Archivio per la categoria ‘In libreria’
Anna Maria Ortese, collana Trasfigurazioni, dialoghi con Anna Maria Ortese, letteratura, Mauro Salvi, recensione, recensione libro, Rupe Mutevole Edizioni, saggi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 12 Ottobre 2009 at 00:09
di Mauro Salvi. Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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A un sogno dal mare e nell’oblìo dei monti, il racconto dei dialoghi tra un giovane scrittore e la grande autrice Anna Maria Ortese. La Ortese, quasi al tramonto, s’incontra e scontra con la gioventù d’un artista tenace, che mira a un’amicizia reale e non allo uso e abuso della donna in quanto nome rilevante del panorama letterario nazionale.
Siamo nel 1986, e Salvi conosce la Ortese e la corteggia spingendola fuori dall’autoimposto guscio. Rintanata a Rapallo, volontaria esule dal mondo, ridotta a vivere una quotidianità di ristrettezze, alla mercé della sorella malata e della difficoltà di esistere, la Ortese racconta l’ipocrisia del neorealismo italiano e la mancanza di coerenza della letteratura contemporanea, ridotta a mera narrativa da vetrina; racconta la sua visione del dolore e della scrittura, racconta del sogno, del vero e dell’irreale, e di tutto ciò che riguarda l’indagine della felicità e la fuga da essa.
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“Ha mai fatto caso che nei libri di moltissimi scrittori contemporanei l’anima, il pensiero – e la loro azione – non vanno oltre il contingente, il plausibile, l’attuabile?. Che ogni cosa, persino la vita, si banalizza, si grava di pesantezze, di abusate ovvietà, di finali annunciati?. Di questo passo presto la letteratura scadrà in narrativa casuale e inconsistente.”
“‘Reale’ potrebbe essere la sua scrittura, Anna?”
“No, io sono ‘crepuscolare’. Per questo il ‘reale’ mi ossessiona….” (cit).
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Alessandra Di Gregorio.
collana Letteratura di confine, Lura Manes, racconti dal Messico, recensione, Recensione libri, Rupe Mutevole Edizioni, Sierra Celada
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 11 Ottobre 2009 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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Nella Sierra si intrecciano i destini di una ricca fauna umana sospesa tra realtà degrado e sogno.
Dalla collana Letteratura di confine, un libro magico e perché no, ironico. L’Autrice Lura Mànes racconta un Messico sconosciuto e arcano, abitato di loschi, eroi e puttane; da Luis Llorente, vecchio lungimirante e saggio, che raccoglie sul suo cammino i derelitti di una città che scotta, mischiando di continuo le carte del gioco della vita (che è quasi un gioco a rimpiattino), e dalla strega Nérida, colei che tutto conosce e sente, capace di cambiare il destino degli uomini col buonsenso della parola e l’intuizione di un fato non scontato.
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Alessandra Di Gregorio.
collana Rivelazioni, Li Yao, Lo stagno di Feng, recensione, Recensione libri, Rupe Mutevole Edizioni
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 11 Ottobre 2009 at 18:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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Lo Stagno di Feng: grazioso affresco, metafora di vita e misteri.
L’Autrice Li Yao pennella tenere immagini di un quadro quieto e ispirante. Personaggi e nature sospese nel tempo, sintomi di saggezza e umanità che trasfigura nella lentezza dello scorrere del fiume. Atmosfere aeree e magiche, avvolte in un dettato minimo, placido, rassicurante. «Se percepisci con gli occhi del pieno ogni dettaglio sarà una sorpresa. Se percepisci con gli occhi del vuoto nessun dettaglio potrà sorprenderti», un calibrato accordo, nonché adagio adatto alla meditazione.
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Alessandra Di Gregorio.
Antonella Zagaroli, collana Atlantide, femminismo, indagine sociale, India, poesia, poesia italiana, popolo Dalìt, recensione, Recensione libri, Rupe Mutevole Edizioni, saggio breve, viaggio in India
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 11 Ottobre 2009 at 13:09
recensione di Alessandra Di Gregorio.
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Quadernetto Dalìt, saggio breve con inserto poetico, di Antonella Zagaroli; testo che aiuta a riflettere sull’osservazione del mondo dall’altra parte del mondo. Uno sguardo sincero. Un viaggio tra le genti e le dignità. I poveri oltre la povertà, oltre il sopruso, oltre la comune nozione di casta. Il necessario raffronto con l’Occidente – e la questione femminile e femminista, che proprio qui in Italia (volendo citare l’esempio a noi più vicino) si trova sconfitto e irriso dalla moda del gossip, dall’uso e abuso del corpo, dall’uso e abuso della debolezza culturale e intellettuale di una concentrata popolazione senza forma e senza guida.
L’Autrice indaga il motivo del “velo”, le ragioni del dolore, la sopportazione, il decoro. Un viaggio nell’India dei più poveri fra i poveri, dove la povertà è non solo condizione ma concetto, e dove nonostante tutto, l’ordine – nelle cose e nelle persone – supera i limiti delle umane contingenze, e il raffronto tra Noi e Loro, ci vede in qualche modo più che sconfitti – giacché figli di una Mamma Ricca che illude senza concedere reali centimetri di vita.
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Alessandra Di Gregorio.
Andrea Armati, Eleusi Edizioni, l'Arte della Strega, libro illustrato, recensione, Recensione libri, Sarah Bernini, Upui
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 11 Ottobre 2009 at 12:09
di Andrea Armati e Sarah Bernini, recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Eleusi Edizioni, neonata casa editrice italiana, nella persona di Andrea Armati (già noto per gli studi su San Francesco, ndr), pubblica per la collana I sentieri dell’Arte, un libro esoterico molto interessante.
“Upui, l’arte della Strega”, ripercorre attraverso una scrittura dettagliata – non necessariamente lineare – le vicende della strega Upui, al secolo Nicolò Mulè, artista neopagano contemporaneo, noto nel panorama italiano particolarmente per le tavolette artistiche e i talismani.
L’artista, grazie alla sua attività medianica, scopre di essere un uomo-strega. Armati e Sarah Bernini ne tracciano in questo volume la storia, raccontando al lettore di Gualina Stabiosa e interpretando simbologia e ricorrenze nell’arte di Upui.
Dell’opera in questione colpisce innanzitutto la grafica eccezionalmente ricca. Armati infatti si è occupato del progetto grafico, alternando agli straordinari disegni di Upui, le parti scritte che ne dettagliano spiegazioni e aneddoti.
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Alessandra Di Gregorio
A proposito di Mister B., Appunti sul Cavaliere e i suoi scudieri, Effepi Libri, Pietro Farro, politica, recensione, recensione libro, saggio, Silvio Berlusconi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 11 Ottobre 2009 at 00:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
si ringraziano Pietro Farro e Effepi Libri.
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A proposito di Mister B. – Appunti sul Cavaliere e i suoi scudieri
di Pietro Farro
€ 9.00 pp. 85

Il libro di Pietro Farro, edito da Effepi Libri, è un testo eccezionalmente attuale, tanto per l’argomento oggetto di trattazione, quanto per una serie di eventi risalenti agli ultimi giorni, che riguardano – neanche a dirlo – il nostro Capo del Governo.
Un saggio, questo, che propone una disamina attenta e ragionata di quelli che sono i fatti salienti della vita di un personaggio pubblico le cui sorti si legano, da qualche decennio a questa parte, a quella di milioni di italiani.
Farro ripercorre infatti, gli eventi più importanti – molti noti ai più, altri volontariamente taciuti dai media – come la serie di capi d’imputazione contro Silvio Berlusconi (che su un cittadino qualunque avrebbero già sortito l’effetto del carcere a vita…), le discutibili “gesta”, le connivenze mafiose vere e presunte, i legami con la mai morta Loggia P2, la gestione del potere politico in Italia, la rete di infiltrazioni e i dubbi favoreggiamenti. Eventi che insomma, nell’arco di un decennio o quasi, hanno permesso a un unico uomo di scalzare la Costituzione, avere sempre i riflettori puntati, diventare padrone della quasi totalità dei media nazionali (esportati anche fuori confine), e il gestore unico del fatto pubblico e privato, in una Nazione che di fatto appare ostaggio di un progetto mirato (e riuscito) alla “distrazione di massa”.
Per quanto ci si sforzi di restare (in quanto lettori) nei limiti dell’obiettività, è innegabile provare profondo fastidio di fronte a una realtà così degradante, messa per la prima volta nero su bianco, nella sua interezza – o quasi.
Un libro che traccia, non senza una profonda coscienza di fondo dell’annoso problema delle ricostruzioni storiche da manuale – e lungi dal volersi accostare ad esse – il quadro desolante della storia contemporanea d’Italia, Paese attualmente ritenuto “semi-libero” – stranamente in mano al cosiddetto Popolo delle Libertà – che non gode a livello internazionale di alcuna stima, né può aspirare ad ottenerla; che non solo è vittima di un imposto e rovinoso disegno accentratore, ma che porta a domandarsi: “come siamo giunti a questo punto” e soprattutto “come ne usciremo”.
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Alessandra Di Gregorio
Alessandra Di Gregorio, consigli di lettura, Diario di portatrici sane di sentimento, In libreria, letteratura, Vivere non conviene - esistere non basta
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura, case editrici on 10 Ottobre 2009 at 14:09
In uscita a ottobre.
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VIVERE NON CONVIENE. ESISTERE NON BASTA. “Diario di portatrici sane di sentimento”.
Lara e Giada, anime sorelle, duettano in amore e tormento. Il loro, il racconto di una sintonia che va scemando e delle ragioni per cui questo accade. Due donne che si confrontano come proiettate in uno specchio, alternando disperazione e aneliti, fino al delirio, fino alla morte.
Un canto ninfale puro e arrabbiato, in cui il limite tra sofferenza e attrazione viene meno per ricomporsi poi ogni volta, e il sentimento sfocia nelle ragioni dell’intelletto per porre rimedio all’arbitrarietà delle dinamiche relazionali umane.
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Titolo: Vivere non conviene. Esistere non basta
Autore: Alessandra Di Gregorio
Editore: Rupe Mutevole Edizioni
Collana: Heroides
Prezzo: 10 euro
Pagine: 71
Isbn: 978-88-96418-31-4
Alessandro Hellmann, collana "Eretica", Cuba - la rivoluzione imperdonabile, da Cristoforo Colombo a Bush, Luciano Vasapollo, Nicola Pannelli, Nuovi Equilibri - stampa alternativa, recensione, recensione libro, saggio politico
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 5 Ottobre 2009 at 17:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
(ringrazio Progetto Babele per la collaborazione).
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La Rivoluzione Imperdonabile: ma imperdonabile perché? In un tempo in cui ci si sente un po’ tutti rivoluzionari – e nella maggior parte dei casi, direi “a ragione” – ecco un volume che ripercorre la storia cubana partendo dalla madre di tutte le sciagure: il colonialismo spagnolo – giungendo sino ai giorni nostri per analizzare passo passo le ragioni dello sfacelo politico e sociale di una nazione presa di mira. Hellmann e Pannelli offrono un quadro oltremodo cinico e realistico, smantellando l’assetto tipicamente occidentale che vede definita – ancora oggi, nel XXI secolo – la scoperta dell’America come una delle più grandi conquiste dell’uomo in termini soprattutto di civiltà.
Di civile il colonialismo ha avuto poco – tant’è che alla base della discrepanza socio-economico-culturale, di tanti Paesi gravitanti attorno all’area del Secondo e Terzo Mondo, c’è proprio la disparità con la quale sono stati trattati (e verranno ancora trattati) gli esponenti di una cittadinanza che appare sempre di serie B.
In questo saggio piuttosto succinto e poco incline alle elementari ricostruzioni manualistiche fini a se stesse, gli Autori tracciano le strade tortuose di un Paese storicamente conteso, per le sue ricchezze e la posizione geografica, tra le varie potenze coloniali che si sono alternate dal Cinquecento in avanti, sul palcoscenico della conquista mondiale. Non ultimi proprio quegli Stati Uniti d’America che si dichiarano campioni di umanità e pace.
Il risultato? Secoli di schiavitù – tanto morale, che economica e politica – tanto interna che esterna. La situazione cubana non risulterà nuova ai più, ma l’assetto del libro rimanda anche e soprattutto a quella serie di “ingerenze” mirate, protratte nel tempo proprio dagli Stati Uniti, nei confronti di Cuba, dei cubani e della rivoluzione. Il punto focale di questa dissertazione riguarda particolarmente le ragioni per le quali gli Usa si adoperano strenuamente per impedire una rivoluzione che di fatto esiste, per quanto sotterranea, focalizzando l’attenzione sull’imposto silenzio relativo al terrorismo anti-cubano, specificamente di matrice americana.
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Alessandra Di Gregorio
Amarti immensamente, Edizioni Il Ciliegio, recensione, Recensione libri, romanzo sentimentale, storia d'amore, Valentina Marchese
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 3 Settembre 2009 at 18:09

Titolo: Amarti immensamente
Autore: Marchese Valentina
Editore: Il Ciliegio
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Romanzo rosa
ISBN: 888899615X
ISBN-13: 9788888996158
Pagine: 112
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Di questo libro ho curato prefazione e quarta. Ho avuto modo di leggerlo a un passo dalla stampa e pubblicazione e ci tenevo molto a riportare qui quelle stesse parole finite poi nel volume.
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QUARTA DI COPERTINA:
Anna, Riccardo, Lucia. Tre fratelli, il dolore per la scomparsa prematura dei genitori, una verità scottante, un amore segreto che serpeggia e che poi finalmente sboccia. Amarti Immensamente è un romanzo timido e condensato in cui si osserva l’Amore nella sua componente più importante perché «Forse amare è anche questo: avere la sensazione di poter fermare il tempo e, restare sdraiati su quel letto, insieme, per sempre». Un legame unico nel suo genere, corrotto dalla pesante bugia che ne alimenta il fuoco ma abbastanza forte da reggere a scossoni che in condizioni normali atterrerebbero anche i più audaci. Un romanzo delicato, con una soavità di fondo che non sfugge, in bilico tra armonie da ridisegnare e colori tenui che spesso contrastano coi chiaroscuri dello sfondo.
PREFAZIONE:
Amarti Immensamente è un romanzo che si libra dal foglio come una promessa solenne e un impegno a vita che comporta l’accettazione di regole morali e giudizi affettivi. Anna ama riamata un uomo che le è stato imposto come fratello e che dentro di sé ha sempre sentito come estremamente speciale. Un legame unico nel suo genere, corrotto dalla pesante bugia che ne alimenta il fuoco ma abbastanza forte da reggere a scossoni che in condizioni normali atterrerebbero anche i più audaci. Un romanzo delicato, con una soavità di fondo che non sfugge, in bilico tra armonie da ridisegnare e colori tenui che spesso contrastano coi chiaroscuri dello sfondo. Anna e Riccardo presi e irretiti da un sentimento che non lascia scampo: l’amore più puro, quello in grado di brillare anche a luce spenta, ma che anche il più fievole dei venti può far vacillare fino a tramutare tutto in rovina. Un romanzo candido e intenso, in cui ci si misura con sentimenti bisbigliati e il più delle volte dolorosamente esposti all’incuria dei giudizi e del fraintendimento. L’Autrice si misura con una tematica che non va urlata ma liberata timidamente sulla pagina che tutto assorbe, e lo fa con un candore inaspettato, che ci incolla alla lettura e ci fa bagnare gli occhi di un sottile strato di rugiada – giustificabile a suo modo per la delicatezza dei temi e il rammarico della conclusione e della svolta. La penna di chi scrive vibra in un magma aereo di sentimenti grandi e dure scelte, di impossibilità a procedere nel coronamento dell’amore e di rimpianto relativo a tutti quei sogni che poi svaniscono al mattino. Leggendo queste poche e ricche pagine si rinnova nel Lettore romantico il senso di una giustizia d’amore che tutto può annientare, persino falsi legami imposti dall’abitudine e da una amorevole scelta compiuta quando uno dei due era ancora in fasce – ma poi gli sussurra nell’orecchio, per correttezza di esposizione, che solo in teoria quando si tratta d’amore le cose vanno seguendo una piega convenzionale, perché poi Anna e Riccardo non vivranno mai liberamente ciò che sentono nei modi in cui lo sentono, e anche se alla lunga la cicatrice farà meno male, questo non cancellerà il fatto che effettivamente esiste. L’Autrice ci riconcilia con un romanticismo non stantio, sullo stile di Cecilia Ahern, che commuove e infonde speranza senza mai scadere nella banalità più consumata di un happy ending che – esattamente come nella realtà – non c’è dato sempre di poter reclamare.
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Alessandra Di Gregorio
Alessandra Di Gregorio, Edizioni Il Ciliegio, Gattogrigio editore, Leonardo Tonini, recensione, recensione libro, romanzo intimista, storia d'amore, Vanessa, Vanessa storia di una metamorfosi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 24 Agosto 2009 at 18:09
di Alessandra Di Gregorio, recensione a cura di Leonardo Tonini
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Titolo: Vanessa. Storia di una metamorfosi
Autore: Di Gregorio Alessandra
Editore: Il Ciliegio
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 8888996192
ISBN-13: 9788888996196
Pagine: 192
Reparto: Narrativa italiana
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I libri chiamano i libri, i libri migliori, gli altri portano solo al narcisismo di chi li ha scritti e annoiano. Leggendo Vanessa, seconda prova edita di Alessandra di Gregorio e suo primo romanzo, io sento una voce originale. La sento subito, dalle prime righe e questa voce mi accompagna fino all’ultimo capitolo, fino alla parola fine. Parlando con l’autrice di questo ottimo esordio, mi confessa che certi passaggi le hanno ricordato Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf, pur non avendo preso neppure lontanamente quel libro come modello. A me invece Vanessa ricorda la scrittura di Colette, limpida, appassionata e assolutamente priva di pietà. Anche la frase, questo suo avere sempre il centro nel periodo successivo e risultare quindi incalzante, pur nell’introspezione, pur nell’indagine. Ma Colette e Virginia Woolf non c’entrano. Facendo l’editore, mi arrivano molte prove di autori giovani e meno giovani. Li suddivido in due categorie, quelli che non hanno mai aperto un libro e che di conseguenza non sanno neanche coniugare i verbi, e quelli che hanno letto dei libri e che scrivono cose che sanno troppo di ciò che hanno letto. I primi sono ignoranti, i secondi sono emuli. Poi c’è una terza categoria di scrittori, estremamente rara, che ha una voce propria. In Vanessa, io posso sentire Colette, Alessandra avverte Virginia Woolf, un terzo lettore sentirà qualcosa di diverso, ma sono forze del passato che ritornano, non è copia, non è emulazione. E quando una forza del passato ritorna, non è per ripetere, ma per portare il nuovo sulla Terra. Questo lo sapeva bene Borges, fra gli altri, che diceva che da che mondo è mondo l’uomo si racconta sempre le solite cinque storie, l’assedio, il ritorno, la resurrezione, il parricidio e l’amore negato. Vanessa rientra nella terza categoria, è un libro che parla di resurrezione, della propria. Ma per risorgere bisogna prima scendere all’Inferno ed è quello che Alessandra fa. Circondata da alte mura di solitudine, Vanessa si è costruita un mondo autistico intorno a sé, una selva oscura, ma, come Dante, invece di commiserarsi decide di scendere il baratro, senza sconti per se stessa, senza infingimenti. E scende fino a ritrovar la luce proprio nell’ultimo capitolo, non una luce raggiunta, ma intravista, ancora lontana, non conquistata, ma possibile. Seguendo la metafora di Dante, alla fine del libro Vanessa/Alessandra si ritrova sulle spiagge del Purgatorio. Ha ancora molto viaggio davanti a sé, prima di vedere “l’amor che muove il Sole e l’altre stelle”, ma è questo che vogliamo da una scrittrice vera; non che abbia finito di cercare, ma che abbia ancora tanto da dire. Capitolo dopo capitolo, Vanessa scende nel suo personale inferno fatto di fantasie erotiche e di esperienze limite e si guarda in faccia, fa spietatamente i conti con se stessa. Che sorprende in questa scrittura è l’intelligenza, il cinismo verso se stessi, la ricerca di dati di fatto assolutamente inoppugnabili, l’assenza di ogni finzione, al fine di trovare il dato certo, la base, il terreno solido su cui costruire il proprio avvenire umano. Vanessa ha l’ansia della verità, si autodistrugge per trovare il nucleo, la ghianda di luce inscalfibile della propria verità. È come se sulla soglia della follia, Vanessa tentasse il tutto per tutto, la vita o la morte. Solo che è sorretta nella sua ricerca da una notevole intelligenza dei meccanismi dell’umano e da una tenuta argomentativa che non vedevo da tempo. Ecco perché non si perde, ecco perché, proprio all’ultimo capitolo, che arriva velocissimo, è un libro che ci fa rimanere incollati alla pagina, trova il senso del suo penare e la via di fuga, l’uscita, la spiaggia.
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Leonardo Tonini
Daniele Petruccio, Edizioni XII, Frank Miller, fumettistica, l'angolo del lettore esperto, Matite su Hollywood, recensione libro, recensione saggio, saggistica, Sin City, Valentino Sergi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 10 Agosto 2009 at 12:09
L’angolo del lettore esperto… Oggi parliamo con Daniele Petruccio.
Daniele “DaNi” Petruccio
Nato nel 1982, residente a Moncalieri (TO), si è laureato in Disegno Industriale nel 2006 presso il Politecnico di Torino, bissando con la specialistica in Ecodesign nel 2009. Appassionato di auto, fumetti e musica, ha da sempre coltivato la passione per il disegno in tutte le sue forme, spesso alternando bozzetti di design con opere grafiche ed illustrazioni per committenze disparate. Ha particolare preferenza per le opere di Giorgio Cavazzano, Adam Hughes e Bill Sienkwitz.
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Autore: Valentino Sergi
Editore: Edizioni XII
ISBN: 8895733118
ISBN-13: 9788895733111
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Trovare qualcuno con la passione per quel geniaccio di Frank Miller, spinta fino al limite, quasi maniacale, dell’analisi semiotica del testo, è sempre un qualcosa di piacevole per chi, come me, del fumetto ne ha fatto una droga.
Ho potuto apprezzare quindi il breve saggio di Valentino Sergi, Frank Miller – Matite su Hollywood, che approfondisce l’opera del celebre sceneggiatore/disegnatore/regista americano, alla cui firma si devono numerosi fumetti e lungometraggi, tra cui i recenti 300 e Sin City.
Il saggio presenta una rassegna delle principali opere su carta e celluloide girate e/o disegnate da Miller, il quale ancora una volta si presenta agli occhi dei fruitori come una personalità poliedrica, capace di passare dalla macchina da presa alla matita &carta con una certa disinvoltura.
L’autore si sofferma quindi ad analizzare punto per punto dapprima tutti i contributi al mondo dei Comics dati dal fumettista per poi passare alla più recente passione di Miller, il cinema.
Si parte con gli esordi di Dare Devil ed Elektra, che fin da subito rispecchiano la capacità non comune dell’autore americano di dare una complessità forte ai suoi personaggi, e di disegnarne non solo le fattezze fisiche ma delinearne anche i tratti psicologici in modo altrettanto netto.
Si prosegue poi con l’esperienza della sceneggiatura di Robocop: un esordio nel mondo della celluloide non del tutto felice per Miller, che verrà riscattato ampiamente in seguito, e che lo porterà a dedicarsi di nuovo a china e matite per tracciare le linee delle serie Dark Knight di Batman.
La vera svolta avviene con la saga di vicende narrate da Sin City, che gli frutteranno una enorme fama e la certezza di aver reinventato il genere noir adattandolo alla narrazione delle strisce disegnate. Il vero aspetto innovativo di Sin City, che si coglie nell’analisi di Sorgi, puntuale e precisa, è la capacità di utilizzare la tavola come supporto drammatico per fare introspezione nei personaggi: abilità poi riversata in parte nel lungometraggio tratto dal fumetto, e giunto nelle sale nel 2005.
Per la parte finale del libro, l’autore si riserva di fare un’analisi anche di 300, altro “comic” approdato con enorme riscontro di pubblico presso i cinema nel 2007. In questo caso, secondo l’analisi di Sergi, Miller è stato in grado di dare forza non tanto all’aspetto storico – realistico della vicenda in esso narrata, ma al mito, e alla celebrazione dell’impresa di pochi impavidi eroi contro un gigantesco impero in espansione.
La bontà dell’intero saggio sta nella profonda conoscenza che Sergi ha del fumetto e delle sue caratteristiche: conoscenza che si nota soprattutto nelle precise analisi del testo da lui compiute sulle opere cinematografiche trattate nel libro. L’impianto letterario fa ampio uso di parole derivate dalla semiotica del testo, e pertanto se non si conoscono le dinamiche della disciplina si fa fatica talvolta a farsi spazio tra i termini tecnici.
Tento dunque di dare delle pagelle in base a quanto letto:
* chiarezza dell’esposizione: un 7, per il motivo indicato sopra riguardo l’uso di tecnicismi (tuttavia è molto scorrevole nell’insieme, e si legge con piacere)
* obiettività e professionalità dell’Autore: un bel 9, in quanto Sergi dà idea di essere molto preparato sull’argomento, e tradisce una forte passione per quanto scrive, il che è molto buono
* attrattiva del libro in quanto a contenuti: un 8, potrebbe piacere ai cultori del fumetto in genere, e offrire loro spunti interessanti
* attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: un 8
* quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere: direi un bell’8 anche qui, visto che mi ha dato modo di approfondire la carriera di Miller e analizzare le sue opere.
In sintesi finale, un bel saggio, scritto non tanto come una tesi di laurea, ma come un libro vero e proprio, consigliatissimo a chi voglia capire di più della vita e dei lavori di uno degli autori di Hollywood più poliedrici che si conoscano.
Alessandro Fusacchia, Biliki Edizioni, Davide Rubini, metanarrativa, niente di personale, recensione, romanzo, romanzo a 4 mani, Salvatore Liquore
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura on 9 Agosto 2009 at 18:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Niente di personale è un titolo assai emblematico di quella che è poi la chiave di lettura che ho voluto dare al libro di Fusacchia e Rubini. Voi direte beh, e allora? Beh, tanto per cominciare questo è un romanzo all’apparenza monotono e si fa quasi difficoltà a principiarne la lettura, eppure una volta venuti in contatto con Salvatore Liquore, si ha l’impressione – che è quasi una certezza – di poterne ricavare del buono. Allora si prende e ci si arma di attenzione.
Niente di personale è un romanzo un po’ complicato, diciamoci la verità. “Tutto appare tutto” fuorché quello che è in realtà e il narratore – assai “pigro” – ci mette in mano gli strumenti per una adeguata interpretazione delle figure principali del discorso narrativo e tematico, senza però prendersi la briga di spiegarci alcunché prima che la trama venga fuori nuda e cruda attraverso le maglie dell’intreccio. Non considero ciò un demerito ma una scelta elementare per chi vuole andare oltre e si espande verso il lettore come un’onda – ora più timida, ora più accentuata – e dà al lettore stesso la responsabilità di essere vigile e desto per tutto il tempo della lettura.
Nel romanzo ci sono più storie che si intersecano, ma tutte portano a Liquore e seppure non strettamente dipendenti da lui, sono delle tangenti che tagliano di netto la sua routine, aprendo la strada alla riflessione sulla circolarità dell’umanità (vale a dire relativamente al fatto che se è vero che il tutto è principiato dall’uno, l’uno è parte integrante del tutto che a sua volta ridiventa appunto uno, e ciò vale ad ogni meridiano). Soprattutto ci sono molti luoghi, tra cui New York, il Belgio, Atene – e ci sono luoghi della memoria e luoghi dei libri, ovvero luoghi presenti nelle pagine dei libri letti o conservati da Liquore, quando non addirittura presenti vividamente nei suoi ricordi di cittadino del mondo ed emigrato italiano. I libri sembrano l’unico collante umano e politico ancora valido, tanto tra conoscenti che sconosciuti. C’è anche Bin Laden, e ci sono “leggi massoniche” di scambio/smistamento volumi da biblioteca, e poi ci sono le Olimpiadi di Atene, un maratoneta che non è un vero maratoneta, scambi d’identità, agnizione e altro ancora.
Sequenze spazio/temporali diverse si accavallano dandoci, attraverso la visione dell’intersezione che si viene a formare, l’immagine di un protagonista non completamente assente dalla storia, per quanto poco voglia farsi coinvolgere e se ne resti sempre ai margini, come la storia stessa non lo riguardasse, come per un pudore a mostrarsi tutto per intero o addirittura una incapacità di rimettersi in gioco dopo una delusione. Eventi apparentemente distanti l’uno dall’altro, addirittura disfunzionali, ci guidano invece per mano nella testa di Liquore, fino al punto di superarlo e scoprire l’incisività del disegno di fondo.
