poi contingente e schiacciante – e va rivitalizzato a suon di morsi e di sberle; sberle emotive, sberle carnali, sberle di quelle che ti fanno girare violentemente la testa.
Silvia vive la sua vita con una penna in mano, poi un giorno schiaccia un tasto di troppo e le scoppia in faccia una realtà suadente, oleosa e invitante. La realtà di chi si sente senza provarsi, una realtà di cui si può diventare facili schiavi di se stessi e di un’idea che poi non esiste. La realtà, a ben guardare, ha un altro odore; un odore pungente di una novità che fa presto ad invecchiare e a farsi amara, triste, sconfortante, dolorosa e – tanto per non risparmiarsi mai nulla – umiliante. Sì perché alla fine dei conti l’umiliazione è quella che ci dà la forza – ma quale tipo di forza poi? – di rimetterci in piedi, o forse solo quella che ci annuncia che la fine è imminente e vicina e che forse sarà meglio continuare a stare lontani da una tastiera calda nel cuore di una notte che scotta.
Il libro Le Parole del Buio ci mette di fronte ad una verità sacrosanta: il dolore è tanto evitabile che inevitabile, ma forse solo quello potenzialmente evitabile riesce a fornirci la chiave per una trasformazione, il pass per uno stato di grazia improvvisa e poi di abbandono e cedimento fraudolenti, perché l’amore è un potenziale dramma e una potenziale sconfitta, ma amore non fa mai veramente rima con una relazione né s’apparenta alla nozione comune di felicità; l’amore spesso se ne va per i fatti suoi e la difficoltà maggiore è capire che quando ci facciamo del male gratuito, in verità stiamo solo cercando nei modi sbagliati la giustificazione a delle ragioni più che giuste. Amare ed essere riamati, toccare ed essere toccati. Toccati dentro, toccati a fondo. Silvia non aveva veramente bisogno dell’amore di un chirurgo, ma solo di un meccanico che le aggiustasse il cuore. Stare tanto male per molto tempo non vuol dire dover per forza soccombere sotto al peso del proprio fallimento; alle volte vuol solo dire avere il coraggio di affrontarsi e di prendersi per quello che si è – principalmente vittime di se stessi, prima che degli altri, vittime di bisogni così radicati e inevitabili che ci si deve prima sporcare abbondantemente di fango per tornare brillanti.
La Luini è straordinaria, dolorosa, intima, carezzevole, delicata, carnale, intensa. Un libro che va preso letteralmente a morsi e masticato lentamente. Splendido connubio con Edizioni Creativa.
Adg.
collana Piccole Storie, Edizioni Creativa, Giuseppe Cirino, gli occhi del ricordo, narrativa, racconti, racconti di formazione, recensione, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 17 Gennaio 2009 at 17:09
Ringrazio Edizioni Creativa per due ragioni: una è senza dubbio legata alla disponibilità e cordialità con la quale ha accolto la mia iniziativa, l’altra al fiuto per i libri, perché non è vero che piccoli editori fanno piccoli libri. Piccoli editori fanno spesso libri molto grandi. Quello di cui andrò a parlare lo è sicuramente.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Gli occhi del ricordo
Autore: Cirino Giuseppe
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Piccole storie
ISBN: 8889841737
ISBN-13: 9788889841730
Pagine: 115
Gli Occhi del Ricordo va letto con differenti stati d’animo, ma di questo ci si può accorgere solo arrivati intorno alle quaranta pagine, quando la prima storia s’impenna in un moto inaspettato e tutta la bravura di Cirino ci tira dentro e da lì in poi non ci farà più uscire – se non con la testa che annuisce silenziosa e qualche giusta lacrima che ci riga il viso. Mi sono avvicinata a questa lettura con prospettiva ottimistica, ma ne sono venuta fuori mestamente, accerchiata dalle immagini ivi dipinte, che poi sono saltate fuori dal volume e mi hanno colpita dritto in faccia.
Ginocchio Di Cristallo è un racconto di formazione: ascesa, discesa, resurrezione e caduta di uno qualunque di noi – che poi non è mai uno qualunque e chissà, forse per alcune cose quel qualcuno/qualunque è la seconda pelle tanto nostra che dell’Autore, e le somiglianze che possiamo rintracciare tra le nostre adolescenze e la sua, non sono solo vaghi sensi di apparentamento. Marco siamo noi, scontrosi, timidi, pronti a vergognarci di noi stessi o a doverlo fare per ragioni che in fondo neppure noi capiamo; Marco siamo noi perché la solitudine ci porta a rintracciare nelle cose minime le passioni che non ci fanno soffrire, perché in quel rettangolo d’asfalto o di cemento, nei suoi perimetri e nelle linee bianche cancellate dal tempo, noi siamo grandi e la solitudine non può nulla. Avere un “ginocchio di cristallo” non è una bella cosa per un giocatore di basket, ma più fragile del cristallo è sicuramente l’anima e quella del protagonista non è da meno, perché fa troppo in fretta a varcare la soglia del non ritorno e Marco finisce per lasciarci proprio quando tutto pareva tornare a sorridergli: carriera, amici, famiglia. Ma nello spazio di un canestro – nel suono della retina che si gonfia, nel rumore del rimbalzo di una palla a spicchi su di un finto parquet sul quale sono scivolati tanti sogni e tanti campioni, e nello slancio di un uomo che spicca un salto sulla banalità e sulle teste di quanti non capiscono che l’elevazione vera è la conquista di uno spazio mentale unico e diverso – la vita scorre un battito alla volta, mai priva di insidie, sempre a un passo dal cedimento, come quello spirito – di cristallo come un ginocchio, di cristallo come il cuore – che privo di misura se ne va spesso a zonzo, incerto sul da farsi, incerto sul nome da dare alle cose e il recinto da costruire attorno alle pulsioni.
Gli Occhi del Ricordo però è anche lo sguardo d’un uomo cieco che si racconta raccontando di ciò che l’ha portato ad una esperienza letteraria autobiografica e forse unica; una metanarrazione in fondo, di un uomo nella cui voce si registra il climax della poetica di Cirino: [...] NON PREDILIGEVO SCRIVERE DELL’AMORE, MA QUANDO CERTE COSE LE VIVI, IN AUTOMATICO LE SCRIVI. UNO SCRITTORE E’ UN PO’ COME UNA VELA CHE SI GONFIA COL VENTO, CHE QUANDO E’ COLMA PARTE. [...] IL RICORDO HA OCCHI A CUI NON PUOI SFUGGIRE. SOLO QUANDO LI INCROCIO VEDO DAVVERO. PER QUESTO SCRIVO.
Troviamo qui, come anche nel terzo racconto, il disagio dello scrittore con l’anima, nei confronti di un mondo che si dimostra sempre meno nobile di quello che vorremmo, sempre pronto a deluderci, sempre basso e dequalificante. Il modo in cui ama uno scrittore è necessariamente diverso: egli ama prima con la testa e con le idee che col cuore, ma poi bruciarsi è un attimo; la realtà non è mai una storia a lieto fine o un romanzo tutto da scrivere con personaggi passivi al tocco della nostra penna, e allora la problematicità della figura di amato/amante, si dischiude in tutto il suo dolore e nel fastidio che provoca la delusione, con tutte le ovvie conseguenze del caso.
Forse, come troviamo nelle pagine successive: [...] E’ SOLO IL VINO CHE STREGA LE PAROLE [...], perché una ubriacatura d’amore e linda malinconia, è come una nebbia che ti fa battere più lentamente il cuore. Le parole scorrono sempre più forti, sempre più dense e i significati si rincorrono coagulandosi in un magma caldo. La mano di Cirino non calca mai eccessivamente; parte in sordina e poi giunge all’apoteosi del senso, alla grandezza dell’emozione che prevale sui segni, e il ritratto che ne vien fuori, è come un quadro astratto ma in movimento, dove poter intingere il dito, provocando cerchi e saggiando di volta in volta un tipo di calore diverso, che poi ti risucchia e ti bagna il viso con lacrime di stupore.
Un libro vibrante e sentito. Vorrei averlo scritto io (è il secondo libro di cui lo dico – lo dissi anche per A. Colannino – ma non so che altro aggiungere, se non che mi ha molto commossa).
Adg.
book on demand, Boopen, E' Uomo, Guido Pagliarino, recensione, recensione libro, recensioni libri, saggistica, studi teologici, suggerimenti di scrittura
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 16 Gennaio 2009 at 01:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: È uomo
Autore: Pagliarino Guido
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862231113
ISBN-13: 9788862231114
Pagine: 264
(la foto di copertina corrisponde alla prima edizione dell’opera, Lulu Press Editore)
E’ Uomo, quinto saggio di Guido Pagliarino a carattere divulgativo, è un saggio che rispetto agli altri di argomento rigorosamente storico e biblico, in parte si discosta e diventa una guida intellettuale di ampio respiro, molto discorsiva e spesso pratica, pronta ad abbracciare tempi – anche cronologicamente a noi vicini – e spazi vasti, e che si fa meno nozionistico/descrittiva e contemporaneamente filosofica al punto da ripercorrere tappe importantissime del pensiero aristotelico e platonico.
Il libro affronta con meno rigore contenutistico ma mai senza abbandonare il sentiero della ragione (e forse esplicitando qui come non altrove, le convinzioni personali e fideistiche dell’Autore, nel senso non di una soggettività e parzialità invadenti, ma di una rielaborazione, esposizione e interiorizzazione dei contenuti, molto diverse e notevolmente più sentite) il discorso mai abbastanza approfondito del precetto cristiano d’amore, secondo il quale Dio è Amore e nella sua stessa divinità è contenuto il germe della sua umanità.
E’ uomo come noi perché ci ha resi a sua immagine e somiglianza e ha persino dato spoglie umane al suo unico figlio, come a volerci ricordare che siamo tutti fatti della stessa sostanza del Padre e che dunque la divinità pertiene anche a noi, come l’umanità pertiene a lui.
L’Autore dunque si pone come un maestro di fronte ad una classe di alunni imberbi, nel tentativo di ammaestrare menti acerbe a riflessioni onnicomprensive, più profonde rispetto a quelle precedenti dedicate al problema della storicità delle fonti o dei riscontri biblici, unendo qui considerazioni personali a filosofia greca e teologia; ricognizione teologica della figura di Dio nelle Scritture – soffermandosi sui molteplici aspetti dell’antica e moderna considerazione circa la Trinità e il problema annoso del corpo e dell’anima per Giudei e Cristiani, chiamando poi in causa Sant’Agostino e Tommaso D’Aquino – e ragionamenti di carattere più colloquiale circa il mondo che ci circonda e le false interpretazioni vive ancora oggi di un Dio cristiano accomunabile secondo molti, ad altre entità religiose senza possibilità di scissione tra componenti fondamentali per il cristiano e accessorie, quando proprio del tutto inesistenti, per i fedeli di altri culti e le divinità in essi venerate.
Di nuovo, dunque, un tentativo ben riuscito – per lo meno per quanto ci riguarda – di porre di fronte allo scetticismo e all’ignoranza comune, considerazioni senza fallo, scevre dal fanatismo di talune schiere di cattolici antichi e moderni, e fondamentalmente convinte – soprattutto – che non basta essere battezzati per dirsi veri cristiani, né dover essere cristiani per consultare uno dei suoi trattati.
Adg.
31 Ottobre, giallistica, Glauco Silvestri, intervista ad uno scrittore
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 14 Gennaio 2009 at 12:09
Oggi intervistiamo Glauco Silvestri, autore di «31 Ottobre».
———————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.
A: Scrivere. Perché?
G: Perché si. Non mi sono mai posto questa domanda. Scrivere è una esigenza; una sorta di forza che cresce dal profondo e che spinge le mani a tremare fino a che non impugno una penna o non tocco una tastiera. Forse è voglia di comunicare, forse è voglia di raccontare delle storie, forse è voglia di raccontarsi. Non saprei dare un perché più preciso. So solo che scrivo perché altrimenti mi sentirei vuoto.
A: Scrivere. Cosa?
G: Di tutto. La lista della spesa, una lettera ad una amica lontana, un racconto, un romanzo. Scrivo fantascienza perché mi piace immaginare l’inimmaginabile. Scrivo drammatico perché i sentimenti forti sono quelli che accendono lo spirito. Scrivo racconti per bambini perché una parte di me non vuole crescere e ama guardare i cartoni animati, fantasticare, vivere in un mondo di fantasia. Scrivo thriller perché il brivido anima il sangue nelle vene.
Scrivo di tutto e di più. Perché mi piace mettere in gioco le mie capacità ed esplorare l’inesplorato.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
G: Io? Beh, sono schivo. Non mi piace stare al centro dell’attenzione e la necessità di mostrarmi per diffondere ciò che scrivo, lo ammetto, mi dà fastidio. Non so il motivo. Sono (spero) umile; nel senso che non mi credo uno scrittore completo. Credo che non si smetta mai di imparare e che per migliorarsi si debba sempre e comunque continuare a scrivere. Credo di avere ancora tanta strada da fare e accetto sempre i giudizi che provengono da chi mi legge (per questo ho diffuso molti miei lavori gratuitamente…), specie se sono negativi. Sono uno stimolo a crescere, uno stimolo a fare di più.
A: La penna per te corrisponde a…?
G: Non è di sicuro uno strumento. E’ più un prosieguo del mio corpo. Io ho sempre una penna in mano. Anche quando sono al pub con gli amici… spesso tengo in mano la penna per scrivere le ordinazioni (se sta ai clienti scriverle…). Spesso scribacchio anche mentre chiacchiero con gli amici… La penna fa parte di me…
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
G: Non è che io sia cambiato. Anzi… come ho già detto precedentemente, l’essere sotto i “riflettori” (va bé… sono più dei faretti… non sono così importante, anzi, sono ancora insignificante nel quadro letterario italiano… praticamente non esisto!) mi dà quasi fastidio. Ho pure rifiutato una intervista televisiva… Ero schivo… sono schivo… Credo che debbano essere i miei lavori a presentarmi al pubblico. Credo che siano loro a dover stare sul palcoscenico, non certo io.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
G: Sicuramente “malinconico”. Lo dicono tanti miei lettori. Quando scrivo, nel profondo c’è sempre questa sensazione. Altri aggettivi… mmh… “mutevole”. I miei lavori non si assomigliano. Mi piace sperimentare e cambiare stile. Qualche lettore rischia di essere deluso (c’è chi si affeziona ad un determinato scrittore per il suo modo di scrivere) ma altri lo apprezzano. Il fatto è che “sono un gemelli”, sono incostante e mutevole… così potrei definire anche la mia scrittura. Quindi, per riassumere: malinconico, incostante, mutevole.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
G: 31 Ottobre? Un thriller. 24 ore per risolvere un crimine senza soluzioni. Non c’è indagine, non c’è tempo. Si inseguono i corpi trovati per le vie di Bologna, si buttano giù ipotesi, si segue un gatto che è sempre presente su ogni luogo del delitto. Si parla di esoterismo, di miti celtici, di violenza, di clochard… Lo consiglio perché? Perché è rapido, rapisce, non dà il tempo di pensare. E’ quasi una sceneggiatura. La storia dura 24 ore e, volendo è possibile leggerlo in 24 ore. Di ‘31 Ottobre’ amo alcune situazioni. Si tratta di un libro scritto “ad immagini”. E il finale è aperto allo spirito di chi legge: chi ha una mente aperta al mistico ci vedrà qualcosa di occulto, chi è più razionale ci vedrà qualcosa di più razionale.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
G: Dunque. Per prima cosa io non credo che si debbano avvicinare tecnica e creatività. La creatività nasce dal cuore e segue una sua strada. La tecnica è dettata da metodologie inventate nel passato, perfezionate e, ahimè anche catalogate. Credo che la tecnica tenda a sopprimere (o per lo meno sopire) la creatività. No, come ho detto prima, essendo un gemelli, io sono incostante e mutevole. Nessuna tecnica può imbrigliare la creatività… questa è la mia opinione personale. Altrimenti salterebbero fuori libri “fotocopia” incapaci di portare a qualcosa di veramente nuovo. Difatti le varie tecniche sono state dedotte e schematizzate da scritti provenienti dal passato. Gli autori di questi scritti non avevano nulla che dettasse un metodo di scrittura. Loro erano creativi sul serio. Oggi c’è troppo desiderio di schematizzazione. La tecnica può essere utile per iniziare ma rischia di imbrigliare gli spiriti liberi… per di più porta ad una certa omologazione (guarda i fantasy… a parte qualche rara eccezione, sono tutti cloni l’uno dell’altro!). La creatività è tutt’altro.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
G: Scrittura per necessità. Rischio di ripetermi ma… io scrivo sempre e comunque. Anche sul lavoro. Tutto fluisce in modo così naturale… Io scrivo post sul mio blog (personale… non il blog dedicato agli autori esordienti) come fossero opere di narrativa. Descrivo i sogni romanzandoli… racconto la mia vita colorandola come solo la narrativa può fare. Son biografico, ma non sempre. Viaggio di fantasia e, spesso inizio più lavori allo stesso tempo (ora sto lavorando a due scritti contemporaneamente e… sto pensando ad un terzo) perché lascio fluire le idee e le butto subito su carta. Quindi niente mestiere, niente occasione… è proprio una necessità interiore!
