Alessandra Di Gregorio

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La fossa comune

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 25 Aprile 2009 at 22:09

Si ringrazia Alessandro per la pazienza.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: La fossa comune
Autore: Bastasi Alessandro
Editore: Zerounoundici
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Selezione
ISBN: 8863071071
ISBN-13: 9788863071078
Pagine: 196

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Come alcuni hanno già fatto notare, di questo libro l’unica nota stonata è il titolo – che lascia presagire altri tipi di storia e altre ragioni sociali. La fossa comune, però, a dispetto di quello che si potrebbe erroneamente pensare, non parla infatti di alcun tipo di eccidio, quanto di una forma allegorizzata di morte comune concreta, intesa quale fine di un importante periodo storico e di conseguenza come l’apertura d’un baratro che ha riguardato il mondo intero. Il quadro che ne viene fuori è senza dubbio un ritratto autentico e corposo, ricco di valenze politiche e storiche che è possibile rintracciare, volendo, anche nella reale cronistoria del nostro recente passato, che dunque affonda profondamente le radici nella storia dell’Europa contemporanea.

Il romanzo di Bastasi segue le vicende di un italiano, Vittorio Ronca, che racconta così come la vede, una Russia post-sovietica impietosa, povera, catastrofica e sporca, in un romanzo che è un po’ thriller, un po’ giallo, un po’ cronaca di un decennio che ha visto il declino di un vero impero, e la commistione, strada facendo, di un senso di riscatto che però si tramuta costantemente in un evidenziarsi di bassezze civili e sociali – il riscatto viene sempre meno, e più la volontà comune si piega di fronte alla mano che sottrae, più si ha la conferma che se sottrarre è così facile le ragioni vanno rintracciate tanto nel tessuto politico di un Paese che in quello sociale di una umanità sempre più disincantata, corrotta e ladra, che imputa alla sopravvivenza comune, le colpe delle proprie malefatte.

Bastasi, chiaro conoscitore della materia narrata, ha la finezza del reporter mentre scrive – non è cinico ma tende alla fotografia umana, attraverso la quale mette in evidenza occhi e facce dei personaggi chiamati in causa, e con essi dischiude un mondo intero, nella forma per lui più evocativa e sincera, dando l’impressione di esserci stato concretamente nella pelle di un Ronca qualunque. Il romanzo consta di una trama piuttosto elaborata, ma il disegno sottostante si muove agilmente tra un narrato fitto, coeso, credibile e ricco, e una “etimologia” del delitto sociale, che fa il verso non solo alla Russia sbandata, corrotta, insensibile e bieca, ma anche a tutta quella generazione odierna incapace di raccogliere l’eredità (umana, civile e politica) del ‘68. Una sorta di denuncia personale contro i traditori di un ideale civile ben preciso, che si esplica in un dettato lineare, linguisticamente rilevante, ed in un intreccio funzionale e altamente politicizzato.

Alessandra Di Gregorio.

La piramide

In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 24 Aprile 2009 at 15:09

Ringrazio Leonardo Tonini e l‘Associazione Culturale Gattogrigio.

Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: La piramide
Autore: Tonini Leonardo
Editore: Gattogrigioeditore
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: I sampietrini
ISBN: 8896314003
ISBN-13: 9788896314005
Pagine: 60

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La Piramide è il primo volume edito dall’Associazione Culturale mantovana che risponde al nome di Gattogrigio Editore, pubblicato, come tutti i testi editi e promossi dalla rampante iniziativa lombarda, con licenza copyleft e senza scopo di lucro. È l’interessante punto di vista di un letterato italiano che attraverso cinque racconti minimi propone cinque esempi di visione del mondo e dei rapporti umani in esso vissuti e possibili. Il taglio generale dei racconti, e dunque dell’intera raccolta, è retorico – nel senso filosofico più concreto – e se da un lato invita ad una riflessione circa ideali e modi di fare della società come del singolo (spiattellandone difetti, non minimizzandone i conflitti, concentrandone le ottiche) dall’altro pone di fronte ad una letteratura agile, secca, sbrigativa, concisa e pregnante, in cui un narratore alle volte sentimentale, alle volte platealmente idealista, ferreo e riflessivo, si getta in pasto alle lettere con dosato impegno.

Ne Lo Studente, l’impianto narrativo corrisponde ad un assetto dialogico del tutto peculiare. Qui troviamo infatti due persone coinvolte in una speculazione filosofica di un certo interesse. Il tema di fondo è relativo alla ragione per cui si reagisce in un certo modo di fronte agli stimoli; l’Autore sostiene – costruendo una impalcatura nient’affatto male – il ragionamento per il quale è possibile osservare atteggiamenti egoistici anche dietro alle iniziative all’apparenza più nobili. Ne chiarifica le ulteriori caratteristiche, certo, ma non ne dà per forza una chiave di lettura negativa; al contrario, l’Autore traccia, attraverso le parole di un oratore che sa il fatto suo, il fondamento umano per il quale si sta bene a far del bene e non necessariamente ciò che è male – come ad esempio salvare il prossimo perché ci piace la sensazione che ne ricaviamo, benevolenza generale compresa – si può demonizzare a priori. Salvare qualcuno è pur sempre salvare qualcuno, a prescindere dalle ragioni per le quali ciò avviene.

Ne La Piramide, un oratore in solitaria rivolge un discorso ispirato ad una platea di cui non conosciamo dimensione, nome e colore. Un invito ad armarsi unicamente del proprio intelletto per brandirlo contro media corrotti, politicanti da strapazzo, dittature filosofiche vecchie e nuove. Il cambiamento, viene da chiedersi leggendo, può passare solo per la voce di un unico uomo? La storia – dall’antica Grecia in avanti – è piena di uomini che da grandi oratori sono stati ridotti al rango di semplici imbonitori di piazza. La consapevolezza della mancanza di unione e coesione nella lotta è la vera sconfitta dell’uomo che arde di passione civile. Ma chi si brucerà sempre ogni volta come fosse la prima e unica sopportabile? L’uomo comune, o colui che si anima da un pulpito ogni volta diverso, mosso da schiettezza e rettitudine intellettuale, ma vittima dell’immobilismo generale?

In Il punto etico, un uomo e una donna, nudi in un letto, vicini al grado massimo tanto del pudore che della vulnerabilità e della suscettibilità, raccontano come sia possibile giungere allo zero assoluto del desiderio, rappresentando nella pratica ciò che – solo nei concetti – è la brama umana di possedere e concupire un altro essere – al punto da fargli, in segreto, una violenza.

In Una storia inventata, il senso di colpa di un uomo meschino di fronte al tradimento appena compiuto. Il fantasma dell’amante che diviene spettro delle proprie malefatte. La confessione e il racconto di cosa si è fatto, per dire in altre parole chi si è e in quali modi – pur con tutto il fascino di cui si dispone – si conquista una preda, tirando fuori il meglio che la propria faccia tosta permette, per tornare l’indomani i soliti vili nei soliti vecchi abiti.