Ci sono anche delle donne a completare il quadro; ci sono Laura e Iolanda, tanto per cominciare, ma c’è anche Hara, e ci sono tutti i presupposti per una vicenda tragi-comica. Sì perché gli autori se per un certo verso dichiarano una sorta di fallimento del discorso amoroso, in un finale che è in verità un crescendo di rivelazioni interiori e filosofiche quanto mai interessanti, all’opposto mettono anche in gioco la questione identitaria individuale – e pur sempre comune – tirando le fila di quella che è la degna rappresentazione del teatrino umano. Quello che infatti mi colpisce è che c’è molta teatralità in questo libro, seppure se ne stia ammantata sotto ad una parvenza di normalità quasi artificiosa, ai limiti dell’innaturale. Liquore, per quanto interessante, è molto compassato. Vive gestendo come può le sue ragioni d’ansia. Ha i suoi spazi, la sua vita, i suoi ripensamenti, le sue scommesse da fare, un lavoro che rende bene… Eppure vive da “rifugiato” in qualche modo, perché nasconde se stesso persino a se stesso, con la barba, per esempio; una barba lunga che gli permette di cambiare identità di fronte al proprio specchio, e di riscoprirsi nuovo – ma anche identico a prima – una volta tagliata. Qui è tutto un giocare sul concetto di identità, e la questione si realizza attraverso passaggi molto significativi, che vedono Liquore diventare altro da sé prima con “la barba addosso”, poi con Boris Virili – personaggio creato dalla penna dell’amico Victor – poi con la versione creata da Vincent Morcello, che lo aiuterà a chiudere un cerchio ma ad aprirne uno più grande e perché no, risolutivo. Se da un lato Victor crea un personaggio sulla figura di Liquore osservando l’amico nelle sue dinamiche personali (o meglio, ascoltandolo, data poi la distanza geografica tra i due), Vincent ricrea ex novo un altro Salvatore Liquore – e lo fa senza il suo permesso. Viene quindi da chiedersi perché Morcello, che poi non è il vero Morcello, crea un nuovo Liquore che vive di vita propria solo il tempo di ingannare una donna e via. Il narratore ce lo dirà, ovviamente, perché è necessario permetterci di capire per quale ragione l’identità – che è non solo un patto di fiducia tra il proprio Io di superficie e quello sotterraneo, ma anche una questione legale e istituzionale – è così importante ai fini dell’affermazione personale, anche di fronte a sconosciuti, anche a costo di inventarsi di sana pianta ciò che si vorrebbe essere. In fondo, tutti recitano una parte, tutti hanno una maschera e la vita ci mette nella condizione di gestire in maniera intercambiabile i nostri volti. Qui abbiamo il racconto di una vasta gamma di possibilità combinatorie. Tant’è che anche Laura recita – e gli autori scelgono Shakespeare, non uno a caso (anche se dentro c’è molto Pirandello e addirittura molto teatro antico proprio col motivo dell’agnizione) – e lui, Salvatore (quello vero) sa a memoria la parte di Polonio. Ciò conferma che in natura nessuno è mai solo un se stesso invariato e invariabile, ma il suo Io temporaneo e necessario nasce e si evolve come la capacità di ricrearsi a seconda della logica esistenziale del momento. E dunque anche la figura blanda del cinico che vuole crederci ma prende le distanze – anche se poi s’innamora di una causa e non è in grado di vedere la pericolosità e l’ingenuità di quanto sta facendo – riflette il fatto che si è refrattari per necessità, il più delle volte, e che – a differenza di Morcello – si vive indossando su di sé maschere che nascono da un bisogno viscerale di bypassare la realtà o affrontarla con poche perdite, senza spacciarsi per altri assumendo maschere vive per intessere intrecci dai quali, però, si resta sempre al di fuori. Se Liquore riassume il suo vero volto radendosi all’indomani della presunta cattura di Bin Laden, Morcello – il mancato maratoneta – sarà sempre tutti e nessuno, senza essere mai se stesso – e quello che più conta, senza poter vivere al di fuori dell’identità rubata al momento.
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Alessandra Di Gregorio.
Arpanet Edizioni, donne oltre la tela, femminilità, Flaming June, Maeba Sciutti, narrativa, recensione
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria on 27 Luglio 2009 at 22:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

* Titolo: Flaming June. Donne oltre la tela
* Autore: Sciutti Maeba
* Curato da: Simone P.
* Editore: ARPANet
* Data di Pubblicazione: 2008
* Collana: Concepts Arte
* ISBN: 8874260504
* Pagine: 104
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Maeba Sciutti, autrice introspettiva, pulsante e lucida, pubblica per i tipi della Arpanet Edizioni il libro intitolato Falming June – donne oltre la tela, raccontando, così come il suo estro propone, dodici tele che hanno reso immortali altrettante figure femminili, icone di un’arte che traspone sulla tela vite che si cristallizzano nella fissità del ritratto e dell’affresco. Ciò che l’Autrice si propone è dare la parola a donne che non erano solo modelle di pittori come Klimt, Modigliani, Waterhouse, ma anche e soprattutto ninfe, creature affamate di vita, illuse, tristi, solari, animose, carezzevoli, languide, immaginando così come le vede e le percepisce, le loro esistenze al di là di un pennello, prima, durante e dopo l’effettiva posa.
Le donne della Sciutti, lungi dal perseguire la realizzazione del proprio Io attraverso la posa assunta per il quadro del momento, in qualche modo sono la rappresentazione iconografica delle possibili forme d’abbandono di cui ogni donna è talora vittima. Una volta dipinte, carezzate e ammansite, spesso nude, docili prima al corpo che al pennello dell’artista, esse sono lasciate, abbandonate, appese a un muro, oppure vendute. Il corpo scade in una forma di mercificazione che non tiene il minimo conto dell’anima che vi alberga all’interno. Allora esse prendon vita effettivamente qui e adesso, mentre la tempera si asciuga e il loro spirito si solleva. Generalmente sono tristi e opache, eppure trasudano vita e sangue in ogni vena e in ogni mano di colore, da uscire dalla pagina e dalla tela, tanto liriche che dolci, fragili, meste, prepotenti e spurie.
Alessandra Di Gregorio.
Apranet Edizioni, Gionata Soldatini, Il Verme, narrativa minima, recensione, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri on 24 Luglio 2009 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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si ringraziano Arpanet Edizioni e Progetto Babele.

# Titolo: Il verme
# Autore: Soldatini Gionata
# Curato da: Simone P.
# Illustratore: Fasoli F.
# Editore: ARPANet
# Data di Pubblicazione: 2007
# Collana: Mini concepts
# ISBN: 8874260482
# Pagine: 64
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Il Verme di Gionata Soldatini, non ha la stessa incisività di DUS – DOPO UNA SBRONZA, ma – seppur diversamente – è in grado, attraverso il contenitore minimo di una parola rarefatta e profumata, di aprirci lo spazio di un amore senza amore, in quanto privo di corresponsione e felice realizzazione.
L’Autore identifica gli stati d’animo raccontati, con le essenze profumate che in qualche modo dovranno aiutare Gaston a stare bene, a dimenticare o ricordare, evocando in lui e in noi che lo leggiamo, sensazioni intime uniche e contrastanti.
Gaston rappresenta l’innamorato illuso, deriso, mesto e contrito, di una storia in cui i veri vermi non sono solo i lombrichi che alleva. I vermi sono alcuni personaggi e sono anche i sentimenti negativi dominanti in una Società che inquadra e rifiuta, e in un dinamismo sentimentale che non si realizza mai così come noi lo vorremmo. Alla fine, il quadro ricamato contempla una visione in cui squallide sono persino le persone che vengono amate ma non riamano o non sanno amare e basta. La figura della donna del cuore appare, infatti, come antitetica all’eroe del racconto, in quanto non solo non lo riama, ma lo usa e lo disprezza.
Da qui l’idea di un universo femminile sempre più contraddittorio – per la serie: chi è causa del suo mal pianga se stesso – che si ritorce vilmente in sé, senza riconoscere i veri fiori, o le forme arbustive più vicine ad essi, e che si accontenta di cogliere belle rose senza profumo alcuno.
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Alessandra Di Gregorio
csa editore, Erika Dagnino, narrativa, racconti dell'ombra, recensione, recensione libro, Ru e Fro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria on 23 Luglio 2009 at 21:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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I volumi della Dagnino denotano sin dalle prime battute una capacità di elaborazione del pensiero a dir poco sbalorditiva. Il suo uso della parola appare molto sicuro e sentito, quasi frutto di un’illuminazione naturale, congenita. C’è dietro uno studio, una metodica, una partecipazione intellettuale e morale, quasi una religione del dettato.
Tanto in RACCONTI DELL’OMBRA, che in RU E FRO, ritroviamo il caro motivo della specularità, che se da una parte si esplica attraverso l’interpretazione e il racconto dell’individuazione della propria ombra e il relativo rapporto idiosincratico con la stessa – fino al parossismo, fino al solfeggio morale, filosofico (ai limiti del didattico) – dall’altra si connota nel rapporto paritetico tra due persone che possono dirsi gemelle, figure simbiotiche, esseri monotoni e franchi, che nella reciproca specularità, ritrovano sé e l’altro da sé.
La Dagnino è artigiana del ritmo. Il suo periodare è netto, musicale, folgorante, e seppure non si attenga a una trama narrativa classicamente intesa, l’Autrice piega le dinamiche spazio-temporali dei suoi scritti, alla sua lungimiranza certosina, coniugando psicologismo, tecnica, indagine e tolleranza molto ampia della rielaborazione filosofica dei concetti di umanità, intellettualità, anima e umano sentire.
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Alessandra Di Gregorio.
autobiografia, Edizioni Il Ciliegio, Enrico Marzetti, narrativa, recensione, recensione libro, rimetti a noi i nostri debiti, romanzo autobiografico, storie di handicap fisici
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura on 20 Luglio 2009 at 19:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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# Titolo: Rimetti a noi i nostri debiti. Biografia di un amore
# Autore: Marzetti Enrico
# Editore: Il Ciliegio
# Data di Pubblicazione: 2009
# Collana: Romanzo autobiografico
# ISBN: 8888996141
# Pagine: 246
dalla prefazione (da me curata)…
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Rimetti a noi i nostri debiti è un romanzo autobiografico. Quando mi hanno chiesto ufficialmente di buttar giù due righe di prefazione, non avevo idea della responsabilità di cui ero stata investita. Messa di fronte ad un testo personale, sentito, duro, a tratti doloroso, e al tempo stesso ricco di speranza al punto da farsi ingestibile proprio per la forza sorprendente tanto della mano che scrive che della mente che la domina. Perché questa penna, la penna che ci accingiamo a stimare, nel silenzio rispettoso che solo la lettura personale concede – sorta di voyeurismo autorizzato e codificato nel tempo da innamorati delle Lettere, proprie e altrui – ha dalla sua il pregio della semplicità, la gravità della consapevolezza – che un po’ ti schiaccia e un po’ t’avvolge – di uno stato di cose sul quale non si può agire se non per quanto riguarda la parte più intima di se stessi – che è poi quella veramente complessa e ostica.
L’amabile penna di Marzetti ha la leggerezza del piombo, dalla sua, pur esprimendosi con metafore pesanti quanto una piuma e la timidezza di chi – mai sceso a patti col proprio Io – ce lo consegna nudo e tremante, quando è disadorno di tutto e trasale nel tentativo di venire a capo di una situazione difficile da gestire per un uomo solo, e candido e integro – quanto più appare rivestito e intatto, foderato di quella mistica e fideistica consapevolezza di chi sa o forse ciecamente spera, che le energie del mondo non si disperdano mai veramente. Questa penna è la penna di chi vuole che la materia si rigeneri, viva anche in corpi privati del movimento e vibri nelle anime che non appassiscono mai se non per la propria volontà d’annientamento. Marzetti si spoglia senza vergogna davanti al Lettore e nell’elegante pudore che solo la penna può registrare, ci mette di fronte al fatto che una vita può cambiare in pochi attimi.
Allora qui, e nelle pagine che il Lettore andrà ad assaggiare, il percorso accidentato d’un uomo che cade riverso sulla pavimentazione d’una vita facile ai dissesti – una vita che egli risolverà inizialmente a proprio intimo vantaggio attraverso l’amore per una donna, che presto si consumò lasciando il buio più totale, sino a far ritorno e ad esplodere con la luminescenza che solo la candela dell’amore può avere quando si fa lucore di salvezza – non è necessariamente una caduta tra le braccia dell’oblio più totale. È qualcosa che si esprime nel bisogno di non cedere mai di fronte anche alle scelte più tormentate o al disagio più grande, perché il corpo è solo un contenitore di forze che legate allo spirito – unico vero prezioso contenuto da preservare – possono valere tanto l’esaltazione dell’essere umano che le preserva, che la sua perfetta dannazione qualora la reazione ai patemi non reggesse il confronto.
Il fisico Albert Einstein sosteneva che nell’Universo ci sono delle forze che rendono le cose meno vane di quanto in apparenza possano apparire, come a dire che le coincidenze non esistono e tutto si lega a tutto, in un continuo processo di riciclo delle energie e delle linfe vitali che sorreggono ora una creatura ora un’altra. I destini si incrociano: un uomo e una donna possono amarsi anche più di una volta al limitare della stessa esistenza, e gli equilibri e gli squilibri che si creano attorno a questo conducono spesso in vicoli a fondo cieco. C’è da chiedersi se anche con Elena non sia veramente così.
Nella notte un dolore intermittente ruba la tranquillità del sonno. Poi una risonanza magnetica rivela una lesione spinale: un tumore infido che lo mina alla base, ne mette alla prova la tempra, ne sfibra l’essenza, ne debilita il tronco; lo porta lontano da casa, dagli affetti, dalla dolcezza di Elena, dalla sicurezza di poter stare di nuovo bene.
Una scure che gli cala fra capo e collo, una sensazione indescrivibile di confusione e panico; il difficile compito di raccontarlo ad Elena – così fragile lei, così sensibile – come se la cosa non riguardasse lui direttamente ma un altro per cui avrebbe stretto i denti e lottato. Un’operazione lunga e complessa, un risveglio sotto agli sguardi poco rassicuranti di medici che non sono certamente ottimisti – e che però lui ignorerà con la sua unica convinzione certa: il fatto di non dover smettere neanche per un minuto di vivere né per apatia né per codardia.
Rimetti a noi i nostri debiti è allora il percorso frastagliato e onesto del narratore che si fa protagonista e si carica dell’enorme fardello della ricerca di sé attraverso il difficile percorso d’affiliazione ad un credo – che non è il credo occasionale del fedele di passaggio, ma la convinzione rilevante che qualcosa di grande anche in questa vita c’attende.
Enrico Marzetti per questo si butta di testa in quest’odissea di scoperta e accettazione dell’umano limite della ragione e del corpo, e di quello meno estremo del cuore, per giungere infine alla consapevole ammissione che in Terra c’è dato di patire affinché si compia in noi la consistente evoluzione di chi – non spaventato dal duro cammino ideale e morale, di rivincita e risalita dalla tenebra che inghiotte – riesce ad abbracciare la dottrina della ferrea fede nell’energia che muove l’Universo, che non è solo la speranza di chi amministra le religioni o le dottrine filosofiche di tutti i tempi, ma la reale constatazione che il flusso che ci genera è anche quello che più intimamente ci guida.
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Alessandra Di Gregorio
Alessandra Di Gregorio, Edizioni Il Ciliegio, narrativa erotica, recensione libro, romanzo, romanzo al femminile, Vanessa storia di una metamorfosi
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria on 10 Luglio 2009 at 21:09

Titolo: VANESSA, STORIA DI UNA METAMORFOSI
Autore: Alessandra Di Gregorio
Editore: Edizioni Il Ciliegio
Genere: romanzo, narrativa intimista
Isbn: 978-88-88996-19-6
Pagine: 192
Prezzo: 15 €
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DALLA PREFAZIONE:
Vanessa, presa e persa per un uomo, esiste come entità binaria, metà reale e metà cibernetica. È la protagonista del romanzo e la narratrice di una storia intima e soffocante. L’Autrice ci guida alla scoperta del sesso liberandolo da mistificazione ed ipocrisia. Il suo un linguaggio nuovo, una gestualità verbale che risveglia i sensi, che rivela, attraverso un diario osceno e torrenziale, sogni, visioni e avvenimenti confinati nelle spire di una femminilità delicata e sommersa. Il lettore andrà incontro alla sublimazione percettiva attraverso la verbalità sensuale della protagonista.
All’apparenza solitaria e sconfitta, Vanessa userà se stessa per evitare il contagio del mondo, senza però riuscire a privarsi della luce fino in fondo. I racconti che si susseguono nel romanzo sfiorano la contemporaneità digitale, creando simmetrie e dissonanze consapevoli, stimolando la sfera sensuale e intellettiva, immergendoci in quella erotica e sentimentale di una protagonista proiettata in avanti da una ricerca di vitalità incessante.
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Cominciamo col dire quello che questo romanzo non è. Non è un romanzo per anime pudibonde. Non è un romanzo pornografico. Ma come? Con tutte quelle descrizioni di sesso così crude… Vero: crude, però necessarie, come opposto di gratuite. Si gioca tutta qui, a pensarci bene, la demarcazione tra pornografia e narrazione erotica, per quanto spinto ed esplicito possa essere il linguaggio.
Quindi un romanzo erotico? Sì e no: se il lettore cerca le atmosfere sognanti e surreali di Histoire d’O, o di Emmanuelle, più immaginate che reali, non le troverà. “Vanessa. Storia di una metamorfosi” è, sul côté sessuale, un libro molto concreto, assolutamente realistico. Il sesso c’è, eccome, con tutte le sue follie, i suoi tormenti, i suoi odori, le sue ossessioni. Ma non è tutto. In primo luogo perché il romanzo è una sorta di narrazione episodica da ritaglio di giornale; non c’è dentro tutta una vita, bensì scorci precisi. Un diario femminile claustrofobico, che segnala solo alcuni momenti campione della vita intellettuale ed emotiva della protagonista, in cui il tempo scorre con la scansione minima oraria ma senza altri riferimenti concretamente esportabili al di fuori delle sue stanze. Poi perché quello che fa di Vanessa una donna incasinata, profonda, torrida e al tempo stesso delicata ed essenziale, è proprio la sua ricerca di una femminilità estrema, spoglia di classificazioni, il più possibile onesta – ma spesso teneramente vile proprio verso di sé, per via dell’attrazione/repulsione esercitata dal mondo maschile che se da un lato lei ama, dall’altro critica e ripudia.
Vanessa incarna una donna in rivolta. In primo luogo contro se stessa, negli anni della pubertà, poi contro la madre (le madri), poi contro la Società, poi contro gli uo-mini… Vanessa da ragazzina soffre dei cambiamenti che il naturale sviluppo biologico induce nel suo essere fisico. Pensa che certe sorprese che il suo corpo le riserva non le siano state adeguatamente spiegate. Il suo nuovo corpo non le piace, la imbarazza, fa fatica ad abituarcisi, come in fondo accade a tutte le adolescenti. E ne soffre, come soffre quando scopre, poco più avanti negli anni, il ruolo di fattrici che la Società sembra avere assegnato alle donne, senza offrire alternative “dignitose”. Poi arriva l’età degli amori. Esperienze più o meno incerte, pasticciate prima, e esperienze mature, complete, torrenziali e debordanti, dopo. Cosa c’è tra il prima e il dopo? Neanche a dirlo c’è Luca, il classico uomo giusto: tutto andava così bene con lui! Ma, come spesso accade, Luca si trasforma nel mitico amore perduto, per ritrovare il quale la nostra protagonista sembra disposta ad affrontare le prove più estreme, scoprendo, di ragionamento in ragionamento, che la questione identitaria non riguarda unicamente chi si sceglie di amare, quanto aspetti di sé solo all’apparenza sommersi. O forse, semplicemente, le affronta per punirsi di aver-lo perduto. Vanessa punisce tutti gli uomini che la desiderano, che la eccitano e ai quali può anche concedersi, ma non darsi. La seguiamo dunque di letto in letto, di riflessione in riflessione, di esperienza in esperienza: non si nega nulla. La seguiamo nei suoi ricordi e nelle dolorose introspezioni, che continuamente si punta alla tempia come un revolver dal quale potrebbe partire casualmente il col-po fatale. Alla fine, che romanzo avremo letto? Suggerisco sommessamente una risposta: un romanzo d’amore.
Carlo Giuseppe Alfieri.
collana copyleft, collana Sampietrini, Gattogrigio editore, I Sampietrini, Massimiliano Chiamenti, Paperback Writer, prosimetro di Massimiliano Chiamenti
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Iniziative culturarli, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 27 Maggio 2009 at 00:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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Paperback Writer, piccolo gioiello di Massimiliano Chiamenti, appartiene alla collana economica di qualità “Sampietrini”, di Gattogrigio Editore. Un testo compatto nella dimensione e nella tematica, che ruota attorno alla visione teatrale – tragica, comica, buffonesca, civettuola, ironica, cinica, triste e sboccata – di uno spazio che non è solo la storia umana di chi compone ora in verso ora in prosa – rigorosa e senza punteggiatura – ma principalmente la forma assunta da un’anima delicata, offesa da una vita irriguardosa che si tinge di vizi e aneddoti leciti e illeciti, che brucia via alla svelta una gioventù diventata la più spietata delle età adulte senza che a ciò corrisponda mai veramente la stabilità del contatto umano più autentico.
Ne esce fuori il ritratto di un uomo che è anche poeta, che è vittima e carnefice di se stesso, preso nella gincana di una vita che tanto innalza e tanto offende, alle prese con una fauna umana degradata che si autoalimenta delle proprie scorie – e che è però uno dei contatti che non viene mai meno, perché alla fine i ragazzi acqua e sapone se ne vanno, mentre Adel e tutti gli altri, pur col limite di un amore interessato e vago, malsano nella sua componente più estrema – e corrotto in quella più torrida e concreta – restano fino alla fine, anche di giochi troppo spinti per potersi mettere in salvo.
Paperback Writer è un piccolo diario del delirio, dove amore, sesso, umanità e conflitto, non sono altro che le proiezioni lucide di un Io soffocato che preme per venir fuori usando il mezzo della sfrontatezza per superare una certa timidezza di fondo, e che si ferisce da sé rasentando la purezza concettuale, perché bene e male sono gli estremi di una medaglia sola, e se da un lato Chiamenti giustifica la santità – intesa come valore comunemente assegnato a tutto ciò che viene ritenuto “normale” – dall’altro egli dichiara la validità della immoralità più debordante, perché è quando ci si sporca fino al punto di spogliarsi per intero, che si mette più a nudo la propria indole. C’è molta più anima all’inferno che in paradiso, questo è chiaro, e la poesia più dolce e truce al tempo stesso, così come ci conferma il Poeta in queste pagine, trabocca laddove generalmente ci viene detto di non andare a cercare.
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Alessandra Di Gregorio.
cronache del vicolo, Domenico Infante, letteratura partenonpea contemporanea, racconti dai vicoli di Napoli, racconto, Recensione libri, recensione libro, Scrittura & Scritture
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 14 Maggio 2009 at 01:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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# Titolo: Cronache del vicolo
# Autore: Infante Domenico
# Editore: Scrittura & Scritture
# Data di Pubblicazione: 2007
# Collana: I minuti
# ISBN: 8889682159
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Cronache del Vicolo, di Domenico Infante, affresco di una Napoli teatrale, quasi da fiaba, drammatica nella sua autenticità mai patetica, mai scontata, mai irrispettosa o frivola, né calata nella cronaca giornalistica più nera.
L’intreccio di questa narrazione straordinaria, domestica, vivida e corale, è intriso della realtà da vicolo del tessuto urbano di una città popolosa che contiene al suo interno cento nicchie umane diverse. La lettura di Napoli è affidata a tante voci individuali e alla bocca della piazza, crocevia di vite e cronache rinnovabili, in un crescendo emozionante, in cui lo stesso evento viene visto da più occhi che lo raccontano così come lo vivono e vedono, senza mai scadere nello stereotipo culturale, ma sempre esaltando i colori di una piccola società nella società, maestra di civiltà e d’amore.
Un libro in cui la penna non è solo strumento di comunicazione minuta e fugace, ma un concreto stimolo alla scoperta dei valori umani più sinceri, che pongono un freno al generico disincanto cui la cronaca ci abitua, permettendo nuove straordinarie scoperte proprio laddove le società si fanno tutte straniere l’una nei confronti delle altre, divenendo nemiche, estranee, trincerate dietro muri di invalicabile pregiudizio.
Alessandra Di Gregorio.
Albus Edizioni, Elena grande, raccolta poetica, Recensione libri, recensione libro, S'io fossi fuoco
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 14 Maggio 2009 at 01:09
Si ringrazia Elena Grande per la simpatia e gentilezza.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
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* Titolo: S’io fossi fuoco
* Curato da: Grande E.
* Editore: Albus Edizioni
* Data di Pubblicazione: 2009
* Collana: Gli aquiloni
* ISBN: 8896099072
* ISBN-13: 9788896099070
* Pagine: 80
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S’io fossi fuoco è una raccolta antologica di poesie italiane, curata da Elena Grande per Albus Edizioni. Il titolo rimanda al Sonetto LXXXVI di Cecco Angiolieri, e raccoglie le liriche di un gruppo scelto di poeti esordienti italiani.
La raccolta, il cui merito principale è quello di rifarsi a uno dei testi fondanti della nostra ricca letteratura, nel tentativo di dar nuovo lustro alla dimensione poetica della lingua italiana e dei modelli di riferimento che il reparto stilistico ci offre, propone poesie che hanno per tema conduttore la rabbia, la polemica, la satira politica e civile, l’insoddisfazione quotidiana, la ribellione allo scadimento e alla mancanza di dinamicità di una Società sempre più greve, lo scetticismo, la contestazione.
I testi, certamente non tutti di livello eccelso – ma forse in questa sede si preferisce premiare gli intenti e l’idea di fondo che ha animato tanto il concorso che la cernita dei testi – spesso si limitano ad imitare blandamente il sonetto antico, recitando una verve insufficiente al sostegno delle tematiche proposte, data la generale l’inadeguatezza degli esordienti all’uso cosciente del verso e all’uso specifico nell’ambito della “satira” o poesia di denuncia.
Tuttavia, se il tenore generale non sempre rispetta le giuste attese, localmente è possibile rintracciare pezzi pregni di significato, interessanti, irriverenti e oltremodo gustosi. Citiamo tra tutte la lirica proemiale, di Anna Bruno, intitolato “Farei qualcosa, come Angiolieri”, che recita: «Lo sguardo volgo intorno:/dicono ghiaccio,/dicono forno […] Farei qualcosa, come Angiolieri,/a questo mondo che inganna e rotola,/ se tutti fossero nei miei pensieri:/ al collo il cappio, sotto la botola». Le parole della Bruno appaiono emblematiche e rappresentative tanto della silloge quanto della componente psicologica della poesia leggera odierna, in cui la rabbia della repressione emotiva, quanto della quotidiana indignazione verso le storture esistenziali, possono confluire in una ritmica vivace e nient’affatto spiacevole.
Citiamo inoltre la lirica di Carlo Scioli, intitolata simbolicamente “Ira”, dove, seppure manchi una sostanziale pulizia del verso, l’Autore propone una lettura concreta e rabbiosa del vivere odierno, utilizzando come riferimento figurato il concetto di colata lavica, che tutto travolge, in una condivisibile visione iraconda di un Mondo sordo e lento nelle attese.
Alessandra Di Gregorio.
Alessandra Di Gregorio, analisi del linguaggio delle chat, analisi linguistica degli approcci virtuali, consigli di lettura, consigli per gli acquisti, Edizioni Il Ciliegio, L'analisi della conversazione in chat, libro sulla comunicazione virtuale, saggio, saggio specialistico, studi specialistici sulla comunicazione in rete
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Suggerimenti di lettura, case editrici on 11 Maggio 2009 at 20:09

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L’analisi della conversazione in chat
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L’uso di Internet ha rivoluzionato il modo di intendere la comunicazione e le possibilità linguistiche odierne in senso scritto e grafico. La virtualità ha un suo linguaggio specifico e numerosi studi che si occupano di analizzare in maniera pluridisciplinare, forme e contenuti dei colloqui degli internauti. L’analisi della conversazione in chat di Alessandra Di Gregorio, dottoressa in Lettere Moderne e consulente editoriale, punta proprio allo studio e al commento di veri spezzoni di conversazioni avvenute in chat. È un testo accademico specifico – afferente alla linguistica e alla sociologia – ma affronta un argomento di grande interesse per specialisti della comunicazione, utenti della Rete, giovani e appassionati fruitori della lingua in genere. Con l’ausilio e il commento di importanti studi di riferimento, appendici di emoticon e abbreviazioni tipiche del linguaggio dell’instant messaging, il saggio propone uno sguardo d’insieme rigoroso, appassionante e piacevolmente diretto.
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L’autrice
Alessandra Di Gregorio (Cugnoli, 1983) è una giovane autrice che ha avuto a che fare con la scrittura precocemente. Ancora bambina compone le prime poesie, ma è con la prima età adulta che si approccia alla narrativa con convinzione, pubblicando racconti sul web e partecipando a concorsi letterari. Laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università D’Annunzio di Chieti, attualmente è collaboratrice freelance di diverse case editrici per cui svolge editing e consulenza editoriale. Cura inoltre uno spazio personale di divulgazione letteraria online recensendo testi della piccola e media editoria italiana.