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
G: Ovvio che un commento negativo ferisce. Ma una volta somatizzata la “botta iniziale”, solitamente cerco di riflettere su quanto viene detto. Se si tratta del semplice desiderio di affossare un lavoro senza motivi “reali”, ci passo sopra come fosse acqua di torrente. Se le motivazioni sono serie, allora cerco di analizzare dove sta l’inghippo e cerco di crescere correggendo gli eventuali errori segnalati dalla critica. Tempo fa ho ricevuto una recensione terribile. In essa veniva anche messo in dubbio il motivo per cui sprecavo tempo a scrivere… una recensione che avrebbe potuto buttare giù il morale a chiunque. Ci sono stato male. L’ho letta e riletta. Aveva colpito in modo profondo… però pian piano sono riuscito a “capirla”. Ho risposto all’esaminatore solo dopo un paio di giorni, dopo aver meditato su quelle parole e… lo sai, per quanto non fossi d’accordo su tutto quanto (c’erano critiche sullo stile narrativo e… beh, quelle sono molto soggettive), ho scoperto che quella lettera aveva colpito alcuni miei difetti. Non dico di averli già corretti ma, ci sto lavorando su… e l’unico modo per migliorarsi è continuare a scrivere. Quanto a “31 Ottobre”, per quanto so che piace, che è un bel libro di intrattenimento, rileggendolo… lo vedo pieno di difetti. Ciò dimostra che sto crescendo e che i miei lavori di oggi sono migliori di quelli del passato. Non sto dicendo che “31 ottobre” non mi piace. Tutt’altro. Ma se dovessi scriverlo oggi… forse sarebbe differente. Insomma. Ben vengano le critiche… sono felice se sono positive ma, se sono negative cerco di trarne insegnamento.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 14 Gennaio 2009 at 02:09
Grazie a Glauco della simpatia dimostratami.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: 31 ottobre
Autore: Silvestri Glauco
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Nuove voci
ISBN: 8861852920
Pagine: 128
31 Ottobre è il romanzo di Glauco Silvestri, un horror surreale ambientato a Bologna, nota per le suggestioni dei migliori giallisti italiani e particolarmente per i guizzi di penna di Loriano Macchiavelli (vedi I Sotterranei di Bologna).
Questa volta invece a cimentarsi è un esordiente, pubblicando con Il Filo un romanzo agile che, come secondo le dichiarazioni dell’Autore, si potrebbe leggere nell’arco delle ventiquattro ore giornaliere. A noi però non interessa guardare con un occhio alla pagina e con un altro al quadrante appeso al muro. Ci interessa sapere cosa accade a chi e perché. Il romanzo ha un esordio da brivido e i concittadini di Silvestri ci penseranno due volte a soffermarsi nei luoghi citati dallo scrittore, perché in quei luoghi – a partire dal Pavaglione – solitamente la gente muore… e non muore semplicemente… no, muore ammazzata aperta in due con chirurgica precisione. Sulle tracce del pazzo che si macchia di questi efferati omicidi, un Tenente e un’agente della Scientifica, presto consci di trovarsi di fronte ad una serie di fenomeni non propriamente “normali”; testimone dei delitti un gatto nero, muto spettatore (o forse anche attore principale, chi può dirlo?) di crimini orrendi che non lasciano manco tracce ematiche eccetto che addosso a lui.
Volendo trattenersi solo sulla trama, ammettiamo di trovarci di fronte ad un tentativo di cattura delle magiche influenze dettate dalle nostre stesse città; a quanti non è mai venuto in mente cosa potrebbe accadere nel vicolo buio della nostra via, se una ragazza sola e sperduta s’attardasse in una notte buia e senza luna? Silvestri respira la sua Bologna ma spesso il tentativo è grossolano e ciò forse stride col fatto che la città teatro dei tristi fatti narrati, è in effetti la sua; del resto, però, indirettamente ci conferma il fatto che non basta conoscere fisicamente un posto per poterlo anche trasporre sul foglio. È necessaria una visione, una rapidità di associazione mentale/testuale, in cui i luoghi si fondono alla parola scritta e la narrazione è come un giro turistico in posti che non sono segnalati sulle carte.
La penna del Silvestri spesse volte risulta maldestra – ma questo particolarmente nei primi capitoli, come se il testo venisse poi ripreso da una mano più dosata e ponderata, mentre nelle zone incipienti del romanzo questo non accadeva e lo stacco conseguente che si è prodotto è sottile ma pur sempre evidente; la trama in sé appare fuori dall’ordinario per via della scelta tutto sommato “insolita” fatta nell’ordine del tipo di delitti commessi e della natura degli stessi in una città come Bologna dove siamo abituati a ben altro (solitamente i grandi narratori statunitensi, vuoi anche per le cronache nere locali che abbondano di serial killer efferati di ogni risma, sono più credibili, in questo senso); l’editing non è curatissimo (ma come già detto altrove, non è quello a fare un libro, anche se poi in un certo senso la tipologia di errore presente nel testo non è sicuramente un buon biglietto da visita per l’Autore e il lettore se ne avvede traendo le sue considerazioni, magari anche en passant ma comunque traendole…). Ci sono parti del testo assolutamente meccaniche, dove le descrizioni si affastellano senza soluzione di continuità e salta agli occhi una certa grossolanità della lingua. Il libro è troppo veloce e spicciolo, e se la lettura scorre lesta c’è da chiedersi se è per le ragioni appena addotte oppure per scelte autorali particolari. Alle ingenuità linguistiche si aggiunge una verve fiacca, che non centra l’obiettivo di porci innanzi alla figura d’un vero narratore che sappia riconoscere e tenere a bada il proprio ruolo – e questo poi lo si nota anche per via della frettolosità dei periodi e della elementarità di alcuni di essi. Poi però, quasi di punto in bianco, la mano dell’Autore cambia. Versa nel testo una maggiore riflessività e questo si nota nelle pagine che si susseguono meno scontate che altrove, snelle certo, ma non più fini a se stesse come in precedenza.
L’apoteosi la raggiungiamo col capitolo 13 (ed io ho messo il segno al libro, Glauco!), e scopro che Silvestri è molto più credibile e generoso come narratore dell’intimità che di case e cose. Pur non volendo assolutamente anticipare nulla di quanto contenuto nel libro perché il libro dovete acquistarlo e magari poi tornare qui a commentarlo con me e Glauco, vi dico solo alcune cose: Silvestri in un paio di paginette racconta una notte, un incontro amoroso, lo scoppio della passione. Silvestri si dimostra all’altezza del suo ruolo qui come mai in nessun’altra pagina dell’intero romanzo. Ci disegna, con una abilità che invece gli è mancata mentre ci parlava dei viali di Bologna, o del tizio che prende l’autobus per andare a lavoro, o della tizia che va a gettare il rusco in tacchi a spillo, due corpi che si fondono. C’è malizia nel suo tratto, c’è sapienza, c’è il gusto della carezza. Questo è il registro che vorremmo avergli visto anche in precedenza ma non volendo continuare ad apparire troppo severi di fronte ad un libro che è prima di tutto un esperimento – perché sì, scrivere comporta dei rischi, perché la scrittura ha bisogno di alimentarsi continuamente alla fucina della creatività (e parlo anche di quella linguistica…) – siamo propensi a pensare, romanticamente, di poter vedere da qui a non molto un nuovo parto della fantasia di quest’Autore che, un po’ come tutti noi, ha solo bisogno di incanalare meglio i suoi attacchi di creatività in uno stile meglio definito e scevro di quelle piccole ingenuità che tolgono alla sua penna il lustro che invece meriterebbe e sicuramente si meriterà.
Adg.
Andrea Armati, Eleusi Edizioni, lo Stregone di Assisi, medievalistica, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, saggistica, studi storici, studi teologici
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 13 Gennaio 2009 at 02:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Lo stregone di Assisi. Il volto negato di San Francesco
Autore: Armati Andrea
Editore: Eleusi Edizioni
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 978-88-903884-0-8
Pagine: 150
Francesco D’Assisi, padre dell’ordine mendicante dei Francescani, noto ai più come “il poverello d’Assisi” o anche come “l’inventore del presepe”, figura di spicco nell’agiografia nazionale ed extra-nazionale, riferimento religioso d’ogni tempo per via della formula monacale cui decise di prestar fede e cui diede vita in nome del ritorno all’originaria pauperitas da tempo abbandonata dal clero di un medioevo falso e corrotto; convertitosi – secondo le fonti, per via di un forte senso di compassione verso i poveri cui desiderava apparentarsi, a seguito del mancato intervento nella Quarta Crociata – ad una forma estrema di religione, non particolarmente in linea con la coscienza clericale del tempo ma motore di successive e annose dispute con gli Ordini a lui contemporanei o successivi; ispiratore di versi, uno dei primi versificatori in lingua volgare, noto anche e soprattutto per il meraviglioso Laudes Creaturarum, meglio conosciuto come Cantico delle Creature; uomo d’arme presto fattosi mendicante, quando non un uomo scomodo di fronte a ricchi e potenti; emblema della santità e della purezza di spirito, venerato come santo presso la religione cattolica… È questo il personaggio al centro del significativo saggio di Andrea Armati «Lo Stregone di Assisi».
Il saggio, edito da Boopen e rieditato da Eleusi, è il risultato di approfonditi studi, ardite vedute e considerazioni circa la messa in discussione dell’appiattimento culturale subito da questa figura emblematica del suo tempo e del suo stesso credo. In un momento storico in cui gli strumenti a disposizione del critico si moltiplicano inverosimilmente, diventa importante anche e soprattutto la revisione e rielaborazione di quanto è stato prodotto in tempi antecedenti al nostro, allo scopo – anche solo per puro impegno e passione personali – di far rivivere – rispolverando vecchie nozioni nascoste sotto antichi pregiudizi e abiti troppo approssimativi e “di comodo” – personaggi, miti e ragioni. Armati s’interroga, fondamentalmente, sulla figura di Francesco con acume e pertinenza, evitando per principio le acque torbide dell’inganno di fonti corrotte dal costume del tempo, specie dal costume clericale, invertendo per mandato la rotta del pregiudizio facile ad ingenerarsi in chi vuole a tutti i costi difendere e diffondere una credenza distorta e/o erronea, per portare alla luce una figura diversa, meno evanescente e sfumata di quanto normalmente ci è dato di credere.
Francesco allora risplende nella sua umanità a volte fosca a volta limpida ma mai veramente classificabile o imbrigliabile in qualificazioni piatte, e lo studio di Armati allora scivola con cognizione e prontezza, in un excursus storico in cui fonti note e meno note si fondono e confondono, creando un’aura di freschezza attorno alla stantia figura d’un santo che era prima di tutto un uomo. Ecco allora che tanto bassezza che materialismo entrano nel nostro vocabolario delle pertinenze caratteriali di Francesco, il quale, a ben vedere, non perde lustro; semmai – e volendo essere lungimiranti come solitamente la critica cristiana non s’è dimostrata né tra i contemporanei del fraticello né tra i nostri, per ragioni d’indottrinamento locale o di ritorno d’immagine anche nei secoli a venire – acquista quello spessore coerente che lo affranca da un falso misticismo e lo restituisce ad una reale e più spoglia concretezza. Armati traccia un disegno coeso e preciso, ma quel che è certo è che ci sarebbe da chiedersi, ultimata la ricca lettura, se Francesco, ridotto ai minimi termini, è da considerarsi davvero solo un uomo, oppure più semplicemente – e realisticamente – solo un uomo fuori dal suo tempo e proiettato verso una modernità che però l’ha conosciuto unicamente sotto le spoglie del modello irraggiungibile e pio che ci hanno mostrato praticamente sino all’altro ieri, prima cioè che venisse gettata una luce diversa sul cono d’ombra creato attorno alla vita e alla storia d’un uomo divenuto santo.
Adg.
Borelli editore, co-autrice di Cristiana Longhi, intervista ad uno scrittore, letteratura erotica, Lisa & Cécile, Mariarosa Campanale, narrativa erotica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 10 Gennaio 2009 at 23:09
Intervista a Maria Rosa Campanale, co-autrice di «Lisa & Cécile».
—————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
MR: Scrivere fa sentire liberi, dà la possibilità di comunicare e condividere ciò che si prova e pensa con gli altri.La scrittura ti protegge,ti concede molte possibiltà,puoi interpretarla come vuoi, riuscendo a trasmettere emozioni, sensazioni vere, forti: puoi trasgredire, ridere, piangere, fare sesso estremo, restare un’inguaribile romantica e persino uccidere i tuoi nemici! Puoi dare molto senza ferire mai davvero. Sono una donna e devo riconoscere che scrivo anche per quel pizzico di vanità che contraddistingue solitamente il sesso femminile. Un velo di egocentrismo c’è… Fissare su un foglio di carta emozioni e sensazioni rende eterni i pensieri.
A: Scrivere. Cosa?
MR: Scrivo romanzi e racconti erotici. Parlo di sesso con naturalezza, senza inutili tabù, tentando però di mettere parte della mia anima nei corpi e nelle scene che descrivo. La scrittura è il mezzo con cui riesco a trasmettere la passionalità vibrante che mi attraversa, sensualità e desideri che mi appartengono.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
MR: Scrivo per hobby, per il puro piacere appunto di comunicare con gli altri. Nasco come scrittrice circa tre anni fa con il mio primo romanzo erotico di cui sono co-autrice, “Lisa e Cecile” (Borelli editore) e che ha vinto nel 2007 il premio Fiuggi “erotismo e scrittura”. Ho collaborato recentemente con alcuni miei racconti al libro ” Eroticamente-confessioni intime” pubblicato ad ottobre da V. Casini editore. Spesso nei miei racconti faccio dei riferimenti ad arte e poesia che amo moltissimo.
A: La penna per te corrisponde a…?
MR: Ad una arteria, al mio sangue, al battito del cuore, alla mia parte più razionale, ed in contrapposizione alla mia follia… ai sensi…
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
MR: Per me non è cambiato niente, io sono ciò che scrivo, si può inventare una storia senza mentire su ciò che si prova. Mi identifico nella mia scrittura, sono io che mi reinvento.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
MR: Dovrei usarne più di tre ma direi: visiva, intensa, diretta, perché riesco a descrivere emozioni fino a renderle tangibili senza perdere l’intensità e la sincerità, a volte anche cinica o crudele di donna.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
MR: E’ la storia dell’amicizia profonda tra due donne, l’intreccio erotico e non delle loro vite. Fantasie, desideri e realtà si fondono e lasciano al lettore la possibilità virtuale di intervenire con la propria immaginazione, ma, se si riesce a leggere tra le righe, si scopre che oltre all’erotismo c’è il vissuto, l’anima di due donne sensibili con le loro gioie, le sofferenze, la fragilità, la forza e la passione. Mi sembra un ottimo motivo per custodirlo con cura in biblioteca: c’è sesso e c’è cuore.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
MR: Non seguo modelli o forme specifiche, mi affido all’istinto, forse il mio stile è la semplicità, la chiarezza nel linguaggio.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
MR: Flaubert diceva: “Madame Bovary sono io!”, questo perché c’è sempre qualcosa di personale, di autobiografico in ciò che si scrive… Direi Scrittura Per Piacere! In ogni racconto che ho scritto c’è parte di me, anima o immaginazione non è importante, ci sono io dentro con sensi e sentimenti.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
MR: Accetto le critiche, servono a migliorarmi, a capire chi mi legge e più che “lasciar andare via” un’opera preferisco dire che la dono ai miei lettori, è qualcosa che mi unisce a loro, un cordone ombelicale attraverso il quale fluisce la magia della scrittura che mi permette di entrare con la mia passionalità nei loro cuori.
intervista ad uno scrittore, ironia e buonumore, le mamme non mettono mai i tacchi, Luana Troncanetti, manualistica, saggistica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 10 Gennaio 2009 at 16:09
Intervista alla brillante Luana Troncanetti, autrice di «Le mamme non mettono mai i tacchi»
———————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
L: Perché no? Non è un granché esaustiva come risposta, me ne rendo conto. Ma denuncia, credo, il mio approccio assolutamente casuale con la scrittura.