Ne L’invasione dei Rofo in Italia, Tonini analizza, attraverso un racconto di cui si individua facilmente la retorica – supportata anche dall’intelligente disegno di base del dettato narrativo – la tematica della diversità, nel racconto – al limite tra il favolistico e la cronaca ridicola e dell’assurdo – di una pacifica o meglio non del tutto chiara, invasione aliena. L’alieno assurge qui a figura chiave del discorso sulla problematica del “diverso da sé” e nelle reazioni di coloro che vi avranno a che fare, è chiarita se non del tutto, almeno in parte, la prospettiva umana di fronte a chi in qualche modo non rispecchia canoni facilmente inquadrabili.

Alessandra Di Gregorio.

Un tango per Victor

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 11 Aprile 2009 at 22:09

Ringrazio Lorenzo Mazzoni e La Carmelina.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Un tango per Victor
Autore: Mazzoni Lorenzo
Editore: La Carmelina
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8890330023
ISBN-13: 9788890330025
Pagine: 160

Un tango per Victor, di Lorenzo Mazzoni, edito dalla dinamica editrice ferrarese La Carmelina, è un testo sobrio ed elegante, presentato con volontario tono dimesso – frutto dell’uso di un calibro personale ragionato, non sicuramente di una mancata capacità di vivacità letteraria. È la storia di Denil, musicofilo italo-cileno immerso nella multi-etnicità di Amsterdam e dei suoi canali.

È un testo che andrebbe suonato, annusato, fumato, amato, ammiccato, filmato – in cui sesso, amore, nostalgia patria, problematica sociale, abuso storico, tragedia umana, omaggio politico e riflessione esistenziale, si alternano al Sunflower Bay, tra un disco e l’altro, un avventore, una canna rollata sul posto, un succo d’arancia. La piacevolezza di Mazzoni si evidenza nella penna docile, che non cerca di strafare ma al contempo è in grado di creare sommovimenti inattesi in un climax che prepara alla svolta, nella generale pacatezza e accondiscendenza che scandisce la vita ovattata di un Denil all’apparenza sottotono.

È come se il libro avesse due anime che si abbracciano di continuo pur restando nette e separate: da un lato l’anima risentita e vilipesa di italo-cileno, i cui occhi sono meno offesi di quelli di zio Victor, ma non per questo meno sensibili ai racconti degli esuli – i passi dedicati al racconto della vita (e soprattutto del massacro) di Victor Jara toccano apici di umanità e poesia inattesi – dall’altra i moti sentimentali privati, ritratti splendidamente nella descrizione e narrazione della folgorante attrazione per la tanguera argentina che si esibisce in piazza, in un trionfo di sensualità in cui la carne non offende la pagina ma la rende viva con estrema grazia e dolcezza. La tenerezza di un incontro che poi diventa effusione panica, colora la pagina e cola sui nostri occhi affascinati, mentre tra un bacio e una carezza Denil perde e ritrova se stesso, colorandosi a sua volta, accendendosi, risvegliandosi nel moto ondoso di un sentimento che lo sovrasta.

Un tango per Victor, prima che lei vada via senza ammettere che vuole esser seguita. Anche se poi un tango non basta mai e il tempo del canto è tempo del corpo e raffreddato il primo, il secondo cessa di riflesso.


Alessandra Di Gregorio

L’aura di tutti i giorni

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Marzo 2009 at 20:09

Ringrazio Laura.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: L’ aura di tutti i giorni
Autore: Boerci Laura
Curato da: Pierpaoli S., Mecenate S.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Edizione: 3
Collana: Testimonianze
ISBN: 8854603228
ISBN-13: 9788854603226

L’aura di tutti i giorni o Laura – come nel gioco lessicale della sonettistica petrarchesca, in cui Petrarca gioca sui significati di Laura/l’aura e lauro/l’auro – è una narrazione semplice e moderata che quasi trae in inganno col rifiutarsi di Laura di mettersi a urlare.

Laura Boerci indubbiamente colpisce per l’eleganza, il buongusto, l’umorismo irriverente e dolce, la proprietà di linguaggio e l’incantevole verve. Si racconta in un romanzo che è anche diario, nel quale mette a nudo debolezze all’apparenza limitanti (ma che avrebbero istupidito più del 90% di noi e che lei invece amministra in una maniera che lascia di stucco) e una vita ricca di affetti e momenti – tutti di rilevanza eccezionale per la formazione di una giovane donna che non ha qualcosa in meno ma esageratamente qualcosa in più. «A volte penso ai bambini che non ho avuto» dice «Con una schiena così dovetti dire addio a tante cose ed anche a qualche sogno. Ero una guerriera senza forza, imprigionata nell’armatura. Addio a vestiti scollati e stretti. Addio all’idea di avere bambini». Laura soffre di atrofia spinale ed è una costretta in un corpo che non l’asseconda, mentre la sua anima è così fervida e libera che tale costrizione sembra un contrappasso per peccati mai commessi. La difficoltà oggettiva di una vita che teoricamente schiaccia, è qui esposta e rievocata con voce adulta e tenera. Un percorso accidentato affrontato a viso aperto sempre, visto come lotta contro il limite peggiore – che è quello mentale – che non conosce arresto neppure con le grandi perdite. Laura non vacilla – apparentemente o concretamente, e da un certo punto in poi non sappiamo più rintracciare differenze – ed è stoica ma resta tutta da cullare. La puoi tenere tra le braccia e lei si fa sempre più piccola, in certi momenti, e la tenerezza infantile che la pervade, in un gioco di equilibrio/squilibrio con le velleità di indipendenza e ribellione di ogni ragazza comune, la rendono affascinante e grandiosa proprio in ragione di quel guscio fragile che prende colpi ma non la convince alla resa. Laddove molti avrebbero abdicato, lei trova nuovi spunti vitali.

Laura non è mai sola. Amici e amori l’attorniano, ma più di tutti divide le sorti con un fratello: Gianlù – come lo appella lei – che ha la stessa fragilità ed è la sua piccola anima gemella, ma non ha la stessa tempra. La natura lo condanna e se lo porta via. La lettura in questi frangenti diventa impossibile, ciò va detto. I significati si addensano, i sentimenti anche. La narrazione è così tersa da lasciare stupefatti, ma il dolore ha una trasparenza indicibile e trova spazio in un dettato lineare e nitido, arrivando come un pugno. Vien voglia di prendere Laura in braccio e portarla via da tutto quanto, ma lei stoica non cede.