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Il libro: L’analisi della conversazione in chat
Collana: saggio
Editore: Il Ciliegio
Autrice: Alessandra di Gregorio
Caratteristiche: formato 15×21 , brossura copertina colori plastificata lucida
Pagine: 208 con illustrazioni b/n
Prezzo: euro 18,00
Isbn: 978-88-88996-16-5
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0111 edizioni, Alessandro Bastasi, La fossa comune, narrativa italiana, Recensione libri, recensione libro, romanzo ambientato nella Russia post-sovietica, romanzo politico
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 25 Aprile 2009 at 22:09
Si ringrazia Alessandro per la pazienza.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: La fossa comune
Autore: Bastasi Alessandro
Editore: Zerounoundici
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Selezione
ISBN: 8863071071
ISBN-13: 9788863071078
Pagine: 196
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Come alcuni hanno già fatto notare, di questo libro l’unica nota stonata è il titolo – che lascia presagire altri tipi di storia e altre ragioni sociali. La fossa comune, però, a dispetto di quello che si potrebbe erroneamente pensare, non parla infatti di alcun tipo di eccidio, quanto di una forma allegorizzata di morte comune concreta, intesa quale fine di un importante periodo storico e di conseguenza come l’apertura d’un baratro che ha riguardato il mondo intero. Il quadro che ne viene fuori è senza dubbio un ritratto autentico e corposo, ricco di valenze politiche e storiche che è possibile rintracciare, volendo, anche nella reale cronistoria del nostro recente passato, che dunque affonda profondamente le radici nella storia dell’Europa contemporanea.
Il romanzo di Bastasi segue le vicende di un italiano, Vittorio Ronca, che racconta così come la vede, una Russia post-sovietica impietosa, povera, catastrofica e sporca, in un romanzo che è un po’ thriller, un po’ giallo, un po’ cronaca di un decennio che ha visto il declino di un vero impero, e la commistione, strada facendo, di un senso di riscatto che però si tramuta costantemente in un evidenziarsi di bassezze civili e sociali – il riscatto viene sempre meno, e più la volontà comune si piega di fronte alla mano che sottrae, più si ha la conferma che se sottrarre è così facile le ragioni vanno rintracciate tanto nel tessuto politico di un Paese che in quello sociale di una umanità sempre più disincantata, corrotta e ladra, che imputa alla sopravvivenza comune, le colpe delle proprie malefatte.
Bastasi, chiaro conoscitore della materia narrata, ha la finezza del reporter mentre scrive – non è cinico ma tende alla fotografia umana, attraverso la quale mette in evidenza occhi e facce dei personaggi chiamati in causa, e con essi dischiude un mondo intero, nella forma per lui più evocativa e sincera, dando l’impressione di esserci stato concretamente nella pelle di un Ronca qualunque. Il romanzo consta di una trama piuttosto elaborata, ma il disegno sottostante si muove agilmente tra un narrato fitto, coeso, credibile e ricco, e una “etimologia” del delitto sociale, che fa il verso non solo alla Russia sbandata, corrotta, insensibile e bieca, ma anche a tutta quella generazione odierna incapace di raccogliere l’eredità (umana, civile e politica) del ‘68. Una sorta di denuncia personale contro i traditori di un ideale civile ben preciso, che si esplica in un dettato lineare, linguisticamente rilevante, ed in un intreccio funzionale e altamente politicizzato.
Alessandra Di Gregorio.
L'odore della polvere, passaggio in Marocco, percorsi d'Africa, Progetto Babele, Prospettiva Editrice, racconti di viaggio, Recensione libri, recensione libro, Roberto Salvai, RoboGabr'Aoun, romanzo, tra piste e dune del Marocco, vita vissuta
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 24 Aprile 2009 at 23:09
Si ringraziano Edizioni Babele e Prospettiva Editrice.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: L’ odore della polvere. Tra piste e dune del Marocco
Autore: Robo Gabr’Aoun
Editore: Prospettiva Editrice
Data di Pubblicazione: 2006
Collana: I libri di prospettiva
ISBN: 8874183976
ISBN-13: 9788874183975
Pagine: 392
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Quanta letteratura di viaggio – od odeporica – è stata prodotta nei secoli passati, in forma di lettera, diario, romanzo, satira o cronistoria? E quanta, coloniale, vergata dalla mano dei conquistatori di ogni tempo, dandoci il polso emotivo, sociale e culturale delle imprese che hanno caratterizzato non solo l’assoggettamento territoriale, ma anche l’incontro con l’altro da sé – e una serie di inenarrabili soprusi civili e morali?
Il viaggio, in letteratura, rappresenta, tanto da una prospettiva personale che generale, un momento di incontro, nascita, scambio, e al tempo stesso l’estrinsecazione del pregiudizio culturale (nonché la sua stessa formazione), del preconcetto relativo a popoli ed etnie ritenute a torto minoranze – fino a produrre, in risposta e contropartita, tant’altra letteratura da parte delle suddette minoranze colonizzate. Il viaggio è visto come invito a varcare confini geografici e umani, in uno spostamento da un luogo ad un altro luogo sia in senso fisico che spirituale.
Stanchi però di vedere gli Occidentali profanare coi propri racconti la memoria e le culture altrui – ritenute, per pregiudizio, minori, barbare o selvagge (pensiamo solo a quanto fossero xenofobi e razzisti i Greci, al punto da coniare una terminologia ben precisa per identificare “lo straniero” e “l’ospite” e quanto invece lo fossero meno i Romani), oggi ci troviamo tra le mani un romanzo che è in verità un diario corposo, ricco, vivido e denso, di un viaggiatore moderno alle prese con un particolare moto che è principalmente un viaggio interiore, un cambiamento di prospettiva, un andarsi incontro reciproco, un ospitare l’altro da sé nel più totale rispetto dell’ottica altrui.
Nel libro di RoboGabr’Aoun – al secolo Roberto Salvai, piemontese – edito da Prospettiva Editrice, si realizza – in senso pratico come in senso allegorico – la vera metafora del viaggio come esperienza qualificante per l’uomo. Il suo è un diario dettagliatissimo e puntuale degli spostamenti tra le piste e le dune del Marocco, dove polvere, sabbia, silenzio, elementi naturali, imprevisti, condizioni climatiche avverse, guasti meccanici e soprattutto bisogno di confrontarsi con se stessi, guidano la corsa verso il nuovo, verso un altrove che è sempre un chilometro avanti e che strada facendo getta negli occhi immagini che andranno serbate per la memoria propria e di quei posti. «Io viaggio tra le sabbie, senza sfidare il Grande Deserto, ma assecondandolo duna dopo duna». È questo il messaggio di Salvai e il motivo cardine che gli fa da guida. «Ho scritto queste pagine perché, narrando, il viaggio si perpetua nel tempo, diviene infinito e supera le barriere dello spazio e del tempo». Salvai racconta un Marocco che a volerlo rispiegare a parole proprie non ci si riuscirebbe – come per noi che siamo nella posizione di raccontarlo a nostra volta, in una operazione metanarrativa in piena regola, che ci espone al rischio di apparire innaturali, laddove invece l’esperienza concreta è talmente intensa e pregnante che ha un vocabolario tutto suo e trova voce in un assetto narrativo degno di quegli scrittori d’oggi che con modalità simili ma ragioni diverse, ci espongono meraviglie romanzate in grado di avvicinarci al sogno del viaggio. Salvai il viaggio lo compie davvero ma a differenza di quando si producevano romanzi d’avventura sette/ottocenteschi, per esempio, lui l’Africa la vive da colonizzato – perché per lui l’Africa colonizza per primo il cuore. L’Africa è un luogo da attraversare senza portare via nulla, neanche un granello di sabbia, lasciando esattamente tutto al suo posto, e facendosi unicamente prendere e incantare, lasciando pezzi di sé nei luoghi deputati all’asilo e alla memoria. Il deserto, allora, non è mai un vero deserto, e ciò che l’esplorazione comporta è uno scoprirsi sotto altra luce e altra stella, avvolti da un profumo secco come quella della sabbia che si infila dappertutto e che, con un sol colpo di vento, cambia faccia ad un paesaggio che per alcuni, come Salvai stesso, non si può mai smettere di cercare.
Alessandra Di Gregorio.
Associazione Culturale di Castiglione delle Stiviere, Collana I Sampietrini, Gattogrigio editore, la piramide, Leonardo Tonini, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 24 Aprile 2009 at 15:09
Ringrazio Leonardo Tonini e l‘Associazione Culturale Gattogrigio.
Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: La piramide
Autore: Tonini Leonardo
Editore: Gattogrigioeditore
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: I sampietrini
ISBN: 8896314003
ISBN-13: 9788896314005
Pagine: 60
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La Piramide è il primo volume edito dall’Associazione Culturale mantovana che risponde al nome di Gattogrigio Editore, pubblicato, come tutti i testi editi e promossi dalla rampante iniziativa lombarda, con licenza copyleft e senza scopo di lucro. È l’interessante punto di vista di un letterato italiano che attraverso cinque racconti minimi propone cinque esempi di visione del mondo e dei rapporti umani in esso vissuti e possibili. Il taglio generale dei racconti, e dunque dell’intera raccolta, è retorico – nel senso filosofico più concreto – e se da un lato invita ad una riflessione circa ideali e modi di fare della società come del singolo (spiattellandone difetti, non minimizzandone i conflitti, concentrandone le ottiche) dall’altro pone di fronte ad una letteratura agile, secca, sbrigativa, concisa e pregnante, in cui un narratore alle volte sentimentale, alle volte platealmente idealista, ferreo e riflessivo, si getta in pasto alle lettere con dosato impegno.
Ne Lo Studente, l’impianto narrativo corrisponde ad un assetto dialogico del tutto peculiare. Qui troviamo infatti due persone coinvolte in una speculazione filosofica di un certo interesse. Il tema di fondo è relativo alla ragione per cui si reagisce in un certo modo di fronte agli stimoli; l’Autore sostiene – costruendo una impalcatura nient’affatto male – il ragionamento per il quale è possibile osservare atteggiamenti egoistici anche dietro alle iniziative all’apparenza più nobili. Ne chiarifica le ulteriori caratteristiche, certo, ma non ne dà per forza una chiave di lettura negativa; al contrario, l’Autore traccia, attraverso le parole di un oratore che sa il fatto suo, il fondamento umano per il quale si sta bene a far del bene e non necessariamente ciò che è male – come ad esempio salvare il prossimo perché ci piace la sensazione che ne ricaviamo, benevolenza generale compresa – si può demonizzare a priori. Salvare qualcuno è pur sempre salvare qualcuno, a prescindere dalle ragioni per le quali ciò avviene.
Ne La Piramide, un oratore in solitaria rivolge un discorso ispirato ad una platea di cui non conosciamo dimensione, nome e colore. Un invito ad armarsi unicamente del proprio intelletto per brandirlo contro media corrotti, politicanti da strapazzo, dittature filosofiche vecchie e nuove. Il cambiamento, viene da chiedersi leggendo, può passare solo per la voce di un unico uomo? La storia – dall’antica Grecia in avanti – è piena di uomini che da grandi oratori sono stati ridotti al rango di semplici imbonitori di piazza. La consapevolezza della mancanza di unione e coesione nella lotta è la vera sconfitta dell’uomo che arde di passione civile. Ma chi si brucerà sempre ogni volta come fosse la prima e unica sopportabile? L’uomo comune, o colui che si anima da un pulpito ogni volta diverso, mosso da schiettezza e rettitudine intellettuale, ma vittima dell’immobilismo generale?
In Il punto etico, un uomo e una donna, nudi in un letto, vicini al grado massimo tanto del pudore che della vulnerabilità e della suscettibilità, raccontano come sia possibile giungere allo zero assoluto del desiderio, rappresentando nella pratica ciò che – solo nei concetti – è la brama umana di possedere e concupire un altro essere – al punto da fargli, in segreto, una violenza.
In Una storia inventata, il senso di colpa di un uomo meschino di fronte al tradimento appena compiuto. Il fantasma dell’amante che diviene spettro delle proprie malefatte. La confessione e il racconto di cosa si è fatto, per dire in altre parole chi si è e in quali modi – pur con tutto il fascino di cui si dispone – si conquista una preda, tirando fuori il meglio che la propria faccia tosta permette, per tornare l’indomani i soliti vili nei soliti vecchi abiti.
Ne L’invasione dei Rofo in Italia, Tonini analizza, attraverso un racconto di cui si individua facilmente la retorica – supportata anche dall’intelligente disegno di base del dettato narrativo – la tematica della diversità, nel racconto – al limite tra il favolistico e la cronaca ridicola e dell’assurdo – di una pacifica o meglio non del tutto chiara, invasione aliena. L’alieno assurge qui a figura chiave del discorso sulla problematica del “diverso da sé” e nelle reazioni di coloro che vi avranno a che fare, è chiarita se non del tutto, almeno in parte, la prospettiva umana di fronte a chi in qualche modo non rispecchia canoni facilmente inquadrabili.
Alessandra Di Gregorio.
La Carmelina Edizioni, Lorenzo Mazzoni, narrativa di viaggio, narrativa italiana, omaggio a Victor Jara, Recensione libri, recensione libro, romanzo multietnico, Un tango per Victor
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 11 Aprile 2009 at 22:09
Ringrazio Lorenzo Mazzoni e La Carmelina.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Un tango per Victor
Autore: Mazzoni Lorenzo
Editore: La Carmelina
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8890330023
ISBN-13: 9788890330025
Pagine: 160
Un tango per Victor, di Lorenzo Mazzoni, edito dalla dinamica editrice ferrarese La Carmelina, è un testo sobrio ed elegante, presentato con volontario tono dimesso – frutto dell’uso di un calibro personale ragionato, non sicuramente di una mancata capacità di vivacità letteraria. È la storia di Denil, musicofilo italo-cileno immerso nella multi-etnicità di Amsterdam e dei suoi canali.
È un testo che andrebbe suonato, annusato, fumato, amato, ammiccato, filmato – in cui sesso, amore, nostalgia patria, problematica sociale, abuso storico, tragedia umana, omaggio politico e riflessione esistenziale, si alternano al Sunflower Bay, tra un disco e l’altro, un avventore, una canna rollata sul posto, un succo d’arancia. La piacevolezza di Mazzoni si evidenza nella penna docile, che non cerca di strafare ma al contempo è in grado di creare sommovimenti inattesi in un climax che prepara alla svolta, nella generale pacatezza e accondiscendenza che scandisce la vita ovattata di un Denil all’apparenza sottotono.
È come se il libro avesse due anime che si abbracciano di continuo pur restando nette e separate: da un lato l’anima risentita e vilipesa di italo-cileno, i cui occhi sono meno offesi di quelli di zio Victor, ma non per questo meno sensibili ai racconti degli esuli – i passi dedicati al racconto della vita (e soprattutto del massacro) di Victor Jara toccano apici di umanità e poesia inattesi – dall’altra i moti sentimentali privati, ritratti splendidamente nella descrizione e narrazione della folgorante attrazione per la tanguera argentina che si esibisce in piazza, in un trionfo di sensualità in cui la carne non offende la pagina ma la rende viva con estrema grazia e dolcezza. La tenerezza di un incontro che poi diventa effusione panica, colora la pagina e cola sui nostri occhi affascinati, mentre tra un bacio e una carezza Denil perde e ritrova se stesso, colorandosi a sua volta, accendendosi, risvegliandosi nel moto ondoso di un sentimento che lo sovrasta.
Un tango per Victor, prima che lei vada via senza ammettere che vuole esser seguita. Anche se poi un tango non basta mai e il tempo del canto è tempo del corpo e raffreddato il primo, il secondo cessa di riflesso.
Alessandra Di Gregorio
Ibiskos, L'aura di tutti i giorni, Laura Boerci, narrativa, Recensione libri, recensione libro, romanzo di formazione, testimonianza di vita vissuta
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Marzo 2009 at 20:09
Ringrazio Laura.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: L’ aura di tutti i giorni
Autore: Boerci Laura
Curato da: Pierpaoli S., Mecenate S.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Edizione: 3
Collana: Testimonianze
ISBN: 8854603228
ISBN-13: 9788854603226
L’aura di tutti i giorni o Laura – come nel gioco lessicale della sonettistica petrarchesca, in cui Petrarca gioca sui significati di Laura/l’aura e lauro/l’auro – è una narrazione semplice e moderata che quasi trae in inganno col rifiutarsi di Laura di mettersi a urlare.
Laura Boerci indubbiamente colpisce per l’eleganza, il buongusto, l’umorismo irriverente e dolce, la proprietà di linguaggio e l’incantevole verve. Si racconta in un romanzo che è anche diario, nel quale mette a nudo debolezze all’apparenza limitanti (ma che avrebbero istupidito più del 90% di noi e che lei invece amministra in una maniera che lascia di stucco) e una vita ricca di affetti e momenti – tutti di rilevanza eccezionale per la formazione di una giovane donna che non ha qualcosa in meno ma esageratamente qualcosa in più. «A volte penso ai bambini che non ho avuto» dice «Con una schiena così dovetti dire addio a tante cose ed anche a qualche sogno. Ero una guerriera senza forza, imprigionata nell’armatura. Addio a vestiti scollati e stretti. Addio all’idea di avere bambini». Laura soffre di atrofia spinale ed è una costretta in un corpo che non l’asseconda, mentre la sua anima è così fervida e libera che tale costrizione sembra un contrappasso per peccati mai commessi. La difficoltà oggettiva di una vita che teoricamente schiaccia, è qui esposta e rievocata con voce adulta e tenera. Un percorso accidentato affrontato a viso aperto sempre, visto come lotta contro il limite peggiore – che è quello mentale – che non conosce arresto neppure con le grandi perdite. Laura non vacilla – apparentemente o concretamente, e da un certo punto in poi non sappiamo più rintracciare differenze – ed è stoica ma resta tutta da cullare. La puoi tenere tra le braccia e lei si fa sempre più piccola, in certi momenti, e la tenerezza infantile che la pervade, in un gioco di equilibrio/squilibrio con le velleità di indipendenza e ribellione di ogni ragazza comune, la rendono affascinante e grandiosa proprio in ragione di quel guscio fragile che prende colpi ma non la convince alla resa. Laddove molti avrebbero abdicato, lei trova nuovi spunti vitali.
Laura non è mai sola. Amici e amori l’attorniano, ma più di tutti divide le sorti con un fratello: Gianlù – come lo appella lei – che ha la stessa fragilità ed è la sua piccola anima gemella, ma non ha la stessa tempra. La natura lo condanna e se lo porta via. La lettura in questi frangenti diventa impossibile, ciò va detto. I significati si addensano, i sentimenti anche. La narrazione è così tersa da lasciare stupefatti, ma il dolore ha una trasparenza indicibile e trova spazio in un dettato lineare e nitido, arrivando come un pugno. Vien voglia di prendere Laura in braccio e portarla via da tutto quanto, ma lei stoica non cede.
La testimonianza di questa vita – di tutte le vite qui contenute – si spinge decisamente oltre la mera cronaca, oltre il puro dato biografico, oltre i limiti del romanzo, per diventare affresco lucido, doloroso, drammatico e vivido, di una straordinaria vicenda umana e personale, di una donna mai schiava di una forma, ma fattasi contenuto estremo, elegante e incantevole.
Alessandra Di Gregorio.
Effepi Libri, Pornografia sesso e femminismo, rapporto pornografia e femminismo, Recensione libri, recensione libro, saggio sulla pornografia, saggistica, studi di settore sul sesso
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Marzo 2009 at 14:09
Si ringrazia Effepi Libri
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Pornografia, sesso e femminismo. Un filosofo liberal confuta le più frequenti accuse contro il porno
Autore: Soble Alan
Traduttore: Di Falco D.
Editore: Effepi Libri
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8860020107
ISBN-13: 9788860020109
Pagine: 229
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Cos’è in realtà la pornografia e quanta colpa ha nello scadimento del costume odierno? È questo ciò che ci viene da pensare prendendo in mano questo volumetto di Effepi Libri dall’aspetto indubbiamente peccaminoso, sulla cui copertina campeggia una signorina niente male che non ci farà la cortesia di coprirsi per essere ignorata (o solamente per evitare commenti laidi), e ci inviterà piuttosto a prenderci la responsabilità di guardarla bene, prima di accennare alla benché minima e inutile apologia femminista – femminista nel senso superato e ristretto del termine, ritengo.
Il saggio, così come si presenta, non presta il fianco alla facile critica che ha nel tempo analizzato la pornografia senza però mai analizzarla veramente (e, come sostiene l’Autore, forse senza mai aver mai visto davvero una pellicola piuttosto che una immagine), in una operazione di censura volta solo a negare una evidenza di ben altra natura, proponendo al suo posto una chiave di lettura del tutto fuorviante quando non addirittura ridicola e volontariamente ingannevole e ottusa.
Soble rovescia alcuni dei modelli sinora esistenti, usando una logica nient’affatto pretenziosa, e sondando la problematica pornografica da un punto di vista maschile ma non maschilista, in cui la figura della donna – a dispetto di quanto banalmente sostenuto dalla generazione femminista che si è trincerata nella difesa totale dell’elemento femminile senza però capire da sé il potere implicito e rivoluzionario che tale istanza ha nella realtà pratica, oltre che in quella dei valori – appare tutto fuorché derisa e violata. La pornografia, vista e analizzata senza preconcetto, esplica la sua azione “salutare” nei modi più disparati e quel che viene sottolineato è che – fuor di ogni dubbio – la pornografia (concettuale) sta negli occhi di chi la cerca e guarda, non tanto nel contenuto, perché le immagini sono polisemiche per loro implicita natura, e ciò che rappresenta la perversione di uno non è detto che rappresenti anche quella di altri. Si cerca poi proprio di far luce su ciò che è pornografia – anche solo fine a se stessa – e su ciò che rappresenta il sogno erotico in sé o la perversione, perché il filone perverso non è prettamente pornografico così come lo intendiamo noi. Oggi la Rete ci offre un ventaglio di possibilità d’indagine – oltre che di trastullo – che non può trarre in inganno l’occhio onesto che vi si approccia con scopo critico. A voler bene sgranarli, gli occhi, tutto vedremo fuorché stupri e violenze su donne succubi (i video snuff non afferiscono alla pornografia, quindi c’è da fare anche una dovuta chiarificazione a questo riguardo, specie perché rappresentano una casistica da inquadrarsi molto a latere) ma vedremo l’esplicazione di un potere che piuttosto tende a schiacciare il maschio che non può farne a meno, e deve possedere non limitatamente a scopare, ma a venerare, il corpo femminile in ogni sua appendice e mucosa.
Alessandra Di Gregorio
cuore di diavolo, Ferdinando Balzarro, narrativa, Prospettiva Editrice, Recensione libri, recensione libro, romanzo
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 20 Marzo 2009 at 22:09
Ringrazio Prospettiva Editrice per i suoi volumi e la collaboraiozne.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Cuore di diavolo
Autore: Balzarro Ferdinando
Editore: Prospettiva Editrice
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Lettere
ISBN: 8874184689
ISBN-13: 9788874184682
Pagine: 95
Cuore di diavolo è un romanzo cinico e disinibito il giusto. Lui e lei si alternano alla narrazione giocando al racconto diaristico, intimo e sfacciato, del chi-dove-come-quando-perché nasce una attrazione che merita il biasimo della Civiltà perbene e decreta il disamore delle persone per le strutture affettive consolidate dalla Società e accettate nel tempo.
Un uomo e una donna che diventano amanti non sono solo due sessi che si fondono; non è mai mera questione di rapporti fugaci da consumare. La grandezza dell’atto varia sensibilmente in base al grado di sicurezza di sé che le persone hanno. Quando due sono troppo realisti per farsi gabbare dall’amore così come ce l’hanno insegnato, subiscono una spinta che li tormenta dal fondo fino a portarli a valicare confini relazionali esplorabili principalmente col sesso. L’Autore va ben oltre la normale soglia d’indagine, e la disamina che fa dell’amore – tanto di quello corporale, che di quello ideale, lungimirante, imposto, codificato dai canoni, eccelso, libero, corale, spirituale e osceno – è spesso un pugno nello stomaco. Un uomo di mezz’età che s’invaghisce di una ragazza più giovane non è solo un fatto di costume o una macchia nera sul curriculum coniugale di molti mariti. L’Autore ci prospetta il fatto dal punto di vista di ambo gli amanti e di fronte a noi si dipanano due vite differenti e un senso di incompletezza che appartiene a tutti. Vengono smitizzati fatti e luoghi comuni della vita di coppia e al tempo stesso il disagio intero di una umanità piena di disamore. Consumate le voglie, persino il Natale non ha più senso. Il commercio dei beni di prima necessità – e tra questi l’amore – viene pesato e valutato e la difficoltà del lettore sta tutta nel dover fare i conti con la propria morale. Da una parte la morale imposta e fraudolenta di rapporti opacizzati, dall’altra la morale del non-avere-una-morale, che se da un lato allieta e rende liberi, al tempo stesso paga il pegno dell’assenza di legami saldi. La punteggiatura rarefatta rende la lettura difficoltosa, come a voler di proposito spingere il lettore ad uno sforzo essenziale a ponderare bene le parole e il senso di quanto esposto. Un romanzo che invita alla riflessione sui rapporti umani e sui legami sentimentali.
Alessandra Di Gregorio.
Catturandi, Dario Flaccovio Editore, libro su Cosa Nostra, libro su sezione Catturandi Squadra Mobile di Palermo, libro sulla mafia, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 16 Marzo 2009 at 14:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Catturandi
Curato da: I. M. D.
Editore: Flaccovio Dario
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 8877588535
ISBN-13: 9788877588531
Uscito in libreria il 15 marzo, Catturandi è pubblicato da Dario Flaccovio Editore. Precisiamo subito che non è un romanzo quanto piuttosto un “manuale”, un testo redatto in forma chiara da uno che alla sezione Catturandi ci lavora, e che si firma con l’acronimo I.M.D. ed è meglio conosciuto come il “Maresciallo dei telefoni”.
I.M.D. è sovraintendente della Polizia di Stato e lavora alla sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo. All’indomani (in senso lato) di pesanti arresti – non ultimo quello del boss latitante Bernardo Provenzano – fare il punto della situazione risulta utile ed interessante e chi meglio di “un uomo col passamontagna” può dirci come sono le cose viste dal di dentro? Ufficialmente le sezioni Catturandi sono solo due: quella di Palermo e quella di Napoli, ma le altre – tra cui quella di Trapani e Catania – sono uffici nati all’interno delle sezioni antimafia stesse.
Se ci aspettiamo però di trovare retroscena di mafia oscuri, in questo libro non ne troveremo – per ovvie ragioni, e soprattutto perché qui la cronaca entra limitatamente agli aspetti “tecnici” ed istituzionali delle indagini e di chi le compie, e non viene commentata, pena il rischio di uscire fuori tema -, ma avremo importanti chiarimenti circa il prezioso lavoro sul campo degli uomini impegnati nella ricerca e cattura dei più pericolosi latitanti di Cosa Nostra.
Il libro si presenta con una copertina accattivante e un contenuto svolto in maniera razionale e pratica. Da un lato si affronta il discorso relativo alla parte ufficiale di un lavoro di così alta responsabilità, dall’altra si analizza a fondo la struttura del potere mafioso e se ne tracciano le linee esatte riportando nomi e cognomi di una ricca casistica tristemente nota ai più, perché appunto L’Autore ci racconta passo a passo l’impegno che grava sulle forze dell’ordine in Italia – facendo anche un parallelismo con l’FBI statunitense – alternando esperienza concreta e piccoli aneddoti relativi a importanti catture – come quella dei Lo Piccolo – fino a risalire e rintracciare le ragioni stesse che governano gli affiliati a un ordine mafioso e a porci di fronte ad una realtà locale problematica e dalle spesse radici, che trova appoggio e giustificazione anche a livello social-comportamentale in una dimensione per molti versi arcaica.
Al di là delle semplici constatazioni di fatto e senza retorica, si costruisce un capitolo alla volta la verbalizzazione – asettica il giusto – delle tappe della ricerca e neutralizzazione di un organismo complesso e ramificato come la Mafia siciliana, che va compreso, studiato, vissuto, per poter essere anche perseguito. Il nostro interesse allora si appunta su questo, sulle parole di un uomo che in presa diretta si adopera per lo Stato e che, seppure senza poter onestamente dormire sogni tranquilli ogni notte della sua vita, sicuramente aiuta il resto del popolo italiano a farlo – e per questo c’è da essere più che grati. Catturandi avvicina i profani ad una materia sommersa, al di là della fiction.
Adg.