A: Scrivere. Cosa?
L: Racconto la straordinarietà della vita comune.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
L: Sono una scrittrice per caso e non è una metafora alla trasmissione televisiva sui turisti. Ho preso in mano la penna soltanto dopo essere diventata la madre di Superboy. Come potevo non fissare su carta le tragicomiche avventure che mi ha regalato mio figlio? Mi sono gettata nella galassia smisurata degli aspiranti scrittori umilmente, con il solo scopo di raccontare e raccontarmi. Senza troppe pretese, senza grandi aspettative. E mi emoziono ogni volta che qualcuno mi dice che sono brava. Stento ancora a crederci, anche se ultimamente iniziano a spuntare qua e là le recensioni che giocano in mio favore. Ottimamente a mio favore!
A: La penna per te corrisponde a…?
L: Uno strumento micidiale se utilizzato da una grafomane come me! E’ uno sfogo, una gioia, la tranquillità di un momento tutto mio, il mezzo per generare personaggi che solo all’inizio sono frutto della mia penna ma poi, proprio come fanno i bambini, mi abbandonano e si raccontano da soli.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
L: Molto sinceramente? Fino a un annetto fa era semplicemente un hobby, dopo aver pubblicato tre libri (dei quali soltanto uno, forse, può essere definito tale) a detta di qualcuno gradevoli, inizio a fare loschi pensieri su possibili guadagni milionari! Non perché io abbia scritto il capolavoro letterario del terzo millennio, ma semplicemente perché il libro abbraccia un target potenzialmente sterminato: di mamma, fortunatamente, non ce n’è una sola!
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
L: Diretto, coinvolgente, scanzonato.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
L: Il libro è la registrazione fedele di quanto accade a una donna quando diventa mamma, una cronaca reale nella quale qualsiasi mamma riesce a riconoscersi. E’ coinvolgente perché molto simile a una chiacchierata liberatoria fra amiche, uno spettegolare garbato su suocere invadenti, mariti poco collaborativi e bebè ingestibili. E’ una pacca sulla spalla per incoraggiare tutte quelle che si sentono inadeguate ad affrontare una condizione destabilizzante alimentata dal mito della mamma perfetta che, viva Dio, esiste soltanto nelle pubblicità delle merendine. E’ un modo per dire: ” Coraggio, succede anche a me!” E’ semplice da leggere, è scritto con un linguaggio volutamente colloquiale, è perfetto per chi ha poco tempo da dedicare alla lettura ma vuole comunque regalarsi un momento di piacevole svago. Va riposto con cura nella libreria ma all’occasione va riletto ogni volta che nostro figlio tenta di dar fuoco al divano: ogni bimbo sano di mente cerca di farlo almeno una volta nella vita. Ogni mamma sana di mente deve capire che rientra nella normalità. Questo aiuta a scacciare la depressione o il sospetto di aver generato un mostro.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
L: Non ho mai frequentato un corso di scrittura creativa, anche se penso sia ora di approcciarsi a questo tipo di esperienza. Finora mi guida l’istinto, non seguo regole particolari anche perché sono una persona che, per motivi religiosi, detesta gli schemi prefissati. Sono però conscia del fatto che esistano norme imprescindibili per generare una buona narrazione, e dovrò quanto prima decidermi a impararle.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
L: Il mio modo di scrivere nasce dall’attenta osservazione del quotidiano anche se è spruzzato qua e là da accessi di fantasia e/o situazioni romanzate. Il mio primo libro (o dovrei dire i miei primi tre libri visto che ne ho pubblicati tre) è frutto di esperienze autobiografiche. Ma sto lavorando da tempo a una raccolta di racconti brevi che, pur scaturendo dalla mia immaginazione, non prescindono fatti realmente accaduti. Sto tentando di scrivere un romanzo che, non so con quale coraggio, sottoporrò all’attenzione della giuria di un importante concorso letterario. E’ questo il mio primo tentativo di partorire un’opera per mestiere e smettere di essere, me lo auguro, una scrittrice per caso.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
L: Io ho una tecnica opinabile: scrivo pagine intere di getto e quindi, dopo averle fatte sedimentare un po’, le rileggo e correggo fino a quando non ottengo il risultato voluto. E’ una grande perdita di tempo, forse converrebbe scrivere fin dall’inizio in modo più accurato evitando frasi che, scritte d’impulso, sono spesso prive di senso compiuto o sgrammaticate. Ma è più forte di me: c’è un omino alieno o straniero che subaffitta il mio cervello… Quando inizia a dettare, io devo accontentarlo subito senza star lì a sindacare sulla bontà dello scritto. Sta a me, successivamente, riuscire a tradurre quelle frasi in italiano. Accetto le critiche di buon grado, le trovo utili e costruttive. Devo dire chiunque abbia letto il mio libro non si è trovato a muovere particolari critiche anche perché è scritto con un linguaggio talmente semplice che è difficile commettere qualche errore di sintassi o esprimere in modo poco chiaro un concetto. Un discorso diverso va fatto per alcuni racconti brevi che ho reso pubblici su un sito per scrittori in una sezione apposita, dove vengono analizzati e recensiti. Ho trovato osservazioni spesso acute, utilissime, necessarie a migliorare lo stile e ne ho preso atto senza atteggiarmi a diva ferita a morte come invece fanno moltissimi esordienti. Ciò che non tollero, invece, è quando questi racconti vengono vivisezionati in modo ridicolo. Un esempio? ” Ma non sarebbe stato meglio usare nei dialoghi le virgolette uncinate al posto del trattino?” oppure ” Come mai a un certo punto nel racconto cambia il punto di vista del narratore?” Evidentemente perché è necessario! Un’altra cosa che mi fa impazzire è quando travisano il significato del titolo del libro. Alcune donne (pochissime, a dire il vero) lo hanno trovato offensivo, classista, interpretando le sette rudimentali parole che lo compongono come un “Le mamme non devono mai mettere i tacchi perché lo dice Luana Troncanetti”. Niente di più assurdo! Il titolo non è un suggerimento, ma l’oggettiva osservazione di un fatto inconfutabile: alcune mamme straordinarie riescono a gironzolare con ai piedi un tacco 12 ma sono davvero perle rarissime in un oceano di madri in scarpe da ginnastica. Se lo fanno i motivi sono due: o hanno figli straordinariamente tranquilli e quindi non devono rincorrerli in ogni dove oppure sono riuscite, malgrado tutto, a conservare la loro femminilità. E a questo mi inchino e mi tolgo tanto di cappello. Ecco, sono queste le uniche osservazioni in grado di infastidirmi, per tutto il resto accetto le critiche con la massima umiltà, da vera scrittrice per caso.
Caravaggio Editore, Eva Russo, intervista ad uno scrittore, una scomoda indagine e un cane fetente
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 10 Gennaio 2009 at 12:09
Intervista all’autrice Eva Russo, che ha pubblicato «La mia vita in una scatola di biscotti»
————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
E: Perché almeno una volta nella vita ti sei innamorata di un libro.
A: Scrivere. Cosa?
E: Storie, frasi e parole che sbocciano nella tua testa come fiori in una serra.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
E: Un povero diavolo direi. Scrivo e racconto come facevano i miei bisnonni nelle stalle, le sere d’inverno più di un secolo fa. Un menestrello dei tempi moderni intrisa di passato come un cantuccio nel vinsanto!
A: La penna per te corrisponde a…?
E: Un prolungamento del mio cervello. Anche se per ovvie ragioni sono costretta ad utilizzare un computer, scrivo ancora molto “penna su carta”: tutti i miei scritti vengono fuori dalla punta di una stilografica prima di essere battuti al computer.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
E: Io mi ritengo una serva della scrittura e così era anche prima che io pubblicassi. Sono alla ricerca della mia storia, quella storia magnifica a cui legherò il mio nome e intanto lascio che la scrittura mi usi per manifestarsi.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
E: Fluttuante: perché le parole sembrano vagare nell’aria prima di trovare il loro posto nelle frasi. Fragrante: aggettivi, immagini, paragoni – una scrittura che si presenta come una fetta di torta al cioccolato ripiena di crema (appunto) colori, gusti ed emozioni che si mischiano per mostrasi a pieno… o almeno ci provano. Fuggevole: o dovrei dire mutevole (ma se lo avessi fatto non avrei avuto tre aggettivi con la F . In effetti credo che il mio stile si stia ancora “evolvendo”…
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
E: Anche se la mia è una storia personale con una forte dose di fantasia aggiunta, ci sono momenti di vita in cui è facile riconoscersi e credo che la storia sia anche divertente in alcuni punti. Il fatto che sia breve ne rende la lettura non “troppo faticosa”, insomma: un libro ideale anche per chi non ama leggere ^_^
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
E: Leggo molto e leggo di tutto, dalla Divina Commedia ai manuali di bricolage e i diversi stili si depositano nel mio “disco rigido”… sono onnivora per questo il mio stile così meticcio. Non sono molto brava ad analizzare ciò che scrivo, quello che cerco di fare però è creare un’atmosfera tangibile intorno ad ogni frase. Uso perciò molti aggettivi consciamente, anche se riconosco che lo stile ne risulta un po’ appesantito. Amo gli autori che usano molti attributi e amo usarli a mia volta.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
E: In effetti non ricordo di avere fatto altro che scrivere da quando ne sono stata capace. Prima scarabocchi e letterine, poi i diari, che ancora tengo… almeno due all’anno, uno di registrazione “emotiva” delle mie giornate e uno per annotare i progetti e le idee che mi frullano in testa. Da un anno a questa parte è nato il mio desiderio di far conoscere a tutti queste idee frullanti e ho incominciato così a scrivere e creare in maniera strutturata… ehm… spasmodica. ^_^
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
E: Tanto per incominciare non rileggo volentieri ciò che scrivo: quando è scritto in un certo senso non mi appartiene più (anche se ammetto di avere una copia del mio libro sullo scaffale
) Non sono particolarmente difensiva nei confronti dei miei scritti e sono aperta alle critiche costruttive. Vedo anch’io i difetti di ciò che scrivo e non sono mai polemica per “principio”. Se le critiche sono fatte solo per insultare allora mi innervosisco, ma in generale non perdo tempo a discutere con le persone poco educate.
Caravaggio Editore, Gaia Conventi, intervista ad uno scrittore, una scomoda indagine e un cane fetente
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 10 Gennaio 2009 at 00:09
Intervistando Gaia Conventi, autrice de «Una scomoda indagine e un cane fetente»
——————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
Scrivere perché si ha qualcosa da comunicare, altrimenti si scrive di aria fritta e la gente se ne accorge. Scrivere, soprattutto, perché ci piace farlo… verranno momenti in cui lo si farà per mestiere, per soldi. La gente se ne renderà subito conto, i lettori amano chi scrive mettendosi in gioco.
A: Scrivere. Cosa?
Scrivere ciò che ci piace leggere, tentando di migliorare ad ogni occasione. Non importa il genere o il tema, ma se si scrive di un argomento bisogna masticarlo bene. Come diceva Einstein, hai capito veramente una cosa solo quando riesci a spiegarla a tua nonna. Parole sante! Prima di ogni storia c’è una ricerca, che sia storica o interiore. Mai partire senza avere nulla in mano, si fa poca strada e si arranca di continuo. Non ne uscirà un buon lavoro.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
Scrivo noir e gialli, sono una scrittrice che vuole regalare brividi e sano umorismo nero. Non mi prendo troppo sul serio nella vita, figuriamoci come scrittrice! Mi basta poter tenere compagnia a chi mi legge, lascio le cose serie a scrittori più capaci. Non mi offendo quando mi dicono che scrivo “letteratura da spiaggia”, la gente ha bisogno anche di libri leggeri… sennò si suicida guardando i telegiornali!
A: La penna per te corrisponde a…?
Corrisponde ad una moleskine e a notes vari, penna sempre in tasca, appunti al volo. Poi, con calma, butto giù la prima stesura al pc. Il belletto viene dato in seguito, prima stendo l’ossatura della storia. I gialli sono come i giochi enigmistici, tutto deve tornare alla perfezione. Ricami e riccioli li aggiungo dopo, sono la parte più divertente della lavorazione.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
G: Ho pubblicato diverse cose, soprattutto a quattro mani con Stefano Borghi, autore milanese pluripremiato a concorsi letterari nazionali. Assieme abbiamo scritto antologie di racconti noir. Il mio ultimo lavoro, invece, è un giallo ironico, “Una scomoda indagine e un cane fetente”, vincitore del Premio Adamantes 2008 di Caravaggio Editore e del “segnalibro d’oro” a “Esperienze in giallo Piemonte Noir 2008. Ho iniziato a pubblicare nel 2007, prima sono apparsa in alcune antologie e ho scritto online su siti dedicati ai racconti. Il mio modo di approcciarmi alla scrittura non è cambiato in questi anni, scrivo perché mi diverte farlo. Non sono di quelli che “scrivevo ancor prima d’imparare a leggere”, figuriamoci! Ho iniziato a scrivere online, per puro caso, nel 2003. Ho scoperto che la cosa mi viene bene, non mi sono più fermata.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
G: Un mio vicino di casa, che mi segue con affetto, dice che scrivo in maniera lineare, ironica e matematica. Ti confesso che odio la matematica ma sono una grande amante dell’enigmistica, dai rebus ai giochi di parole. Credo che in quanto scrivo ci sia un pochino di questa mia passione, soprattutto la ricerca del particolare, il meccanismo che non deve incepparsi fino alla fine. Cerco di scrivere in maniera semplice, solo così il lettore può seguire una storia complicata, chi legge gialli vuole scoprire il colpevole… paroloni e ricerca linguistica sarebbero fuori luogo. L’ironia è sempre presente nei miei lavori, sono una persona che ama ridere, un’ottimista in tempi di crisi, una che non cede mai al malumore.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
G: Come ti dicevo, scrivo libri d’intrattenimento. I miei noir vogliono scatenare un brivido lungo la spina dorsale, mentre coi gialli cerco di dare una visione quotidiana del delitto. In fondo, e lo vediamo tutti i giorni, la gente uccide per le cose più assurde e banali… a questo aggiungo un po’ di umorismo e personaggi simili a noi. Mai troppo sfigati, mai troppo geniali, con piccole manie. Il mio ultimo giallo “Una scomoda indagine e un cane fetente” ha tra i suoi protagonisti qualcuno che non ti aspetteresti di trovare, un cane. Non è Lessie, non parla, non risolve il caso, è soltanto un cane un po’ più in gamba della media. Ho avuto un cane simile, non mi sono poi inventata molto, devo confessarlo. Con lui anche il suo padrone, un fotografo della scientifica un po’ fuori dal comune, amante dei libri di Liala e attento ad immortalare con occhio critico le ultime pose degli sventurati cadaveri con cui ha a che fare. Anche la vittima di questa storia è un tantino fuori dal comune, un ometto di mezz’età, trovato in abiti femminili. Insomma, un giallo leggero e divertente, con spunti risibili e indagini incalzanti. Il finale è la sorpresa migliore, ovviamente su questo non posso aggiungere altro.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
G: Scrivere mi riesce piuttosto facilmente, la storia la immagino durante la giornata, mentre faccio tutt’altro. Mi fermo, segno l’appunto, proseguo in quel che stavo facendo. Quando decido che è giunto il momento di mettermi davanti alla tastiera, rileggo gli appunti e parto in quarta. Probabilmente modelli e scelte li ho involontariamente immagazzinati durante la lettura di tutti i libri che ho incrociato sul mio cammino. Leggo generi diversi, solo così si ha poi un’idea globale dell’argomento di cui si vuole trattare. Ma, in pieno contrasto col mio ultimo personaggio, non leggo Liala!