La testimonianza di questa vita – di tutte le vite qui contenute – si spinge decisamente oltre la mera cronaca, oltre il puro dato biografico, oltre i limiti del romanzo, per diventare affresco lucido, doloroso, drammatico e vivido, di una straordinaria vicenda umana e personale, di una donna mai schiava di una forma, ma fattasi contenuto estremo, elegante e incantevole.

Alessandra Di Gregorio.

Pornografia sesso e femminismo

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Marzo 2009 at 14:09

Si ringrazia Effepi Libri

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Pornografia, sesso e femminismo. Un filosofo liberal confuta le più frequenti accuse contro il porno
Autore: Soble Alan
Traduttore: Di Falco D.
Editore: Effepi Libri
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8860020107
ISBN-13: 9788860020109
Pagine: 229

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Cos’è in realtà la pornografia e quanta colpa ha nello scadimento del costume odierno? È questo ciò che ci viene da pensare prendendo in mano questo volumetto di Effepi Libri dall’aspetto indubbiamente peccaminoso, sulla cui copertina campeggia una signorina niente male che non ci farà la cortesia di coprirsi per essere ignorata (o solamente per evitare commenti laidi), e ci inviterà piuttosto a prenderci la responsabilità di guardarla bene, prima di accennare alla benché minima e inutile apologia femminista – femminista nel senso superato e ristretto del termine, ritengo.
Il saggio, così come si presenta, non presta il fianco alla facile critica che ha nel tempo analizzato la pornografia senza però mai analizzarla veramente (e, come sostiene l’Autore, forse senza mai aver mai visto davvero una pellicola piuttosto che una immagine), in una operazione di censura volta solo a negare una evidenza di ben altra natura, proponendo al suo posto una chiave di lettura del tutto fuorviante quando non addirittura ridicola e volontariamente ingannevole e ottusa.
Soble rovescia alcuni dei modelli sinora esistenti, usando una logica nient’affatto pretenziosa, e sondando la problematica pornografica da un punto di vista maschile ma non maschilista, in cui la figura della donna – a dispetto di quanto banalmente sostenuto dalla generazione femminista che si è trincerata nella difesa totale dell’elemento femminile senza però capire da sé il potere implicito e rivoluzionario che tale istanza ha nella realtà pratica, oltre che in quella dei valori – appare tutto fuorché derisa e violata. La pornografia, vista e analizzata senza preconcetto, esplica la sua azione “salutare” nei modi più disparati e quel che viene sottolineato è che – fuor di ogni dubbio – la pornografia (concettuale) sta negli occhi di chi la cerca e guarda, non tanto nel contenuto, perché le immagini sono polisemiche per loro implicita natura, e ciò che rappresenta la perversione di uno non è detto che rappresenti anche quella di altri. Si cerca poi proprio di far luce su ciò che è pornografia – anche solo fine a se stessa – e su ciò che rappresenta il sogno erotico in sé o la perversione, perché il filone perverso non è prettamente pornografico così come lo intendiamo noi. Oggi la Rete ci offre un ventaglio di possibilità d’indagine – oltre che di trastullo – che non può trarre in inganno l’occhio onesto che vi si approccia con scopo critico. A voler bene sgranarli, gli occhi, tutto vedremo fuorché stupri e violenze su donne succubi (i video snuff non afferiscono alla pornografia, quindi c’è da fare anche una dovuta chiarificazione a questo riguardo, specie perché rappresentano una casistica da inquadrarsi molto a latere) ma vedremo l’esplicazione di un potere che piuttosto tende a schiacciare il maschio che non può farne a meno, e deve possedere non limitatamente a scopare, ma a venerare, il corpo femminile in ogni sua appendice e mucosa.

Alessandra Di Gregorio

Cuore di diavolo

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 20 Marzo 2009 at 22:09

Ringrazio Prospettiva Editrice per i suoi volumi e la collaboraiozne.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Cuore di diavolo
Autore: Balzarro Ferdinando
Editore: Prospettiva Editrice
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Lettere
ISBN: 8874184689
ISBN-13: 9788874184682
Pagine: 95

Cuore di diavolo è un romanzo cinico e disinibito il giusto. Lui e lei si alternano alla narrazione giocando al racconto diaristico, intimo e sfacciato, del chi-dove-come-quando-perché nasce una attrazione che merita il biasimo della Civiltà perbene e decreta il disamore delle persone per le strutture affettive consolidate dalla Società e accettate nel tempo.

Un uomo e una donna che diventano amanti non sono solo due sessi che si fondono; non è mai mera questione di rapporti fugaci da consumare. La grandezza dell’atto varia sensibilmente in base al grado di sicurezza di sé che le persone hanno. Quando due sono troppo realisti per farsi gabbare dall’amore così come ce l’hanno insegnato, subiscono una spinta che li tormenta dal fondo fino a portarli a valicare confini relazionali esplorabili principalmente col sesso. L’Autore va ben oltre la normale soglia d’indagine, e la disamina che fa dell’amore – tanto di quello corporale, che di quello ideale, lungimirante, imposto, codificato dai canoni, eccelso, libero, corale, spirituale e osceno – è spesso un pugno nello stomaco. Un uomo di mezz’età che s’invaghisce di una ragazza più giovane non è solo un fatto di costume o una macchia nera sul curriculum coniugale di molti mariti. L’Autore ci prospetta il fatto dal punto di vista di ambo gli amanti e di fronte a noi si dipanano due vite differenti e un senso di incompletezza che appartiene a tutti. Vengono smitizzati fatti e luoghi comuni della vita di coppia e al tempo stesso il disagio intero di una umanità piena di disamore. Consumate le voglie, persino il Natale non ha più senso. Il commercio dei beni di prima necessità – e tra questi l’amore – viene pesato e valutato e la difficoltà del lettore sta tutta nel dover fare i conti con la propria morale. Da una parte la morale imposta e fraudolenta di rapporti opacizzati, dall’altra la morale del non-avere-una-morale, che se da un lato allieta e rende liberi, al tempo stesso paga il pegno dell’assenza di legami saldi. La punteggiatura rarefatta rende la lettura difficoltosa, come a voler di proposito spingere il lettore ad uno sforzo essenziale a ponderare bene le parole e il senso di quanto esposto. Un romanzo che invita alla riflessione sui rapporti umani e sui legami sentimentali.

Alessandra Di Gregorio.

Prodigi

In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 20 Marzo 2009 at 18:09

Ringrazio Gattogrigio Editore per l’impegno profuso nella diffusione della conoscenza e del sapere letterario e poetico.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Prodigi
Autore: Lando
Editore: Gattogrigioeditore
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: I sampietrini
ISBN: 8896314097
ISBN-13: 9788896314098
Pagine: 86

I versi di Lando ci riportano indietro di diversi decenni, quando all’epoca del periodo a cavallo tra le due Guerre, l’Italia era ancora – e pienamente – un popolo di Santi, Poeti e Navigatori. Ovviamente in questa sede ci interessano di più i Poeti e ci troviamo quasi in soggezione a dover fare una doverosa ammissione – che, lungi dal voler celebrare in maniera fine a se stessa il volumetto di Gattogrigio Editore, mira ad una considerazione fugace, relativamente all’annosa domanda “ma che fine hanno fatto i poeti italiani?” – riguardo all’arte poetica praticata da questo oscuro – quanto a natali, dati anagrafici o altro – poeta contemporaneo.