Enrico Astolfi, La Carmelina Edizioni, Lorenzo Mazzoni, narrativa, narrativa provinciale italiana, Palude, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 8 Marzo 2009 at 18:09
ringrazio Lorenzo Mazzoni, La Carmelina Edizioni ed Enrico Astolfi.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Palude
Autore: Astolfi Enrico
Editore: La Carmelina
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8890330031
ISBN-13: 9788890330032
Pagine: 138
Palude è il brillante romanzo di Enrico Astolfi ambientato a Ferrara e nell’idea del ristagnare di situazioni sempre uguali a se stesse, e delle condizioni atmosferiche nella provincia minima italiana. Il testo si può leggere come un romanzo ma anche come una serie di racconti autonomi, tant’è che se iniziassimo dal terzo capitolo piuttosto che dall’ultimo, non troveremmo problemi nel discernimento della storia, anche se Palude ha a suo modo una certa circolarità. I racconti che animano il libro ci espongono situazioni diverse ma parallele, vite intrecciate da una comunanza che non è solo data dalla territorialità limitante (ma poi veramente limitante?), storie scandite stilisticamente in modi molto differenti tra loro – partendo in sordina e finendo in sordina, ma serbando nel mezzo, tra il principio e la fine, il meglio del senno narrativo di un Astolfi autentico e profondo.
L’Autore ha una mano ferma e pacata – e a maggior ragione più brava nel rendere l’idea di catatonica immobilità di un piccolo universo nell’universo, in cui figuri monotoni e stolti si muovono al rallentatore conducendo vite appesantite dalla nebbia. Mediocrità, noia, violenza gratuita, spacciatori di droga, tifo violento, parabole destinate a perdersi e infrangersi. Su tutti però si staglia la storia di Clara e Mimmo, ed è qui che l’Autore ci concede uno spiraglio di sole; lì dove le gonne di Clara si sollevano alle brezze leggere e le parole che Mimmo rivolge all’amata/odiata amica/amante/confidente sono scritte col fuoco anche quando il tratto è leggero e sognante, addolorato e lacrimevole. L’esempio di una storia d’amore che rischiara i cieli villani e tronfi di una località in cui la nebbia tutto affoga e la mediocrità si fa partito. La poetica di Astolfi si dipana qui, dirompente, alle volte scostumata ma leggera, scollacciata e spesso candida, ilare, schietta. La leggerezza svagata e franca che si denota nel mezzo espressivo utilizzato, cattura il Lettore in un tenue sguardo d’insieme che sceglie, in luogo dell’imposizione di un punto di vista univoco, l’immediatezza della fotografia dal vero – e se da un lato svela volti senza faccia, dall’altro esalta un quotidiano spesso sciatto ma degno d’esser visto anche nel riflesso di una penna. L’invito di fondo ci appare come un inno all’osservazione delle realtà quotidiane minime, ricche di sogni inespressi, di vite appese, di esistenze in bilico, ricettacoli di storie incredibili e chiaroscuri inestimabili.
Alessandra Di Gregorio
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 8 Marzo 2009 at 16:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Ti seguirò ovunque andrai
Autore: Pagano Loredana
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862233736
ISBN-13: 9788862233736
Pagine: 53
Il romanzo della Pagano TI SEGUIRO’ OVUNQUE ANDRAI, edito da Boopen, è un romanzo declinato in salsa rosa che accarezza il palato con una certa timidezza e lascia pressoché insoddisfatte le buone forchette – che s’aspettano di necessità una lettura in grado di solleticare il gusto sufficientemente bene.
Dalla sua ha particolarmente la velocità del tracciato e la non tediosità data da un volume contenuto, ma la mancanza di pulizia del testo e l’ingenuità della scrittura rendono altresì difficoltosa tanto la lettura che il gradimento generale della stessa. Il soggetto del romanzo, preso così com’è, appare di per sé valido – storia d’amore che sboccia all’improvviso facendo risorgere la protagonista dalle ceneri di una relazione precedente andata male – ma lo svolgimento è appena sufficiente a permetterci una giusta fruizione del narrato e il risultato complessivo appare deludente. L’impianto stilistico è carente e linguisticamente siamo di fronte ad un’opera lacunosa e scolastica. L’Autrice denota un certo desiderio d’imporsi con la scrittura – e perché non dovrebbe? – e tuttavia viene meno al suo stesso bisogno con la fretta di pubblicare un testo obiettivamente poco curato, in cui ad una immaturità narrativa generale, si aggiunge una mancanza di strumenti personali che permettano la rielaborazione delle idee e la loro successiva fissazione nel romanzo. La speranza è dunque di rivedere la Pagano tra qualche anno, con nel bagaglio una migliore dialettica che le permetta di trasfondere sulla pagina quanto potenzialmente ha da dire, e soprattutto la conoscenza e l’abilità che solo il lungo esercizio possono darle. Si può ritenere il libro come un approccio preliminare ad una scrittura che attende solo di poter sbocciare – per cui, lungi dal voler proporre stroncature, perché lo scopo di una lettura è unicamente un invito a migliorare, si attendono sviluppi.
Adg.
0111 edizioni, deliri e disagi, Marco Di Pinto, narrativa, narrativa da delirio
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 28 Febbraio 2009 at 11:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Deliri e disagi
Autore: Di Pinto Marco
Editore: Zerounoundici
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Opera prima
ISBN: 8863070997
ISBN-13: 9788863070996
Pagine: 84
Deliri e Disagi, pittoresco volumetto della 0111 Edizioni – casa editrice attivamente impegnata nella creazione di una rete di lettori che sappia apprezzare la letteratura sommersa di un’editoria spesso poco accreditata ma non necessariamente meno valida – è la rappresentazione egregia dello stato d’animo dell’uomo odierno, del giovane che viene bombardato di input il più delle volte stupidi – puro inneggiamento all’omologazione, alla dipendenza incondizionata da Mamma Tv, all’inscatolamento di un intelletto vissuto alla stregua di un accessorio. Media, politica, amenità quotidiane, sono queste le cause del malessere sociale che se dapprima si limita a serpeggiare non notato, adesso è fin troppo evidente e tende a soffocare lo spirito, ed è in questi momenti che solitamente la gente SBROCCA – per dirla con un termine poco aulico ma significativo. Oggi c’è da perder la testa – e la cronaca dei telegiornali porta il conto dei morti ammazzati dalla gente che sclera e sembra di vivere in un reality in cui il tema portante è Arancia Meccanica. Tutti corrono, tutti sbraitano, tutti sono spronati ad avere velleità artistiche quando l’arte non sanno neanche cosa sia, tutti aspirano a dei troni ma non hanno mai avuto regni o titoli; tutti vorrebbero non averci mai conosciuti o anche solo sposati e non s’accorgono che mentalmente contiamo fino al fatidico dieci pur di non gettar loro le mani al collo per avere finalmente un po’ di quel silenzio che tanto ci manca; siamo circondati da cenerentole coatte e le nostre vite sono romanzi metanarrativi in cui persino i nostri personaggi vogliono farci il culo. Arriveremo ad un punto in cui la fantasia la venderanno sottoforma di flebo e dovremo farci scorpacciate di felicità endovena perché lì fuori non c’è più modo di esserlo veramente – o forse siamo già in questa sottospecie di stato comatoso e non ce ne capacitiamo che per un sottile alito d’intuizione, che però non va mai più al di là di questo… Il testo, seppure qui e lì zoppica per via di una poco accurata attenzione alla pulizia generale, è uno di quelli che “hanno decisamente un perché”, proprio per il grado di consapevolezza – tanto in maniera diffusa che locale – relativamente al baratro in cui si trova il nostro intelletto. Sono veramente anni bui questi? Ci sarà mai una rivoluzione – qui potremmo ricercarla ad esempio nell’immagine dell’uomo che brandisce il martello davanti agli occhi sbarrati della moglie finalmente zittita – che possa scuoterci tutti da questo oleoso e spiacevole torpore? La smetteremo mai di affidare a Mamma Tv i nostri figli sin da prima dell’età della ragione? Deliri e Disagi è una fotografia spassionata ma inclemente, perché senza vergogna la macchina da presa di Marco Di Pinto ci vede come tanti matti al manicomio ma senza sbarre alle finestre o camicie di forza abbastanza robuste.
Alessandra Di Gregorio
Colori del tempo, Ibiskos, narrativa, Paola Martini, Recensione libri, recensione libro
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Febbraio 2009 at 20:09
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recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Titolo: Colori del tempo
Autore: Martini Paola
Curato da: Balsamello M. B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Delphinium
ISBN: 8854604674
ISBN-13: 9788854604674
Pagine: 120
…
A quanti non succede, sfogliando un album di vecchie foto, di avere subito chiaro e distinto nella mente un ricordo preciso, un aneddoto, un volto famigliare, un posto, un lembo consumato di stoffa, il fruscio degli abiti durante un abbraccio, un arrivo, una partenza, un addio e un arrivederci consumati ad un binario?
Colori del tempo è in fondo questo: un affresco essenziale e luminoso, alle volte sospeso alle volte no, in cui un linguaggio sapido e delicato si rivolge agli anni verdi a Villa Gina e l’infanzia e l’adolescenza scorrono leste tra libri, cicatrici, Tata, il piccolo Francesco, la farmacia del babbo, i preservativi usati a mo’ di palloncini per improvvisate ghirlande festose, il liceo classico e i primi amori e dissapori di vite che sono ancora primavere in boccio – e ad una fase successiva, in cui la maturità si presta al matrimonio e a porci innanzi ad una donna già fatta, che parla della Maremma e dell’amore, e che sembra lontana anni luce dalla bambina che va a dormire imbacuccata perché in casa non c’era il riscaldamento. Il romanzo della Martini ha atmosfere sospese, seppure la storia sia ben contestualizzata e luoghi e nomi riferiti ad altrettanti nomi e luoghi non propriamente di fantasia; ciò che rende l’idea di sospensione è proprio il ritorno ai timidi albori imbastiti con capacità e giusto grado di ponderazione – tanto tematica che linguistica. Il concetto di legame affettivo e legame temporale a cose e persone, è ciò che lega le due storie e che fa brillare la figura di una protagonista dolce e decisa – che ci riporta alle atmosfere di Ritratto in seppia di Isabel Allende, a quelle di Mal di pietre di Milena Agus e della Mennulara, di Simonetta Agnello Hornby, che esaltano, in atmosfere ricche di tensione emotiva, intensità letteraria, sentimento e attaccamento alla terra originaria, femminilità dai contorni netti, mai avulse da elementi territoriali basici la cui memoria si rinnova di sentimento in sentimento. L’Autrice dunque opera nelle profondità della rievocazione d’elementi cari, per rinverdire non solo l’ampiezza di un ricordo ma anche e soprattutto l’emozione della storia nel suo stesso compiersi e snocciolarsi quotidiano e all’apparenza innocuo. Il ricordo, nel momento in cui si forma ed è declinato ancora al presente verbale, appare anonimo e sbiadito e non certo sempre degno d’attenzione; allora è il tempo l’elemento chiave che permette – alla Martini come a noi tutti – di soppesare e dare il giusto valore a ciò che s’impreziosisce mentre l’orologio scorre, e anche se ci spostiamo in avanti – come quel paio di lancette che tutto sottomette – la memoria è sempre un passo dietro a noi, proiettata in una rincorsa alla quale taluni sfuggono mentre altri se ne lasciano irrimediabilmente catturare. La penna della Martini si sofferma docile, amabile, femminile, spesso timida ma sempre appassionata e solerte, a sottolineare un intero mondo di tasselli emotivi di gran pregio, descritti con la minuzia dello scrivano che, cosciente di dover mantenere in vita una memoria autobiografica più o meno romanzata, – i cui limiti non ci è dato sapere né forse c’interessano veramente o possono esserci di qualche aiuto – intarsia le parole come su un diario nato espressamente per la divulgazione, in cui i segreti vengono affrontati non meno liberamente delle verità storiche ed ambientali, affinché niente si celi a chi legge, neppure la profonda emozione dell’atto stesso della scrittura.
Alessandra Di Gregorio.
Edizioni Controluce, l'erba sotto l'asfalto, Maria Lanciotti, narrativa, narrativa storica, Recensione libri, recensione libro, romanzo, storia della piana di Castelli
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 19 Febbraio 2009 at 00:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: L’ erba sotto l’asfalto. Storie dalla piana dei Castelli dal ‘55 al ‘75
Autore: Lanciotti Maria
Editore: Controluce (Monte Compatri)
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8895736001
ISBN-13: 9788895736006
Pagine: 336
L’erba sotto l’asfalto – Storia della piana di Castelli dal ‘55 al ‘75, di Maria Lanciotti, pubblicato da Controluce e patrocinato dal comune di Ciampino, è un diario storico ricco di fatti, volti, cose, luoghi e reminescenze sempreverdi – che non è mai fuori luogo arieggiare, come quelle stanze di case antiche, amate eppur vuotate dal tempo, che non ci porteranno giammai a lasciar crollare l’imponente edificio ora disadorno, perché di noi lì tutto resta, nelle trame spesse di una casa che parla per noi di cose già andate. È un libro che viene scandito da una ricca ripartizione interna, in cui i singoli capitoli simboleggiano periodi storici e geografie contestualmente rilevanti nell’Italia del cambiamento, e i paragrafi interni lo scorcio di vita della selva di personaggi che sfila nel denso della riflessione pacata, sentita, mai stonata, di una voce che si eleva con lo scopo di fissare con l’inchiostro quello che foto o testimonianze altrui non fissarono mai direttamente. L’Autrice, sapiente e candida narratrice dei luoghi che ben conosce, che ha calcato con la pratica negli anni e che tinge a seconda del grado d’intensità della rievocazione, coglie – già nel solo posare lo sguardo su una faccia amica – l’occasione ridente per una scrittura – ora ricamo, ora ricco intarsio – che si fa porta d’ingresso per la cospicua moltitudine di nomi che affollano la sua memoria. Un romanzo voluminoso e vivido, in cui al ritratto spesso si sostituisce la cronaca e alla cronaca s’avvicenda l’elettrizzante diario ritmato e bello, di una ragazza verde come la scrittura e il pensiero di cui si macchia. Ella, col pragmatismo noto dell’osservatrice consumata, e la preziosità della scrittura più linda, si sofferma su una realtà urbana nota, che è quella che ci fornisce tanto spunti autobiografici d’interesse che brillanti osservazioni sull’indagine del mondo e delle cose. Questo romanzo, di spessore contenutistico e fisico, ci proietta in un’Italia che fu, la quale viene fatta rivivere un ciottolo alla volta, in un quadro datato eppure all’apparenza privo di età e ragnatele. La Lanciotti, che a Ciampino ha vissuto buona parte della vita, ci prende per mano e ci porta con sé, lungo le strade sconnesse del tempo e le locali attrazioni umane che si perdono nel luna park di una giovinezza bianco e nero. Il suo dettato è brillante, vibra nell’intensità della memoria; è pregnante, ilare e svagato, non è mai banale né si perde in ingenuità scolastiche. La sua penna è agile; la storia si muove come per associazione di idee, e si ramifica dieci volte dallo stesso ramo, a seconda di quante cose un singolo evento può riportare alla mente e agitarle la penna. Quello che ne vien fuori è un quadro complesso e vario, tiepido e appassionante, che ci proietta – lungi dal voler manifestare il patetismo di tanta letteratura della memoria nota e meno nota – in una striscia permanente di colore, che non s’asciuga se non quando l’inchiostro della Lanciotti ha messo l’ultimo punto finale.
Alessandra Di Gregorio.
A un terzo dei mille, giallo d'autore, Ibiskos, narrativa, Paolo Viglianisi, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 17 Febbraio 2009 at 13:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: A un terzo dei mille
Autore: Viglianisi Paolo
Curato da: Baldacci Balsamello M.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604038
ISBN-13: 9788854604032
Pagine: 154
A un terzo dei Mille è il romanzo di un giovane autore che mi ha conquistato dalla decima pagina in avanti. Poi il libro l’ho letto a pezzi notte dopo notte ed ammetto che rielaborarne la complessità così dosata, intelligente e compiuta, non è molto facile. L’Autore ha una malizia di fondo che mi piace, che pervade la sua arte e viene amministrata con ingegno e bravura; se la vive con eleganza e se la gusta un personaggio alla volta, tracciando rotte divertenti e intriganti sotto ai nostri occhi sbigottiti per l’accadimento principale che contraddistingue la storia. Di fronte a noi mette tre caratteri diversi, tre uomini, tre vite separate che improvvisamente s’intrecciano l’una all’altra: Rosario, Luigi, Maurizio. Dare un’indicazione circa il genere letterario praticato da Viglianisi potrebbe forse essere tanto riduttivo quanto fuorviante; l’idea che me ne sono fatta, però, inquadra il suo romanzo nella giallistica italiana meno consumata da schemi triti e ritriti che ne svendono potenziale e carattere, perché qui infatti siamo di fronte ad un giallo con risvolti rossi neri e rosa, dove agli omicidi si coniuga l’amore, al sangue la passione, al giallo dell’uccisione il bianco di un foglio che non c’è dato di riempire di tutte le velleità d’artista che non si consumeranno mai più. Sì perché Luigi lavora alle Poste e si fa Giulia, ma da grande vorrebbe fare lo scrittore e si mette una scatola in testa per creare il buio attorno e focalizzare l’attenzione su pochi piccoli particolari più o meno rilevanti; Rosario lascia la sua calda Palermo in direzione di Roma ma un imprevisto lo costringe a prendere il primo treno per un posto che non conosce – e in cui alla lunga resta – di cui non sa nulla e con la possibilità più che probabile di farsi scoprire; Maurizio suo malgrado arriva quando le cose sono già avvenute: di tempo per riparare ai danni non ce n’è più abbastanza. Rosario ha fatto quello che andava fatto, Luigi ha fatto la diretta conoscenza di un sog e Giulia ha rischiato l’infarto o di farsi sgamare dal marito cornuto e contento. Il puzzle di Viglianisi s’intessera una pagina alla volta, trascinandoci dentro alla storia sulle rotte italiane del delitto e della constatazione, in un crescendo di ricordi, aspettative e agitazioni – della carne e del cuore – fino all’epilogo cui avremo fretta noi stessi di giungere – ma che l’Autore non ci concederà che a tempo debito. La penna di Viglianisi è arguta e brillante. L’intrico della trama ben ponderato, sensato, ben riuscito. Il dettato è interessante, ricco, elegante, duttile. Il romanzo apprezzabile, piacevole, avvincente. Il connubio tra azione e riflessione è forse uno degli aspetti meglio interpretati, perché se è vero che quando c’è un morto di mezzo solitamente ci sono anche una caccia e una fuga, in questo romanzo abbiamo anche e soprattutto annotazioni da diario delle intenzioni e del cuore. In questo Viglianisi si distingue, in questo Viglianisi eccelle. Ha scritto un romanzo che della timidezza non sa giustamente che farsene, e che ci fa sperare francamente in un seguito.
Alessandra Di Gregorio
Achille Signorile, book on demand, Boopen, narrativa, narrativa italiana, Rafelina piglia l'anguria, romanzo
In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 10 Febbraio 2009 at 02:09
Ringrazio Achille per il fatto di essersi dichiarato esterrefatto di fronte alle mie parole.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Rafelina, piglia l’anguria
Autore: Signorile Achille
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8862230303
ISBN-13: 9788862230308
Pagine: 135
Aprendo questo libro ero già carica di aspettative, perché questo è il solo modo che adotto per approcciarmi alla lettura; mi ci sono infilata un’intera giornata, terminandolo con profonda gioia e appagamento. Sì perché le buone letture non sono sempre rintracciabili nel fornito catalogo di un noto editore, o nella rinomanza che spesso premia più per meriti teorici che concreti, e allora la ricerca dell’autore di nicchia o del titolo poco noto, diventa un modo ottimale per scoprire le perle di cui questo mare è riccamente abitato.
Il romanzo di Signorile ce ne offre una splendida conferma e l’entusiasmo che mi ha procurato è dovuto principalmente all’intreccio brillante e alla scrittura infarcita di una grazia un po’ demodé – ma di quelle col fascino onesto dello scrittore d’altri tempi, che di cose da raccontare ne ha tante e non usa mai una retorica spicciola per intesser discorsi o giri di parole, e che anche di fronte all’indecisione del registro migliore da utilizzare riesce a farle vivere sulla pagina in modo tanto naturale e gustoso. Il piacere di una lettura come questa, che devi andare a scovare personalmente e che vale il tempo speso, sta tutto nell’atmosfera vecchia Italia del Sud e a quattro fratelli attorno ai quali ruotano le vicende famigliari e paesane di uno spaccato di società rurale meridionale – appeso tra l’ansia dell’innovazione e del miglioramento, e il peso della tradizione più consumata. Signorile racconta attraverso la viva voce di uno dei quattro, le gesta infantili e adolescenziali di quelli che saranno i nostri eroi dal principio sino alla fine, svelandone segreti, manie, pulsioni, tenerezze, curiosità, grandi e piccole scoperte, e soprattutto il gusto spensierato per una vita che di spensierato non concedeva poi così tanto ma che andava comunque presa a morsi e affrontata di petto. Erano altri tempi quelli, e allora il racconto si inerpica su su per il campanile, dove il vecchio sagrestano amministra la sacra mansione di suonare le magnifiche campane, modulandone il suono e la combinazione a seconda della ricorrenza – più fausta meno fausta – e scandendo, attraverso la descrizione della sua salita fino in cima, il tracciato dell’esistenza propria e altrui, in un crescendo di emozioni, ilarità e saggezza più o meno spicciola, vissuta uno scalino alla volta. Mentre le pagine scorrono e i nostri eroi si fanno grandi – e scoprono il sesso e sono costretti a uscire con le ragazze brutte per non passare da fessi; o ad entrare in seminario perché così si usava, ad educare i fratelli più piccoli sulle meraviglie custodite sotto le gonne di Marianna; a mandar giù i terribili papponi che il babbo imponeva a tavola forse in memoria degli anni di prigionia di cui però non parlò mai apertamente; ad assistere alle pantomime materne di una tipica donna del Sud che tiene alle differenze sociali e detesta bestemmie e parlata volgare; ai rituali sociali sciocchi e meno sciocchi, agli screzi tra preti, alle baggianate dei politicanti locali e ad amenità assortite di una variegata umanità trista e ridente, in un posto che ora sembra lontano più di cento anni fa – la penna di Signorile ci strizza l’occhio col paternalismo bonario del Manzoni più noto e riflessivo, l’ironia – a volte indolente a volte triste sino all’estrema presa di coscienza dei limiti sociali di un costume o un territorio – e la compartecipazione solidale e divertita del miglior Giovanni Verga, la rotondità della scrittura dell’incantevole Nico Orengo de La curva del Latte, e l’abilità creativa di tutti quegli autori italiani che, rappresentando l’Italia regionale, ponendo sulla provincia o la minuta realtà popolare la lente dell’affresco genuino, ne hanno saputo esaltare la bellezza senza tempo, cogliendone altresì lo splendore dettato dalle piccole e care cose, che attraverso la gabbatura più ingenua o la satira più urticante, ci danno il polso di una realtà forte, statica e colorita, assai utile a fornire spunti creativi per letteratura di assoluto pregio e valore. Qui il dettato ha una eleganza signorile giammai priva d’ironia e tenera compiacenza, e allora il libro ha con sè tutto il profumo fresco di una Puglia magica tutta da rivivere.
Alessandra Di Gregorio.
Damiano Mazzotti, Ibiskos, libro sugli sms, manualistica leggera, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, saggistica leggera, Uomini e amori gioie e dolori
In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 9 Febbraio 2009 at 23:09
Grazie a Damiano e alla Ibiskos per la cortesia.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Uomini e amori gioie e dolori
Autore: Mazzotti Damiano
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604305
ISBN-13: 9788854604308
Pagine: 148
L’agile volume di Mazzotti è una sorta di manuale estemporaneo e svagato, che tratta di messaggistica veloce e di cosa in particolare si scrivono gli utenti della telefonia mobile e in che modo si dicono le cose che poi spesso conservano o addirittura trascrivono. Lungi dal porsi come uno studio oggettivo o dal rivendicare alcun tipo di scienfiticità, si pone ai lettori con l’intento di veicolare un messaggio a metà tra il ludico e l’ingenuo, procedendo con la rivisitazione spesso ai limiti della stramberia – ma sempre con tocco naif, divertito e dinoccolato – di citazioni note e meno note di letterati e pensatori. Linguisticamente il testo non è sempre ineccepibile (e non ci riferiamo alla trascrizione degli sms presi così come sono stati inviati e ricevuti) e sovente si è portati, un po’ perdendosi nei meandri di una diaristica che, seppur divertente, può lasciare interdetto il lettore, a chiedersi l’utilità vera di quanto riportato. Lo scopo dell’Autore non è sempre chiaro perché il fil rouge è più labile di quello che si potrebbe pensare soffermandosi unicamente sulla presentazione del libro, nonostante l’estrema semplicità del dettato e la variegata presenza di chiarimenti. Vengono accavallate tematiche e concetti mai approfonditi come si vorrebbe – o dovrebbe – e il tono generale risente di una sorta di approssimazione che ci toglie molto del piacere che invece, per controparte, abbiamo provato dilettandoci con la lettura degli sms e le possibili intrepretazioni – in chiave di volta in volta diversa – che vengono date a questi “capitoli” di vita comune. L’Autore fa un preciso omaggio ad un mezzo espressivo nuovo e dinamico, con l’opinione – con cui ogni linguista e italianista può dirsi concorde – che l’utilizzo di tale mezzo – che si serve di un linguaggio settoriale in cui s’inframezzano tanto l’uso delle icone create con la combinazione di lettere e segni di punteggiatura, tanto l’uso di abbreviazioni codificate e quindi unanimemente riconosciute – non apporti danno alla lingua madre del paese che la pratica, ma stia solo ad evidenziare la strada che essa concretamente prende e le evoluzioni possibili, di una parte – tra le tante – della lingua da noi scritta e parlata.
Adg.
Eduardo Vitolo, Ibiskos, narrativa, narrativa del mistero, narrativa italiana, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 9 Febbraio 2009 at 20:09
Ringrazio Eduardo della pazienza e della simpatia.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Telepatia con i deceduti
Autore: Vitolo Eduardo
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Minimal
ISBN: 8854603937
ISBN-13: 9788854603936
Pagine: 42
Telepatia con i deceduti è il romanzo di Eduardo Vitolo, inserito nella collana Minimal della Ibiskos Risolo, casa editrice di Empoli. Romanzo estremamente breve, modulato sul racconto di episodi della vita della giovane Anna, una ragazza con doti medianiche che la mettono in comunicazione coi morti, alle prese con un reporter, una misteriosa casa disabitata e un’ombra improvvisamente destata dalla loro presenza nella solitaria abitazione. L’Autore ripercorre così tanto la storia della donna che quella della casa, portando alla luce verità nascoste e ricordi sopiti. Anna in particolare attrae la nostra attenzione. Nel delinearla l’Autore alterna descrizione somatica a stati d’animo e psichici, ma si nota più di un accenno di raffigurazione un po’ troppo stereotipa rispetto al tratteggio profondo e circostanziato che ci si sarebbe aspettati durante il trattamento di una personalità così complessa come quella di Anna. Le sue doti e la sua difficoltà nel viverle ed accettarle dovrebbero essere il punto centrale del discorso – assieme ovviamente al tema cardine dell’incontro con l’anima randagia infestante l’antica villa – ma spesso il narrato presenta ingenuità tanto linguistiche che d’intreccio, e si perde – involontariamente – la tensione necessaria; non si alimenta altresì a sufficienza l’aspettativa del lettore né il giusto grado di mistero e pathos che da un simile racconto ci si aspetterebbe, e presumo ciò avvenga anche per via della forma snella dell’elaborato, che rimanda a certo filone gotico o del mistero, di marca anglosassone sette – ottocentesca, in cui la trama si presenta piuttosto snella e l’approfondimento tanto dei personaggi, che dell’intreccio, non è contemplato sin dal principio. Vitolo però periodicamente apre dei piacevoli sprazzi che rendono il dettato fruibile e conducono per mano il lettore sino ad una conclusione che scatenerà il nostro raccapriccio e ci farà dire che sì, valeva la pena soffermarsi su questa lettura che ci darà, per bocca del Maresciallo dei Carabinieri accorso sul posto, una risposta nient’affatto banale, ad un quesito che assilla da sempre tutti: «è possibile parlare con i morti?».
Adg.
Azzurra Mangani, Ibiskos, narrativa, narrativa epostolare, narrativa sentimentale, Per Elisa, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 8 Febbraio 2009 at 02:09
Ringrazio Azzurra Mangani per il libro e il suo straordinario talento, e la redazione della Ibiskos Risolo per la grande disponibilità.
Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Per Elisa
Autore: Mangani Azzurra
Curato da: Golestani B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604844
ISBN-13: 9788854604841
Pagine: 76
Per Elisa è il romanzo di una giovanissima e talentuosa autrice italiana. Un romanzo svolto in forma diaristico-epistolare, tratteggiato con serena manifestazione di stati d’animo forti e contrastanti, linguisticamente elegante e tondo, sobrio e misurato, pregnante e delicato. Alessandra è la destinataria di un lungo messaggio d’amore amicale, un modo come un altro di rinverdire una memoria passata ed un ricordo schiacciato dagli anni e forse dalla dimenticanza stessa che si vuole avere delle cose tanto belle quanto dolorose di un tempo che non è più. Un excursus sentito e misurato di quella che fu la loro amicizia, di dove affondavano le lontane radici di quel rapporto di sorellanza intima e complessa, difficile da gestire, alle volte persino scomodo e dispettoso. Due donne a confronto. Due esistenze trascorse tutto sommato in fretta e l’imbarazzo della parola fine scritta a chiare lettere persino nel vocabolario più inconfessato di due anime vicine. Perché i rapporti umani sono tutti un po’ così. L’adolescenza ci rende ebbri di una gioia di vivere che piano piano muta e diventa un neon appariscente che acceca senza però scaldare. Abbiamo tutti la sfacciataggine di crederci migliori perché di principi più liberali, saldi valori e proprietari di tante verità in tasca, però poi di fronte alla vita vera siamo troppo impreparati a reagire, e l’unica cosa che ci è possibile è quella di provare sin da subito l’oblio, come i più consumati tra i traditori della specie, che con la stessa rapidità con la quale si scagliarono contro la sorte avversa – più per ideale che per concreta esperienza – in tempi non sospetti, altrettanto in fretta si muoveranno in ritirata e quel che resterà alle loro spalle è unicamente l’elenco delle cose finite, patite, logorate e consumate, che non è possibile più ricominciare, guarire, rinnovare, ricucire. La penna della Mangani esplora aree privatissime con sapiente calma, e l’inchiostro si dosa bene anche laddove la prepotenza della lacrima incrina la voce e la mano tremolante della protagonista – resa incerta dagli anni, dagli acciacchi e dagli schiaffi del cuore – ha la forza e il coraggio d’indagarsi sino in fondo, nella rivisitazione di un’intera vita, senza vergognarsi mai di ciò che è stato, e con la triste consolazione d’aver avuto torto per la maggior parte del tempo e annuire adesso di fronte alla chiarezza del dato di fatto all’epoca mancante. Ogni angolo viene rivisitato e tutto appare meno opaco nonostante il tempo abbia causato più d’una grinza e sollevato più di un dubbio. Alessandra non c’è più e con lei anche la Giannini è lì lì per capitolare. La vita scorre troppo in fretta per poi cercare il bandolo di una matassa infeltrita e polverosa. Bisognerebbe vivere assecondando i moti del cuore, ma si fa presto a dondolarsi dietro un vetro di volta in volta più spesso e una faccia amica fa tanto presto a comparire che a sfiorire ed uscire dalla nostra orbita silenziosa. Un romanzo toccante, dove il tessuto è costellato – anche linguisticamente – di un dettato importante e ponderato, e la forza della memoria e del rimpianto ci disegna due donne straordinarie intrappolate in un destino ahi noi eccezionalmente ordinario.
Alessandra Di Gregorio
Arpanet, Dopo una sbronza, DUS, Gionata Soldatini, mini concepts, narrativa, narrativa italiana, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 7 Febbraio 2009 at 11:09
Ringrazio Arpanet e la sua Redazione per l’accoglienza.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Mini concepts moda. DUS (Dopo una sbronza)
Autore: Soldatini Gionata
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Mini concepts
ISBN: 8874260350
ISBN-13: 9788874260355
Pagine: 64
DUS acronimo di Dopo Una Sbronza, è l’ennesimo piccolo gioiello Arpanet, appartenente alla collana Mini Concepts. Mini concetti ben espressi, piccole architetture ben congegnate, sprazzi di lucidità tra una sbronza e l’altra, vite sospese tra il cinismo di una bellezza che tutto acceca e risucchia, e il bisogno di venirne fuori, giungerne a capo, smettere la spasmodica rincorsa. Gionata Soldatini accoglie in DUS la scrittura come una pennellata per rifinire un particolare intarsio su di un vaso. Ha la precisione dalla sua, la stringatezza, la capacità di addensare significati, minimizzare i conflitti con scelte linguistiche ai limiti della neutralità, rendendo tutto come sospeso e catatonico ma mai banalizzando il proprio dettato – ed anzi esaltando la difficoltà immane, tanto morale che filosofica di chi vive l’amore più sotto forma di sberle che di incendi. L’uomo che dall’interno di DUS ci parla a bassa voce e quasi ci viene a sbattere contro, è un uomo appeso a metà tra apparenze scientemente ricercate e gusto del vivere. La difficoltà del conflitto si vive tutta a fior di pelle, senza mai nascondersi o nasconderci stati d’animo che manifestano la sua incapacità di opporsi veramente, ma evidenziando altresì come questo divario possa ricercarsi nelle due donne che animano la storia: da un lato Nicole, dall’altro Kim. Personaggi fondamentalmente appena accennati, complessi, dispotici, nulli e annullabili, eppure mai privi di un artificiale gusto estetico quando non di vera sciatteria interiore – la cosa che si fa più fatica a perdonare, perché manie ne hanno tutti, ma poi curare un tempio vuoto, manifesto della decadenza di uno spirito incapace di brillare di luce propria, ha l’importanza che può avere una preghiera recitata in una congrega di atei: probabilmente nessuna. Il sogno allora prende e si confonde alla vita ad occhi aperti, e l’indigestione di malessere passa nelle fragranze dei fiori, nelle trasparenze del cuore, nella pelle setosa di una donna curata, nelle emotività schiaccianti, nei percorsi mentali deliranti, nelle bottiglie di whisky che occhieggiano alle spalle dell’ignaro barista, il quale non sa – e mai potrebbe – che in quel solo sorso di Clan Campbell che avrà ormai servito a uno spropositato numero di clienti/tristi figuri di passaggio, è contenuta una certa dose di verità; una verità che sostiene l’incoerenza personale rispetto all’artificio della bellezza e del costume più vuoti ed esasperati, – che infine tendono ad eliminarsi da soli perché la facciata non è mai retta da nient’altro – che sostiene il gusto del dolore e la sfacciataggine del gesto di bersi pure l’anima – potendo – di contro alla morigeratezza di un pasto, piuttosto che l’uso di un belletto decorativo – l’esasperazione volontaria del proprio Io tutto da soffocare, tutto da costringere in ignobili pose, in ignobili atteggiamenti, in vuote espressioni e false andature, come una di quelle architetture post-moderne, dove il pregio delle forme classiche non conta niente rispetto all’arrampicarsi in aria di un palazzo di vetro che non vedrà mai l’orma bruna di un mattone impastato con la terra. Come in una sfilata in cui l’abito è sempre diverso e sempre più accattivante, ma chi lo indossa nel frattempo invecchia e si logora e di vecchio porta addosso solo uno straccetto d’anima che già non vive più.
Alessandra Di Gregorio
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 5 Febbraio 2009 at 22:09
Ringrazio sentitamente Effepi Libri per la gradita collaborazione.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Dolcetti e scherzetti. Professionisti del sesso scrivono sui loro clienti
Curato da: Bernstein Sycamore M.
Traduttore: Donaggio A.
Editore: Effepi Libri
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8860020085
ISBN-13: 9788860020086
Pagine: 244
—
Dolcetti e Scherzetti è un volume dall’aspetto tanto invitante quanto pericoloso. Effepi Libri sforna questo libro dedicato ai professionisti del sesso – e teneramente dedicato a tutte le puttane del mondo (siano uomini siano donne) che scrivono sui loro clienti come nulla fosse, e noi cadiamo nella trappola e ci mangiamo i gomiti per non averlo scoperto prima e l’attrazione esercitata dall’immagine golosa della copertina, scelta per concupirci, è qualcosa che però strada facendo ci darà molto da riflettere e il nostro sorriso accondiscendente si tramuterà in una espressione forse amara. Le storie ivi contenute, tutto sommato pregne di una retorica intelligente ed equilibrata a forza di squilibri, e contenenti una sottile morale di fondo, lungi dal non discostarsi particolarmente da quanto affermato in sede introduttiva dall’Autore, in realtà ci dipingono un quadro tutt’altro che rassicurante. I dolcetti e gli scherzetti di cui di parla Matt B. Sycamore – scrittore, attivista politico e prostituto – sono quelli relativi al sesso e alle sue diverse componenti, raccontati senza fronzoli né complimenti, visti nella loro componente giocosa e stuzzicante quando non in quella più umiliante e imbarazzante, nel tentativo riuscitissimo di farci comprendere il punto di vista di chi il sesso lo vende, offre il suo corpo spesso in cambio di droga o favori, e conduce un’esistenza sempre sul filo del rasoio al bivio tra la disperazione e il caos socio-emotivo. La trama intessuta non è quella della classica fiaba disneyana; qui di favoloso c’è molto poco e nonostante i ritratti delle vite tracciate siano punteggiati – tra le altre cose – da quel brio e quella vivacità tipici di chi vive con trasporto esistenze in bilico su tacchi a strapiombo e col rischio sicuro di cadere prima o poi e farsi male veramente – e da drammi interiori non indifferenti, la particolarità di questo diario hot è che senza vergogna né altra forma di pudore, puttane d’ogni tipo raccontano i propri clienti, evidenziandone vizi e virtù, analizzandone aspetti comici o meno, esaminandone brutalità e bassezze, mostrandone decadenza e indecenza. Quello che però ci colpisce – e lo diciamo tanto con onestà intellettuale che emotiva – è che l’imbarazzo per queste vite vissute allo sbando ma con la dignità più grande e lo sprezzo più assoluto, forse è solo il nostro, perché di fronte ai perigli e allo scadimento dell’esistenza, i professionisti del sesso rappresentano uno degli aspetti tra i meno “deprecabili” in un gioco in cui la corruzione del cuore fa rima con promiscuità, sesso a buon mercato e mercato del sesso. La ricca fauna di omosessuali indociliti dai cristalli – non di certo Swarovski – o imbarazzati da partner pretenziosi e sgradevoli, il sesso più sfrontato, le prestazioni più assurde e le richieste più strane, i soldi, il potere di ninfe e paraninfi, uomini poco raffinati – o poco dotati – ma molto ricchi, poliziotti in borghese e scarpe grosse, le apparenze più disoneste, i modi più loschi, lo scambio di fluidi a richiesta, rabbini che si fanno pipe di crack, ragazze con stivali neri alla coscia, progetti di fuga in Oregon, prostituzione alta e bassa, spettacoli di cabaret e masturbazione pubblica, incontri rubati, performance da urlo, puzza di piedi e virilità esposte, è lo spettacolo di questo carosello di cinica carne da macello, dove in tutta libertà si sta poco a questionare sul perché e il percome il costume sociale ammetta o accetti il gioco della domanda e dell’offerta da vicolo o da letto, e il candore della volgarità più spinta risuona in un moto di autodeterminazione fuori dai canoni, che non rigetta il senso prodotto anche dai gesti più estremi e dalla sessualità più corrotta.
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Adg.
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book on demand, Boopen, dipendenza affettiva, dipendenza da internet, Enrico Maria Secci, problemi di coppia, psicologia, saggistica, saggistica di valore, suggerimenti per la gestione dell'affettività, terapia dipendenza affettiva
In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 30 Gennaio 2009 at 23:09
ringrazio il Dottor Secci per la gentilezza.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Blog Therapy
Autore: Enrico Maria Secci
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 978-88-6223-442-9
Pagine: 118
Il volume del Dottor Secci – psicologo e psicoterapeuta specialista in terapie brevi ad approccio strategico integrato, e studioso da anni della cura per le cosiddette dipendenze “senza droga” – mi ha dato molto da riflettere e credo che sarà di ampia utilità per tutti coloro che tanto per fiducia, che per curiosità, si approcceranno a questa lettura impegnativa ma comunque svolta in modo non troppo complesso e tedioso, alla portata di tutti esattamente come le tematiche trattate e le soluzioni prospettate. Un volume in cui rivedersi è molto facile – ammetterlo è già una gran cosa – e sentirsi sciocchi lo è altrettanto, perché messi a nudo nei nostri comportamenti privati ed affettivi più intimi, spesso risultiamo prigionieri – e la cosa più grave è che tante volte trattasi di reclusione volontaria – di atteggiamenti a dir poco distruttivi e conflittuali, che non solo condizionano la nostra sfera sociale ed emotiva, ma anche il nostro approccio e la considerazione per noi stessi. E’ un libro dedicato tanto alle coppie che agli individui, tanto agli uomini che alle donne.
Secci affronta, da terapeuta e da utente della Rete, una ricognizione precisa di quella che è la casistica da lui esaminata in presa diretta dopo la sua attività online – che gli ha dato modo e gliene dà tuttora, di interfacciarsi ad utenti che non sono solo indirizzi IP da rintracciare nel world wide web, ma persone con vere problematiche spesso estremamente sotterranee e sottovalutate, che vivono drammi quotidiani più o meno forti, e che si trascinano in relazioni dove il disamore la fa comunque da padrone e l’inedia affettiva è una componente fallimentare di sicura presa. Le domande fondamentali che ci possiamo porre mentre ci approcciamo al saggio Blog Therapy, sono relative in primis all’individuazione e alle conseguenze delle dipendenze amorose – di qualunque natura esse siano – e in secondo luogo quelle riguardanti le ragioni per cui tanta gente ha bisogno di cercare rifugio nella virtualità – tanto in amicizie virtuali, che in relazioni virtuali.
Quello che ne viene fuori è un ritratto di relazioni affettive difficili, circoli viziosi disperati, afflizione volontaria, dipendenza da amori fallimentari e mal riposti, difficoltà ad ammettere la propria patologia, difficoltà a capire che spesso la depressione non è causa dell’infelicità ma è causato dall’infelicità e dal disamore per se stessi, condizioni che sono sempre a monte e che solitamente si tende a non risolvere per paura di “sporcarsi le mani”, impegnarsi in qualcosa, lavorare su se stessi e così via… I casi qui citati sono emblematici dei comportamenti da noi assunti quando viviamo affettività in qualche modo distorte, incapaci di prendere fiato e osservarci per quello che siamo. Spesso ci leghiamo alle persone che per noi sappiamo essere inadatte, unicamente per un bisogno d’amore che è fondamentalmente una dipendenza. Non ci leghiamo a coloro coi quali ci relazioniamo, ma li viviamo come una scelta volontaria di compromesso. Il bisogno è legato a fatti e necessità pregressi alla storia che ci siamo imposti e ciò che ne consegue è un modo vizioso di comportarsi e un balletto di tira e molla fatto di lasciate e riprese senza senso, che prolungano il male che ci imponiamo e ci allontanano al contempo dalla vera soluzione: ritrovare noi stessi.
L’amore richiederebbe più equilibrio, più capacità di essere easy – per dirla in modo semplice e svagato – ma poi quello che si realizza nella pratica è sempre tutt’altro. Le nostre paure e il nostro tedio sono le uniche forme di collante di cui siamo capaci. Ci si unisce per solitudine, ci si tiene per mano per gratitudine, non si fa più l’amore, si cerca riparo in altre paia di braccia, si finge interesse, ci si impegna a recitare una parte. Si dipende dall’amore, si dipende dal dolore, si dipende dall’umiliazione, si dipende dalla narcosi emotiva.
Il disagio maggiore, o per meglio dire l’impegno, è anche quello di evidenziare – per una maggiore correttezza ed esaustività – tanto le forme passive di disfunzione affettiva, che quelle attive, come a dire che nella ricognizione conta sia valutare chi si mette nella posizione di fare del male, che chi si mette nella posizione di farsi fare del male; a ben pensarci, però, l’idea che l’amore sia una semplice distorsione di stati d’animo ed emotività problematiche, o che l’amore vada terapizzato e analizzato perchè due persone ci trovano senza sapere effettivamente perché si stavano cercando, è cosa piuttosto triste ma innegabile di fronte ad evidenze così spiazzanti e persino rassicuranti nella loro “normalità” – per il loro grado di presenza nelle nostre vite e il fatto che riescono a passare quasi del tutto inosservate. A nessuno piace sentirsi dire TU HAI UN PROBLEMA DI DIPENDENZA, però poi basta guardarsi allo specchio per ammettere che rattristarci aiuta poco o niente, e che forse dovremmo finalmente prenderci la briga di volerci più bene per noi stessi, non in funzione di altro/i, o di come persone al di là di noi riescano a farci sentire in determinate situazioni. Le relazioni sono lo specchio di ciò che siamo, perché presi da soli, noi esistiamo a prescindere da un matrimonio od un fidanzamento. Ridotti ai minimi termini, si svela la nostra vera natura e quello che emerge è solitamente un quadro desolante in cui si esce sconfitti.
La figura del terapeuta è allora quella di chi, con sguardo tanto comprensivo che razionale, ci aiuta ad andare a ritroso per muoverci nella ragnatela da noi intessuta, alla ricerca di risposte a domande che abbiamo sempre disatteso per una sorta di vigliacca propensione alla fuga da noi stessi.
Tanto donne che uomini soffrono di patologie da dipendenza emotiva e il guaio – o comunque la cosa estremamente seria – è che non lo sanno. Da qui la necessità, data l’estrema famigliarità acquisibile col mezzo telematico, di lanciare sos in Rete, relazionandosi con qualcuno che non ci conosce, nel tentativo spesso vano di saziare una fame altrimenti – erroneamente – non saziabile. Allora il Secci ci aiuta, proponendoci categorie di pensiero indicate per categorie di persone e problemi, a costruire un quadro dignitoso che se da un lato smaschera la debolezza dei rapporti che intraprendiamo (e soprattutto della mancanza di rapporti col nostro proprio Io), dall’altro ne rivela anche la componente ludica, eufemistica, giustificatoria e perchè no, imbarazzante, mistificatoria, problematica e distorta.
Un saggio di pregio, scritto con eleganza e pacatezza, in toni non aggressivi ma consolatori – della serie “non siete soli” – interessante, utile, dedicato a chi si sente perso e chiede aiuto, a chi è perso ma non sa ancora di esserlo, a chi è di fronte ad un bivio e sta per scegliere per quale traversa prendere, a chi ha appena fatto un frontale e gli è scoppiato l’airbag in faccia, a chi ha attraversato fuori dalle strisce, a chi è passato col rosso, a chi ha centrato un treno in corsa, a chi avrebbe bisogno di ridare l’esame per la patente. Perchè – ed è vero per le relazioni come per poche altre cose al mondo – perdersi è prima di tutto un modo per ritrovarsi, ma viaggiando a ritroso, innestando la retro, col rischio più che certo di centrare la fioriera del vicino o beccare il marciapiede.
Adg.
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Alessio Masciulli, autobiografia, Credevo bastasse amare, Falco Editore, narrativa, recensione libro, recensioni, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Gennaio 2009 at 15:09
ringrazio Alessio Masciulli per l’amicizia ideale che ci lega.
NOTA:
Il libro di Alessio Masciulli è autobiografico e doloroso. I fatti narrati, personalmente li conosco in parte, perché si sono verificati nella mia città e hanno per protagonista Silvia, una persona meravigliosa che conoscevo anche io.
Adg.
recensione a cura di Angela Zerbini

Titolo: Credevo bastasse amare
Autore: Alessio Masciulli
Editore: Falco
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: narrativa
ISBN: 978-88-89848-67-8
Pagine: 199
Il 24 luglio 1995 inizia la storia d’amore di due persone comuni destinate ad un epilogo poco comune: Alessio e Silvia. Il 25 maggio 2006 la vita di Silvia viene inaspettatamente rubata e la tragedia investe una città intera e il cuore di molti. Alessio rivive le vicende di questi undici anni con un trasporto che lascia a bocca aperta. Il loro primo incontro, il loro primo bacio, la prima volta che hanno fatto l’amore, la gita a Calascio e a Stiffe, la chiamata alle Armi. Lo stile dell’Autore è essenziale, sobrio, semplice, a volte un po’ troppo ingenuo ma mai fuori dalle righe o spiacevole. Una storia che inevitabilmente commuove, che ti distrugge e ti ricompone pian piano nel corso della lettura. Molti i momenti di sconforto e di solitudine, di disperazione e di illusione.
Il 26 maggio ecco arrivare il primo segnale di Silvia, così come ci dice l’Autore intenzionato a tentare di rifarsi un’esistenza: una e-mail di Manuela, colei che lo aiuterà in questo periodo buio. Le cose in verità non vanno nel verso giusto e mentre Alessio è sempre più preso da Manuela, lei riesce ad offrirgli solo un’amicizia speciale. Fatta di baci rubati, false carezze, litigi, fraintendimenti, ma non amore – quell’amore che Alessio vorrebbe e che cerca di dimostrarle in tutti i modi, anche partendo dall’Abruzzo per arrivare in Friuli in moto, soltanto per un suo bacio. Manuela non apprezza il folle gesto e come una novella Penelope distrugge la tela di illusioni che Alessio aveva debolmente costruito per una necessità che era in fondo solo un tentativo disperato di salvezza dal baratro. La storia prosegue senza grandi svolte, solo molti sms (ben 9934), ai quali Manuela risponderà sempre meno e con frasi di circostanza che evidenzieranno la povertà di un rapporto che forse era solo una trappola emotiva che altro. Manuela ha però un altro uomo – e ironia della sorte un altro Alessio, dirigente di un’industria farmaceutica a Milano – e quando ormai tutto sembrava perso per sempre, ecco arrivare il secondo segnale di Silvia. L’uscita di scena di Manuela. Ora Alessio saprà andare avanti da solo, è cresciuto, ha tanti amici su cui contare, è un uomo razionale, è un uomo nuovo, è l’uomo che Silvia avrebbe voluto che diventasse. Silvia vivrà sempre in lui, vivrà nelle farfalle, vivrà nei girasoli piantati con cura da Nino nel giardino di casa sua, nei fuochi d’artificio, nella magica atmosfera del Natale, nel sorriso di un bimbo, negli occhi stanchi di un mendicante che accetta con stupore un pasto caldo da una mano amica; vivrà nel sole, nel mare, nel cielo e in tutta la terra che disperderà la sua grande voglia di fare del bene a tutti coloro che, impazienti, lo aspettano.
Ancora una volta egli troverà la forza di reagire, di rimettersi in sella alla sua moto e ripartire alla ricerca della felicità, anche se questa volta senza la sua principessa. Emozione, paura, coraggio, rivincita, queste solo le uniche parole per descrivere il progetto letterario di questo neofita che si affaccia, con una semplicità disarmante, al mondo della scrittura. I fatti vengono narrati da una voce fuori campo che altri non è che l’Autore stesso, l’Alessio coprotagonista della storia. La narrazione è fluida, lineare; passato e presente si intrecciano, si fondono, spesso il primo lotta col secondo, lo fa a pezzi e ne espone, vincente, i resti. Il futuro sembra molto lontano ma non può non esserci; forse sarà incerto come un contratto interinale, sarà triste e insensato perché quel vuoto non sarà colmato subito, ma deve esserci. Alessio tornerà a vivere. Alessio, soprattutto, tornerà ad amare perché la vita non è mai inutile e vale sempre la pena.
«La vita non è inutile: basta un po’ di ottimismo!» (cit.)
Angela Zerbini
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Girolamo Lazoppina, Ibiskos, L'Estate è finita, narrativa, recensione, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, romanzo di formazione
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 25 Gennaio 2009 at 17:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: L’ estate è finita
Autore: Lazoppina Girolamo
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604917
ISBN-13: 9788854604919
Pagine: 64
Si dice che l’estate non sia solo una stagione climatica, e noi allora assecondando l’adagio, parliamo di un libro che fa dell’estate come concetto, il suo punto focale. Perché è vero che l’estate è anche una stagione del cuore ma è soprattutto una stagione esistenziale nella quale è possibile riconoscersi e riconoscere l’espletamento di una bildung, a seguito di una rottura – la cosiddetta svolta.
L’Estate è finita, opera di Girolamo Lazoppina, è un romanzo di formazione bello e buono, anche se qui i termini della crescita sono leggermente spostati in avanti e non vi riconosceremo eroi ed antieroi alla Moravia – per dirla con Agostino, tanto per citare un nome, dove l’età della svolta è prematura – ma vi troveremo uomini comuni alla prese con la stessa inedia emotiva degli eroi ottocenteschi francesi, provocata dall’agio e dalla mollezza dei propri costumi, dalla corruzione della propria indole facile alla passività, – per educazione e per scelta – un’adolescenza che si protrae lungamente per la troppa sfiducia nei propri mezzi e l’orientamento personale – quando non addirittura epocale e sociale – ed una abulia generale tanto verso se stessi che verso l’esterno.
La storia di Diego Gonzales è quella di tanti rampolli della società da bere, inetti e immobili di fronte al futuro, schiacciati dalla propria sensibilità, da velleità mai messe in pratica, da padri che negano loro il dialogo, da vicissitudini che non sanno affrontare o non vogliono semplicemente prendere in considerazione. Poi una donna, un volto nuovo, una sensazione nella pancia… è così che s’avvia la svolta. La mano di Lazoppina è dosata anche quando esagera con l’uso di periodi inutilmente ricchi che rallentano la lettura. Ci sono qua e là ingenuità evitabili o per lo meno correggibili, ma quello che ci interessa non è sicuramente legato a gaffe linguistiche od espositive; ci interessa l’argomento in sé, il divario tra l’essere e l’apparire, l’idea della molla emotiva come traino di un cambiamento significativo nella propria persona, come spinta in avanti per la risoluzione della propria anima e del proprio vivere. L’estate è una condizione interiore volatile, spesso impalpabile, altresì vana ed illusoria, ma è preparatoria – quando vissuta come fase di passaggio, con la spensieratezza interiore di chi s’approccia alla vita in un moto in avanti mai statico o facile all’involuzione - di una condizione di vita conseguente, superiore e necessaria, vivibile però, unicamente col trasporto e la sincerità intellettuale di chi quella bildung l’ha espletata per intero – perdendo del resto la fanciullezza su cui aveva puntato i piedi a lungo, infrangendo uno stato di natura che invece alla crescita da sempre ci spinge e ci prepara.
Adg.
Alchimia di Pensieri, collana Il Frangipane, Ibiskos, narrativa, narrativa italiana, Paolo Scriboni
In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 24 Gennaio 2009 at 15:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Alchimia di pensieri
Autore: Scriboni Paolo
Editore: Ibiskos
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Il frangipane
ISBN: 8878413194
ISBN-13: 9788878413191
Pagine: 108
Alchimia di Pensieri è la risultante di pensieri random raccolti in forma diaristica, dove spesso la penna si posa senza una reale ispirazione poetica e il testo si fa prosastico anche quando ti aspetteresti due versi a motivazione di un intervento. Quello che fa Scriboni in queste pagine è avvicinare le storture comuni all’esistenza d’ogni uomo, a riflessioni dal vago sapore filosofico, dove il caos personale diventa caos del mondo e si cerca l’innalzamento da uno stato di cose spesso spiacevole e disarmante. Le alchimie sono chimiche sottese ad ogni reazione. Accostando differenti stati d’animo, peculiarità rilevanti e irrilevanti della propria persona e della propria sensibilità di fronte a mali comuni e alla comune incapacità di difendersi dalle catene – che poi sono sempre le catene di tutti – si riesce a trasmettere un moto zigzagante alla penna.
La penna si fa veicolo di considerazioni nient’affatto stucchevoli – pur se spesso ingenue nell’espressione linguistica che le connota o leggere e vaghe nell’esposizione generale – e il foglio evidenzierà quello che resta quando la verità si sedimenta giù un fondo ed è impossibile mentire o evitare di dare un senso ed una rilevanza a quello che si ha di fronte. Il pregio di cotali considerazioni – alcune volte particolarmente lievi e pregnanti, altre meno – è quello di porgersi senza presunzione dinnanzi all’occhio del lettore, il quale, quasi sfogliasse un calendario delle proprie ricorrenze emotive, è sottoposto ad una ricognizione a carattere speculativo, che lo vedrà anche protagonista, non solo spettatore, perché diari di alchimie di pensieri ne abbiamo riempiti tanti anche noi sin da sempre, e la sola idea di disfarcene ci fa ancora arrabbiare.
Allora custodirli diventa una missione e risolverli è l’unica ragione che giustifica il tutto, perché le pagine – per dirla con Scriboni – vanno lasciate bianche quando non si ha motivo d’imbrattarle, e quelle già corrotte d’inchiostro, restano intatte giusto il tempo di una riflessione e della conseguente soluzione del nodo che ci ha permesso di generarla.
Adg.
collana Piccole Storie, Edizioni Creativa, Le parole del buio, MariaGiovanna Luini, narrativa, narrativa femminile, narrativa intima, recensione, Recensione libri, recensione libro, storia d'amore
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 18 Gennaio 2009 at 17:09
Un libro per donne coraggiose.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Titolo: Le parole del buio
Autore: Luini M. Giovanna
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Piccole storie
ISBN: 888984129X
ISBN-13: 9788889841297
Pagine: 95
Leggere MariaGiovanna è stato un colpo al cuore. Lo dico quasi vergognandomi di quello che m’è passato per la mente, quasi preoccupandomi d’esser stata beccata con le mani nella marmellata o spiata dall’occhio del Grande Fratello in un atto privato che non è bene mandare in fascia protetta per non ferire il buongusto degli italiani. Poi mi sono resa conto che la sua Silvia è ognuna di noi, non sono solo io o forse non sono io del tutto. Silvia è in ogni donna troppo piccola in un corpo troppo grande, in un corpo che vive immerso nella narcosi più totale – e la cosa peggiore è che la narcosi è spesso una scelta, una manovra difensiva all’apparenza non necessaria ma poi contingente e schiacciante – e va rivitalizzato a suon di morsi e di sberle; sberle emotive, sberle carnali, sberle di quelle che ti fanno girare violentemente la testa.