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
G: Scrittura d’occasione che un po’ di è fatta mestiere. Sto scrivendo un giallo, una storia ambientata a Ferrara, città in cui ho vissuto e che amo. A volte può succedere che non ci sia l’idea buona, ma i tempi sono quel che sono e bisogna andare avanti. Si ricorre così ad alcuni artifici già usati in altre storie, li si adatta e improvvisamente diventano il passo giusto per proseguire e andare oltre. Se si scrive molto, da molto tempo, si imparano i trucchi che permettono di sublimare la giornata scarna di idee geniali. La stesura di un libro è cosa lunga, non si è al top in ogni pagina ma è il risultato finale quello che conta. Ovviamente nel mio giallo ferrarese c’è molto di me, conosco i posti, le persone e l’ambiente. Una parte si svolge durante il palio cittadino, che per anni ho vissuto in prima persona. Tutto il resto sono delitti che ho immaginato pensando a diverse parti della città, c’è chi passeggia in centro guardando i negozi e chi, come me, cerca il posto giusto per un ritrovamento ad effetto. E quando parlo di ritrovamento è come se fossi il protagonista di “Una scomoda indagine e un cane fetente” che con la Nikon immortala la scena. Ah, già, scordavo… amo fotografare e uso una Nikon.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
G: Quel che ho scritto non mi appartiene più, a volte dimentico persino i titoli! Se una cosa deve rimanere propria, è meglio non farla mai uscire dal cassetto. Che sia pubblicata su carta o in un sito web, diventa di altri, di chi la legge. Può piacere, può ricevere critiche negative, per me non è mai un problema. E’ impossibile piacere a tutti, è una cosa che mi hanno insegnato fin da bambina. A questo, con gli anni e le uscite dei miei libri, ho aggiunto un po’ di sano menefreghismo… ironia e autoironia stanno alla base della mia vita. Ad una critica feroce rispondo sempre con una battuta di spirito. Te lo dicevo, per abbattermi ci vuole ben altro!
aforisma, il giorno che vidi il tuo volto, intervista ad uno scrittore, poesia, Simone Piazzesi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 9 Gennaio 2009 at 11:09
Oggi parliamo con SIMONE PIAZZESI, autore de «Il giorno che vidi il tuo volto»
———————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
S: Perché è un modo di conoscersi, anche tramite il giudizio degli altri.
A: Scrivere. Cosa?
S: Quello che si conosce, che sentiamo nostro e che ci piace indagare.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
S: Un piccolo artigiano della parola. C’è chi dice che sei pieno di te solo perché ti definisci scrittore. Ma chi sa cambiare le tubazioni di casa è pieno di sé se si definisce idraulico?
A: La penna per te corrisponde a…?
S: Non l’ho capita… mi viene in mente il signor Bic che quando è morto ci ha lasciato le penne!
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
S: Più o meno come adesso, con due differenze sostanziali però: la prima è che avendo un pubblico che legge e giudica sento la mia opera più “finita”. La seconda è che forse ci sono più stimoli a continuare. Pensate che i Rolling Stones avrebbero continuato a comporre canzoni fino a 60 anni se non avessero mai pubblicato il secondo disco?
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
S: Porsi nella posizione del lettore, per l’autore, è parecchio difficile… perché l’opera è impregnata di te ed è difficile vederla da fuori… posso però provare a dire, per quanto riguarda le poesie: essenziale, concreto, lirico.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
S: Sono 45 poesie composte nell’arco di 10 anni, quindi molto diverse per tema e stile. Ci sono versi d’amore, versi di contemplazione paesaggistica, versi solari e altri più cupi. Perché acquistarlo? Perché la poesia dona istanti di serenità, inoltre la mia poesia è immediata, poco simbolica, per niente ermetica. Non c’è bisogno delle note a piè di pagina per capirla.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
S: La prima fase, specie per la prosa, è quella più istintiva dove “si butta giù il maiale” come dice un mio amico scrittore, in cui è fondamentale anche il “divertimento di scrivere”. Poi vengono le varie fasi di rilettura, di sistemazione, di limatura. Anche se in modo diverso, vale qualcosa di simile anche per la poesia. I corsi di scrittura creativa non mi stanno tanto simpatici, anche se riconosco che certe tecniche sono in effetti vivisezionabili. Ma il talento o ce l’hai o non ce l’hai. Non sto dicendo che io ce l’ho, sto dicendo che un corso può servire ad affinare una qualità che già possiedi, se la possiedi.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
S: Tento il più possibile di allontanare la scrittura dallo stretto vissuto personale. Le tue esperienze e conoscenze sono fondamentali, ma devono servire come bagaglio di utensili con cui costruire qualcosa di “altro” da te. Poi si possono anche scrivere bellissime pagine biografiche, ma se riesce a farne di bellissime non biografiche sei sicuramente più bravo. La poesia è invece, per forza di cose, più legata al tuo vissuto, anche se cerco di utilizzarla come mezzo per scoprire il reale più che per raccontare me stesso.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
S: I complimenti fanno sempre piacere, così come le critiche pungono, è naturale. Ma se una critica aiuta a scovare dei nei effettivi, e quindi ti aiuta a migliorarti, è positiva. Altrimenti la si accetta ma non tocca quella che è la mia idea sul valore di ciò che scrivo.
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 8 Gennaio 2009 at 22:09
Oggi parliamo con FABRIZIO DIOTALLEVI, autore de «La Favola».
—————————————-intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
F: Nel mio caso, tutto è nato per bisogno, ho iniziato a scrivere per amore, non riuscivo a trattenerlo dentro, e mi sono deciso a metterlo per iscritto. Quindi è stato un approccio diciamo pure terapeutico, scrivo per rimarcare quello che reputo importante, è come un biglietto da visita da presentare alle altre persone, per dire “io sono così, e voi?”.
A: Scrivere. Cosa?
F: Scrivere consente di creare, creare un mondo immaginario dove le persone oneste vengono premiate e i farabutti pagano le loro colpe; visto che viviamo in un mondo che è l’esatto contrario, scrivo tanto, storie dove l’amore e la bontà viaggiano di pari passo, attento però al facile tranello del buonismo e della retorica.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
F: Credo fermamente che la scrittura permetta di conoscere persone meravigliose, disposte a condividere gli stessi interessi, la condivisione è la cosa che più mi appaga, è come cercare qualcosa tra un bosco pieno di trappole, scrivere è la miglior guida che ci possa essere.
A: La penna per te corrisponde a…?
Come diceva Cervantes ” La penna è la lingua dell’anima”.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
F: Considero la scrittura altamente impegnativa, leggere un libro richiede grande attenzione, il lettore non deve essere preso in giro, spesso invece pur di vendere, si propinano molte cose banali e false; ci sono scrittori che parlano di amore, di buoni sentimenti, poi sono più snob dei personaggi che condannano. Tranne qualche rara eccezione, i più grandi scrittori del passato erano persone emarginate, umili, presi in giro da vivi ed incensati da morti. La coerenza è una cosa fondamentale, è un principio per me essenziale.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
F: Cerco di trarre un lato poetico anche dalle situazioni più disparate, non mi sento di esprimere aggettivi, di certo preferisco dar voce ai deboli, almeno che abbiano voce sui libri, dalla vita hanno troppi fardelli.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
31 dicembre 1799, una giovane donna torna a Venezia mentre la città è tutta presa dalla festa di fine anno, lei è foresta nella sua città, sola ed incinta, grida aiuto ma nessuno ha tempo per lei. Poi qualcuno che aveva ben altro a cui pensare, non rimarrà sordo alle sua suppliche. Un manipolo di disperati sacrifica tutto pur di aiutare la giovane, persone a cui è stato negato il benché minimo diritto rispondono con il dovere, un gruppo di straccioni che ha perso tutto tranne la carità, aiuta una giovane di cui sino a pochi attimi prima ne ignoravano l’esistenza, beh è proprio una favola. Considero l’indifferenza e quindi l’egoismo, come il peggiore dei nostri mali. A quanti di noi, è capitato di gridare e restare inascoltato? Troppe volte. Spero che il mio racconto contribuisca a ridare speranza a chi si sente scoraggiato, che convinca le persone che non si può sempre e solo chiedere, ma bisogna ritrovare il gusto di saper dare.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
Leggo quasi esclusivamente i romanzi dell’Ottocento, è una continua scuola di scrittura, per la descrizione dei personaggi, per l’altissima poetica delle storie raccontate, per il riscatto degli umili e degli oppressi, presente in tanti capolavori; amo descrivere scorci di città, locande, spettacoli, mi piace raccontare dal punto di vista degli emarginati, in un contesto storico ben preciso, Venezia nel 1700, Vicenza nel 1800. Non vedo poesia nel mondo attuale, preferisco le diligenze ai fuoristrada, preferisco la fiamma delle candele, alle luci dei centri commerciali, meglio una prostituta che una manager in carriera, dopotutto è questo il mondo che mi fa sognare. Indispensabile è la musica, cerco sempre di inserirla nelle mie storie, cantanti tradite dalle corde vocali, becchini che suonano il liuto, il violino, il flauto, le arie di Vivaldi, i concerti di Albinoni, il clavicembalo… tutto questo è il mio mondo.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
F: Certamente d’occasione; fino a pochi anni fa, consideravo la spiccata sensibilità come un intralcio, poi ho compreso che grazie ad essa riuscivo ad emozionarmi per cose che ad altri lasciano indifferenti, lo considero un dono inestimabile, è la molla per scrivere. Di questo mondo mi piace molto poco, grazie allo scrivere mi costruisco un fortino dove racchiudere quello che mi emoziona e lasciar fuori tutto il resto. Questo è un mondo in cui conta solo il profitto, soldi, soldi e soldi. Scrivo per non pensare a questo. Nel mio mondo conta ben altro.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
F: Mi ritengo fortunato, i primi due libri stampati a mie spese, sono stati esauriti in pochi mesi, non mi aspettavo tale accoglienza, il merito che mi attribuisco da solo è il coraggio di mettere per iscritto stati d’animo con la massima sincerità, e chi mi conosce sa che non mento; per quanto riguarda Eleonora, ho avuto tantissime lettere davvero molto commoventi, per quanto riguarda le critiche se sono argomentate le accetto volentieri, io non devo piacere agli altri devo essere onesto con me stesso.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori on 8 Gennaio 2009 at 01:09
Ringrazio Simone per la prontezza con la quale ha accolto il mio proposito.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Il giorno che vidi il tuo volto
Autore: Simone Piazzesi
Editore: Tespi
Genere: poesia
Data di pubblicazione: 2008
ISBN: 978-88-96070-45-1
pagine: 89
Il Giorno che vidi il tuo volto è una sorta di caldo scioglilingua contenuto all’interno del volume di Piazzesi, una sorta di pendant conclusivo ed estemporaneo che dà senso di giustezza e misura a trafile di pensieri lampo fulminanti come inequivocabili e grandi scoperte, e tenui come sospiri di ovvietà su sottili e pigre pause tra un ragionamento serio e l’altro.
Ho preso in mano questo libro e ne sono rimasta catturata per una semplice ragione, ritengo; Piazzesi riesce ad aggettivare in modo piano ogni cosa che tocca. La pacatezza regna sovrana anche di fronte a sconvolgenti patemi esistenziali, ed una sorta di pulviscolo avvolge di calma e contemplante rassegnazione il volto di colui che medita immerso in cose troppo grandi per essere cambiate o anche solo criticate. Sia chiaro, questa è una abilità, non una menomazione, tant’è che il piacere scivola lento e placido sulle rive di parole pigre, al limite della secchezza e dell’assenza d’aria, eppure mai al di là di una imposta sobrietà che rivela gusto e ponderazione, calma panica e giustezza metodica. Carifi, che ne cura l’introduzione, parla di taoismo per dare la giusta collocazione alle poesie di Simone e c’è da essere d’accordo. Quelle di Piazzesi sono infatti osservazioni derivanti da un mutuo contatto col mondo, mai disgiunto dall’umiltà dei propri mezzi quando non del proprio io, anche se sovente la sorpresa di ritrovarsi o perdersi nelle cose, fa capolino qui e lì restituendo i versi alla vita e risollevando anche chi legge e si spaura a ritrovarsi solo nella selva scalza e priva d’inquinamento. Perché vedete, la sobria calma carmica del Piazzesi è una sorta d’invito ad abbeverarsi a fonti prive di sozzura, il che, per noi così infelicemente abituati al caos e allo sporco di un mondo che ci vomita addosso le sue problematiche villane, è quasi una follia pronunciata ad alta voce dal più matto dei mentecatti. Eppure il canto esplode a tratti e allora la nostra incertezza diventa palese convinzione, davanti a quei versi spesso troppo rapidi per palati come i nostri – abituati a saziarci tardi con cibi unti e spessi, e letterature che c’impongono d’arrovellarci troppo rispetto al troppo poco che ci danno – sacrosanta nei nostri limitanti mezzi e nelle nostre limitate sensazioni. La poetica del Piazzesi – e ho fatto per l’occasione un segno a pagina 85 – si risolve tutta a ridosso del canto d’un grillo, il quale, pienamente consapevole del limite dell’esile filo d’erba cui s’attacca e dedica tutta una vita, potendolo fare, lo proclama sua unica ricchezza e lo innalza a suo meraviglioso giardino e regno incontrastato. Come a dire, con quel piglio da saggio e ponderato assorto osservatore, che mi curo di ciò che ho e di quello che non ho non riesco proprio a farmene un cruccio; con limitati mezzi si può trasformare la propria zolla di terra in un universo che dischiude sempre sorprese? Leggendo l’opera di Piazzesi si direbbe proprio di sì.
Adg.
book on demand, Boopen, Giodo Pagliarino, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, saggio storico, saggistica, studi biblici, studi teologici
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 6 Gennaio 2009 at 15:09
Ringrazio il Dottor Pagliarino per la disponibilità e la cortesia con la quale ha accolto la mia proposta di collaborazione. I suoi saggi offrono spunti di riflessione che condivido in pieno, pur essendomi allontanata dalla pratica religiosa da un pezzo.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Il Dio col grembiule
Autore: Pagliarino Guido
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862230109
ISBN-13: 9788862230100
Pagine: 226
(prima edizione Lulu Press, seconda edizione Boopen)
Il Dio col Grembiule, edito da Boopen, è un saggio di bravura oltre che un saggio teologico d’ampiezza storica per nulla irrilevante, in cui confluiscono la passione per gli studi storici e per quelli biblici e la prepotente motivazione fideistica di colui che, non abbagliato dai propri convincimenti religiosi, dichiara la ferrea intenzione di permettere un approccio serio e motivato ai profani, e uno senza dubbio più approfondito a quegli stessi cattolici che poco o nulla sanno al di là di ciò che acquisiscono con una blanda pratica domenicale.
Pagliarino amministra la materia con perizia e quello che colpisce una volta di fronte al suo volume, è che spesso l’apparato delle note riempie più spazio di quanto ne occupi il testo vero e proprio, questo proprio a sostegno del fatto – come dichiara l’Autore stesso – che il libro ha valenze plurime ed è adatto tanto a un pubblico di curiosi che ad un pubblico di ricercatori assennati (di conferme, di speranze, di nozioni più specifiche). Ne Il Dio col Grembiule fonti bibliche e considerazioni personali logiche, schiette, certamente “di parte” ma mai fuori dal chiaro sentiero della ragione e della concretezza storica e filosofica, si alternano a disegnare un discorso articolato e serio, che partendo dai tempi in cui l’oralità tracimava nella tradizione profetica ipotizzando l’esistenza di un dio d’amore, fanno il verso poi ad altre parti veterotestamentarie in cui s’ipotizza un dio ferreo e vendicatore – immagine giunta sino a noi, pronta ad alimentare il divario pessimistico tra la duplice condizione dell’amare per amore e del servire per essere amati.
In soccorso alla visione meno pregiudizievole di questo cristianesimo d’amore e carità, vengono i versetti di Giovanni, in cui si afferma, attraverso il racconto della “lavanda dei piedi”, la vera natura del Cristo e della sua missione su questa terra; un Cristo che munito di grembiule, s’inginocchia per detergere i piedi dei suoi Apostoli, nella notte che precede il Venerdì della Passione. Il vero primato del figlio di Dio che s’è incarnato e fatto uomo, è dunque amare e farsi umile servendo anche il più piccolo dei servi e l’ultimo dei derelitti, testimoniando, attraverso l’uso di un amore incondizionato, la veridicità e l’applicabilità dei precetti divini, contrari ad una sudditanza ingiustificata verso un dio terribile praticato nelle Antiche Scritture ebraiche, che non ha più ragione di esistere, dal momento che per redimere il mondo e fondare una nuova religione dell’amore, ha condotto in Terra il suo unico figlio fattosi uomo, e l’ha portato ad amare così tanto il mondo al punto di lasciarlo salire sulla croce.