Lando è poeta del verso pieno e rapido all’italiana. La sua superiorità si esplica in un dettato essenziale, colloquiale, quotidiano, realistico. Gli afflati lirici vengono offuscati volontariamente dal tracciato morbido ma strutturato. La tematica amorosa si abbraccia alla satira mordace, una ironia che strappa sorrisi, uno sguardo all’esistenza e particolarmente alle donne – o alla donna – di cui canta le forme mescendo sentimentalismo e atto pratico.

In sede introduttiva Lando viene accostato all’ultimo Montale e noi, in sede di rielaborazione del pensiero post lettura, non possiamo che trovarci in accordo con Fabio Alessandria.

Alessandra Di Gregorio

Palude

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 8 Marzo 2009 at 18:09

ringrazio Lorenzo Mazzoni, La Carmelina Edizioni ed Enrico Astolfi.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

palude

Titolo: Palude
Autore: Astolfi Enrico
Editore: La Carmelina
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8890330031
ISBN-13: 9788890330032
Pagine: 138

Palude è il brillante romanzo di Enrico Astolfi ambientato a Ferrara e nell’idea del ristagnare di situazioni sempre uguali a se stesse, e delle condizioni atmosferiche nella provincia minima italiana. Il testo si può leggere come un romanzo ma anche come una serie di racconti autonomi, tant’è che se iniziassimo dal terzo capitolo piuttosto che dall’ultimo, non troveremmo problemi nel discernimento della storia, anche se Palude ha a suo modo una certa circolarità. I racconti che animano il libro ci espongono situazioni diverse ma parallele, vite intrecciate da una comunanza che non è solo data dalla territorialità limitante (ma poi veramente limitante?), storie scandite stilisticamente in modi molto differenti tra loro – partendo in sordina e finendo in sordina, ma serbando nel mezzo, tra il principio e la fine, il meglio del senno narrativo di un Astolfi autentico e profondo.

L’Autore ha una mano ferma e pacata – e a maggior ragione più brava nel rendere l’idea di catatonica immobilità di un piccolo universo nell’universo, in cui figuri monotoni e stolti si muovono al rallentatore conducendo vite appesantite dalla nebbia. Mediocrità, noia, violenza gratuita, spacciatori di droga, tifo violento, parabole destinate a perdersi e infrangersi. Su tutti però si staglia la storia di Clara e Mimmo, ed è qui che l’Autore ci concede uno spiraglio di sole; lì dove le gonne di Clara si sollevano alle brezze leggere e le parole che Mimmo rivolge all’amata/odiata amica/amante/confidente sono scritte col fuoco anche quando il tratto è leggero e sognante, addolorato e lacrimevole. L’esempio di una storia d’amore che rischiara i cieli villani e tronfi di una località in cui la nebbia tutto affoga e la mediocrità si fa partito. La poetica di Astolfi si dipana qui, dirompente, alle volte scostumata ma leggera, scollacciata e spesso candida, ilare, schietta. La leggerezza svagata e franca che si denota nel mezzo espressivo utilizzato, cattura il Lettore in un tenue sguardo d’insieme che sceglie, in luogo dell’imposizione di un punto di vista univoco, l’immediatezza della fotografia dal vero – e se da un lato svela volti senza faccia, dall’altro esalta un quotidiano spesso sciatto ma degno d’esser visto anche nel riflesso di una penna. L’invito di fondo ci appare come un inno all’osservazione delle realtà quotidiane minime, ricche di sogni inespressi, di vite appese, di esistenze in bilico, ricettacoli di storie incredibili e chiaroscuri inestimabili.

Alessandra Di Gregorio

Sono solo un marinaio

In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 1 Marzo 2009 at 02:09

Ringrazio Patrizia della simpatia.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Sono solo un marinaio
Autore: Roggero Patrizia I.
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862232101
ISBN-13: 9788862232104
Pagine: 260

Da anni esiste un filone di letteratura rosa seriale dedicato esclusivamente al pubblico femminile, che esporta nel mondo un cliché narrativo in cui le storie vengono infarcite solitamente di personaggi e relazioni improbabili – sul tipo, ad esempio, dell’eroe sette-ottocentesco, capelli al vento e spada al fianco, che è o pirata o nobile decaduto, tra le cui braccia finisce una fanciulla della società da bere, di solito naufraga o costretta con la forza al matrimonio coatto, che presto o tardi cede alla passione e finisce conquistata dal temerario/reietto e a suo modo esplica la redenzione dello stesso seppure abdichi alle leggi dell’amore rigettando quelle della società. Questa tradizione letteraria potrebbe dirsi facente capo effettivamente alle edizioni Harlequin. Dall’altro lato c’è però un filone letterario avventuroso che è sette-ottocentesco per davvero, prodotto principalmente da scrittori inglesi, e che è afferente alla letteratura della colonizzazione o anche all’odeporica – o letteratura da viaggio, in cui il viaggio è il tema centrale, visto in chiave spesso stereotipa ma vissuto matita alla mano per poterne raccogliere gli spunti su di un diario che permettesse ai posteri di conoscere le sorti di chi quel viaggio lo aveva vissuto. Questa letteratura può dirsi facente capo a Defoe, padre del romanzo inglese ed autore del celebre Robinson Crusoe, capace di mescolare sensazionalismo, cronaca e fantasia, ed inscenare quadri letterari complessi e pregevoli ma dando vita ad annotazioni di carattere sociale alquanto discutibili – data l’ottica da colonizzatore bravo bello e buono che il suo Robinson armato di Bibbia incarna persino su di un’isola deserta.