Silvia vive la sua vita con una penna in mano, poi un giorno schiaccia un tasto di troppo e le scoppia in faccia una realtà suadente, oleosa e invitante. La realtà di chi si sente senza provarsi, una realtà di cui si può diventare facili schiavi di se stessi e di un’idea che poi non esiste. La realtà, a ben guardare, ha un altro odore; un odore pungente di una novità che fa presto ad invecchiare e a farsi amara, triste, sconfortante, dolorosa e – tanto per non risparmiarsi mai nulla – umiliante. Sì perché alla fine dei conti l’umiliazione è quella che ci dà la forza – ma quale tipo di forza poi? – di rimetterci in piedi, o forse solo quella che ci annuncia che la fine è imminente e vicina e che forse sarà meglio continuare a stare lontani da una tastiera calda nel cuore di una notte che scotta.
Il libro Le Parole del Buio ci mette di fronte ad una verità sacrosanta: il dolore è tanto evitabile che inevitabile, ma forse solo quello potenzialmente evitabile riesce a fornirci la chiave per una trasformazione, il pass per uno stato di grazia improvvisa e poi di abbandono e cedimento fraudolenti, perché l’amore è un potenziale dramma e una potenziale sconfitta, ma amore non fa mai veramente rima con una relazione né s’apparenta alla nozione comune di felicità; l’amore spesso se ne va per i fatti suoi e la difficoltà maggiore è capire che quando ci facciamo del male gratuito, in verità stiamo solo cercando nei modi sbagliati la giustificazione a delle ragioni più che giuste. Amare ed essere riamati, toccare ed essere toccati. Toccati dentro, toccati a fondo. Silvia non aveva veramente bisogno dell’amore di un chirurgo, ma solo di un meccanico che le aggiustasse il cuore. Stare tanto male per molto tempo non vuol dire dover per forza soccombere sotto al peso del proprio fallimento; alle volte vuol solo dire avere il coraggio di affrontarsi e di prendersi per quello che si è – principalmente vittime di se stessi, prima che degli altri, vittime di bisogni così radicati e inevitabili che ci si deve prima sporcare abbondantemente di fango per tornare brillanti.
La Luini è straordinaria, dolorosa, intima, carezzevole, delicata, carnale, intensa. Un libro che va preso letteralmente a morsi e masticato lentamente. Splendido connubio con Edizioni Creativa.
Adg.
collana Piccole Storie, Edizioni Creativa, Giuseppe Cirino, gli occhi del ricordo, narrativa, racconti, racconti di formazione, recensione, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 17 Gennaio 2009 at 17:09
Ringrazio Edizioni Creativa per due ragioni: una è senza dubbio legata alla disponibilità e cordialità con la quale ha accolto la mia iniziativa, l’altra al fiuto per i libri, perché non è vero che piccoli editori fanno piccoli libri. Piccoli editori fanno spesso libri molto grandi. Quello di cui andrò a parlare lo è sicuramente.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Gli occhi del ricordo
Autore: Cirino Giuseppe
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Piccole storie
ISBN: 8889841737
ISBN-13: 9788889841730
Pagine: 115
Gli Occhi del Ricordo va letto con differenti stati d’animo, ma di questo ci si può accorgere solo arrivati intorno alle quaranta pagine, quando la prima storia s’impenna in un moto inaspettato e tutta la bravura di Cirino ci tira dentro e da lì in poi non ci farà più uscire – se non con la testa che annuisce silenziosa e qualche giusta lacrima che ci riga il viso. Mi sono avvicinata a questa lettura con prospettiva ottimistica, ma ne sono venuta fuori mestamente, accerchiata dalle immagini ivi dipinte, che poi sono saltate fuori dal volume e mi hanno colpita dritto in faccia.
Ginocchio Di Cristallo è un racconto di formazione: ascesa, discesa, resurrezione e caduta di uno qualunque di noi – che poi non è mai uno qualunque e chissà, forse per alcune cose quel qualcuno/qualunque è la seconda pelle tanto nostra che dell’Autore, e le somiglianze che possiamo rintracciare tra le nostre adolescenze e la sua, non sono solo vaghi sensi di apparentamento. Marco siamo noi, scontrosi, timidi, pronti a vergognarci di noi stessi o a doverlo fare per ragioni che in fondo neppure noi capiamo; Marco siamo noi perché la solitudine ci porta a rintracciare nelle cose minime le passioni che non ci fanno soffrire, perché in quel rettangolo d’asfalto o di cemento, nei suoi perimetri e nelle linee bianche cancellate dal tempo, noi siamo grandi e la solitudine non può nulla. Avere un “ginocchio di cristallo” non è una bella cosa per un giocatore di basket, ma più fragile del cristallo è sicuramente l’anima e quella del protagonista non è da meno, perché fa troppo in fretta a varcare la soglia del non ritorno e Marco finisce per lasciarci proprio quando tutto pareva tornare a sorridergli: carriera, amici, famiglia. Ma nello spazio di un canestro – nel suono della retina che si gonfia, nel rumore del rimbalzo di una palla a spicchi su di un finto parquet sul quale sono scivolati tanti sogni e tanti campioni, e nello slancio di un uomo che spicca un salto sulla banalità e sulle teste di quanti non capiscono che l’elevazione vera è la conquista di uno spazio mentale unico e diverso – la vita scorre un battito alla volta, mai priva di insidie, sempre a un passo dal cedimento, come quello spirito – di cristallo come un ginocchio, di cristallo come il cuore – che privo di misura se ne va spesso a zonzo, incerto sul da farsi, incerto sul nome da dare alle cose e il recinto da costruire attorno alle pulsioni.
Gli Occhi del Ricordo però è anche lo sguardo d’un uomo cieco che si racconta raccontando di ciò che l’ha portato ad una esperienza letteraria autobiografica e forse unica; una metanarrazione in fondo, di un uomo nella cui voce si registra il climax della poetica di Cirino: [...] NON PREDILIGEVO SCRIVERE DELL’AMORE, MA QUANDO CERTE COSE LE VIVI, IN AUTOMATICO LE SCRIVI. UNO SCRITTORE E’ UN PO’ COME UNA VELA CHE SI GONFIA COL VENTO, CHE QUANDO E’ COLMA PARTE. [...] IL RICORDO HA OCCHI A CUI NON PUOI SFUGGIRE. SOLO QUANDO LI INCROCIO VEDO DAVVERO. PER QUESTO SCRIVO.
Troviamo qui, come anche nel terzo racconto, il disagio dello scrittore con l’anima, nei confronti di un mondo che si dimostra sempre meno nobile di quello che vorremmo, sempre pronto a deluderci, sempre basso e dequalificante. Il modo in cui ama uno scrittore è necessariamente diverso: egli ama prima con la testa e con le idee che col cuore, ma poi bruciarsi è un attimo; la realtà non è mai una storia a lieto fine o un romanzo tutto da scrivere con personaggi passivi al tocco della nostra penna, e allora la problematicità della figura di amato/amante, si dischiude in tutto il suo dolore e nel fastidio che provoca la delusione, con tutte le ovvie conseguenze del caso.
Forse, come troviamo nelle pagine successive: [...] E’ SOLO IL VINO CHE STREGA LE PAROLE [...], perché una ubriacatura d’amore e linda malinconia, è come una nebbia che ti fa battere più lentamente il cuore. Le parole scorrono sempre più forti, sempre più dense e i significati si rincorrono coagulandosi in un magma caldo. La mano di Cirino non calca mai eccessivamente; parte in sordina e poi giunge all’apoteosi del senso, alla grandezza dell’emozione che prevale sui segni, e il ritratto che ne vien fuori, è come un quadro astratto ma in movimento, dove poter intingere il dito, provocando cerchi e saggiando di volta in volta un tipo di calore diverso, che poi ti risucchia e ti bagna il viso con lacrime di stupore.
Un libro vibrante e sentito. Vorrei averlo scritto io (è il secondo libro di cui lo dico – lo dissi anche per A. Colannino – ma non so che altro aggiungere, se non che mi ha molto commossa).
Adg.
book on demand, Boopen, E' Uomo, Guido Pagliarino, recensione, recensione libro, recensioni libri, saggistica, studi teologici, suggerimenti di scrittura
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 16 Gennaio 2009 at 01:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: È uomo
Autore: Pagliarino Guido
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862231113
ISBN-13: 9788862231114
Pagine: 264
(la foto di copertina corrisponde alla prima edizione dell’opera, Lulu Press Editore)
E’ Uomo, quinto saggio di Guido Pagliarino a carattere divulgativo, è un saggio che rispetto agli altri di argomento rigorosamente storico e biblico, in parte si discosta e diventa una guida intellettuale di ampio respiro, molto discorsiva e spesso pratica, pronta ad abbracciare tempi – anche cronologicamente a noi vicini – e spazi vasti, e che si fa meno nozionistico/descrittiva e contemporaneamente filosofica al punto da ripercorrere tappe importantissime del pensiero aristotelico e platonico.
Il libro affronta con meno rigore contenutistico ma mai senza abbandonare il sentiero della ragione (e forse esplicitando qui come non altrove, le convinzioni personali e fideistiche dell’Autore, nel senso non di una soggettività e parzialità invadenti, ma di una rielaborazione, esposizione e interiorizzazione dei contenuti, molto diverse e notevolmente più sentite) il discorso mai abbastanza approfondito del precetto cristiano d’amore, secondo il quale Dio è Amore e nella sua stessa divinità è contenuto il germe della sua umanità.
E’ uomo come noi perché ci ha resi a sua immagine e somiglianza e ha persino dato spoglie umane al suo unico figlio, come a volerci ricordare che siamo tutti fatti della stessa sostanza del Padre e che dunque la divinità pertiene anche a noi, come l’umanità pertiene a lui.
L’Autore dunque si pone come un maestro di fronte ad una classe di alunni imberbi, nel tentativo di ammaestrare menti acerbe a riflessioni onnicomprensive, più profonde rispetto a quelle precedenti dedicate al problema della storicità delle fonti o dei riscontri biblici, unendo qui considerazioni personali a filosofia greca e teologia; ricognizione teologica della figura di Dio nelle Scritture – soffermandosi sui molteplici aspetti dell’antica e moderna considerazione circa la Trinità e il problema annoso del corpo e dell’anima per Giudei e Cristiani, chiamando poi in causa Sant’Agostino e Tommaso D’Aquino – e ragionamenti di carattere più colloquiale circa il mondo che ci circonda e le false interpretazioni vive ancora oggi di un Dio cristiano accomunabile secondo molti, ad altre entità religiose senza possibilità di scissione tra componenti fondamentali per il cristiano e accessorie, quando proprio del tutto inesistenti, per i fedeli di altri culti e le divinità in essi venerate.
Di nuovo, dunque, un tentativo ben riuscito – per lo meno per quanto ci riguarda – di porre di fronte allo scetticismo e all’ignoranza comune, considerazioni senza fallo, scevre dal fanatismo di talune schiere di cattolici antichi e moderni, e fondamentalmente convinte – soprattutto – che non basta essere battezzati per dirsi veri cristiani, né dover essere cristiani per consultare uno dei suoi trattati.
Adg.
31 Ottobre, Edizioni Il Filo, giallistica, giallo ambientato a Bologna, Glauco Silvestri, narrativa, Recensione libri, recensione libro, recensioni, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 14 Gennaio 2009 at 02:09
Grazie a Glauco della simpatia dimostratami.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: 31 ottobre
Autore: Silvestri Glauco
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Nuove voci
ISBN: 8861852920
Pagine: 128
31 Ottobre è il romanzo di Glauco Silvestri, un horror surreale ambientato a Bologna, nota per le suggestioni dei migliori giallisti italiani e particolarmente per i guizzi di penna di Loriano Macchiavelli (vedi I Sotterranei di Bologna).
Questa volta invece a cimentarsi è un esordiente, pubblicando con Il Filo un romanzo agile che, come secondo le dichiarazioni dell’Autore, si potrebbe leggere nell’arco delle ventiquattro ore giornaliere. A noi però non interessa guardare con un occhio alla pagina e con un altro al quadrante appeso al muro. Ci interessa sapere cosa accade a chi e perché. Il romanzo ha un esordio da brivido e i concittadini di Silvestri ci penseranno due volte a soffermarsi nei luoghi citati dallo scrittore, perché in quei luoghi – a partire dal Pavaglione – solitamente la gente muore… e non muore semplicemente… no, muore ammazzata aperta in due con chirurgica precisione. Sulle tracce del pazzo che si macchia di questi efferati omicidi, un Tenente e un’agente della Scientifica, presto consci di trovarsi di fronte ad una serie di fenomeni non propriamente “normali”; testimone dei delitti un gatto nero, muto spettatore (o forse anche attore principale, chi può dirlo?) di crimini orrendi che non lasciano manco tracce ematiche eccetto che addosso a lui.
Volendo trattenersi solo sulla trama, ammettiamo di trovarci di fronte ad un tentativo di cattura delle magiche influenze dettate dalle nostre stesse città; a quanti non è mai venuto in mente cosa potrebbe accadere nel vicolo buio della nostra via, se una ragazza sola e sperduta s’attardasse in una notte buia e senza luna? Silvestri respira la sua Bologna ma spesso il tentativo è grossolano e ciò forse stride col fatto che la città teatro dei tristi fatti narrati, è in effetti la sua; del resto, però, indirettamente ci conferma il fatto che non basta conoscere fisicamente un posto per poterlo anche trasporre sul foglio. È necessaria una visione, una rapidità di associazione mentale/testuale, in cui i luoghi si fondono alla parola scritta e la narrazione è come un giro turistico in posti che non sono segnalati sulle carte.
La penna del Silvestri spesse volte risulta maldestra – ma questo particolarmente nei primi capitoli, come se il testo venisse poi ripreso da una mano più dosata e ponderata, mentre nelle zone incipienti del romanzo questo non accadeva e lo stacco conseguente che si è prodotto è sottile ma pur sempre evidente; la trama in sé appare fuori dall’ordinario per via della scelta tutto sommato “insolita” fatta nell’ordine del tipo di delitti commessi e della natura degli stessi in una città come Bologna dove siamo abituati a ben altro (solitamente i grandi narratori statunitensi, vuoi anche per le cronache nere locali che abbondano di serial killer efferati di ogni risma, sono più credibili, in questo senso); l’editing non è curatissimo (ma come già detto altrove, non è quello a fare un libro, anche se poi in un certo senso la tipologia di errore presente nel testo non è sicuramente un buon biglietto da visita per l’Autore e il lettore se ne avvede traendo le sue considerazioni, magari anche en passant ma comunque traendole…). Ci sono parti del testo assolutamente meccaniche, dove le descrizioni si affastellano senza soluzione di continuità e salta agli occhi una certa grossolanità della lingua. Il libro è troppo veloce e spicciolo, e se la lettura scorre lesta c’è da chiedersi se è per le ragioni appena addotte oppure per scelte autorali particolari. Alle ingenuità linguistiche si aggiunge una verve fiacca, che non centra l’obiettivo di porci innanzi alla figura d’un vero narratore che sappia riconoscere e tenere a bada il proprio ruolo – e questo poi lo si nota anche per via della frettolosità dei periodi e della elementarità di alcuni di essi. Poi però, quasi di punto in bianco, la mano dell’Autore cambia. Versa nel testo una maggiore riflessività e questo si nota nelle pagine che si susseguono meno scontate che altrove, snelle certo, ma non più fini a se stesse come in precedenza.
L’apoteosi la raggiungiamo col capitolo 13 (ed io ho messo il segno al libro, Glauco!), e scopro che Silvestri è molto più credibile e generoso come narratore dell’intimità che di case e cose. Pur non volendo assolutamente anticipare nulla di quanto contenuto nel libro perché il libro dovete acquistarlo e magari poi tornare qui a commentarlo con me e Glauco, vi dico solo alcune cose: Silvestri in un paio di paginette racconta una notte, un incontro amoroso, lo scoppio della passione. Silvestri si dimostra all’altezza del suo ruolo qui come mai in nessun’altra pagina dell’intero romanzo. Ci disegna, con una abilità che invece gli è mancata mentre ci parlava dei viali di Bologna, o del tizio che prende l’autobus per andare a lavoro, o della tizia che va a gettare il rusco in tacchi a spillo, due corpi che si fondono. C’è malizia nel suo tratto, c’è sapienza, c’è il gusto della carezza. Questo è il registro che vorremmo avergli visto anche in precedenza ma non volendo continuare ad apparire troppo severi di fronte ad un libro che è prima di tutto un esperimento – perché sì, scrivere comporta dei rischi, perché la scrittura ha bisogno di alimentarsi continuamente alla fucina della creatività (e parlo anche di quella linguistica…) – siamo propensi a pensare, romanticamente, di poter vedere da qui a non molto un nuovo parto della fantasia di quest’Autore che, un po’ come tutti noi, ha solo bisogno di incanalare meglio i suoi attacchi di creatività in uno stile meglio definito e scevro di quelle piccole ingenuità che tolgono alla sua penna il lustro che invece meriterebbe e sicuramente si meriterà.
Adg.
Andrea Armati, Eleusi Edizioni, lo Stregone di Assisi, medievalistica, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, saggistica, studi storici, studi teologici
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 13 Gennaio 2009 at 02:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Lo stregone di Assisi. Il volto negato di San Francesco
Autore: Armati Andrea
Editore: Eleusi Edizioni
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 978-88-903884-0-8
Pagine: 150
Francesco D’Assisi, padre dell’ordine mendicante dei Francescani, noto ai più come “il poverello d’Assisi” o anche come “l’inventore del presepe”, figura di spicco nell’agiografia nazionale ed extra-nazionale, riferimento religioso d’ogni tempo per via della formula monacale cui decise di prestar fede e cui diede vita in nome del ritorno all’originaria pauperitas da tempo abbandonata dal clero di un medioevo falso e corrotto; convertitosi – secondo le fonti, per via di un forte senso di compassione verso i poveri cui desiderava apparentarsi, a seguito del mancato intervento nella Quarta Crociata – ad una forma estrema di religione, non particolarmente in linea con la coscienza clericale del tempo ma motore di successive e annose dispute con gli Ordini a lui contemporanei o successivi; ispiratore di versi, uno dei primi versificatori in lingua volgare, noto anche e soprattutto per il meraviglioso Laudes Creaturarum, meglio conosciuto come Cantico delle Creature; uomo d’arme presto fattosi mendicante, quando non un uomo scomodo di fronte a ricchi e potenti; emblema della santità e della purezza di spirito, venerato come santo presso la religione cattolica… È questo il personaggio al centro del significativo saggio di Andrea Armati «Lo Stregone di Assisi».
Il saggio, edito da Boopen e rieditato da Eleusi, è il risultato di approfonditi studi, ardite vedute e considerazioni circa la messa in discussione dell’appiattimento culturale subito da questa figura emblematica del suo tempo e del suo stesso credo. In un momento storico in cui gli strumenti a disposizione del critico si moltiplicano inverosimilmente, diventa importante anche e soprattutto la revisione e rielaborazione di quanto è stato prodotto in tempi antecedenti al nostro, allo scopo – anche solo per puro impegno e passione personali – di far rivivere – rispolverando vecchie nozioni nascoste sotto antichi pregiudizi e abiti troppo approssimativi e “di comodo” – personaggi, miti e ragioni. Armati s’interroga, fondamentalmente, sulla figura di Francesco con acume e pertinenza, evitando per principio le acque torbide dell’inganno di fonti corrotte dal costume del tempo, specie dal costume clericale, invertendo per mandato la rotta del pregiudizio facile ad ingenerarsi in chi vuole a tutti i costi difendere e diffondere una credenza distorta e/o erronea, per portare alla luce una figura diversa, meno evanescente e sfumata di quanto normalmente ci è dato di credere.
Francesco allora risplende nella sua umanità a volte fosca a volta limpida ma mai veramente classificabile o imbrigliabile in qualificazioni piatte, e lo studio di Armati allora scivola con cognizione e prontezza, in un excursus storico in cui fonti note e meno note si fondono e confondono, creando un’aura di freschezza attorno alla stantia figura d’un santo che era prima di tutto un uomo. Ecco allora che tanto bassezza che materialismo entrano nel nostro vocabolario delle pertinenze caratteriali di Francesco, il quale, a ben vedere, non perde lustro; semmai – e volendo essere lungimiranti come solitamente la critica cristiana non s’è dimostrata né tra i contemporanei del fraticello né tra i nostri, per ragioni d’indottrinamento locale o di ritorno d’immagine anche nei secoli a venire – acquista quello spessore coerente che lo affranca da un falso misticismo e lo restituisce ad una reale e più spoglia concretezza. Armati traccia un disegno coeso e preciso, ma quel che è certo è che ci sarebbe da chiedersi, ultimata la ricca lettura, se Francesco, ridotto ai minimi termini, è da considerarsi davvero solo un uomo, oppure più semplicemente – e realisticamente – solo un uomo fuori dal suo tempo e proiettato verso una modernità che però l’ha conosciuto unicamente sotto le spoglie del modello irraggiungibile e pio che ci hanno mostrato praticamente sino all’altro ieri, prima cioè che venisse gettata una luce diversa sul cono d’ombra creato attorno alla vita e alla storia d’un uomo divenuto santo.
Adg.
book on demand, Boopen, Giodo Pagliarino, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, saggio storico, saggistica, studi biblici, studi teologici
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 6 Gennaio 2009 at 15:09
Ringrazio il Dottor Pagliarino per la disponibilità e la cortesia con la quale ha accolto la mia proposta di collaborazione. I suoi saggi offrono spunti di riflessione che condivido in pieno, pur essendomi allontanata dalla pratica religiosa da un pezzo.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Il Dio col grembiule
Autore: Pagliarino Guido
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862230109
ISBN-13: 9788862230100
Pagine: 226
(prima edizione Lulu Press, seconda edizione Boopen)
Il Dio col Grembiule, edito da Boopen, è un saggio di bravura oltre che un saggio teologico d’ampiezza storica per nulla irrilevante, in cui confluiscono la passione per gli studi storici e per quelli biblici e la prepotente motivazione fideistica di colui che, non abbagliato dai propri convincimenti religiosi, dichiara la ferrea intenzione di permettere un approccio serio e motivato ai profani, e uno senza dubbio più approfondito a quegli stessi cattolici che poco o nulla sanno al di là di ciò che acquisiscono con una blanda pratica domenicale.
Pagliarino amministra la materia con perizia e quello che colpisce una volta di fronte al suo volume, è che spesso l’apparato delle note riempie più spazio di quanto ne occupi il testo vero e proprio, questo proprio a sostegno del fatto – come dichiara l’Autore stesso – che il libro ha valenze plurime ed è adatto tanto a un pubblico di curiosi che ad un pubblico di ricercatori assennati (di conferme, di speranze, di nozioni più specifiche). Ne Il Dio col Grembiule fonti bibliche e considerazioni personali logiche, schiette, certamente “di parte” ma mai fuori dal chiaro sentiero della ragione e della concretezza storica e filosofica, si alternano a disegnare un discorso articolato e serio, che partendo dai tempi in cui l’oralità tracimava nella tradizione profetica ipotizzando l’esistenza di un dio d’amore, fanno il verso poi ad altre parti veterotestamentarie in cui s’ipotizza un dio ferreo e vendicatore – immagine giunta sino a noi, pronta ad alimentare il divario pessimistico tra la duplice condizione dell’amare per amore e del servire per essere amati.
In soccorso alla visione meno pregiudizievole di questo cristianesimo d’amore e carità, vengono i versetti di Giovanni, in cui si afferma, attraverso il racconto della “lavanda dei piedi”, la vera natura del Cristo e della sua missione su questa terra; un Cristo che munito di grembiule, s’inginocchia per detergere i piedi dei suoi Apostoli, nella notte che precede il Venerdì della Passione. Il vero primato del figlio di Dio che s’è incarnato e fatto uomo, è dunque amare e farsi umile servendo anche il più piccolo dei servi e l’ultimo dei derelitti, testimoniando, attraverso l’uso di un amore incondizionato, la veridicità e l’applicabilità dei precetti divini, contrari ad una sudditanza ingiustificata verso un dio terribile praticato nelle Antiche Scritture ebraiche, che non ha più ragione di esistere, dal momento che per redimere il mondo e fondare una nuova religione dell’amore, ha condotto in Terra il suo unico figlio fattosi uomo, e l’ha portato ad amare così tanto il mondo al punto di lasciarlo salire sulla croce.
Mi vengono in mente, a questo punto, tutta una serie di reminescenze catechistiche dell’infanzia o giù di lì, e la risposta sempre pronta che io stessa adducevo di fronte all’incredulità generale di falsi credenti e ottusi di ogni risma – al di là sempre della mia fede ma mai al di là della mia intelligenza personale: «se Abramo aveva così tanta fede in Dio da acconsentire al sacrificio di Isacco, che invece venne graziato e sostituito con un ariete che aveva le corna impigliate in un rovo, perché non considerare invece che quello stesso Dio di Abramo non era davvero un dio sanguinario come alcuni additarono a lungo, pronto a richiedere sacrifici terribili al Popolo Eletto, ma solo un dio buono che metteva alla prova coloro per i quali avrebbe mandato un giorno il suo stesso figlio da destinare realmente alla morte, per mondare i peccati loro e di tutti?»
Adg.
Edizioni Il Filo, Fabrizio Diotallevi, narrativa, Recensione libri, recensione libro, recensioni libri, Venezia
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri on 5 Gennaio 2009 at 16:09
Trovo il libro di Fabrizio attraverso Aphorism. Poche righe di trama e mi convinco a contattarlo. Non me ne sono pentita. Finora fortuna e senso del “caso” mi assistino solerti.
Grazie Fabrizio.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La favola / Eleonora
Autore: Fabrizio Diotallevi
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Nuove voci
ISBN: 886185575X
ISBN-13: 9788861855755
Pagine: 102
Il libro di Diotallevi è un libro come se ne leggevano una volta, una favola in pieno stile, una di quelle che mi sono sempre piaciute, dove si fondono tema veneziano, storia, dramma, tenui speranze, perigli d’ogni genere e natura, natali sfortunati, una compagnia teatrale nella Venezia di Goldoni e un universo malaticcio e povero dove fioriscono perle di bontà e gesti d’amore inconsueto.
La penna di Diotallevi è una di quelle che funzionano unicamente a mano, col calamaio accanto e il tampone per correggere errori e sbavature; una penna possibilmente d’oca, da usare a lume di candela nelle notti fredde di dicembre, magari su una chiatta che attraversa il più freddo dei mari sperando di giungere incolume a destinazione. Una favola quasi al limite del dickensiano, ma con le ovvie diversità date da Venezia stessa, che diventa un personaggio cardine sul palcoscenico di una commedia dolce, triste e amara, sempre al limite col dramma, forse sprofondata nel dramma ma decisa a risorgere come se la laguna non potesse mai veramente inghiottirla. Protagonista assieme a Venezia è Eletta; protagonista assieme ad Eletta e Venezia è la compagnia teatrale Medebec.
Il personaggio di Eletta Canigiani è un fiore fuori dal suo stesso tempo; si apparenta alle migliori eroine romanzesche e non, per il coraggio e la determinazione con la quale porta a termine una gravidanza che è però anche il manifesto delle intenzioni di una generazione di donne forti ante-litteram. Si staglia nella storia dritta, seppure sorretta più dalle emozioni che dalle sue stesse membra, con la sua forza che poi è anche determinazione a dare dei natali alla sua piccola Eleonora; l’eleganza e la meticolosità di Diotallevi ce la mostrano come un’eroina d’altri tempi eppure modernissima, al limite del femminismo o forse semplicemente la voce meno corale di un coro d’anime perse che tira i remi in barca per evitare di sbriciolarsi contro l’immediatezza fredda e lacera di una vita segnata da forze difficili da controllare.
Venezia invece è immensa e acquartierata, meravigliosa con la sua povertà e il suo sfarzo, col suo gelo e le sue mille complicanze storiche e sociali. Una città affascinante dove miseria e ricchezza si giocano ai dadi la fortuna o la morte, dove l’arte diventa poesia dei poveri e s’innalza sulle teste di coloro che restano contesi tra presente e futuro storico. Venezia come terra di promesse e sconfitte, modellata da Diotallevi con una maestria artigiana che lascia stupefatti, ma forse non stupefatti abbastanza, perché la delicatezza della sua parola è una realtà e non un fregio per lasciar a bocca aperta il lettore poco assennato. Diotallevi tiene in mano le redini della storia dei tristi natali di Eleonora con la bravura con la quale un pescatore s’appresta alla pesca e attende di riempir una rete di preziosità di cui potrà fregiarsi d’aver fatto bottino. La favola si disegna con perizia e semplicità e si legge d’un fiato, magari proprio mentre anche i nostri fiati si gelano nella notte che annuncia il nuovo anno e i fuochi d’artificio scoppiano in aria e scacciano la paura, il freddo, il dolore e tutti i mali che abitano terre e mari.