Mi vengono in mente, a questo punto, tutta una serie di reminescenze catechistiche dell’infanzia o giù di lì, e la risposta sempre pronta che io stessa adducevo di fronte all’incredulità generale di falsi credenti e ottusi di ogni risma – al di là sempre della mia fede ma mai al di là della mia intelligenza personale: «se Abramo aveva così tanta fede in Dio da acconsentire al sacrificio di Isacco, che invece venne graziato e sostituito con un ariete che aveva le corna impigliate in un rovo, perché non considerare invece che quello stesso Dio di Abramo non era davvero un dio sanguinario come alcuni additarono a lungo, pronto a richiedere sacrifici terribili al Popolo Eletto, ma solo un dio buono che metteva alla prova coloro per i quali avrebbe mandato un giorno il suo stesso figlio da destinare realmente alla morte, per mondare i peccati loro e di tutti?»
Adg.
Edizioni Il Filo, Fabrizio Diotallevi, narrativa, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, Venezia
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri on 5 Gennaio 2009 at 16:09
Trovo il libro di Fabrizio attraverso Aphorism. Poche righe di trama e mi convinco a contattarlo. Non me ne sono pentita. Finora fortuna e senso del “caso” mi assistino solerti.
Grazie Fabrizio.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La favola / Eleonora
Autore: Fabrizio Diotallevi
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Nuove voci
ISBN: 886185575X
ISBN-13: 9788861855755
Pagine: 102
Il libro di Diotallevi è un libro come se ne leggevano una volta, una favola in pieno stile, una di quelle che mi sono sempre piaciute, dove si fondono tema veneziano, storia, dramma, tenui speranze, perigli d’ogni genere e natura, natali sfortunati, una compagnia teatrale nella Venezia di Goldoni e un universo malaticcio e povero dove fioriscono perle di bontà e gesti d’amore inconsueto.
La penna di Diotallevi è una di quelle che funzionano unicamente a mano, col calamaio accanto e il tampone per correggere errori e sbavature; una penna possibilmente d’oca, da usare a lume di candela nelle notti fredde di dicembre, magari su una chiatta che attraversa il più freddo dei mari sperando di giungere incolume a destinazione. Una favola quasi al limite del dickensiano, ma con le ovvie diversità date da Venezia stessa, che diventa un personaggio cardine sul palcoscenico di una commedia dolce, triste e amara, sempre al limite col dramma, forse sprofondata nel dramma ma decisa a risorgere come se la laguna non potesse mai veramente inghiottirla. Protagonista assieme a Venezia è Eletta; protagonista assieme ad Eletta e Venezia è la compagnia teatrale Medebec.
Il personaggio di Eletta Canigiani è un fiore fuori dal suo stesso tempo; si apparenta alle migliori eroine romanzesche e non, per il coraggio e la determinazione con la quale porta a termine una gravidanza che è però anche il manifesto delle intenzioni di una generazione di donne forti ante-litteram. Si staglia nella storia dritta, seppure sorretta più dalle emozioni che dalle sue stesse membra, con la sua forza che poi è anche determinazione a dare dei natali alla sua piccola Eleonora; l’eleganza e la meticolosità di Diotallevi ce la mostrano come un’eroina d’altri tempi eppure modernissima, al limite del femminismo o forse semplicemente la voce meno corale di un coro d’anime perse che tira i remi in barca per evitare di sbriciolarsi contro l’immediatezza fredda e lacera di una vita segnata da forze difficili da controllare.
Venezia invece è immensa e acquartierata, meravigliosa con la sua povertà e il suo sfarzo, col suo gelo e le sue mille complicanze storiche e sociali. Una città affascinante dove miseria e ricchezza si giocano ai dadi la fortuna o la morte, dove l’arte diventa poesia dei poveri e s’innalza sulle teste di coloro che restano contesi tra presente e futuro storico. Venezia come terra di promesse e sconfitte, modellata da Diotallevi con una maestria artigiana che lascia stupefatti, ma forse non stupefatti abbastanza, perché la delicatezza della sua parola è una realtà e non un fregio per lasciar a bocca aperta il lettore poco assennato. Diotallevi tiene in mano le redini della storia dei tristi natali di Eleonora con la bravura con la quale un pescatore s’appresta alla pesca e attende di riempir una rete di preziosità di cui potrà fregiarsi d’aver fatto bottino. La favola si disegna con perizia e semplicità e si legge d’un fiato, magari proprio mentre anche i nostri fiati si gelano nella notte che annuncia il nuovo anno e i fuochi d’artificio scoppiano in aria e scacciano la paura, il freddo, il dolore e tutti i mali che abitano terre e mari.
La laguna si tinge d’emozione mentre s’appresta a ricevere il nuovo anno e, secondo i calendari di allora, il primo giorno del nuovo secolo.
Adg.
Edizioni Cinquemarzo, intervista ad uno scrittore, le frequenze dell'anima, narrativa, narrativa sentimentale, Paolo Scriboni
In Alessandra Di Gregorio, Autori, intervista agli autori on 5 Gennaio 2009 at 00:09
Oggi parliamo con PAOLO SCRIBONI, autore de: «Le Frequenze dell’Anima» e di «Alchimia di Pensieri» – presto recensito su Scrittura Informa.
——————————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio
A: Scrivere. Perché?
P: E’ un modo per dire al mondo che ci sei anche tu.
A: Scrivere. Cosa?
P: Scrivere qualcosa che possa far riflettere, anche parzialmente.
A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?
P: Sono una persona normale che avrebbe voluto far qualcosa di più in questa vita, soprattutto per gli altri. E’ un mio piccolo grande rammarico.
A: La penna per te corrisponde a…?
P: Alla mia testa e al mio cuore.
A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?
P: Avevo e ho tuttora grande stima e grande rispetto per gli scrittori, oggi si sta un pochino meglio in questo contesto, anche se sono molto critico con me stesso.
A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?
P: Considero il mio stile personalissimo e molto conciso. Ho voglia di far arrivare dei messaggi chiari e sintetici, forse perché sono convinto che spesso i libri si dilunghino troppo in elucubrazioni sterili e non utili al lettore. Ma questo è solo un mio personalissimo pensiero.
A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.
P: Il mio libro… mi sento di poter dire che appartiene a tutti e non solo a chi l’ha scritto, ho cercato di parlare un linguaggio universale, una sorta di esperanto, non so se io sia riuscito in questo, posso dire che ho tentato, senza speculazioni di abbracciare la quotidianità.
A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?
P: Credo di essere anomalo in questo. Mi faccio guidare dai miei istinti, quindi i miei libri sono per così dire molto”primordiali”… se possiamo dire così. Niente tecniche, niente razionalizzazioni ne schemi precostituiti, tutto a braccio. Probabilmente è un errore, ma è esattamente così.
A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?
P: Parzialmente credo di aver risposto prima, niente schemi né preconcetti ed anche poca immaginazione, c’è molto nel vissuto mio e di altri in quello che propongo.
A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.
P: Anzitutto credo che dare giudizi sia sempre molto complicato, questo perché non si hanno le conoscenze necessarie che possano portare alle motivazioni per mezzo delle quali una determinata cosa è stata scritta, assemblata creata e poi perché quel pizzico di esperienza vissuta mi permette oggi di poter affermare che ognuno ha un percorso complicato e difficile da sostenere e quindi la prudenza è d’obbligo.
book on demand, Boopen, le mamme non mettono mai i tacchi alti, Luana Troncanetti, narrativa, recensione libro, saggistica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 1 Gennaio 2009 at 23:09
Ringrazio Luana per la simpatia e la disponibilità con la quale ha accolto la mia proposta di collaborazione e unione d’intenti, per quanto questa mission sia del tutto volontaria.
NB: Le recensioni postate su questo spazio personale sono anche su:
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Le mamme non mettono mai i tacchi
Autore: Troncanetti Luana
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8862231032
ISBN-13: 9788862231039
Pagine: 198
Ho conosciuto Luana per puro caso durante una delle mie “battute di caccia”. Il mio è uno scouting senza grosse pretese, guidato dal caso, dal fiuto, da un istinto legato alle lettere – sia in senso intellettuale che in senso alfabetico-figurativo – che finora mi ha condotta verso perle di pregio tanto per le opere in sé, tanto per le persone che grazie a quelle opere sto conoscendo. Il mio compito non è giudicare ma scovare. Mi piace scovare dei tesori e credetemi, il web offre delle perle per davvero.
Il libro di Luana è un ritratto divertente e divertito, dell’universo femminile; esordisce dicendo a tutte: ragazze mie, anche se non avete un lavoro retribuito e non riempite un 740 ogni anno, questo non fa di voi delle “privilegiate”… mandare avanti una casa, che sia per scelta o per dovere imposto, non è una passeggiata. Il volume si presenta interessante già dalla copertina per due ragioni: uno, per il paio di rosse dal tacco assassino e due per il titolo: «Le Mamme non mettono mai i tacchi», foriero di non molto reconditi significati e di una teoria ampiamente apprezzata dalla sottoscritta – secondo la quale le donne in genere i tacchi alti (con tutte le variazioni allegoriche del caso) non li mettono per tutti ma solo per soggetti ed occasioni scelte. Qualcuno ha criticato lo sfondo scuro, l’editing a volte zoppicante – ma manco eccessivamente… ho visto case editrici vere e proprie lasciar passare di peggio e anch’io che mi cimento in questo lavoro, spesso mi sono ritrovata con dei refusi imperdonabili (che il mio occhio stanco ha lasciato passare inosservati quand’era evidente che non avrebbe dovuto)… – ma a me non interessano questi particolari meramente visivi. Non sarà un accento a stimolare o meno la comunicativa, la curiosità e l’attenzione; è Luana stessa a stimolare l’attenzione, perché la sua comunicativa frizzante, sbarazzina, pregnante, intelligente e soprattutto logica, pragmatica e diretta, batte decisamente uno spazio doppio scappato in sede di rilettura finale o uno sfondo grigio che nulla dirà della sua verve né tanto meno della verve della sua scrittura.
Il libro Le Mamme non mettono mai i tacchi è un vademecum pratico, sincero, corale, privo di smancerie ma non per questo freddo o spersonalizzante – anzi, proprio l’opposto; è il training di una mamma alle prese con le tante piccole gioie quotidiane procurate dal piccolo di casa, e con le altrettante nevrosi indotte o comunque gravitanti attorno alla figura di madre, autogeneratesi una volta che una donna entra in sala parto e ne esce con punti di sutura e il pargolo comincia la sua vita extra-uterina.
La penna della Troncanetti è nevrile, agile, scorrevole, graffiante, ironica, ma mai fuori dalle righe. Il suo sguardo è nient’affatto ingenuo, ma questo non la pone al di là di una linea di demarcazione ideale tra il femminile politicamente corretto e quello che invece se ne infischia delle delicatezze, dei pizzi e dei merletti. Ci viene dimostrato, carte alla mano, che la vita di una madre non è facile; che spesso l’universo materno è contrassegnato di stereotipi offensivi, ridicoli, inattuali, privi di fondamento, nonché particolarmente devianti circa una tematica cara e divertente ma pur sempre delicata (ricordiamoci che lo stress di una gravidanza non è solo un argomento da bar per mariti burloni o semplicemente incapaci), e che spesso le parole degli esperti servono a poco, o meglio servono a far sentire solo ed incapace, un essere umano che ne ha messo al mondo un altro che è terribilmente piccolo, delicato e complicato da maneggiare e gestire. Lungo le agili pagine di questo volume adatto a tutti i palati – anche a quelli di coloro che generalmente snobbano libri prodotti col book on demand – si dipana il filo di un racconto – perché sostanzialmente di racconto trattasi (nello specifico racconto autobiografico) – che è anche un manuale di menage famigliare per madri e neo-madri da preservare da una crisi di nervi – per la gioia loro, dei loro piccoli, dei loro partner, nonché del resto del mondo che dovrà arginarne gli effetti.
Consigli, aneddoti, soluzioni pratiche: nulla è lasciato fuori da questo diario/resoconto sulla vita con Alessandro a bordo. La Troncanetti indaga passo per passo ogni momento della sua vita nei panni di una neo-mamma attiva, portando alla luce straordinari spaccati di vita, momenti d’affetto materno e filiale, ruttini e pannolini, attacchi di bile per l’incompetenza di pediatri e medici vari, e attacchi d’ansia per l’abbandono momentaneo del pargolo. Dal parto allo svezzamento, dai dentini alle pappette, dall’allattamento al seno alle premure del marito, il piccolo teorema di Luana è un moto di sincera ribellione a quante – madri facili ad auto-sollevarsi dalle fatiche quotidiane prodotte da eredi & Co., millantatrici di sovrumane doti materne, ammaestratrici di eserciti di baby replicanti pigri da sbolognare in ogni dove – si mostrano sempre toniche, splendide, in ordine e rigorosamente in tacchi alti, promuovendo un modello di donna più efficace nelle fiction che nella realtà concreta. Perché sì, una donna è un essere umano eccezionale – quella del sesso debole è una balla bella e buona e lo sappiamo… da quel sesso vengono fuori bambini grossi come vitellini, il che è tutto dire… – ma spesso, nonostante le enormi qualità e la scorza dura di cui è fatta, fa fatica persino a lavarsi i denti o a dormire, perché un cucciolo bisognoso di cure reclama tutta la sua attenzione a ugola spianata e lei, fedele alla propria biologia e al proprio cuore, solerte, risponde.
Adg.
Anthony Colannino, Arduino Sacco editore, metanarrativa, narrativa, Recensione libri, trasformazioni invisibili
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 27 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Un romanzo che vale decisamente la pena. Ringrazio Anthony di avermi permesso di scoprirlo.
Titolo: Trasformazioni invisibili
Autore: Anthony Colannino
Editore: Sacco
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Acqualuce
ISBN: 8863540802
Pagine: 75

Quando ho cominciato a sfogliare il libro di Colannino ho subito pensato: ecco, questo è un libro che avrei potuto scrivere io, detto senza presunzione, pensato senza gelosia, considerato alla luce dello stupore che ho provato trovandomi di fronte ad una scrittura che mi è parsa subito molto familiare, pur non avendola mai ritrovata in altri ultimamente. Trasformazioni Invisibili è un romanzo metanarrativo, molto pirandelliano, molto eccentrico nella sua circolarità, ma straordinario nelle sue pennellate leggere, nella liricità di certi passaggi – e particolarmente mi riferisco al primo episodio, intitolato “Il Sogno e la Ragazza”. Colannino parla quasi accidentalmente, con una abilità che si consegna alla pagina con la spontaneità di un sorriso a fior di labbra, delle trasformazioni umane, designando come esempi scelti una ragazza, un ragazzo, gli avventori di un bar, lo sbocciare delle passioni, il bisogno di completezza e amore, la malinconia scanzonata di volti che si rinnovano costantemente e che fanno presto ad apparire estranei a chi in fondo non è capace di andare oltre e probabilmente non si può neanche biasimare, poiché noi stessi fatichiamo ad accettare i cambiamenti e sarebbe dunque ipocrita pensare che gli altri possano farlo per noi. Assistiamo ad una sorta di parabola discendente in cui si dipana, non senza difficoltà, la sconsolante mutevolezza degli stati d’animo umani, note stonate di colori a volte sgargianti a volte meno, attraverso i quali è possibile rintracciare il percorso simil-onirico che ci porta alla circolarità del tutto. Qui il Narratore viene preso da parte dai suoi stessi personaggi, i quali gli muovono contro l’immanenza dei desideri e il bisogno di destinazione, scrivendo una storia con lui dentro, in cui si rimescolano i ruoli e si esce allo scoperto di fronte alla debolezza di chi credendo nella forza cieca del distacco, in verità non s’è mai separato da quanto scritto – come a dire che tutti i racconti sono certamente autobiografici e mai niente di quello che passa per la mano d’un poeta o d’uno scrittore, può definirsi “falso”.
Adg.
Caravaggio Editore, Francesco Lodigiani, il frutto del peccato, narrativa, Recensione libri, recensione libro, science fiction
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 27 Dicembre 2008 at 01:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Ringrazio Francesco Lodigiani per l’invio del libro.