Il romanzo della Roggero Sono solo un marinaio, si potrebbe idealmente collocare a metà strada tra le due varianti sul tema. Un tentativo letterario discreto – seppure: rielaborazione del soggetto, capacità d’indagine psicologica, intarsio dei dettagli e forza dell’intreccio non siano sempre all’altezza delle aspettative di resa oggettiva più alte. A mio avviso ciò che viene fuori è prettamente una letteratura leggera, certamente non disdicevole ma ascrivibile chiaramente alla letteratura rosa d’appendice, che ci rimanda ad un secolo che di avventure, pirati, fanciulle da salvare, naufragi e isole caraibiche, aveva fatto gran tesoro, esplodendo in quantità di romanzi che ognuno di noi avrà letto almeno mille volte nell’età in cui si sogna d’esser pirati o si guardano le disavventure dell’avvenente Angelica in tv, seppure sul versante francese (mini-serie degli anni sessanta tratta dal libro Angelica La Marchesa Degli Angeli). C’è da poterla ritenere (ma senza voler addurre una qualificazione negativa) una letteratura anacronistica e stereotipa – nonostante la penna della Roggero non sia così cattiva e fatta la dovuta pulizia si rischia di ottenere un capolavoro in pieno stile coloniale (cosa per cui ci vuole molto talento e questo sottolinea lo sforzo creativo dell’Autrice). È una bella lettura come può esserlo un testo afferente alle saghe Harlequin o al filone di Defoe, ma il suo successo sta tutto nel palato che va a stuzzicare. Se però riflettessimo sul fatto che la Pamela di Richardson ha indossato le vesti fittizie di una Elisa di Rivombrosa televisiva – con tutto il successo che sappiamo – e che dal punto di vista strettamente letterario i testi qui citati non si discostano molto dallo stile della Roggero – che trova invece i suoi natali nel nostro Novecento – verrebbe da chiedersi se qualora il libro fosse sottoposto ai giusti palati, potrebbe apparentarsi ulteriormente ai suoi consimili grazie alla degna riscoperta del genere d’avventure e pirati, e trovare una migliore collocazione anche extra-editoriale? Forse oggi siamo tutti un po’ malati di realismo sensazionalistico  e neanche ci poniamo più la domanda, ma comunque, come sempre, al Lettore spetterà l’ardua sentenza.

Alessandra Di Gregorio.

Rafelina piglia l’anguria!

In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 10 Febbraio 2009 at 02:09


Ringrazio Achille per il fatto di essersi dichiarato esterrefatto di fronte alle mie parole.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Rafelina, piglia l’anguria
Autore: Signorile Achille
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8862230303
ISBN-13: 9788862230308
Pagine: 135

Aprendo questo libro ero già carica di aspettative, perché questo è il solo modo che adotto per approcciarmi alla lettura; mi ci sono infilata un’intera giornata, terminandolo con profonda gioia e appagamento. Sì perché le buone letture non sono sempre rintracciabili nel fornito catalogo di un noto editore, o nella rinomanza che spesso premia più per meriti teorici che concreti, e allora la ricerca dell’autore di nicchia o del titolo poco noto, diventa un modo ottimale per scoprire le perle di cui questo mare è riccamente abitato.

Il romanzo di Signorile ce ne offre una splendida conferma e l’entusiasmo che mi ha procurato è dovuto principalmente all’intreccio brillante e alla scrittura infarcita di una grazia un po’ demodé – ma di quelle col fascino onesto dello scrittore d’altri tempi, che di cose da raccontare ne ha tante e non usa mai una retorica spicciola per intesser discorsi o giri di parole, e che anche di fronte all’indecisione del registro migliore da utilizzare riesce a farle vivere sulla pagina in modo tanto naturale e gustoso. Il piacere di una lettura come questa, che devi andare a scovare personalmente e che vale il tempo speso, sta tutto nell’atmosfera vecchia Italia del Sud e a quattro fratelli attorno ai quali ruotano le vicende famigliari e paesane di uno spaccato di società rurale meridionale  – appeso tra l’ansia dell’innovazione e del miglioramento, e il peso della tradizione più consumata. Signorile racconta attraverso la viva voce di uno dei quattro, le gesta infantili e adolescenziali di quelli che saranno i nostri eroi dal principio sino alla fine, svelandone segreti, manie, pulsioni, tenerezze, curiosità, grandi e piccole scoperte, e soprattutto il gusto spensierato per una vita che di spensierato non concedeva poi così tanto ma che andava comunque presa a morsi e affrontata di petto. Erano altri tempi quelli, e allora il racconto si inerpica su su per il campanile, dove il vecchio sagrestano amministra la sacra mansione di suonare le magnifiche campane, modulandone il suono e la combinazione a seconda della ricorrenza – più fausta meno fausta – e scandendo, attraverso la descrizione della sua salita fino in cima, il tracciato dell’esistenza propria e altrui, in un crescendo di emozioni, ilarità e saggezza più o meno spicciola, vissuta uno scalino alla volta. Mentre le pagine scorrono e i nostri eroi si fanno grandi – e scoprono il sesso e sono costretti a uscire con le ragazze brutte per non passare da fessi; o ad entrare in seminario perché così si usava, ad educare i fratelli più piccoli sulle meraviglie custodite sotto le gonne di Marianna; a mandar giù i terribili papponi che il babbo imponeva a tavola forse in memoria degli anni di prigionia di cui però non parlò mai apertamente; ad assistere alle pantomime materne di una tipica donna del Sud che tiene alle differenze sociali e detesta bestemmie e parlata volgare; ai rituali sociali sciocchi e meno sciocchi, agli screzi tra preti, alle baggianate dei politicanti locali e ad amenità assortite di una variegata umanità trista e ridente, in un posto che ora sembra lontano più di cento anni fa – la penna di Signorile ci strizza l’occhio col paternalismo bonario del Manzoni più noto e riflessivo, l’ironia – a volte indolente a volte triste sino all’estrema presa di coscienza dei limiti sociali di un costume o un territorio – e la compartecipazione solidale e divertita del miglior Giovanni Verga, la rotondità della scrittura dell’incantevole Nico Orengo de La curva del Latte, e l’abilità creativa di tutti quegli autori italiani che, rappresentando l’Italia regionale, ponendo sulla provincia o la minuta realtà popolare la lente dell’affresco genuino, ne hanno saputo esaltare la bellezza senza tempo, cogliendone altresì lo splendore dettato dalle piccole e care cose, che attraverso la gabbatura più ingenua o la satira più urticante,  ci danno il polso di una realtà forte, statica e colorita, assai utile a fornire spunti creativi per letteratura di assoluto pregio e valore. Qui il dettato ha una eleganza signorile giammai priva d’ironia e tenera compiacenza, e allora il libro ha con sè tutto il profumo fresco di una Puglia magica tutta da rivivere.

Alessandra Di Gregorio.