La laguna si tinge d’emozione mentre s’appresta a ricevere il nuovo anno e, secondo i calendari di allora, il primo giorno del nuovo secolo.
Adg.
book on demand, Boopen, le mamme non mettono mai i tacchi alti, Luana Troncanetti, narrativa, recensione libro, saggistica
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 1 Gennaio 2009 at 23:09
Ringrazio Luana per la simpatia e la disponibilità con la quale ha accolto la mia proposta di collaborazione e unione d’intenti, per quanto questa mission sia del tutto volontaria.
NB: Le recensioni postate su questo spazio personale sono anche su:
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Le mamme non mettono mai i tacchi
Autore: Troncanetti Luana
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8862231032
ISBN-13: 9788862231039
Pagine: 198
Ho conosciuto Luana per puro caso durante una delle mie “battute di caccia”. Il mio è uno scouting senza grosse pretese, guidato dal caso, dal fiuto, da un istinto legato alle lettere – sia in senso intellettuale che in senso alfabetico-figurativo – che finora mi ha condotta verso perle di pregio tanto per le opere in sé, tanto per le persone che grazie a quelle opere sto conoscendo. Il mio compito non è giudicare ma scovare. Mi piace scovare dei tesori e credetemi, il web offre delle perle per davvero.
Il libro di Luana è un ritratto divertente e divertito, dell’universo femminile; esordisce dicendo a tutte: ragazze mie, anche se non avete un lavoro retribuito e non riempite un 740 ogni anno, questo non fa di voi delle “privilegiate”… mandare avanti una casa, che sia per scelta o per dovere imposto, non è una passeggiata. Il volume si presenta interessante già dalla copertina per due ragioni: uno, per il paio di rosse dal tacco assassino e due per il titolo: «Le Mamme non mettono mai i tacchi», foriero di non molto reconditi significati e di una teoria ampiamente apprezzata dalla sottoscritta – secondo la quale le donne in genere i tacchi alti (con tutte le variazioni allegoriche del caso) non li mettono per tutti ma solo per soggetti ed occasioni scelte. Qualcuno ha criticato lo sfondo scuro, l’editing a volte zoppicante – ma manco eccessivamente… ho visto case editrici vere e proprie lasciar passare di peggio e anch’io che mi cimento in questo lavoro, spesso mi sono ritrovata con dei refusi imperdonabili (che il mio occhio stanco ha lasciato passare inosservati quand’era evidente che non avrebbe dovuto)… – ma a me non interessano questi particolari meramente visivi. Non sarà un accento a stimolare o meno la comunicativa, la curiosità e l’attenzione; è Luana stessa a stimolare l’attenzione, perché la sua comunicativa frizzante, sbarazzina, pregnante, intelligente e soprattutto logica, pragmatica e diretta, batte decisamente uno spazio doppio scappato in sede di rilettura finale o uno sfondo grigio che nulla dirà della sua verve né tanto meno della verve della sua scrittura.
Il libro Le Mamme non mettono mai i tacchi è un vademecum pratico, sincero, corale, privo di smancerie ma non per questo freddo o spersonalizzante – anzi, proprio l’opposto; è il training di una mamma alle prese con le tante piccole gioie quotidiane procurate dal piccolo di casa, e con le altrettante nevrosi indotte o comunque gravitanti attorno alla figura di madre, autogeneratesi una volta che una donna entra in sala parto e ne esce con punti di sutura e il pargolo comincia la sua vita extra-uterina.
La penna della Troncanetti è nevrile, agile, scorrevole, graffiante, ironica, ma mai fuori dalle righe. Il suo sguardo è nient’affatto ingenuo, ma questo non la pone al di là di una linea di demarcazione ideale tra il femminile politicamente corretto e quello che invece se ne infischia delle delicatezze, dei pizzi e dei merletti. Ci viene dimostrato, carte alla mano, che la vita di una madre non è facile; che spesso l’universo materno è contrassegnato di stereotipi offensivi, ridicoli, inattuali, privi di fondamento, nonché particolarmente devianti circa una tematica cara e divertente ma pur sempre delicata (ricordiamoci che lo stress di una gravidanza non è solo un argomento da bar per mariti burloni o semplicemente incapaci), e che spesso le parole degli esperti servono a poco, o meglio servono a far sentire solo ed incapace, un essere umano che ne ha messo al mondo un altro che è terribilmente piccolo, delicato e complicato da maneggiare e gestire. Lungo le agili pagine di questo volume adatto a tutti i palati – anche a quelli di coloro che generalmente snobbano libri prodotti col book on demand – si dipana il filo di un racconto – perché sostanzialmente di racconto trattasi (nello specifico racconto autobiografico) – che è anche un manuale di menage famigliare per madri e neo-madri da preservare da una crisi di nervi – per la gioia loro, dei loro piccoli, dei loro partner, nonché del resto del mondo che dovrà arginarne gli effetti.
Consigli, aneddoti, soluzioni pratiche: nulla è lasciato fuori da questo diario/resoconto sulla vita con Alessandro a bordo. La Troncanetti indaga passo per passo ogni momento della sua vita nei panni di una neo-mamma attiva, portando alla luce straordinari spaccati di vita, momenti d’affetto materno e filiale, ruttini e pannolini, attacchi di bile per l’incompetenza di pediatri e medici vari, e attacchi d’ansia per l’abbandono momentaneo del pargolo. Dal parto allo svezzamento, dai dentini alle pappette, dall’allattamento al seno alle premure del marito, il piccolo teorema di Luana è un moto di sincera ribellione a quante – madri facili ad auto-sollevarsi dalle fatiche quotidiane prodotte da eredi & Co., millantatrici di sovrumane doti materne, ammaestratrici di eserciti di baby replicanti pigri da sbolognare in ogni dove – si mostrano sempre toniche, splendide, in ordine e rigorosamente in tacchi alti, promuovendo un modello di donna più efficace nelle fiction che nella realtà concreta. Perché sì, una donna è un essere umano eccezionale – quella del sesso debole è una balla bella e buona e lo sappiamo… da quel sesso vengono fuori bambini grossi come vitellini, il che è tutto dire… – ma spesso, nonostante le enormi qualità e la scorza dura di cui è fatta, fa fatica persino a lavarsi i denti o a dormire, perché un cucciolo bisognoso di cure reclama tutta la sua attenzione a ugola spianata e lei, fedele alla propria biologia e al proprio cuore, solerte, risponde.
Adg.
Anthony Colannino, Arduino Sacco editore, metanarrativa, narrativa, Recensione libri, trasformazioni invisibili
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, case editrici on 27 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Un romanzo che vale decisamente la pena. Ringrazio Anthony di avermi permesso di scoprirlo.
Titolo: Trasformazioni invisibili
Autore: Anthony Colannino
Editore: Sacco
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Acqualuce
ISBN: 8863540802
Pagine: 75

Quando ho cominciato a sfogliare il libro di Colannino ho subito pensato: ecco, questo è un libro che avrei potuto scrivere io, detto senza presunzione, pensato senza gelosia, considerato alla luce dello stupore che ho provato trovandomi di fronte ad una scrittura che mi è parsa subito molto familiare, pur non avendola mai ritrovata in altri ultimamente. Trasformazioni Invisibili è un romanzo metanarrativo, molto pirandelliano, molto eccentrico nella sua circolarità, ma straordinario nelle sue pennellate leggere, nella liricità di certi passaggi – e particolarmente mi riferisco al primo episodio, intitolato “Il Sogno e la Ragazza”. Colannino parla quasi accidentalmente, con una abilità che si consegna alla pagina con la spontaneità di un sorriso a fior di labbra, delle trasformazioni umane, designando come esempi scelti una ragazza, un ragazzo, gli avventori di un bar, lo sbocciare delle passioni, il bisogno di completezza e amore, la malinconia scanzonata di volti che si rinnovano costantemente e che fanno presto ad apparire estranei a chi in fondo non è capace di andare oltre e probabilmente non si può neanche biasimare, poiché noi stessi fatichiamo ad accettare i cambiamenti e sarebbe dunque ipocrita pensare che gli altri possano farlo per noi. Assistiamo ad una sorta di parabola discendente in cui si dipana, non senza difficoltà, la sconsolante mutevolezza degli stati d’animo umani, note stonate di colori a volte sgargianti a volte meno, attraverso i quali è possibile rintracciare il percorso simil-onirico che ci porta alla circolarità del tutto. Qui il Narratore viene preso da parte dai suoi stessi personaggi, i quali gli muovono contro l’immanenza dei desideri e il bisogno di destinazione, scrivendo una storia con lui dentro, in cui si rimescolano i ruoli e si esce allo scoperto di fronte alla debolezza di chi credendo nella forza cieca del distacco, in verità non s’è mai separato da quanto scritto – come a dire che tutti i racconti sono certamente autobiografici e mai niente di quello che passa per la mano d’un poeta o d’uno scrittore, può definirsi “falso”.
Adg.
Caravaggio Editore, Francesco Lodigiani, il frutto del peccato, narrativa, Recensione libri, recensione libro, science fiction
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 27 Dicembre 2008 at 01:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Ringrazio Francesco Lodigiani per l’invio del libro.

Titolo: Il frutto del peccato
Autore: Lodigiani Francesco
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Somnium
ISBN: 8895437055
Pagine: 264
Il Frutto del Peccato rimanda a concezioni nient’affatto stucchevoli. Ci sorprende in un Autore esordiente un tale calderone di idee e filosofie, e ci sorprende anche la mancanza, per contrasto, di una forte – o forse solo di una giusta – impalcatura generale del romanzo, oltre che la mancata gestione dei contenuti stessi, che avrebbero meritato una mano più abile o forse solo più paziente. Il Frutto del Peccato è una science fiction atipica che coniuga fatalismo biblico, relatività, esistenzialismo, teorie evoluzionistiche e apparato fantastico, peccando spesso di scoordinazione, quando non di vero e proprio ottimismo verso i propri mezzi. Il libro – che ha per protagonisti Harlan, un giovane intrappolato in un mondo tutto inventato, dove lo scienziato Archete, suo padre, si adopera per sostituire i corpi umani con corpi meccanici immortali, e costruisce parco giochi della morte, e Talete, l’essere onnisciente che tutto sa e tutto svela, prendendo per mano Harland e portandolo a spasso dagli albori della civiltà in avanti – si presenta scritto con una prassi linguistica insufficiente a garantirne l’apprezzamento quando non addirittura la comprensione di interi periodi; poco curato nella sintassi come anche nella parte tematica che, qualora fosse stata meglio supportata da una migliore propensione alla narrazione, o semplicemente da un vocabolario meno limitato, avrebbe avuto l’impatto che meritava, invece di sprofondare nella massa indistinta di pensieri che potrebbe aver tranquillamente trascritto un dodicenne. Il soggetto in sé però appare valido, questo è sicuro – fatta eccezione per una serie di particolari più o meno grandi che provocano nel lettore quasi una patina d’imbarazzo a trovarseli di fronte – ma la vera pecca è forse un’altra, ovvero quella di aver avuto probabilmente troppa fretta di pubblicare. Io avrei atteso tempi più maturi, vuoi per assistere una vena artistica latente o semplicemente immatura, quindi ancora da mettere alla prova, vuoi per poter fare più ricerche e produrre un’opera di genere che fosse più soddisfacente e completa – qui abbiamo l’ampiezza ma non abbiamo la completezza; non mi piace parlare del genere letterario praticato dall’Autore, perché poi le scelte sono meno ovvie di quelle che normalmente si crede, ma la science fiction presuppone di essere più credibile di quanto lo sia un articolo di cronaca, proprio per la sua natura straordinaria – solo che qui più che straordinario, abbiamo a che fare con l’eccentrico al limite del ridicolo. Qui di credibile c’è molto poco – di credibile in senso strettamente narrativo – perché manca una struttura salda, sia linguistica che no, e il romanzo perde terreno per le troppe arbitrarietà letterarie e quindi anche la trama finisce per scivolarci via dagli occhi. Tuttavia, volendo cogliere lo spirito e le intenzioni autorali – cose che non vanno mai dimenticate – possiamo rintracciare una visione notevole; se volessimo andare proprio al nocciolo della questione, diremo che la visione dell’Autore, di quello che è ai suoi occhi – filosoficamente o meno – il frutto del peccato dell’uomo, è qualcosa di ineludibile, perché il sentimento d’amore, come spiega Talete – l’unico personaggio che si salva veramente tra tutti quelli creati dal Lodigiani – è quello che ci ha reso ciò che siamo, quello che ci ha dannato, perché se la gente ama, obbligatoriamente odia e le conseguenze le conosciamo perfettamente. In effetti è davvero Talete la creatura più interessante e forse la meglio delineata del romanzo, ma il Lodigiani pecca sicuramente nella mancata forza evocativa, pecca per via di una scrittura elementare, di una costruzione del romanzo molto approssimativa, troppo approssimativa per la forte carica filosofica che invece lo pervade e che abbisognava di più cura, di più attenzione, di più ripensamenti. Il Lodigiani ha toccato molti tasti sensibili, ma per la fretta di pubblicare, a mio avviso, li ha sfiorati solo superficialmente, offrendo alla fine un prodotto piuttosto criticabile e lacunoso. Di buono c’è il fatto che si trattava, per l’Autore, della prima vera prova; si spera che il tempo e l’esercizio scrittorio riescano a donare più lustro alla sua scrittura, la quale dovrà incanalarsi certamente in uno sbocco personale più maturo che eviti di farlo passare per uno scrittore sprovveduto, quale sicuramente non è.
Adg.
consigli pratici di vita, convinti/conVinti, Edizioni Sì, manualistica, Mariagrazia Cammisano, Recensione libri, recensione libro, Tiziano Motti
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 26 Dicembre 2008 at 21:09
Si ringraziano Maria Grazia Cammisano ed Edizioni Sì per la disponibilità.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Ho letto questo manuale trovando ulteriore conferma a tutta una serie di riflessioni e fatti di cui avevo già un certo grado di certezza. Lavorando nel campo dei media e della comunicazione, è importante infatti capire – prima ancora di imparare a discernere e gestire – quali siano i meccanismi sottesi a quello che diciamo e che facciamo, quando non direttamente a quello che scegliamo scientemente di non dire o di non fare; logico poi trovare continue conferme e smentite anche per ciò che concerne il nostro quotidiano. Testo molto interessante.
Titolo: Convinti
Autore: Maria Grazia Cammisano, Tiziano Motti
Editore: Edizioni Sì
Genere: manualistica
ISBN:978-88-95577-35-7
pagine: 95

La persuasione analizzata alla luce della vasta casistica umana: è questo ciò che troviamo all’interno di questo saggio/manuale che è nient’affatto banale, e che dà dritte nient’affatto inutili a chi perspicacemente è in grado di reinventarsi pur facendo parte integrante di un circuito. Sì perché in un mondo che tendenzialmente si muove in direzione di rapporti di forza e dove la comunicazione si fa serva dell’assoggettamento del prossimo per i più svariati fini, analizzarne i meccanismi e com’è strategicamente possibile usarli e/o evitare che vengano usati contro di noi, è una pratica di sicuro impatto che investe largamente l’attenzione comune. Gli Autori indagano con linguaggio piano e fruibile i vari strati di cui si compone la comunicazione persuasiva; salta immediatamente agli occhi che basterebbe osservare il nostro e l’altrui comportamento giornaliero, per capire – o più semplicemente avere conferma – quanto i nostri stessi atteggiamenti siano condizionati da retaggi emotivi ora attivi, ora passivi, che permettono – a seconda di come ci poniamo – di essere recettivi verso le gabbature, di commetterne a nostra volta, di vendere un’idea, un oggetto, una qualunque verità o perché no, persino noi stessi in qualità di campioni di determinate forme di pensiero. La persuasione è spesso molto elementare; basterebbe essere un po’ più attenti, un po’ più bravi a schivarla, oppure un po’ più scaltri a girarla a nostro vantaggio. Per abitudine e costume comune, siamo portati a pensare che i persuasori siano solo coloro che vogliono venderci una enciclopedia, ma la verità è qualcosa di molto più profondo: i venditori porta a porta non vogliono solo venderci una enciclopedia, vogliono che noi la vogliamo… La persuasione, infatti, si gioca tutta sulla possibilità di inscenare molteplici prospettive; i persuasori sono solitamente persone molto empatiche, ovvero persone che riescono a sintonizzarsi con gli stati d’animo dei loro “bersagli”, però è erroneo e forse un po’ troppo sbrigativo – così come ci confermano gli Autori – condannare per partito preso ogni forma di comunicazione strategica, perché in fondo i persuasori fanno molto e fanno anche molto poco: il problema è che chi gli sta di fronte lascia loro campo libero; a meno di non subire violenza fisica diretta, nessuno ci costringe realmente a fare determinate cose, – nella teoria – poi nella pratica c’è sempre il rischio di lasciarsi scappare un sorriso di fronte ad un complimento o una firma in calce ad un documento, anche se partiti col presupposto di non voler assolutamente acquistare un nuovo aspirapolvere super potente o una nuova batteria di pentole. Il bravo persuasore è colui che non forza mai la mano; quando i fili della tele che ci tesse attorno sono eccessivamente visibili, anche la persona più disattenta potrebbe scoprire “l’inganno”. Allora è necessario entrare in empatia col potenziale cliente e assecondare i suoi bisogni, renderci credibili sfruttando le sue debolezze o ciò che più gli fa piacere credere. In fondo è anche questo il nodo centrale della questione: la credibilità è un concetto altamente rinegoziabile e cambia a seconda di quali attori salgono sul palco. Possiamo essere credibili spacciando per vera una panzana, dobbiamo solo capire chi è disposto a crederci, perché ha bisogno di crederci e con quali metodi e mezzi possiamo arrivare a solleticare la sua fantasia senza procurargli il disagio del sentirsi raggirato. Forse questi termini appaiono fuorvianti di un’altra enorme verità: persuadere non vuol dire esattamente “raggirare”… Persuadere vuol dire “convincere”; poi convincere relativamente a che cosa, è un altro paio di maniche. L’impressione che s’ingenera nelle persone è sempre quella più scontata e negativa, forse perché si ritiene che la comunicazione sia asservita e asservibile solo a meri fini materiali; la comunicazione invece è qualcosa di più profondo, che appunto investe la sfera emotiva e dunque non ha nulla a che vedere – o comunque non riguarda unicamente – quello che il cosiddetto “imbonitore” cerca di far passare per buono. Noi potremmo trovarci al suo posto in qualunque momento – citiamo ad esempio i colloqui di lavoro – e avere come fine l’ottenimento di un risultato che soddisfaccia gli obiettivi che ci eravamo proposti in origine; ci sentiremo allora dei loschi affaristi? Gli Autori tentano di usare e poi ribaltare di continuo, la prospettiva giusta con la prospettiva erronea – o comunque quella non necessariamente valida a priori – per darci dimostrazione che seduttori possiamo esserlo tutti, e che possiamo esserlo in funzione di azioni ben determinate; ottenere un lavoro o un invito a pranzo dall’uomo dei nostri sogni, piuttosto che lo sconto ad una bancarella di chincaglierie, è esattamente la stessa cosa. Abbiamo a disposizione tecniche seduttive più o meno innate, abbiamo a disposizione un convincimento personale più o meno forte e soprattutto la possibilità di usare in modo strategico tutto quello che c’è attorno a noi, a partire dal nostro stesso corpo. Il linguaggio non verbale è la maggiore fonte di input per chi abbiamo di fronte; allora gli Autori sottolineano un passo alla volta com’è possibile gestire le interazioni – di qualunque natura esse siano, da quelle più marcatamente manipolatorie, a quelle più sottili o anche solo vagamente pericolose per la nostra integrità di gruppo o individuale – e rovesciarle a nostro vantaggio. In una società in cui l’immagine è tutto, si deve essere principalmente convinti dei propri mezzi e della propria intelligenza – anche senza essere particolarmente scaltri o predisposti. Senza di essi, saremmo solo un paio di occhi inermi di fronte ad un televisore che fa scorrere un film continuo in cui una pubblicità sempre identica a se stessa, ci convincerà di qualunque cosa il media di turno, l’imbonitore o il ciarlatano, avranno la necessità di propinarci. Manuale ricco di spunti pratici e soluzioni concrete, che non addita dei colpevoli in questo gioco della credibilità, ma che suggerisce piuttosto quali siano i due risvolti della medesima moneta. Consigliata senz’altro la lettura.
Adg.
Caravaggio Editore, ex corteggiatrice di luca dorigo, Mariarosaria Calamita, pamphlet, Recensione libri, recensione libro, saggistica, spettacolo, storia vera, trasmissione uomini e donne, uomini donne e manichini
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 26 Dicembre 2008 at 15:09
Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Uomini, donne & manichini.
Autore: M. Rosaria Calamita
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Fuori collana
ISBN: 889543708X
Pagine: 65
Uomini, Donne e Manichini è forse più di un semplice pamphlet e credo – e ciò è evidenziabile anche di fronte all’occhio meno allenato e alla coscienza meno sveglia – che l’Autrice non abbia ancora piena cognizione di quanto affermato in queste pagine intrise di denuncia e delusione. La Calamita affronta il costume odierno con la leggerezza linguistica e la bonaria pignoleria di chi è punto nel vivo da un fatto verificato in prima persona e purtroppo pesantemente sotto agli occhi di tutti – al punto da non destare quasi più preoccupazione ma da diventare un ulteriore sintomo della massificazione dei gusti popolari. Reduce dalla partecipazione al noto programma d’intrattenimento pomeridiano targato Maria De Filippi, la Calamita ne svela, senza velleità di persuasione né di scientificità, la trappola e il desolante fallo. Da qui l’osservazione scontata del lettore puntiglioso: il problema non è tanto poter avere sufficienti prove della banalità dei modelli proposti e avallati da taluni media, a discapito di altri più veritieri e concreti e sicuramente dal valore innegabile – che la nostra società a carattere tradizionale ha saputo mantenere e conservare a discapito di innovazioni provenienti da usi e costumi ritenuti meno nobili proprio perché provenienti dal modello televisivo – che una buona coscienza dovrebbe saper rintracciare nell’intricato mondo della socialità e del costume odierni, ma è forse riuscire a capire le ragioni per cui dover supplire alla mancanza di occupazione o di status sociali particolarmente rilevanti, nei modi fuorvianti e preordinati, scelti per noi da media tutto sommato impalpabili, che con la vita al di fuori da uno schermo hanno poco o nulla a che vedere. La Calamita affronta con spiccata verve, attraverso uno sguardo non disinteressato, il difficile mondo dello spettacolo e la ridicolaggine e faciloneria cui vengono sottoposte le ragazze “normali” che su quel palco imbellettate si presentano, in nome di una perfezione stereotipata e insalubre, in nome di una civetteria inutile e vacua, di un appiattimento dell’intelletto e dei gusti personali, predicando però – dopo l’esperienza concreta – una normalità sana e oltremodo non in contrasto coi modelli realmente praticabili. Tuttavia, anche giunti alla fine di questo libercolo, resta nel lettore la necessità di chiarificare sempre lo stesso punto: «bisogna davvero sperimentare il rifiuto di un palcoscenico notoriamente falso ed illusorio, prima di comprendere che le scorciatoie non portano a niente e che i modelli proposti dalla televisione, oggi più che mai, servono solo ad imbonire spettatori e figuranti facili a cadere nel dimenticatoio?»
Adg.
Edizioni Cinquemarzo, le frequenze del cuore, narrativa, narrativa sentimentale, Paolo Scriboni, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 26 Dicembre 2008 at 15:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Titolo: Le frequenze dell’anima
Autore: Scriboni Paolo
Editore: Cinquemarzo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Erato
ISBN: 8895854071
Pagine: 82

Ne Le Frequenze dell’Anima ci si sintonizza sulla necessità d’ascolto e risposte che utenti comuni – spesso solo spettatori della propria esistenza e privati della forza di reazione che si richiede davanti a necessità difficili e inaspettate – lasciano filtrare attraverso contatti radiofonici che sono forse richieste d’aiuto, sos da lanciare nell’etere in attesa di riscontro. Il Professore ascolta tutti e ribatte saggiamente, ma quello che evinciamo da questo volume all’apparenza bordato di eccessiva semplicità e probabilmente condotto con tiepida innocenza, è il naturale bisogno di vicinanza, di colmare per lo meno la sfera affettiva, di colmare per lo meno i bisogni dell’anima. Quando i conti non tornano, le incertezze si moltiplicano e la vita smette di sorridere – vuoi per pessime contingenze, vuoi per la propria incapacità di fronte all’ostacolo, vuoi per il timore di ammettere la propria fallibilità dinnanzi a forze che ci schiacciano e si fanno beffe di noi, che cadendo rotoliamo lasciando poca o nulla scia – la prossimità è l’unica fonte di luce. Divisi si sta peggio, uniti si cerca riparo, si cerca un nesso, si cerca un perché. Le questioni dell’anima non sono solo riflessioni personali da condursi nell’intimità di un pensatoio domestico, ma sono le questioni centrali di un libro modulato sulla frequenza di Radiostop e sulla frequenza di tanti cuori in affanno. La tenerezza della mano di Scriboni, la docilità con la quale ammaestra stati d’animo comuni spesso dolorosi, spesso in sosta sulle nostre bocche ma mai in grado di venir fuori per pudore, per irragionevolezza, per il troppo mal di vivere, sono gli ingredienti di questo libro che al di là di una probabile – ma forse anche plausibile – incoscienza della grandezza di ciò che si tenta di ammaestrare, ci spinge alla riflessione e alla comunanza. Affinché il mal comune prema meno, è necessario abbracciarlo e aver sempre a mente che tutti hanno frequenze dell’anima da ascoltare e che il vero torto sarebbe non ascoltarle.
Adg.
Edizioni Cinquemarzo, narrativa, narrativa dell'anima, narrativa toccante, racconto, recensione libro, recensioni libri, Riccardo Spataro, una malattia
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 24 Dicembre 2008 at 14:09
Un libro particolarmente significativo, in una forma agile, così agile che si spererebbe lo fosse un po’ meno, e che del resto è sintomatica del fatto che l’immediatezza di talune cose, non la si può ingabbiare in un numero eccessivo di pagine.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Una malattia
Autore: Spataro Riccardo
Editore: Cinquemarzo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Erato
ISBN: 8895854063
Pagine: 59
Una Malattia è un libro avaro di pause. È tutto un arrampicarsi e inscatolarsi di pensieri che s’accavallano fino al parossismo, fino all’esagerazione, all’esacerbazione di un sentimento della nullità che si confonde alla contingenza e al dolore consapevole di chi è troppo sensibile e troppo esposto, in un mondo così profondamente nullo e facile alla categorizzazione. Riccardo e la malattia, Riccardo e sprazzi di luce al neon ed ombre, bieche, terrifiche, a volte persino baluginanti con la loro evidenza. Una Malattia riflette tanto la realtà vissuta che la realtà filosofica delle cose, in un crescendo o forse meglio in un districarsi continuo, tra idealità e immediatezza, con confusione e spesso scambi di ruolo, poesia al posto della filosofia e canto al posto del mero piangersi addosso. Spataro ha una penna sintetica e nevrile; la senti che gli vibra in mano in ogni riga e che il pensiero si somma al pensiero e alla fine è tutto un aggrovigliarsi di domande e ripensamenti e tutto conduce sempre sullo stesso punto e la distanza tra ciò che si sente e ciò che realmente si può fare, è sempre troppo grande e lui, allora, così irrimediabilmente vittima della trappola del male, è pur sempre un ragazzo anche quando è un uomo, ed era un bambino quando doveva essere un ragazzo, e pesa con la schizofrenia di una scrittura borderline, l’insoddisfazione di fronte all’esistenza scevra di eccessivi sentimentalismi, eppure mai arrendevole alla loro mancanza. La ricerca dell’uomo nelle spoglie del matto, è tutto quello che conduce Spataro all’evidenza dei bisogni, all’immanenza dei sentimenti, alla riflessione zigzagante e priva di regole che, così come l’ha risucchiato dentro, ad un certo punto lo sputerò fuori proprio per la via della consapevolezza, poiché, e di questo si può esser sicuri, chi è malato spesso se ne rende conto ma non sa rifletterci sopra; in lui è tutto un affrontar d’ostacoli e pene e questa forse è la migliore forma di liberazione. Il matto, che matto è se dice «Sì, signori: io sono matto»?
Adg.