Titolo: Il frutto del peccato
Autore: Lodigiani Francesco
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Somnium
ISBN: 8895437055
Pagine: 264
Il Frutto del Peccato rimanda a concezioni nient’affatto stucchevoli. Ci sorprende in un Autore esordiente un tale calderone di idee e filosofie, e ci sorprende anche la mancanza, per contrasto, di una forte – o forse solo di una giusta – impalcatura generale del romanzo, oltre che la mancata gestione dei contenuti stessi, che avrebbero meritato una mano più abile o forse solo più paziente. Il Frutto del Peccato è una science fiction atipica che coniuga fatalismo biblico, relatività, esistenzialismo, teorie evoluzionistiche e apparato fantastico, peccando spesso di scoordinazione, quando non di vero e proprio ottimismo verso i propri mezzi. Il libro – che ha per protagonisti Harlan, un giovane intrappolato in un mondo tutto inventato, dove lo scienziato Archete, suo padre, si adopera per sostituire i corpi umani con corpi meccanici immortali, e costruisce parco giochi della morte, e Talete, l’essere onnisciente che tutto sa e tutto svela, prendendo per mano Harland e portandolo a spasso dagli albori della civiltà in avanti – si presenta scritto con una prassi linguistica insufficiente a garantirne l’apprezzamento quando non addirittura la comprensione di interi periodi; poco curato nella sintassi come anche nella parte tematica che, qualora fosse stata meglio supportata da una migliore propensione alla narrazione, o semplicemente da un vocabolario meno limitato, avrebbe avuto l’impatto che meritava, invece di sprofondare nella massa indistinta di pensieri che potrebbe aver tranquillamente trascritto un dodicenne. Il soggetto in sé però appare valido, questo è sicuro – fatta eccezione per una serie di particolari più o meno grandi che provocano nel lettore quasi una patina d’imbarazzo a trovarseli di fronte – ma la vera pecca è forse un’altra, ovvero quella di aver avuto probabilmente troppa fretta di pubblicare. Io avrei atteso tempi più maturi, vuoi per assistere una vena artistica latente o semplicemente immatura, quindi ancora da mettere alla prova, vuoi per poter fare più ricerche e produrre un’opera di genere che fosse più soddisfacente e completa – qui abbiamo l’ampiezza ma non abbiamo la completezza; non mi piace parlare del genere letterario praticato dall’Autore, perché poi le scelte sono meno ovvie di quelle che normalmente si crede, ma la science fiction presuppone di essere più credibile di quanto lo sia un articolo di cronaca, proprio per la sua natura straordinaria – solo che qui più che straordinario, abbiamo a che fare con l’eccentrico al limite del ridicolo. Qui di credibile c’è molto poco – di credibile in senso strettamente narrativo – perché manca una struttura salda, sia linguistica che no, e il romanzo perde terreno per le troppe arbitrarietà letterarie e quindi anche la trama finisce per scivolarci via dagli occhi. Tuttavia, volendo cogliere lo spirito e le intenzioni autorali – cose che non vanno mai dimenticate – possiamo rintracciare una visione notevole; se volessimo andare proprio al nocciolo della questione, diremo che la visione dell’Autore, di quello che è ai suoi occhi – filosoficamente o meno – il frutto del peccato dell’uomo, è qualcosa di ineludibile, perché il sentimento d’amore, come spiega Talete – l’unico personaggio che si salva veramente tra tutti quelli creati dal Lodigiani – è quello che ci ha reso ciò che siamo, quello che ci ha dannato, perché se la gente ama, obbligatoriamente odia e le conseguenze le conosciamo perfettamente. In effetti è davvero Talete la creatura più interessante e forse la meglio delineata del romanzo, ma il Lodigiani pecca sicuramente nella mancata forza evocativa, pecca per via di una scrittura elementare, di una costruzione del romanzo molto approssimativa, troppo approssimativa per la forte carica filosofica che invece lo pervade e che abbisognava di più cura, di più attenzione, di più ripensamenti. Il Lodigiani ha toccato molti tasti sensibili, ma per la fretta di pubblicare, a mio avviso, li ha sfiorati solo superficialmente, offrendo alla fine un prodotto piuttosto criticabile e lacunoso. Di buono c’è il fatto che si trattava, per l’Autore, della prima vera prova; si spera che il tempo e l’esercizio scrittorio riescano a donare più lustro alla sua scrittura, la quale dovrà incanalarsi certamente in uno sbocco personale più maturo che eviti di farlo passare per uno scrittore sprovveduto, quale sicuramente non è.
Adg.
consigli pratici di vita, convinti/conVinti, Edizioni Sì, manualistica, Mariagrazia Cammisano, Recensione libri, recensione libro, Tiziano Motti
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 26 Dicembre 2008 at 21:09
Si ringraziano Maria Grazia Cammisano ed Edizioni Sì per la disponibilità.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Ho letto questo manuale trovando ulteriore conferma a tutta una serie di riflessioni e fatti di cui avevo già un certo grado di certezza. Lavorando nel campo dei media e della comunicazione, è importante infatti capire – prima ancora di imparare a discernere e gestire – quali siano i meccanismi sottesi a quello che diciamo e che facciamo, quando non direttamente a quello che scegliamo scientemente di non dire o di non fare; logico poi trovare continue conferme e smentite anche per ciò che concerne il nostro quotidiano. Testo molto interessante.
Titolo: Convinti
Autore: Maria Grazia Cammisano, Tiziano Motti
Editore: Edizioni Sì
Genere: manualistica
ISBN:978-88-95577-35-7
pagine: 95

La persuasione analizzata alla luce della vasta casistica umana: è questo ciò che troviamo all’interno di questo saggio/manuale che è nient’affatto banale, e che dà dritte nient’affatto inutili a chi perspicacemente è in grado di reinventarsi pur facendo parte integrante di un circuito. Sì perché in un mondo che tendenzialmente si muove in direzione di rapporti di forza e dove la comunicazione si fa serva dell’assoggettamento del prossimo per i più svariati fini, analizzarne i meccanismi e com’è strategicamente possibile usarli e/o evitare che vengano usati contro di noi, è una pratica di sicuro impatto che investe largamente l’attenzione comune. Gli Autori indagano con linguaggio piano e fruibile i vari strati di cui si compone la comunicazione persuasiva; salta immediatamente agli occhi che basterebbe osservare il nostro e l’altrui comportamento giornaliero, per capire – o più semplicemente avere conferma – quanto i nostri stessi atteggiamenti siano condizionati da retaggi emotivi ora attivi, ora passivi, che permettono – a seconda di come ci poniamo – di essere recettivi verso le gabbature, di commetterne a nostra volta, di vendere un’idea, un oggetto, una qualunque verità o perché no, persino noi stessi in qualità di campioni di determinate forme di pensiero. La persuasione è spesso molto elementare; basterebbe essere un po’ più attenti, un po’ più bravi a schivarla, oppure un po’ più scaltri a girarla a nostro vantaggio. Per abitudine e costume comune, siamo portati a pensare che i persuasori siano solo coloro che vogliono venderci una enciclopedia, ma la verità è qualcosa di molto più profondo: i venditori porta a porta non vogliono solo venderci una enciclopedia, vogliono che noi la vogliamo… La persuasione, infatti, si gioca tutta sulla possibilità di inscenare molteplici prospettive; i persuasori sono solitamente persone molto empatiche, ovvero persone che riescono a sintonizzarsi con gli stati d’animo dei loro “bersagli”, però è erroneo e forse un po’ troppo sbrigativo – così come ci confermano gli Autori – condannare per partito preso ogni forma di comunicazione strategica, perché in fondo i persuasori fanno molto e fanno anche molto poco: il problema è che chi gli sta di fronte lascia loro campo libero; a meno di non subire violenza fisica diretta, nessuno ci costringe realmente a fare determinate cose, – nella teoria – poi nella pratica c’è sempre il rischio di lasciarsi scappare un sorriso di fronte ad un complimento o una firma in calce ad un documento, anche se partiti col presupposto di non voler assolutamente acquistare un nuovo aspirapolvere super potente o una nuova batteria di pentole. Il bravo persuasore è colui che non forza mai la mano; quando i fili della tele che ci tesse attorno sono eccessivamente visibili, anche la persona più disattenta potrebbe scoprire “l’inganno”. Allora è necessario entrare in empatia col potenziale cliente e assecondare i suoi bisogni, renderci credibili sfruttando le sue debolezze o ciò che più gli fa piacere credere. In fondo è anche questo il nodo centrale della questione: la credibilità è un concetto altamente rinegoziabile e cambia a seconda di quali attori salgono sul palco. Possiamo essere credibili spacciando per vera una panzana, dobbiamo solo capire chi è disposto a crederci, perché ha bisogno di crederci e con quali metodi e mezzi possiamo arrivare a solleticare la sua fantasia senza procurargli il disagio del sentirsi raggirato. Forse questi termini appaiono fuorvianti di un’altra enorme verità: persuadere non vuol dire esattamente “raggirare”… Persuadere vuol dire “convincere”; poi convincere relativamente a che cosa, è un altro paio di maniche. L’impressione che s’ingenera nelle persone è sempre quella più scontata e negativa, forse perché si ritiene che la comunicazione sia asservita e asservibile solo a meri fini materiali; la comunicazione invece è qualcosa di più profondo, che appunto investe la sfera emotiva e dunque non ha nulla a che vedere – o comunque non riguarda unicamente – quello che il cosiddetto “imbonitore” cerca di far passare per buono. Noi potremmo trovarci al suo posto in qualunque momento – citiamo ad esempio i colloqui di lavoro – e avere come fine l’ottenimento di un risultato che soddisfaccia gli obiettivi che ci eravamo proposti in origine; ci sentiremo allora dei loschi affaristi? Gli Autori tentano di usare e poi ribaltare di continuo, la prospettiva giusta con la prospettiva erronea – o comunque quella non necessariamente valida a priori – per darci dimostrazione che seduttori possiamo esserlo tutti, e che possiamo esserlo in funzione di azioni ben determinate; ottenere un lavoro o un invito a pranzo dall’uomo dei nostri sogni, piuttosto che lo sconto ad una bancarella di chincaglierie, è esattamente la stessa cosa. Abbiamo a disposizione tecniche seduttive più o meno innate, abbiamo a disposizione un convincimento personale più o meno forte e soprattutto la possibilità di usare in modo strategico tutto quello che c’è attorno a noi, a partire dal nostro stesso corpo. Il linguaggio non verbale è la maggiore fonte di input per chi abbiamo di fronte; allora gli Autori sottolineano un passo alla volta com’è possibile gestire le interazioni – di qualunque natura esse siano, da quelle più marcatamente manipolatorie, a quelle più sottili o anche solo vagamente pericolose per la nostra integrità di gruppo o individuale – e rovesciarle a nostro vantaggio. In una società in cui l’immagine è tutto, si deve essere principalmente convinti dei propri mezzi e della propria intelligenza – anche senza essere particolarmente scaltri o predisposti. Senza di essi, saremmo solo un paio di occhi inermi di fronte ad un televisore che fa scorrere un film continuo in cui una pubblicità sempre identica a se stessa, ci convincerà di qualunque cosa il media di turno, l’imbonitore o il ciarlatano, avranno la necessità di propinarci. Manuale ricco di spunti pratici e soluzioni concrete, che non addita dei colpevoli in questo gioco della credibilità, ma che suggerisce piuttosto quali siano i due risvolti della medesima moneta. Consigliata senz’altro la lettura.
Adg.
Caravaggio Editore, ex corteggiatrice di luca dorigo, Mariarosaria Calamita, pamphlet, Recensione libri, recensione libro, saggistica, spettacolo, storia vera, trasmissione uomini e donne, uomini donne e manichini
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 26 Dicembre 2008 at 15:09
Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Uomini, donne & manichini.
Autore: M. Rosaria Calamita
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Fuori collana
ISBN: 889543708X
Pagine: 65
Uomini, Donne e Manichini è forse più di un semplice pamphlet e credo – e ciò è evidenziabile anche di fronte all’occhio meno allenato e alla coscienza meno sveglia – che l’Autrice non abbia ancora piena cognizione di quanto affermato in queste pagine intrise di denuncia e delusione. La Calamita affronta il costume odierno con la leggerezza linguistica e la bonaria pignoleria di chi è punto nel vivo da un fatto verificato in prima persona e purtroppo pesantemente sotto agli occhi di tutti – al punto da non destare quasi più preoccupazione ma da diventare un ulteriore sintomo della massificazione dei gusti popolari. Reduce dalla partecipazione al noto programma d’intrattenimento pomeridiano targato Maria De Filippi, la Calamita ne svela, senza velleità di persuasione né di scientificità, la trappola e il desolante fallo. Da qui l’osservazione scontata del lettore puntiglioso: il problema non è tanto poter avere sufficienti prove della banalità dei modelli proposti e avallati da taluni media, a discapito di altri più veritieri e concreti e sicuramente dal valore innegabile – che la nostra società a carattere tradizionale ha saputo mantenere e conservare a discapito di innovazioni provenienti da usi e costumi ritenuti meno nobili proprio perché provenienti dal modello televisivo – che una buona coscienza dovrebbe saper rintracciare nell’intricato mondo della socialità e del costume odierni, ma è forse riuscire a capire le ragioni per cui dover supplire alla mancanza di occupazione o di status sociali particolarmente rilevanti, nei modi fuorvianti e preordinati, scelti per noi da media tutto sommato impalpabili, che con la vita al di fuori da uno schermo hanno poco o nulla a che vedere. La Calamita affronta con spiccata verve, attraverso uno sguardo non disinteressato, il difficile mondo dello spettacolo e la ridicolaggine e faciloneria cui vengono sottoposte le ragazze “normali” che su quel palco imbellettate si presentano, in nome di una perfezione stereotipata e insalubre, in nome di una civetteria inutile e vacua, di un appiattimento dell’intelletto e dei gusti personali, predicando però – dopo l’esperienza concreta – una normalità sana e oltremodo non in contrasto coi modelli realmente praticabili. Tuttavia, anche giunti alla fine di questo libercolo, resta nel lettore la necessità di chiarificare sempre lo stesso punto: «bisogna davvero sperimentare il rifiuto di un palcoscenico notoriamente falso ed illusorio, prima di comprendere che le scorciatoie non portano a niente e che i modelli proposti dalla televisione, oggi più che mai, servono solo ad imbonire spettatori e figuranti facili a cadere nel dimenticatoio?»
Adg.
Edizioni Cinquemarzo, le frequenze del cuore, narrativa, narrativa sentimentale, Paolo Scriboni, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 26 Dicembre 2008 at 15:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Titolo: Le frequenze dell’anima
Autore: Scriboni Paolo
Editore: Cinquemarzo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Erato
ISBN: 8895854071
Pagine: 82

Ne Le Frequenze dell’Anima ci si sintonizza sulla necessità d’ascolto e risposte che utenti comuni – spesso solo spettatori della propria esistenza e privati della forza di reazione che si richiede davanti a necessità difficili e inaspettate – lasciano filtrare attraverso contatti radiofonici che sono forse richieste d’aiuto, sos da lanciare nell’etere in attesa di riscontro. Il Professore ascolta tutti e ribatte saggiamente, ma quello che evinciamo da questo volume all’apparenza bordato di eccessiva semplicità e probabilmente condotto con tiepida innocenza, è il naturale bisogno di vicinanza, di colmare per lo meno la sfera affettiva, di colmare per lo meno i bisogni dell’anima. Quando i conti non tornano, le incertezze si moltiplicano e la vita smette di sorridere – vuoi per pessime contingenze, vuoi per la propria incapacità di fronte all’ostacolo, vuoi per il timore di ammettere la propria fallibilità dinnanzi a forze che ci schiacciano e si fanno beffe di noi, che cadendo rotoliamo lasciando poca o nulla scia – la prossimità è l’unica fonte di luce. Divisi si sta peggio, uniti si cerca riparo, si cerca un nesso, si cerca un perché. Le questioni dell’anima non sono solo riflessioni personali da condursi nell’intimità di un pensatoio domestico, ma sono le questioni centrali di un libro modulato sulla frequenza di Radiostop e sulla frequenza di tanti cuori in affanno. La tenerezza della mano di Scriboni, la docilità con la quale ammaestra stati d’animo comuni spesso dolorosi, spesso in sosta sulle nostre bocche ma mai in grado di venir fuori per pudore, per irragionevolezza, per il troppo mal di vivere, sono gli ingredienti di questo libro che al di là di una probabile – ma forse anche plausibile – incoscienza della grandezza di ciò che si tenta di ammaestrare, ci spinge alla riflessione e alla comunanza. Affinché il mal comune prema meno, è necessario abbracciarlo e aver sempre a mente che tutti hanno frequenze dell’anima da ascoltare e che il vero torto sarebbe non ascoltarle.