Uomini e amori gioie e dolori

In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 9 Febbraio 2009 at 23:09


Grazie a Damiano e alla Ibiskos per la cortesia.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

uomini-e-amori-gioie-e-dolori

Titolo: Uomini e amori gioie e dolori
Autore: Mazzotti Damiano
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604305
ISBN-13: 9788854604308
Pagine: 148

L’agile volume di Mazzotti è una sorta di manuale estemporaneo e svagato, che tratta di  messaggistica veloce e di cosa in particolare si scrivono gli utenti della telefonia mobile e in che modo si dicono le cose che poi spesso conservano o addirittura trascrivono. Lungi dal porsi come uno studio oggettivo o dal rivendicare alcun tipo di scienfiticità, si pone ai lettori con l’intento di veicolare un messaggio a metà tra il ludico e l’ingenuo, procedendo con la rivisitazione spesso ai limiti della stramberia – ma sempre con tocco naif, divertito e dinoccolato – di citazioni note e meno note di letterati e pensatori. Linguisticamente il testo non è sempre ineccepibile (e non ci riferiamo alla trascrizione degli sms presi così come sono stati inviati e ricevuti) e sovente si è portati, un po’ perdendosi nei meandri di una diaristica che, seppur divertente, può lasciare interdetto il lettore, a chiedersi l’utilità vera di quanto riportato. Lo scopo dell’Autore non è sempre chiaro perché il fil rouge è più labile di quello che si potrebbe pensare soffermandosi unicamente sulla presentazione del libro, nonostante l’estrema semplicità del dettato e la variegata presenza di chiarimenti. Vengono accavallate tematiche e concetti mai approfonditi come si vorrebbe – o dovrebbe – e il tono generale risente di una sorta di approssimazione che ci toglie molto del piacere che invece, per controparte, abbiamo provato dilettandoci con la lettura degli sms e le possibili intrepretazioni – in chiave di volta in volta diversa – che vengono date a questi “capitoli” di vita comune. L’Autore fa un preciso omaggio ad un mezzo espressivo nuovo e dinamico, con l’opinione – con cui ogni linguista e italianista può dirsi concorde – che l’utilizzo di tale mezzo – che si serve di un linguaggio settoriale in cui s’inframezzano tanto l’uso delle icone create con la combinazione di lettere e segni di punteggiatura, tanto l’uso di abbreviazioni codificate e quindi unanimemente riconosciute – non apporti danno alla lingua madre del paese che la pratica, ma stia solo ad evidenziare la strada che essa concretamente prende e le evoluzioni possibili, di una parte – tra le tante – della lingua da noi scritta e parlata.

Adg.

Telepatia con i deceduti

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 9 Febbraio 2009 at 20:09


Ringrazio Eduardo della pazienza e della simpatia.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

telepatia-con-i-deceduti

Titolo: Telepatia con i deceduti
Autore: Vitolo Eduardo
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Minimal
ISBN: 8854603937
ISBN-13: 9788854603936
Pagine: 42

Telepatia con i deceduti è il romanzo di Eduardo Vitolo, inserito nella collana Minimal della Ibiskos Risolo, casa editrice di Empoli. Romanzo estremamente breve, modulato sul racconto di episodi della vita della giovane Anna, una ragazza con doti medianiche che la mettono in comunicazione coi morti, alle prese con un reporter, una misteriosa casa disabitata e un’ombra improvvisamente destata dalla loro presenza nella solitaria abitazione. L’Autore ripercorre così tanto la storia della donna che quella della casa, portando alla luce verità nascoste e ricordi sopiti. Anna in particolare attrae la nostra attenzione. Nel delinearla l’Autore alterna descrizione somatica a stati d’animo e psichici, ma si nota più di un accenno di raffigurazione un po’ troppo stereotipa rispetto al tratteggio profondo e circostanziato che ci si sarebbe aspettati durante il trattamento di una personalità così complessa come quella di Anna. Le sue doti e la sua difficoltà nel viverle ed accettarle dovrebbero essere il punto centrale del discorso – assieme ovviamente al tema cardine dell’incontro con l’anima randagia infestante l’antica villa – ma spesso il narrato presenta ingenuità tanto linguistiche che d’intreccio, e si perde – involontariamente – la tensione necessaria; non si alimenta altresì a sufficienza l’aspettativa del lettore né il giusto grado di mistero e pathos che da un simile racconto ci si aspetterebbe, e presumo ciò avvenga anche per via della forma snella dell’elaborato, che rimanda a certo filone gotico o del mistero, di marca anglosassone sette – ottocentesca, in cui la trama si presenta piuttosto snella e l’approfondimento tanto dei personaggi, che dell’intreccio, non è contemplato sin dal principio. Vitolo però periodicamente apre dei piacevoli sprazzi che rendono il dettato fruibile e conducono per mano il lettore sino ad una conclusione che scatenerà il nostro raccapriccio e ci farà dire che sì, valeva la pena soffermarsi su questa lettura che ci darà, per bocca del Maresciallo dei Carabinieri accorso sul posto, una risposta nient’affatto banale, ad un quesito che assilla da sempre tutti: «è possibile parlare con i morti?».

Adg.

Per Elisa

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 8 Febbraio 2009 at 02:09

Ringrazio Azzurra Mangani per il libro  e il suo straordinario talento, e la redazione della Ibiskos Risolo per la grande disponibilità.

Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

per-elisa

Titolo: Per Elisa
Autore: Mangani Azzurra
Curato da: Golestani B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604844
ISBN-13: 9788854604841
Pagine: 76

Per Elisa è il romanzo di una giovanissima e talentuosa autrice italiana. Un romanzo svolto in forma diaristico-epistolare, tratteggiato con serena manifestazione di stati d’animo forti e contrastanti, linguisticamente elegante e tondo, sobrio e misurato, pregnante e delicato. Alessandra è la destinataria di un lungo messaggio d’amore amicale, un modo come un altro di rinverdire una memoria passata ed un ricordo schiacciato dagli anni e forse dalla dimenticanza stessa che si vuole avere delle cose tanto belle quanto dolorose di un tempo che non è più. Un excursus sentito e misurato di quella che fu la loro amicizia, di dove affondavano le lontane radici di quel rapporto di sorellanza intima e complessa, difficile da gestire, alle volte persino scomodo e dispettoso. Due donne a confronto. Due esistenze trascorse tutto sommato in fretta e l’imbarazzo della parola fine scritta a chiare lettere persino nel vocabolario più inconfessato di due anime vicine. Perché i rapporti umani sono tutti un po’ così. L’adolescenza ci rende ebbri di una gioia di vivere che piano piano muta e diventa un neon appariscente che acceca senza però scaldare. Abbiamo tutti la sfacciataggine di crederci migliori perché di principi più liberali, saldi valori e proprietari di tante verità in tasca, però poi di fronte alla vita vera siamo troppo impreparati a reagire, e l’unica cosa che ci è possibile è quella di provare sin da subito l’oblio, come i più consumati tra i traditori della specie, che con la stessa rapidità con la quale si scagliarono contro la sorte avversa – più per ideale che per concreta esperienza – in tempi non sospetti, altrettanto in fretta si muoveranno in ritirata e quel che resterà alle loro spalle è unicamente l’elenco delle cose finite, patite, logorate e consumate, che non è possibile più ricominciare, guarire, rinnovare, ricucire. La penna della Mangani esplora aree privatissime con sapiente calma, e l’inchiostro si dosa bene anche laddove la prepotenza della lacrima incrina la voce e la mano tremolante della protagonista – resa incerta dagli anni, dagli acciacchi e dagli schiaffi del cuore – ha la forza e il coraggio d’indagarsi sino in fondo, nella rivisitazione di un’intera vita, senza vergognarsi mai di ciò che è stato, e con la triste consolazione d’aver avuto torto per la maggior parte del tempo e annuire adesso di fronte alla chiarezza del dato di fatto all’epoca mancante. Ogni angolo viene rivisitato e tutto appare meno opaco nonostante il tempo abbia causato più d’una grinza e sollevato più di un dubbio. Alessandra non c’è più e con lei anche la Giannini è lì lì per capitolare. La vita scorre troppo in fretta per poi cercare il bandolo di una matassa infeltrita e polverosa. Bisognerebbe vivere assecondando i moti del cuore, ma si fa presto a dondolarsi dietro un vetro di volta in volta più spesso e una faccia amica fa tanto presto a comparire che a sfiorire ed uscire dalla nostra orbita silenziosa. Un romanzo toccante, dove il tessuto è costellato – anche linguisticamente – di un dettato importante e ponderato, e la forza della memoria e del rimpianto ci disegna due donne straordinarie intrappolate in un destino ahi noi eccezionalmente ordinario.