Claudia Bellassai, Edizioni Cinquemarzo, l'isola pellegrina, narrativa, narrativa intima, racconto di vita, recensione libro, recensioni libri
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, case editrici on 24 Dicembre 2008 at 13:09
Ringrazio edizioni Cinquemarzo ♥
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: L’isola pellegrina
Autore: Claudia Bellassai
Editore: Cinquemarzo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Erato
ISBN: 8895854039
Pagine: 98
La vita si può scandire abbinando molteplici fattori e avvenimenti ai singoli istanti che contraddistinguono la nostra esistenza; ci ricorderemo di vecchi aneddoti quando una data cosa ci procurerà la reminescenza, verremo stimolati a guardarci indietro quando qualcosa dal nostro presente busserà alla porta del “già stato”, quando qualcosa ci riporterà al “chi eravamo”. La Bellassai scandisce in questo libro dal formato piccolo e discreto, i tempi della sua vita, con una mano pacata eppure non asettica, pragmatica ma mai impoetica, contrassegnando un evento o un periodo, una età come anche uno stato d’animo piuttosto che un viaggio, con un libro, una lettura, un’esperienza concreta di apprendimento, amore, ansia, immedesimazione.
I libri di cui l’autrice ci racconta sono intessuti di una profonda verità: hanno il dono di aver segnato lei personalmente, di appartenere ad un periodo ben noto e vivido nel suo calendario delle emozioni; una esperienza, un modo di intendere i fatti, che accomuna molti, certamente, ma la Bellassai, che scrive in modo tonico, al limite della secchezza, è realista, addolorata, stringata eppure pronta a lasciare casualmente aperte una serie di porte che a noi permette di varcare con lo strumento dell’immaginazione. I libri di cui ci parla in questo diario di bordo di una intera vita, sono libri regalati, prestati, acquistati, talvolta bruciati, che le sono stati fedeli nella gioia e nel dolore, che hanno viaggiato con lei e sono andati in giro per il mondo al riparo dai perigli nella sua borsa. L’infanzia è contraddistinta dalle Confessioni di Agostino, da Andersen, Florence Montgomery, da Mary Maper Dodge e i suoi Pattini d’Argento, a Luisa May Alcott e le sue Piccole Donne; Iliade e Odissea negli anni delle scuole medie, Hemingway, Mann e Lawrence, le prime letture impegnative, fino a scivolare verso la lettura teatrale con Tennessee Williams e il Macbeth di Shakespeare.
Tracciando il suo diario, dicendo chi era in un dato momento storico-autobiografico, chi era sua madre, chi erano suo padre e i suoi nonni, su quali bugie si basassero i suoi stessi natali e quali inganni tenessero in piedi la sua famiglia, quali trampolini di lancio ha preso, quali libri scelse per moda, quali rilesse, quali lesse senza stupore e quali portò con sé dall’altra parte del mondo, assieme al desiderio di scoprire, vivere l’amore del suo uomo e conoscere facce, la Bellassai disegna un ritratto generazionale, il suo come quello di tanti, il suo non tra i tanti ma speciale come molti. Riviviamo con lei i suoi gatti, i cani, Milena, i suoi amanti e i suoi amati, il matrimonio, il Sessantotto, la morte di Pasolini, la malattia della madre, Istanbul, la compagnia teatrale e la cognizione profonda del dolore, che non è solo un libro, ma uno stato di cose contingenti – a volte dolci, a volte aspre e acuminate.
Adg.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Mi arriva un libro a casa. Un saggio. Per la precisione una tesi.
L’autrice è Marta Berzieri e il suo saggio è molto interessante.
Così l’ho recensito su Bookland e ne troverete traccia anche qui.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La paura in Giappone, Yokai e altri mostri giapponesi
Autore: Berzieri Marta
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Dissertatio
ISBN: 8895437101
Pagine: 185
« La paura in Giappone è un testo importante, valido, apprezzabile. Un testo di assoluto pregio.
L’autrice è stata in Giappone per compilare questo studio affascinante sulle figure terrifiche giapponesi, molte delle quali tutti conosciamo attraverso i manga o le loro versioni televisive, dando alla luce un’opera stimolante e di facile lettura.
Ricco l’apparato delle note, con traduzioni dal giapponese, ricca anche la bibliografia di riferimento, ricche le ricerche fatte sul campo per documentare dove storia, leggenda, cultura, tradizione e fantasia hanno saputo dar vita ad una serie di mostri e fantasmi entrati a colorire l’immaginario nipponico collettivo. La Berzieri ci racconta anche cosa ne pensano le persone comuni circa Yokai e altre creature crepuscolari dal misterioso fascino e dai poteri soprannaturali, permettendoci di notare, attraverso l’estratto di vere interviste fatte a cittadini giapponesi, come ognuna di queste persone abbia un ricordo relativo ai mostri di cui lei ci informa.
Diverse sono le interpretazioni che si danno circa l’innata paura dell’uomo e il sospetto verso tutto ciò che è crepuscolare, ma lo studio della Berzieri ci aiuta a vedere da vicino, in una sorta di ragionata rassegna, quali e quante sono le creature più o meno temibili in questione, partorite dalla cultura nipponica e giunte sino a noi in rimpasti fumettistici e televisivi. Affascinante è notare come spesso queste creature siano un misto di tratti fisiognomici animaleschi e caratteristiche emotive umane e come alcune di loro si divertano a spaventare gli uomini mutando le proprie forme, rubando cose, o peggio ancora portando via bambini e facendo del male alle persone.
Antichissime leggende vengono dunque fatte rivivere in questo saggio in cui si evidenzia anche la profonda solitudine e inconsapevole ignoranza che rivive nell’antico bisogno di giustificare i mali cui non ci si può opporre con alcun tipo di forza, con la presenza terrena e dunque la personificazione di forze maligne che governano liberamente il mondo e gli esseri viventi. In un certo senso però, quanto più queste creature malefiche – alcune delle quali piuttosto “burlone” – si avvicineranno all’uomo, tanto più ne copieranno usi e costumi, fino a che qualcuno non le convertirà del tutto e grazie alla religione buddista e ai suoi santi precetti, riuscirà addirittura a farle reincarnare in creature migliori.
Aneddoti, cronaca, folklore, il libro della Berzieri traccia la verosimile storia di questi demoni e mostri, – alle volte disgustosi e ripugnanti, altre volte meno – scoprendone le tracce nell’arte, nella letteratura e nell’oralità giapponesi, testimoniando come e con quale facilità, credenza popolare, suggestione, spiacevoli fatti reali, incidenti, lutti e miti, si possano confondere per creare una commistione magica e orribile al tempo stesso. Consigliata vivamente la lettura.»
Adg.
Caravaggio Editore, cecità, le ali spezzate, memoriale, narrativa, recensione, recensione libro, recensioni libri, Vincenzo Palladino
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Il 21 settembre 2008 a Villaricca di Giugliano, provincia di Napoli, si è tenuta la prima presentazione del libro Le Ali Spezzate
di Vincenzo Palladino. Io ero presente in qualità di “nipote acquisita” e rappresentante di Caravaggio Editore. Ho lavorato al suo libro in qualità di editor e l’ho recensito su Bookland. Sarò stata di parte? Beh Vincenzo è un vero personaggio e ha una famiglia meravigliosa, che ringrazio ancora dell’accoglienza… e dei limoni…
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Autore: Vincenzo Palladino
Editore: Caravaggio Editore
Collana: Recordatio
Anno di pubblicazione: 2008
Codice ISBN: 8895437195
pagine: 112
« La forza di un uomo non si misura in base a quanto può vedere, indi dominare con la propria ingorda vista, quanto piuttosto in base a ciò che riesce a fare senza poter vedere nulla con gli occhi fisici, e utilizzando unicamente quelli dell’anima. Non siamo di fronte ad un best seller, ma ad un pezzo di storia personale importante e decisiva, che si innesta nella storia d’Italia all’altezza della Seconda Guerra Mondiale, proprio all’indomani di una tragica svolta… Palladino, lungi dal voler coltivare velleità artistico-letterarie, mette se stesso a nudo in un memoriale poetico nella sua tragica semplicità, rivestito di dolcezza quando non di affetto e compassione per i sofferenti, i derelitti e le persone minate nel fisico e nello spirito. Palladino a 13 anni perse la vista. Oggi è un signore attempato eppure a vederlo non lo diresti. E’ un nonno felice e un patriarca fiero, ma è soprattutto un uomo impegnato nel sociale al fianco e al sostegno di altri non vedenti ed ipovedenti, cui ha dedicato non solo la sua vita, ma anche questo libro intriso d’emozione. Come ci conferma lui stesso in queste brevi pagine, l’idea del libro lo ha aiutato a mettere mano ad una serie intricata di spiacevoli ricordi che, senza la retorica impersonale che un cronista adotterebbe per narrare un fatto, si carica di nostalgia e consapevolezza che il rifiuto della luce non è mai giunto veramente, ma che la luce stessa si è irradiata su di lui da quel giorno maledetto in avanti, per non abbandonarlo mai più.»
Adg.
Alessandra Micheli, Caravaggio Editore, i roghi delle streghe, recensione libro, recensioni libri, saggistica, stregoneria
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Ed ecco qui un altro volumetto Caravaggio Editore.
Agile, tascabile, economico. Forse non proprio quel che si dice una ricognizione approfondita di un argomento piuttosto esteso, praticato già in centinaia di forme ma pur sempre d’impatto e attrattiva, ma comunque un testo chiaro e logico.
Ecco la mia recensione stilata per Bookland.

Titolo: I roghi delle Streghe
Autore: Alessandra Micheli
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Dissertatio
ISBN 9788895437125
Pagine: 72
I Roghi delle Streghe è l’agile volumetto di Alessandra Micheli, scritto in forma snella e senza complicazioni retoriche, per dare lo spunto alla riflessione circa l’olocausto delle streghe in secoli non lontani da noi e dalla nostra attenzione. La Micheli più che affrontare il problema nella sua complessità, cerca di tracciare una serie di punti fondamentali in un quadro nient’affatto elementare, rintracciando non solo le origini del “male” che coinvolse migliaia di donne e sulle cui motivazioni ancora ci s’interroga, ma anche e soprattutto suggerendoci chi in verità fossero le cosiddette streghe e cosa facessero. Questa disquisizione, pur senza palesare completezza, è filosoficamente vicina ad una annosa risposta: il male che travolse le povere e ignare vittime dell’ignoranza altrui, non era altro che il frutto del rigetto del sacro femminino. Nel mondo tutto ciò che è forza e potere è incarnato nell’elemento maschile; a questo però corrisponde anche la capacità di ingenerare guerre, morte e distruzione, di contro alla forza generatrice e rigeneratrice della donna, madre di tutte le creature. E’ infatti plausibile basarsi più su questioni di carattere antropologico che di carattere storico, poiché in ogni epoca la donna è stata oggetto – e lo è ancora oggi – di discriminazioni per via di una presunta minorità. Ma la Micheli, come del resto gli studi sulla comparatistica e gli studi femministi e post-femministi, sono più inclini a rintracciare il vero nodo della questione proprio laddove s’ingenerano il pregiudizio e la paura. Il lato femminile delle cose è il lato che riappacifica il mondo con le forze benigne e che del resto ammansisce il maligno – ricordiamoci che la Madonna schiacciò la testa del serpente… – ma l’ignoranza è il timore dello svilimento e dello smascheramento dell’incapacità maschile – nel senso più ampio del termine – di dominare quelle forze che invece la donna gestisce con naturalezza – non dimentichiamoci che la donna raccoglie il suo seme certo, ma contiene in sé il substrato fertile per crescerlo e nutrirlo e sopporta i dolori del parto, rimettendo al mondo lo stesso uomo che la teme.
La Micheli dunque ci prospetta da un lato la questione etica e naturale dell’intolleranza per questo femminino che genera senza farsi generare e dominare, e dall’altro ci racconta in breve chi erano le streghe e come si concretizzarono gli attacchi nei loro confronti. Sciamane, guaritrici, levatrici, erboriste, queste donne erano in contatto con la natura e conoscevano l’uso delle droghe, preparavano rimedi medicamentosi e aiutavano ad alleviare i dolori del parto. Erano più preparate dei medici sull’anatomia umana ed anche molto più brave, perchè studiavano alla scuola della natura tutto ciò che c’era da imparare ed erano sprovviste di velleità retoriche utili solo agli accademici che in segreto le odiavano e le invidiavano.
Saggio breve, significativo, che ci dà il “la” per altre ricerche e altre considerazioni.
Adg
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: La mia vita in una scatola di biscotti
Autore: Eva Russo
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Narratio
ISBN-13: 9788895437217
Pagine: 47
La vita… è davvero come una scatola di biscotti? O erano cioccolatini?
L’unica cosa certa è che alle volte bisogna assaggiarne più d’uno per capire come andrà a finire. Altro giro altra corsa, altro libro della mia libreria personale, altre impressioni messe su carta.
Questa volta un romanzo breve dai toni pacati.
Ho curato l’editing per Eva Russo ed ho acquisito una amica straordinaria. Nessuna parzialità nei suoi confronti. Ho scoperto che persona è leggendola. Prima non sapevamo l’una dell’esistenza dell’altra.
Romanzo dai toni garbati eppure modulato sulle morbide e a volte stridule note di una voce femminile che cerca il suo Io nell’aroma di ricordi lontani, ma vividi e presenti. Una scatola quale metafora della vita, un contenitore di idee e sogni, di amore e speranze, sentimenti e passioni. Cercare nella scatola per scovare qualcosa, è come immergere la mano nello specchio del tempo per vedere cosa si può trarre dal proprio riflesso. Perché – e qui sta una delle lezioni che l’autrice/narratrice impartisce – è conoscendo bene ciò che è stato, che è possibile affrontare tutto quello che è e che probabilmente sarà.
Opera vincitrice del Primo Posto Assoluto nella Collana Narratio – Concorso Adamantes 2007.
« Un romanzo che si contraddistingue per il particolare e sentito tocco femminile, ma lungi dal voler esplorare aree intime della propria natura, l’Autrice si accinge ad esplorare momenti ben precisi riguardanti la sua vita a due, con la prospettiva di essere presto in tre. Un racconto breve ma potente nella sua aura di domestica e trasognata semplicità. Il sospiro dei ricordi di una donna alle prese con un trasloco che poi non è solo un semplice cambiamento di domicilio, e l’incontro con pezzi di passato sapientemente scelti e conservati sul fondo di una scatola di biscotti che si fa scatola delle rimembranze, scatola delle speranze e scatola della coscienza… La coscienza d’aver saputo guardare indietro per aver conferma del punto in cui s’è giunti e di quello che si sta ormai raggiungendo. »
Adg.
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Quando mi sono ritrovata per le mani questo racconto nell’ambito della valutazione per il concorso Adamantes, devo ammettere di averlo letto con molta attenzione e anche con particolare gusto. L’autrice mi sembrò subito una con una buona mano. Non ci vuole niente a capire la percentuale di abilità di chi sta dall’altra parte. Questo però non vuol dire che dichiarare l’opera vincitrice sia stato più facile. Anzi, il compito è stato piuttosto arduo… Certo, l’autrice di questo romanzo breve è non solo una donna talentuosa ma anche una persona particolarmente brillante e simpatica. Quindi di nuovo, una attività di editing mi ha portata a conoscere qualcuno molto in gamba…

Titolo: Una scomoda indagine e un cane fetente
Autore: Gaia Conventi
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Coacervo
ISBN-13: 9788895437248
Pagine: 64
Reparto: Narrativa italiana
Un fotografo della scientifica alle prese con un caso davvero strano: la morte di Cinzia, la voce più calda del telefono erotico; una donna piuttosto fuori dall’ordinario, visto che Cinzia, in realtà, si chiama Roberto. Mentre la polizia indaga, la storia scivola gustosa tra un commento e una riflessione di quest’uomo, che di crimini ne ha fotografati tanti, che ama i romanzi di Liala, e che ha un cane – un pastore belga – con l’intelligenza di un vero poliziotto. Una storia accattivante e divertente, che ci terrà col fiato sospeso fino alla fine.
Opera vincitrice del Primo Posto Assoluto nella Collana Coacervo – Concorso Adamantes 2007 e vincitrice del Primo Posto nel Concorso Esperienze in Giallo 2008
« Un fotografo della Scientifica racconta in prima persona di un caso che tiene banco al commissariato di polizia. La sua vita è contrassegnata da casi di persone che seppure in vita erano famose e possedevano tutto, alla fine vengono fotografate come tutte, da morte, contratte in spasmi di dolore o ricoperte di vomito o peggio ancora sfracellate e massacrate. Il suo è uno sguardo nient’affatto rigido o asettico, perché seppure non si tratti di fotografie artistiche, ha l’intento di donare un ultimo tocco di umanità a chi ormai non ha più nulla da dire e resterà impresso su pellicola in un’immagine che ne riprende il trapasso. Stavolta però ha per le mani una storia molto strana… strana soprattutto se si prende in considerazione che Cinzia, la donna morta, in verità era Roberto, e conduceva da anni una doppia vita di cui all’apparenza nessuno sapeva niente. Una cosa fra tutte catturerà l’attenzione del nostro uomo: la collezione di romanzi di Liala che Roberto teneva in libreria. Sì perchè per uno che lavora a stretto contatto con la morte, che fotografa scene del delitto e cadaveri, i cari vecchi romanzi d’amore di Liala erano il segno tangibile di un contatto umano ed emotivo che la vita vera invece pare non possedere più. Certo, nella sua vita un legame tangibile c’è, ma niente a che fare coi romanzetti di cui si cibava… L’unica storia seria che riusciva a portare avanti era quella col suo cane, un pastore belga dalla straordinaria intelligenza – talmente intelligente da fingersi “stupido” pur di non entrare nella squadra dei cani poliziotto” – il cui nome però verrà svelato solo in ultimo; un cane capace di prodezze domestiche che lasciano di stucco il suo padrone e noi che leggiamo…
Una prova di assoluto talento narrativo questa, che ha permesso alla Conventi di aggiudicarsi non solo il primo posto assoluto nell’ambito del concorso Adamantes bandito da Caravaggio Editore, ma anche il primo posto nel concorso Esperienze in Giallo. »
Adg
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Corso di Blogwriting. Appunti in tema di scrittura creativa per blog letterari
Autore: Barbarisi Maurizio
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Compendium
ISBN-13: 9788895437170
Pagine: 244
Il testo di Barbarisi si presenta come un agile corso che coniuga la positività della scrittura priva di contrazioni schematiche senza fantasia nè utilità ai fini della conoscenza, e la concretezza della propria esperienza personale – esperienza vissuta in qualità di blogger o per meglio dire web-taler. Il suo saggio è dunque un prontuario nient’affatto banale, ma pregno di spunti scrittori intelligenti che, manco a dirlo, non saranno d’aiuto solo ai frequentatori del web con velleità artistiche, ma anche e soprattutto a tutti coloro che, avendo più o meno grandi capacità di elaborazione del pensiero in forme creative e letterarie – in senso lato e non – abbisognano di qualche suggerimento per dare un “tono” alla propria opera. Quando ci si avvicina alla scrittura e si riesce a fare il passo successivo, ad esempio, ovvero quello di prendere in mano il proprio manoscritto per indirizzarlo all’editoria, bisogna tener presente che non tutto è adatto alla pubblicazione, che serve una certa forma affinché quello che abbiamo scritto si possa ritenere accettabile e che dunque anche se non lo è, può senza dubbio diventarlo, grazie ad accorgimenti basici che vanno al di là del nostro stile personale (che possiamo solo esercitare o possedere in modo innato). L’Autore insiste sull’uso della punteggiatura, sulla conoscenza della sintassi e l’uso del dizionario (la nostra lingua è infatti molto vasta e non solo va modulata stilisticamente e adoperata in modalità prettamente “narrativa”, ma conosciuta sufficientemente bene e applicata di conseguenza) sull’esercizio alla scrittura (e chi è blogger “di mestiere” ne sa qualcosa), sull’esercizio della propria curiosità sul mondo circostante e soprattutto sulla lettura, unica vera porta d’accesso per la formazione di un bagaglio culturale utile ai fini personali e al fine della nostra officina scrittoria. Quello su cui inoltre si appunta l’attenzione, è il rapporto esistente tra lettore e scrittore, facendo ovviamente le dovute differenziazioni tra chi scrive sul blog e chi scrive su supporto cartaceo – il quale ha un rapporto di feedback molto più lento e forse anche meno incisivo, col lettore – e poi sui diversi tipi di scrittura e storie narrate, sui diversi tipi di testo (da quello olografo, a quello dattiloscritto, a quello tipografico fino a quello digitale), sul linguaggio e le sue particolarità, sugli spunti per rinnovare una creatività assente, su come impostare i dialoghi, i personaggi e tutto ciò che riguarda lo scrivere storie, ponendosi perciò come risposta razionale alla difficoltà contingente provata da quanti scrivono e non sanno bene come correggere le proprie bozze o come impostare in modo più comunicativo e apprezzabile ciò su cui hanno lavorato alacremente – difficoltà molto facile ad ingenerarsi.
Insomma, un gran bel manualetto! Barbarisi dunque getta le basi non solo per la cura del proprio blog di racconti, ma anche e soprattutto per la cura della propria “penna” che, inutile dirlo, non è fatta solo di genio e sregolatezza (per chi li ha…), ma deve fare i conti con una realtà fatta di codici linguistici, retorici ed espedienti comunicativi ben precisi – quegli stessi espedienti che ci permettono di essere fruiti e fruibili, e che possono venirci veramente in soccorso al momento di razionalizzare la nostra opera e renderla sapida, professionale e degna d’esser letta.
Adg
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In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Grazie a Michela P. per la disponibilità.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio
Questo libro per motivi personali mi ha letteralmente sconvolta. L’Autrice certo si schermisce e forse un po’ si nasconde, ma la bellezza di quanto ha prodotto brilla sulla reale drammaticità di quanto narra.

Titolo: Esperienza parallela
Autore: Michela P
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Narratio
ISBN-13: 9788895437002
Pagine: 143
Reparto: Narrativa Italiana
Trama (quarta di copertina): Hai mai desiderato poter tornare indietro? Poter rivivere un determinato momento della tua vita? Questa è la possibilità che viene concessa a Katia, una ragazza tranquilla, ma che nasconde dentro di sé dei segreti inviolabili, rimossi dai tempi dell’infanzia. Vivere nel passato non sarà un sogno idilliaco: si trasformerà pian piano in un incubo surreale, e tornare al presente non sarà così semplice…
« Infonde strani stati d’animo questo romanzo. E’ talmente denso da levare il fiato durante la lettura. Alle volte fa male pur apparendo scritto quasi con ingenuità e tenerezza. E’ però estremamente duro da mandare giù. Delicato, tutto sommato, ma trasognato e inquietante. Ti risucchia dentro, come nel fondo di una spirale spazio-temporale senza fine. Va assolutamente letto e respirato. E’ la storia di Katia, universitaria alle prese con la tesi, risucchiata in una vertigine che la rimanda all’infanzia, ad un mondo parallelo in cui lei è adulta e bambina al tempo stesso. Si ritrova coi suoi cari ma loro non la riconoscono. Si ritrova davanti alla sua versione infantile, senza poter preservare quella bambina dalle brutture cui andrà incontro. Nel romanzo viene dipanato un intricato filo che rimanda a relazioni famigliari opprimenti e ingiuste, a tempi di solitudine e malessere, a bisogno di riscossa e dolore mai superato. La P. riesce a trascinarci nel suo vortice opprimendoci e atterrendoci, facendoci versare copiose lacrime per quella dolce Katia vittima della stessa furia della piccola Katia che non sa ancora niente, che non può ribellarsi, che è suo malgrado crudele e vittima di un mondo che non ha alcuna cura per lei. Un romanzo ispirato e drammatico, da leggere prendendo fiato tra una pagina e l’altra. Esperienza Parallela. Si rischia di non uscirne fuori, esattamente per le stesse ragioni per cui la nostra protagonista faticherà a fare altrettanto. Il monito riconoscibile tra queste righe intessute di panico e ansia di vivere, è che il passato non è mai veramente passato e tutto ciò che soffochiamo nel tentativo di eliminare drammi e strappi dal nostro cassetto dei ricordi, prima o poi si ripresenterà a noi intenzionato a farci altro male, ma l’età adulta – anche se qui vediamo che la fatica si toccherà con mano e lo sconforto sarà grande e immanente – ha un vantaggio rispetto a quand’eravamo solo bambini e bambine privi di difesa: ci permette di risolvere quello che ci siamo lasciati alle spalle e di prenderlo per quello che è… solo il ricordo di una vita fa, che ormai non si può più cambiare ma da cui si può prendere e ripartire. Uno dei libri più toccanti e pregni di significato che ho letto negli ultimi anni. »
Adg.
Borelli editore, Cristiana Longhi, erotismo, letteratura erotica, Lisa & Cécile, Mariarosa Campanale, narrativa, narrativa erotica, premio fiuggi 2007, Recensione libri, recensione libro, romanzo erotico
In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura on 20 Dicembre 2008 at 23:09
Ringrazio Cristiana Longhi per avermi sopportata.
recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Lisa e Cécile
Autori: Cristiana L., Maria Rosa C.
Editore: Borelli
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Pizzo nero. Black lace
ISBN-13: 9788886721653
Pagine: 160
Reparto: Narrativa italiana
« Il romanzo Lisa & Cècile edito nel 2007 da G. Borelli, per la nota collana di letteratura erotica Black Lace, è scritto da due amiche che si alternano con la penna tra un capitolo e l’altro, producendo quello che poi si manifesterà ai lettori come un romanzo a puntate, narrante le fantasie erotiche e le avventure sessuali di due disinibite donne della capitale, in un crescendo di sensualità ed emozioni.
A caldo ho subito pensato che il libro mi fosse piaciuto ma con riserva di inquadrarlo meglio. A vederlo si presenta come un collage nel quale vengono esplorate un tot di fantasie “tipo”; fatte vivere alle protagoniste, spesso però senza una gran continuità narrativa. Lisa, il personaggio di Maria Rosa Campanale, è stupenda, forte, selvaggia, una donna matura e fiera, fine, di classe, con i suoi trascorsi e i suoi dolori all’anima. Cécile invece si presenta come una “bambina cattiva”, una donna che usa il sesso spogliandolo della sua morbosità, riuscendoci alla grande e donando attimi di intensa spensieratezza. Cècile è il personaggio di Cristiana Longhi, la quale riesce non solo a farci vedere le due amiche accennando a rapporti che vengono più sottintesi che mostrati (specie nelle varie scene dalla sensualità più esplicita), ma anche a farcele immaginare perfettamente persino nella componente anagrafica e fisiognomica. Lisa appare molto più matura, e lo si sente anche nella scrittura della Campanale; Cècile è matura in modo diverso – più che altro ha una fantasia panica molto attraente che passa nella scrittura di capitoli al limite tra la favola e l’epos antico.
I capitoli che ho preferito sono senza dubbio quelli introduttivi, dove le protagoniste si presentano e particolarmente per quanto riguarda la Longhi, segnalo i capitoli: LA FATINA, RICHARD e IL SOGNO; La Fatina e Il Sogno per come sono ideati. C’è molto lirismo anche se appaiono troppo sfuggenti e brevi. La Fatina è qualcosa di veramente insolito, non il solito cliché di gioco sessuale, né poi dal punto di vista stilistico qualcosa di banale; Il Sogno è un capitoletto tantrico, dove emerge la predisposizione panica di Cécile.
Il legame tra le due amiche è il fulcro di tutto, però poi non so se è stato per esigenze editoriali, o per esigenza personale, ma non hanno osato troppo alla prima esperienza artistica – con un romanzo lungo – addentrandosi nelle maglie del rapporto tra le due, nelle maglie delle loro stesse anime, non saprei dirlo… un pò questo mi ha lasciata insoddisfatta. C’è troppo carnevale dei sensi e l’anima viene appena appena accennata, il che è troppo banale dato che si parla di letteratura erotica scritta da donne; il lettore non riesce a saziarsi. Ci vuole molto di più; tutti lo sanno che scrivere di sesso è relativamente facile, scrivere dell’anima che governa o si fa governare, dai sensi, è cosa molto più complessa. Alle volte, ad esempio, persino le descrizioni delle posizioni rendono faticoso capire chi sta facendo cosa a chi e come, e lo stile è molto disomogeneo, ma forse piace anche per questo, perché è frizzante e veloce. Alle volte sembra che le scrittrici si siano trattenute fin troppo, che si siano dosate molto, specie nella parte linguistica del soggetto. La conclusione mi pare un pò forzata, sempre con l’impressione del carnevale, del carosello, che è un pò approssimativa, ma piacevole, (perché cmq rientra appieno nello stile rapido – da racconto boccaccesco breve per necessità e praticità – divertente, colorato, che contraddistingue l’intero libro). E’ questa la cosa poi che penso arrivi più di tutte. La leggerezza spettinata e calda, divertente appunto…
In genere preferisco romanzi con risvolti più “drammatici”, che guardano più all’anima delle donne e dei rapporti, che alla crudezza degli stessi, limitandosi a parlare di porzioni di corpo come non ci fosse nient’altro di rilevante da trattare, ma tuttavia mi sento di consigliarlo perché il libro è anche corredato di cd audio-book nel quale due attrici si alternano nella recitazione, che esalta in modo morbido e senza forzatura alcuna, la bellezza complessiva che regna nel mondo delle spregiudicate Lisa & Cècile… »
Adg.