Adg.
Edizioni Cinquemarzo, narrativa, narrativa dell'anima, narrativa toccante, racconto, recensione libro, recensioni libri, Riccardo Spataro, una malattia
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 24 Dicembre 2008 at 14:09
Un libro particolarmente significativo, in una forma agile, così agile che si spererebbe lo fosse un po’ meno, e che del resto è sintomatica del fatto che l’immediatezza di talune cose, non la si può ingabbiare in un numero eccessivo di pagine.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Una malattia
Autore: Spataro Riccardo
Editore: Cinquemarzo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Erato
ISBN: 8895854063
Pagine: 59
Una Malattia è un libro avaro di pause. È tutto un arrampicarsi e inscatolarsi di pensieri che s’accavallano fino al parossismo, fino all’esagerazione, all’esacerbazione di un sentimento della nullità che si confonde alla contingenza e al dolore consapevole di chi è troppo sensibile e troppo esposto, in un mondo così profondamente nullo e facile alla categorizzazione. Riccardo e la malattia, Riccardo e sprazzi di luce al neon ed ombre, bieche, terrifiche, a volte persino baluginanti con la loro evidenza. Una Malattia riflette tanto la realtà vissuta che la realtà filosofica delle cose, in un crescendo o forse meglio in un districarsi continuo, tra idealità e immediatezza, con confusione e spesso scambi di ruolo, poesia al posto della filosofia e canto al posto del mero piangersi addosso. Spataro ha una penna sintetica e nevrile; la senti che gli vibra in mano in ogni riga e che il pensiero si somma al pensiero e alla fine è tutto un aggrovigliarsi di domande e ripensamenti e tutto conduce sempre sullo stesso punto e la distanza tra ciò che si sente e ciò che realmente si può fare, è sempre troppo grande e lui, allora, così irrimediabilmente vittima della trappola del male, è pur sempre un ragazzo anche quando è un uomo, ed era un bambino quando doveva essere un ragazzo, e pesa con la schizofrenia di una scrittura borderline, l’insoddisfazione di fronte all’esistenza scevra di eccessivi sentimentalismi, eppure mai arrendevole alla loro mancanza. La ricerca dell’uomo nelle spoglie del matto, è tutto quello che conduce Spataro all’evidenza dei bisogni, all’immanenza dei sentimenti, alla riflessione zigzagante e priva di regole che, così come l’ha risucchiato dentro, ad un certo punto lo sputerò fuori proprio per la via della consapevolezza, poiché, e di questo si può esser sicuri, chi è malato spesso se ne rende conto ma non sa rifletterci sopra; in lui è tutto un affrontar d’ostacoli e pene e questa forse è la migliore forma di liberazione. Il matto, che matto è se dice «Sì, signori: io sono matto»?
Adg.
Claudia Bellassai, Edizioni Cinquemarzo, l'isola pellegrina, narrativa, narrativa intima, racconto di vita, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, case editrici on 24 Dicembre 2008 at 13:09
Ringrazio edizioni Cinquemarzo ♥
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: L’isola pellegrina
Autore: Claudia Bellassai
Editore: Cinquemarzo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Erato
ISBN: 8895854039
Pagine: 98
La vita si può scandire abbinando molteplici fattori e avvenimenti ai singoli istanti che contraddistinguono la nostra esistenza; ci ricorderemo di vecchi aneddoti quando una data cosa ci procurerà la reminescenza, verremo stimolati a guardarci indietro quando qualcosa dal nostro presente busserà alla porta del “già stato”, quando qualcosa ci riporterà al “chi eravamo”. La Bellassai scandisce in questo libro dal formato piccolo e discreto, i tempi della sua vita, con una mano pacata eppure non asettica, pragmatica ma mai impoetica, contrassegnando un evento o un periodo, una età come anche uno stato d’animo piuttosto che un viaggio, con un libro, una lettura, un’esperienza concreta di apprendimento, amore, ansia, immedesimazione.
I libri di cui l’autrice ci racconta sono intessuti di una profonda verità: hanno il dono di aver segnato lei personalmente, di appartenere ad un periodo ben noto e vivido nel suo calendario delle emozioni; una esperienza, un modo di intendere i fatti, che accomuna molti, certamente, ma la Bellassai, che scrive in modo tonico, al limite della secchezza, è realista, addolorata, stringata eppure pronta a lasciare casualmente aperte una serie di porte che a noi permette di varcare con lo strumento dell’immaginazione. I libri di cui ci parla in questo diario di bordo di una intera vita, sono libri regalati, prestati, acquistati, talvolta bruciati, che le sono stati fedeli nella gioia e nel dolore, che hanno viaggiato con lei e sono andati in giro per il mondo al riparo dai perigli nella sua borsa. L’infanzia è contraddistinta dalle Confessioni di Agostino, da Andersen, Florence Montgomery, da Mary Maper Dodge e i suoi Pattini d’Argento, a Luisa May Alcott e le sue Piccole Donne; Iliade e Odissea negli anni delle scuole medie, Hemingway, Mann e Lawrence, le prime letture impegnative, fino a scivolare verso la lettura teatrale con Tennessee Williams e il Macbeth di Shakespeare.
Tracciando il suo diario, dicendo chi era in un dato momento storico-autobiografico, chi era sua madre, chi erano suo padre e i suoi nonni, su quali bugie si basassero i suoi stessi natali e quali inganni tenessero in piedi la sua famiglia, quali trampolini di lancio ha preso, quali libri scelse per moda, quali rilesse, quali lesse senza stupore e quali portò con sé dall’altra parte del mondo, assieme al desiderio di scoprire, vivere l’amore del suo uomo e conoscere facce, la Bellassai disegna un ritratto generazionale, il suo come quello di tanti, il suo non tra i tanti ma speciale come molti. Riviviamo con lei i suoi gatti, i cani, Milena, i suoi amanti e i suoi amati, il matrimonio, il Sessantotto, la morte di Pasolini, la malattia della madre, Istanbul, la compagnia teatrale e la cognizione profonda del dolore, che non è solo un libro, ma uno stato di cose contingenti – a volte dolci, a volte aspre e acuminate.
Adg.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Mi arriva un libro a casa. Un saggio. Per la precisione una tesi.
L’autrice è Marta Berzieri e il suo saggio è molto interessante.
Così l’ho recensito su Bookland e ne troverete traccia anche qui.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La paura in Giappone, Yokai e altri mostri giapponesi
Autore: Berzieri Marta
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Dissertatio
ISBN: 8895437101
Pagine: 185
« La paura in Giappone è un testo importante, valido, apprezzabile. Un testo di assoluto pregio.
L’autrice è stata in Giappone per compilare questo studio affascinante sulle figure terrifiche giapponesi, molte delle quali tutti conosciamo attraverso i manga o le loro versioni televisive, dando alla luce un’opera stimolante e di facile lettura.
Ricco l’apparato delle note, con traduzioni dal giapponese, ricca anche la bibliografia di riferimento, ricche le ricerche fatte sul campo per documentare dove storia, leggenda, cultura, tradizione e fantasia hanno saputo dar vita ad una serie di mostri e fantasmi entrati a colorire l’immaginario nipponico collettivo. La Berzieri ci racconta anche cosa ne pensano le persone comuni circa Yokai e altre creature crepuscolari dal misterioso fascino e dai poteri soprannaturali, permettendoci di notare, attraverso l’estratto di vere interviste fatte a cittadini giapponesi, come ognuna di queste persone abbia un ricordo relativo ai mostri di cui lei ci informa.
Diverse sono le interpretazioni che si danno circa l’innata paura dell’uomo e il sospetto verso tutto ciò che è crepuscolare, ma lo studio della Berzieri ci aiuta a vedere da vicino, in una sorta di ragionata rassegna, quali e quante sono le creature più o meno temibili in questione, partorite dalla cultura nipponica e giunte sino a noi in rimpasti fumettistici e televisivi. Affascinante è notare come spesso queste creature siano un misto di tratti fisiognomici animaleschi e caratteristiche emotive umane e come alcune di loro si divertano a spaventare gli uomini mutando le proprie forme, rubando cose, o peggio ancora portando via bambini e facendo del male alle persone.
Antichissime leggende vengono dunque fatte rivivere in questo saggio in cui si evidenzia anche la profonda solitudine e inconsapevole ignoranza che rivive nell’antico bisogno di giustificare i mali cui non ci si può opporre con alcun tipo di forza, con la presenza terrena e dunque la personificazione di forze maligne che governano liberamente il mondo e gli esseri viventi. In un certo senso però, quanto più queste creature malefiche – alcune delle quali piuttosto “burlone” – si avvicineranno all’uomo, tanto più ne copieranno usi e costumi, fino a che qualcuno non le convertirà del tutto e grazie alla religione buddista e ai suoi santi precetti, riuscirà addirittura a farle reincarnare in creature migliori.
Aneddoti, cronaca, folklore, il libro della Berzieri traccia la verosimile storia di questi demoni e mostri, – alle volte disgustosi e ripugnanti, altre volte meno – scoprendone le tracce nell’arte, nella letteratura e nell’oralità giapponesi, testimoniando come e con quale facilità, credenza popolare, suggestione, spiacevoli fatti reali, incidenti, lutti e miti, si possano confondere per creare una commistione magica e orribile al tempo stesso. Consigliata vivamente la lettura.»
Adg.
Caravaggio Editore, cecità, le ali spezzate, memoriale, narrativa, recensione, recensione libro, recensioni libri, Vincenzo Palladino
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Il 21 settembre 2008 a Villaricca di Giugliano, provincia di Napoli, si è tenuta la prima presentazione del libro Le Ali Spezzate
di Vincenzo Palladino. Io ero presente in qualità di “nipote acquisita” e rappresentante di Caravaggio Editore. Ho lavorato al suo libro in qualità di editor e l’ho recensito su Bookland. Sarò stata di parte? Beh Vincenzo è un vero personaggio e ha una famiglia meravigliosa, che ringrazio ancora dell’accoglienza… e dei limoni…
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Autore: Vincenzo Palladino
Editore: Caravaggio Editore
Collana: Recordatio
Anno di pubblicazione: 2008
Codice ISBN: 8895437195
pagine: 112
« La forza di un uomo non si misura in base a quanto può vedere, indi dominare con la propria ingorda vista, quanto piuttosto in base a ciò che riesce a fare senza poter vedere nulla con gli occhi fisici, e utilizzando unicamente quelli dell’anima. Non siamo di fronte ad un best seller, ma ad un pezzo di storia personale importante e decisiva, che si innesta nella storia d’Italia all’altezza della Seconda Guerra Mondiale, proprio all’indomani di una tragica svolta… Palladino, lungi dal voler coltivare velleità artistico-letterarie, mette se stesso a nudo in un memoriale poetico nella sua tragica semplicità, rivestito di dolcezza quando non di affetto e compassione per i sofferenti, i derelitti e le persone minate nel fisico e nello spirito. Palladino a 13 anni perse la vista. Oggi è un signore attempato eppure a vederlo non lo diresti. E’ un nonno felice e un patriarca fiero, ma è soprattutto un uomo impegnato nel sociale al fianco e al sostegno di altri non vedenti ed ipovedenti, cui ha dedicato non solo la sua vita, ma anche questo libro intriso d’emozione. Come ci conferma lui stesso in queste brevi pagine, l’idea del libro lo ha aiutato a mettere mano ad una serie intricata di spiacevoli ricordi che, senza la retorica impersonale che un cronista adotterebbe per narrare un fatto, si carica di nostalgia e consapevolezza che il rifiuto della luce non è mai giunto veramente, ma che la luce stessa si è irradiata su di lui da quel giorno maledetto in avanti, per non abbandonarlo mai più.»
Adg.
Alessandra Micheli, Caravaggio Editore, i roghi delle streghe, recensione libro, recensioni libri, saggistica, stregoneria
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Ed ecco qui un altro volumetto Caravaggio Editore.
Agile, tascabile, economico. Forse non proprio quel che si dice una ricognizione approfondita di un argomento piuttosto esteso, praticato già in centinaia di forme ma pur sempre d’impatto e attrattiva, ma comunque un testo chiaro e logico.
Ecco la mia recensione stilata per Bookland.

Titolo: I roghi delle Streghe
Autore: Alessandra Micheli
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Dissertatio
ISBN 9788895437125
Pagine: 72
I Roghi delle Streghe è l’agile volumetto di Alessandra Micheli, scritto in forma snella e senza complicazioni retoriche, per dare lo spunto alla riflessione circa l’olocausto delle streghe in secoli non lontani da noi e dalla nostra attenzione. La Micheli più che affrontare il problema nella sua complessità, cerca di tracciare una serie di punti fondamentali in un quadro nient’affatto elementare, rintracciando non solo le origini del “male” che coinvolse migliaia di donne e sulle cui motivazioni ancora ci s’interroga, ma anche e soprattutto suggerendoci chi in verità fossero le cosiddette streghe e cosa facessero. Questa disquisizione, pur senza palesare completezza, è filosoficamente vicina ad una annosa risposta: il male che travolse le povere e ignare vittime dell’ignoranza altrui, non era altro che il frutto del rigetto del sacro femminino. Nel mondo tutto ciò che è forza e potere è incarnato nell’elemento maschile; a questo però corrisponde anche la capacità di ingenerare guerre, morte e distruzione, di contro alla forza generatrice e rigeneratrice della donna, madre di tutte le creature. E’ infatti plausibile basarsi più su questioni di carattere antropologico che di carattere storico, poiché in ogni epoca la donna è stata oggetto – e lo è ancora oggi – di discriminazioni per via di una presunta minorità. Ma la Micheli, come del resto gli studi sulla comparatistica e gli studi femministi e post-femministi, sono più inclini a rintracciare il vero nodo della questione proprio laddove s’ingenerano il pregiudizio e la paura. Il lato femminile delle cose è il lato che riappacifica il mondo con le forze benigne e che del resto ammansisce il maligno – ricordiamoci che la Madonna schiacciò la testa del serpente… – ma l’ignoranza è il timore dello svilimento e dello smascheramento dell’incapacità maschile – nel senso più ampio del termine – di dominare quelle forze che invece la donna gestisce con naturalezza – non dimentichiamoci che la donna raccoglie il suo seme certo, ma contiene in sé il substrato fertile per crescerlo e nutrirlo e sopporta i dolori del parto, rimettendo al mondo lo stesso uomo che la teme.
La Micheli dunque ci prospetta da un lato la questione etica e naturale dell’intolleranza per questo femminino che genera senza farsi generare e dominare, e dall’altro ci racconta in breve chi erano le streghe e come si concretizzarono gli attacchi nei loro confronti. Sciamane, guaritrici, levatrici, erboriste, queste donne erano in contatto con la natura e conoscevano l’uso delle droghe, preparavano rimedi medicamentosi e aiutavano ad alleviare i dolori del parto. Erano più preparate dei medici sull’anatomia umana ed anche molto più brave, perchè studiavano alla scuola della natura tutto ciò che c’era da imparare ed erano sprovviste di velleità retoriche utili solo agli accademici che in segreto le odiavano e le invidiavano.
Saggio breve, significativo, che ci dà il “la” per altre ricerche e altre considerazioni.
Adg
Adamantes, Caravaggio Editore, Eva Russo, la mia vita in una scatola di biscotti, narrativa, narrativa intima, narrativa sentimentale, racconto di vita, racconto intimo, recensione libro, recensionie libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: La mia vita in una scatola di biscotti
Autore: Eva Russo
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Narratio
ISBN-13: 9788895437217
Pagine: 47
La vita… è davvero come una scatola di biscotti? O erano cioccolatini?
L’unica cosa certa è che alle volte bisogna assaggiarne più d’uno per capire come andrà a finire. Altro giro altra corsa, altro libro della mia libreria personale, altre impressioni messe su carta.
Questa volta un romanzo breve dai toni pacati.
Ho curato l’editing per Eva Russo ed ho acquisito una amica straordinaria. Nessuna parzialità nei suoi confronti. Ho scoperto che persona è leggendola. Prima non sapevamo l’una dell’esistenza dell’altra.
Romanzo dai toni garbati eppure modulato sulle morbide e a volte stridule note di una voce femminile che cerca il suo Io nell’aroma di ricordi lontani, ma vividi e presenti. Una scatola quale metafora della vita, un contenitore di idee e sogni, di amore e speranze, sentimenti e passioni. Cercare nella scatola per scovare qualcosa, è come immergere la mano nello specchio del tempo per vedere cosa si può trarre dal proprio riflesso. Perché – e qui sta una delle lezioni che l’autrice/narratrice impartisce – è conoscendo bene ciò che è stato, che è possibile affrontare tutto quello che è e che probabilmente sarà.