Alessandra Di Gregorio

Dolcetti e Scherzetti

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 5 Febbraio 2009 at 22:09

Ringrazio sentitamente Effepi Libri per la gradita collaborazione.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Dolcetti e scherzetti. Professionisti del sesso scrivono sui loro clienti
Curato da: Bernstein Sycamore M.
Traduttore: Donaggio A.
Editore: Effepi Libri
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8860020085
ISBN-13: 9788860020086
Pagine: 244

Dolcetti e Scherzetti è un volume dall’aspetto tanto invitante quanto pericoloso. Effepi Libri sforna questo libro dedicato ai professionisti del sesso – e teneramente dedicato a tutte le puttane del mondo (siano uomini siano donne) che scrivono sui loro clienti come nulla fosse, e noi cadiamo nella trappola e ci mangiamo i gomiti per non averlo scoperto prima e l’attrazione esercitata dall’immagine golosa della copertina, scelta per concupirci, è qualcosa che però strada facendo ci darà molto da riflettere e il nostro sorriso accondiscendente si tramuterà in una espressione forse amara. Le storie ivi contenute, tutto sommato pregne di una retorica intelligente ed equilibrata a forza di squilibri, e contenenti una sottile morale di fondo, lungi dal non discostarsi particolarmente da quanto affermato in sede introduttiva dall’Autore, in realtà ci dipingono un quadro tutt’altro che rassicurante. I dolcetti e gli scherzetti di cui di parla Matt B. Sycamore – scrittore, attivista politico e prostituto – sono quelli relativi al sesso e alle sue diverse componenti, raccontati senza fronzoli né complimenti, visti nella loro componente giocosa e stuzzicante quando non in quella più umiliante e imbarazzante, nel tentativo riuscitissimo di farci comprendere il punto di vista di chi il sesso lo vende, offre il suo corpo spesso in cambio di droga o favori, e conduce un’esistenza sempre sul filo del rasoio al bivio tra la disperazione e il caos socio-emotivo. La trama intessuta non è quella della classica fiaba disneyana; qui di favoloso c’è molto poco e nonostante i ritratti delle vite tracciate siano punteggiati – tra le altre cose – da quel brio e quella vivacità tipici di chi vive con trasporto esistenze in bilico su tacchi a strapiombo e col rischio sicuro di cadere prima o poi e farsi male veramente – e da drammi interiori non indifferenti, la particolarità di questo diario hot è che senza vergogna né altra forma di pudore, puttane d’ogni tipo raccontano i propri clienti, evidenziandone vizi e virtù, analizzandone aspetti comici o meno, esaminandone brutalità e bassezze, mostrandone decadenza e indecenza. Quello che però ci colpisce – e lo diciamo tanto con onestà intellettuale che emotiva – è che l’imbarazzo per queste vite vissute allo sbando ma con la dignità più grande e lo sprezzo più assoluto, forse è solo il nostro, perché di fronte ai perigli e allo scadimento dell’esistenza, i professionisti del sesso rappresentano uno degli aspetti tra i meno “deprecabili” in un gioco in cui la corruzione del cuore fa rima con promiscuità, sesso a buon mercato e mercato del sesso. La ricca fauna di omosessuali indociliti dai cristalli – non di certo Swarovski – o imbarazzati da partner pretenziosi e sgradevoli, il sesso più sfrontato, le prestazioni più assurde e le richieste più strane, i soldi, il potere di ninfe e paraninfi, uomini poco raffinati – o poco dotati – ma molto ricchi, poliziotti in borghese e scarpe grosse, le apparenze più disoneste, i modi più loschi, lo scambio di fluidi a richiesta, rabbini che si fanno pipe di crack, ragazze con stivali neri alla coscia, progetti di fuga in Oregon, prostituzione alta e bassa, spettacoli di cabaret e masturbazione pubblica, incontri rubati, performance da urlo, puzza di piedi e virilità esposte, è lo spettacolo di questo carosello di cinica carne da macello, dove in tutta libertà si sta poco a questionare sul perché e il percome il costume sociale ammetta o accetti il gioco della domanda e dell’offerta da vicolo o da letto, e il candore della volgarità più spinta risuona in un moto di autodeterminazione fuori dai canoni, che non rigetta il senso prodotto anche dai gesti più estremi e dalla sessualità più corrotta.

Adg.

Blog Therapy

In Alessandra Di Gregorio, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 30 Gennaio 2009 at 23:09

ringrazio il Dottor Secci per la gentilezza.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Blog Therapy
Autore: Enrico Maria Secci
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 978-88-6223-442-9
Pagine: 118

Il volume del Dottor Secci  – psicologo e psicoterapeuta specialista in terapie brevi ad approccio strategico integrato, e studioso da anni della cura per le cosiddette dipendenze “senza droga” – mi ha dato molto da riflettere e credo che sarà di ampia utilità per tutti coloro che tanto per fiducia, che per curiosità, si approcceranno a questa lettura impegnativa ma comunque svolta in modo non troppo complesso e tedioso, alla portata di tutti esattamente come le tematiche trattate e le soluzioni prospettate. Un volume in cui rivedersi è molto facile – ammetterlo è già una gran cosa – e sentirsi sciocchi lo è altrettanto, perché messi a nudo nei nostri comportamenti privati ed affettivi più intimi, spesso risultiamo prigionieri – e la cosa più grave è che tante volte trattasi di reclusione volontaria – di atteggiamenti a dir poco distruttivi e conflittuali, che non solo condizionano la nostra sfera sociale ed emotiva, ma anche il nostro approccio e la considerazione per noi stessi. E’ un libro dedicato tanto alle coppie che agli individui, tanto agli uomini che alle donne.