Opera vincitrice del Primo Posto Assoluto nella Collana Narratio – Concorso Adamantes 2007.
« Un romanzo che si contraddistingue per il particolare e sentito tocco femminile, ma lungi dal voler esplorare aree intime della propria natura, l’Autrice si accinge ad esplorare momenti ben precisi riguardanti la sua vita a due, con la prospettiva di essere presto in tre. Un racconto breve ma potente nella sua aura di domestica e trasognata semplicità. Il sospiro dei ricordi di una donna alle prese con un trasloco che poi non è solo un semplice cambiamento di domicilio, e l’incontro con pezzi di passato sapientemente scelti e conservati sul fondo di una scatola di biscotti che si fa scatola delle rimembranze, scatola delle speranze e scatola della coscienza… La coscienza d’aver saputo guardare indietro per aver conferma del punto in cui s’è giunti e di quello che si sta ormai raggiungendo. »
Adg.
Adamantes, Caravaggio Editore, Gaia Conventi, giallistica, narrativa, racconto, racconto giallo, Recensione libri, recensione libro, una scomoda indagine e un cane fetente, vincitore concorsi letterari
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Quando mi sono ritrovata per le mani questo racconto nell’ambito della valutazione per il concorso Adamantes, devo ammettere di averlo letto con molta attenzione e anche con particolare gusto. L’autrice mi sembrò subito una con una buona mano. Non ci vuole niente a capire la percentuale di abilità di chi sta dall’altra parte. Questo però non vuol dire che dichiarare l’opera vincitrice sia stato più facile. Anzi, il compito è stato piuttosto arduo… Certo, l’autrice di questo romanzo breve è non solo una donna talentuosa ma anche una persona particolarmente brillante e simpatica. Quindi di nuovo, una attività di editing mi ha portata a conoscere qualcuno molto in gamba…

Titolo: Una scomoda indagine e un cane fetente
Autore: Gaia Conventi
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Coacervo
ISBN-13: 9788895437248
Pagine: 64
Reparto: Narrativa italiana
Un fotografo della scientifica alle prese con un caso davvero strano: la morte di Cinzia, la voce più calda del telefono erotico; una donna piuttosto fuori dall’ordinario, visto che Cinzia, in realtà, si chiama Roberto. Mentre la polizia indaga, la storia scivola gustosa tra un commento e una riflessione di quest’uomo, che di crimini ne ha fotografati tanti, che ama i romanzi di Liala, e che ha un cane – un pastore belga – con l’intelligenza di un vero poliziotto. Una storia accattivante e divertente, che ci terrà col fiato sospeso fino alla fine.
Opera vincitrice del Primo Posto Assoluto nella Collana Coacervo – Concorso Adamantes 2007 e vincitrice del Primo Posto nel Concorso Esperienze in Giallo 2008
« Un fotografo della Scientifica racconta in prima persona di un caso che tiene banco al commissariato di polizia. La sua vita è contrassegnata da casi di persone che seppure in vita erano famose e possedevano tutto, alla fine vengono fotografate come tutte, da morte, contratte in spasmi di dolore o ricoperte di vomito o peggio ancora sfracellate e massacrate. Il suo è uno sguardo nient’affatto rigido o asettico, perché seppure non si tratti di fotografie artistiche, ha l’intento di donare un ultimo tocco di umanità a chi ormai non ha più nulla da dire e resterà impresso su pellicola in un’immagine che ne riprende il trapasso. Stavolta però ha per le mani una storia molto strana… strana soprattutto se si prende in considerazione che Cinzia, la donna morta, in verità era Roberto, e conduceva da anni una doppia vita di cui all’apparenza nessuno sapeva niente. Una cosa fra tutte catturerà l’attenzione del nostro uomo: la collezione di romanzi di Liala che Roberto teneva in libreria. Sì perchè per uno che lavora a stretto contatto con la morte, che fotografa scene del delitto e cadaveri, i cari vecchi romanzi d’amore di Liala erano il segno tangibile di un contatto umano ed emotivo che la vita vera invece pare non possedere più. Certo, nella sua vita un legame tangibile c’è, ma niente a che fare coi romanzetti di cui si cibava… L’unica storia seria che riusciva a portare avanti era quella col suo cane, un pastore belga dalla straordinaria intelligenza – talmente intelligente da fingersi “stupido” pur di non entrare nella squadra dei cani poliziotto” – il cui nome però verrà svelato solo in ultimo; un cane capace di prodezze domestiche che lasciano di stucco il suo padrone e noi che leggiamo…
Una prova di assoluto talento narrativo questa, che ha permesso alla Conventi di aggiudicarsi non solo il primo posto assoluto nell’ambito del concorso Adamantes bandito da Caravaggio Editore, ma anche il primo posto nel concorso Esperienze in Giallo. »
Adg
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Corso di Blogwriting. Appunti in tema di scrittura creativa per blog letterari
Autore: Barbarisi Maurizio
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Compendium
ISBN-13: 9788895437170
Pagine: 244
Il testo di Barbarisi si presenta come un agile corso che coniuga la positività della scrittura priva di contrazioni schematiche senza fantasia nè utilità ai fini della conoscenza, e la concretezza della propria esperienza personale – esperienza vissuta in qualità di blogger o per meglio dire web-taler. Il suo saggio è dunque un prontuario nient’affatto banale, ma pregno di spunti scrittori intelligenti che, manco a dirlo, non saranno d’aiuto solo ai frequentatori del web con velleità artistiche, ma anche e soprattutto a tutti coloro che, avendo più o meno grandi capacità di elaborazione del pensiero in forme creative e letterarie – in senso lato e non – abbisognano di qualche suggerimento per dare un “tono” alla propria opera. Quando ci si avvicina alla scrittura e si riesce a fare il passo successivo, ad esempio, ovvero quello di prendere in mano il proprio manoscritto per indirizzarlo all’editoria, bisogna tener presente che non tutto è adatto alla pubblicazione, che serve una certa forma affinché quello che abbiamo scritto si possa ritenere accettabile e che dunque anche se non lo è, può senza dubbio diventarlo, grazie ad accorgimenti basici che vanno al di là del nostro stile personale (che possiamo solo esercitare o possedere in modo innato). L’Autore insiste sull’uso della punteggiatura, sulla conoscenza della sintassi e l’uso del dizionario (la nostra lingua è infatti molto vasta e non solo va modulata stilisticamente e adoperata in modalità prettamente “narrativa”, ma conosciuta sufficientemente bene e applicata di conseguenza) sull’esercizio alla scrittura (e chi è blogger “di mestiere” ne sa qualcosa), sull’esercizio della propria curiosità sul mondo circostante e soprattutto sulla lettura, unica vera porta d’accesso per la formazione di un bagaglio culturale utile ai fini personali e al fine della nostra officina scrittoria. Quello su cui inoltre si appunta l’attenzione, è il rapporto esistente tra lettore e scrittore, facendo ovviamente le dovute differenziazioni tra chi scrive sul blog e chi scrive su supporto cartaceo – il quale ha un rapporto di feedback molto più lento e forse anche meno incisivo, col lettore – e poi sui diversi tipi di scrittura e storie narrate, sui diversi tipi di testo (da quello olografo, a quello dattiloscritto, a quello tipografico fino a quello digitale), sul linguaggio e le sue particolarità, sugli spunti per rinnovare una creatività assente, su come impostare i dialoghi, i personaggi e tutto ciò che riguarda lo scrivere storie, ponendosi perciò come risposta razionale alla difficoltà contingente provata da quanti scrivono e non sanno bene come correggere le proprie bozze o come impostare in modo più comunicativo e apprezzabile ciò su cui hanno lavorato alacremente – difficoltà molto facile ad ingenerarsi.
Insomma, un gran bel manualetto! Barbarisi dunque getta le basi non solo per la cura del proprio blog di racconti, ma anche e soprattutto per la cura della propria “penna” che, inutile dirlo, non è fatta solo di genio e sregolatezza (per chi li ha…), ma deve fare i conti con una realtà fatta di codici linguistici, retorici ed espedienti comunicativi ben precisi – quegli stessi espedienti che ci permettono di essere fruiti e fruibili, e che possono venirci veramente in soccorso al momento di razionalizzare la nostra opera e renderla sapida, professionale e degna d’esser letta.
Adg
Caravaggio Editore, esperienza parallela, Michela P., narrativa, narrativa surreale, recensione libro, recensioni libri, romanzo
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Grazie a Michela P. per la disponibilità.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Questo libro per motivi personali mi ha letteralmente sconvolta. L’Autrice certo si schermisce e forse un po’ si nasconde, ma la bellezza di quanto ha prodotto brilla sulla reale drammaticità di quanto narra.

Titolo: Esperienza parallela
Autore: Michela P
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Narratio
ISBN-13: 9788895437002
Pagine: 143
Reparto: Narrativa Italiana
Trama (quarta di copertina): Hai mai desiderato poter tornare indietro? Poter rivivere un determinato momento della tua vita? Questa è la possibilità che viene concessa a Katia, una ragazza tranquilla, ma che nasconde dentro di sé dei segreti inviolabili, rimossi dai tempi dell’infanzia. Vivere nel passato non sarà un sogno idilliaco: si trasformerà pian piano in un incubo surreale, e tornare al presente non sarà così semplice…
« Infonde strani stati d’animo questo romanzo. E’ talmente denso da levare il fiato durante la lettura. Alle volte fa male pur apparendo scritto quasi con ingenuità e tenerezza. E’ però estremamente duro da mandare giù. Delicato, tutto sommato, ma trasognato e inquietante. Ti risucchia dentro, come nel fondo di una spirale spazio-temporale senza fine. Va assolutamente letto e respirato. E’ la storia di Katia, universitaria alle prese con la tesi, risucchiata in una vertigine che la rimanda all’infanzia, ad un mondo parallelo in cui lei è adulta e bambina al tempo stesso. Si ritrova coi suoi cari ma loro non la riconoscono. Si ritrova davanti alla sua versione infantile, senza poter preservare quella bambina dalle brutture cui andrà incontro. Nel romanzo viene dipanato un intricato filo che rimanda a relazioni famigliari opprimenti e ingiuste, a tempi di solitudine e malessere, a bisogno di riscossa e dolore mai superato. La P. riesce a trascinarci nel suo vortice opprimendoci e atterrendoci, facendoci versare copiose lacrime per quella dolce Katia vittima della stessa furia della piccola Katia che non sa ancora niente, che non può ribellarsi, che è suo malgrado crudele e vittima di un mondo che non ha alcuna cura per lei. Un romanzo ispirato e drammatico, da leggere prendendo fiato tra una pagina e l’altra. Esperienza Parallela. Si rischia di non uscirne fuori, esattamente per le stesse ragioni per cui la nostra protagonista faticherà a fare altrettanto. Il monito riconoscibile tra queste righe intessute di panico e ansia di vivere, è che il passato non è mai veramente passato e tutto ciò che soffochiamo nel tentativo di eliminare drammi e strappi dal nostro cassetto dei ricordi, prima o poi si ripresenterà a noi intenzionato a farci altro male, ma l’età adulta – anche se qui vediamo che la fatica si toccherà con mano e lo sconforto sarà grande e immanente – ha un vantaggio rispetto a quand’eravamo solo bambini e bambine privi di difesa: ci permette di risolvere quello che ci siamo lasciati alle spalle e di prenderlo per quello che è… solo il ricordo di una vita fa, che ormai non si può più cambiare ma da cui si può prendere e ripartire. Uno dei libri più toccanti e pregni di significato che ho letto negli ultimi anni. »
Adg.
Borelli editore, Cristiana Longhi, erotismo, letteratura erotica, Lisa & Cécile, Mariarosa Campanale, narrativa, narrativa erotica, premio fiuggi 2007, Recensione libri, recensione libro, romanzo erotico
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Ringrazio Cristiana Longhi per avermi sopportata.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Lisa e Cécile
Autori: Cristiana L., Maria Rosa C.
Editore: Borelli
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Pizzo nero. Black lace
ISBN-13: 9788886721653
Pagine: 160
Reparto: Narrativa italiana
« Il romanzo Lisa & Cècile edito nel 2007 da G. Borelli, per la nota collana di letteratura erotica Black Lace, è scritto da due amiche che si alternano con la penna tra un capitolo e l’altro, producendo quello che poi si manifesterà ai lettori come un romanzo a puntate, narrante le fantasie erotiche e le avventure sessuali di due disinibite donne della capitale, in un crescendo di sensualità ed emozioni.
A caldo ho subito pensato che il libro mi fosse piaciuto ma con riserva di inquadrarlo meglio. A vederlo si presenta come un collage nel quale vengono esplorate un tot di fantasie “tipo”; fatte vivere alle protagoniste, spesso però senza una gran continuità narrativa. Lisa, il personaggio di Maria Rosa Campanale, è stupenda, forte, selvaggia, una donna matura e fiera, fine, di classe, con i suoi trascorsi e i suoi dolori all’anima. Cécile invece si presenta come una “bambina cattiva”, una donna che usa il sesso spogliandolo della sua morbosità, riuscendoci alla grande e donando attimi di intensa spensieratezza. Cècile è il personaggio di Cristiana Longhi, la quale riesce non solo a farci vedere le due amiche accennando a rapporti che vengono più sottintesi che mostrati (specie nelle varie scene dalla sensualità più esplicita), ma anche a farcele immaginare perfettamente persino nella componente anagrafica e fisiognomica. Lisa appare molto più matura, e lo si sente anche nella scrittura della Campanale; Cècile è matura in modo diverso – più che altro ha una fantasia panica molto attraente che passa nella scrittura di capitoli al limite tra la favola e l’epos antico.
I capitoli che ho preferito sono senza dubbio quelli introduttivi, dove le protagoniste si presentano e particolarmente per quanto riguarda la Longhi, segnalo i capitoli: LA FATINA, RICHARD e IL SOGNO; La Fatina e Il Sogno per come sono ideati. C’è molto lirismo anche se appaiono troppo sfuggenti e brevi. La Fatina è qualcosa di veramente insolito, non il solito cliché di gioco sessuale, né poi dal punto di vista stilistico qualcosa di banale; Il Sogno è un capitoletto tantrico, dove emerge la predisposizione panica di Cécile.
Il legame tra le due amiche è il fulcro di tutto, però poi non so se è stato per esigenze editoriali, o per esigenza personale, ma non hanno osato troppo alla prima esperienza artistica – con un romanzo lungo – addentrandosi nelle maglie del rapporto tra le due, nelle maglie delle loro stesse anime, non saprei dirlo… un pò questo mi ha lasciata insoddisfatta. C’è troppo carnevale dei sensi e l’anima viene appena appena accennata, il che è troppo banale dato che si parla di letteratura erotica scritta da donne; il lettore non riesce a saziarsi. Ci vuole molto di più; tutti lo sanno che scrivere di sesso è relativamente facile, scrivere dell’anima che governa o si fa governare, dai sensi, è cosa molto più complessa. Alle volte, ad esempio, persino le descrizioni delle posizioni rendono faticoso capire chi sta facendo cosa a chi e come, e lo stile è molto disomogeneo, ma forse piace anche per questo, perché è frizzante e veloce. Alle volte sembra che le scrittrici si siano trattenute fin troppo, che si siano dosate molto, specie nella parte linguistica del soggetto. La conclusione mi pare un pò forzata, sempre con l’impressione del carnevale, del carosello, che è un pò approssimativa, ma piacevole, (perché cmq rientra appieno nello stile rapido – da racconto boccaccesco breve per necessità e praticità – divertente, colorato, che contraddistingue l’intero libro). E’ questa la cosa poi che penso arrivi più di tutte. La leggerezza spettinata e calda, divertente appunto…
In genere preferisco romanzi con risvolti più “drammatici”, che guardano più all’anima delle donne e dei rapporti, che alla crudezza degli stessi, limitandosi a parlare di porzioni di corpo come non ci fosse nient’altro di rilevante da trattare, ma tuttavia mi sento di consigliarlo perché il libro è anche corredato di cd audio-book nel quale due attrici si alternano nella recitazione, che esalta in modo morbido e senza forzatura alcuna, la bellezza complessiva che regna nel mondo delle spregiudicate Lisa & Cècile… »
Adg.