Secci affronta, da terapeuta e da utente della Rete, una ricognizione precisa di quella che è la casistica da lui esaminata in presa diretta dopo la sua attività online – che gli ha dato modo e gliene dà tuttora, di interfacciarsi ad utenti che non sono solo indirizzi IP da rintracciare nel world wide web, ma persone con vere problematiche spesso estremamente sotterranee  e sottovalutate, che vivono drammi quotidiani più o meno forti, e che si trascinano in relazioni dove il disamore la fa comunque da padrone e l’inedia affettiva è una componente fallimentare di sicura presa. Le domande fondamentali che ci possiamo porre mentre ci approcciamo al saggio Blog Therapy, sono relative in primis all’individuazione e alle conseguenze delle dipendenze amorose – di qualunque natura esse siano – e in secondo luogo quelle riguardanti le ragioni per cui tanta gente ha bisogno di cercare rifugio nella virtualità – tanto in amicizie virtuali, che in relazioni virtuali.

Quello che ne viene fuori è un ritratto di relazioni affettive difficili, circoli viziosi disperati, afflizione volontaria, dipendenza da amori fallimentari e mal riposti, difficoltà ad ammettere la propria patologia, difficoltà a capire che spesso la depressione non è causa dell’infelicità ma è causato dall’infelicità e dal disamore per se stessi, condizioni che sono sempre a monte e che solitamente si tende a non risolvere per paura di “sporcarsi le mani”, impegnarsi in qualcosa, lavorare su se stessi e così via… I casi qui citati sono emblematici dei comportamenti da noi assunti quando viviamo affettività in qualche modo distorte, incapaci di prendere fiato e osservarci per quello che siamo. Spesso ci leghiamo alle persone che per noi sappiamo essere inadatte, unicamente per un bisogno d’amore che è fondamentalmente una dipendenza. Non ci leghiamo a coloro coi quali ci relazioniamo, ma li viviamo come una scelta volontaria di compromesso. Il bisogno è legato a fatti e necessità pregressi alla storia che ci siamo imposti e ciò che ne consegue è un modo vizioso di comportarsi e un balletto di tira e molla fatto di lasciate e riprese senza senso, che prolungano il male che ci imponiamo e ci allontanano al contempo dalla vera soluzione: ritrovare noi stessi.

L’amore richiederebbe più equilibrio, più capacità di essere easy – per dirla in modo semplice e svagato – ma poi quello che si realizza nella pratica è sempre tutt’altro. Le nostre paure e il nostro tedio sono le uniche forme di collante di cui siamo capaci. Ci si unisce per solitudine, ci si tiene per mano per gratitudine, non si fa più l’amore, si cerca riparo in altre paia di braccia, si finge interesse, ci si impegna a recitare una parte. Si dipende dall’amore, si dipende dal dolore, si dipende dall’umiliazione, si dipende dalla narcosi emotiva.

Il disagio maggiore, o per meglio dire l’impegno, è anche quello di evidenziare – per una maggiore correttezza ed esaustività – tanto le forme passive di disfunzione affettiva, che quelle attive, come a dire che nella ricognizione conta sia valutare chi si mette nella posizione di fare del male, che chi si mette nella posizione di farsi fare del male; a ben pensarci,  però, l’idea che l’amore sia una semplice distorsione di stati d’animo ed emotività problematiche, o che l’amore vada terapizzato e analizzato perchè due persone ci trovano senza sapere effettivamente perché si stavano cercando, è cosa piuttosto triste ma innegabile di fronte ad evidenze così spiazzanti e persino rassicuranti nella loro “normalità” – per il loro grado di presenza nelle nostre vite e il fatto che riescono a passare quasi del tutto inosservate. A nessuno piace sentirsi dire TU HAI UN PROBLEMA DI DIPENDENZA, però poi basta guardarsi allo specchio per ammettere che rattristarci aiuta poco o niente, e che forse dovremmo finalmente prenderci la briga di volerci più bene per noi stessi, non in funzione di altro/i, o di come persone al di là di noi riescano a farci sentire in determinate situazioni. Le relazioni sono lo specchio di ciò che siamo, perché  presi da soli, noi esistiamo a prescindere da un matrimonio od un fidanzamento. Ridotti ai minimi termini, si svela la nostra vera natura e quello che emerge  è solitamente un quadro desolante in cui si esce sconfitti.

La figura del terapeuta è allora quella di chi, con sguardo tanto comprensivo che razionale, ci aiuta ad andare a ritroso per muoverci nella ragnatela da noi intessuta, alla ricerca di risposte a domande che abbiamo sempre disatteso per una sorta di vigliacca propensione alla fuga da noi stessi.

Tanto donne che uomini soffrono di patologie da dipendenza emotiva e il guaio – o comunque la cosa estremamente seria – è che non lo sanno. Da qui la necessità, data l’estrema famigliarità acquisibile col mezzo telematico, di lanciare sos in Rete, relazionandosi con qualcuno che non ci conosce, nel tentativo spesso vano di saziare una fame altrimenti – erroneamente – non saziabile. Allora il Secci ci aiuta, proponendoci categorie di pensiero indicate per categorie di persone e problemi, a costruire un quadro dignitoso che se da un lato smaschera la debolezza dei rapporti che intraprendiamo (e soprattutto della mancanza di rapporti col nostro proprio Io), dall’altro ne rivela anche la componente ludica, eufemistica, giustificatoria e perchè no, imbarazzante, mistificatoria, problematica e distorta.

Un saggio di pregio, scritto con eleganza e pacatezza, in toni non aggressivi ma  consolatori – della serie “non siete soli” – interessante, utile, dedicato a chi si sente perso e chiede aiuto, a chi è perso ma non sa ancora di esserlo, a chi è di fronte ad un bivio e sta per scegliere per quale traversa prendere, a chi ha appena fatto un frontale e gli è scoppiato l’airbag in faccia, a chi ha attraversato fuori dalle strisce, a chi è passato col rosso, a chi ha centrato un treno in corsa, a chi avrebbe bisogno di ridare l’esame per la patente. Perchè – ed è vero per le relazioni come per poche altre cose al mondo – perdersi è prima di tutto un modo per ritrovarsi, ma viaggiando a ritroso, innestando la retro, col rischio più che certo di centrare la fioriera del vicino o beccare il marciapiede.

Adg.

Via Crucis

In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Gennaio 2009 at 23:09

Ringrazio Arpanet e la sua redazione, nonché la rivista Progetto Babele per la collaborazione e l’invio del libro di Francesca Mazzuccato.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

via-crucis

Titolo: Mini concepts gusto. Via crucis per corpo e anima svestita nel gusto dell’avvilente voluttà di chi cerca di rimanere vivo. Frammento
Autore: Mazzucato Francesca
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Mini concepts
ISBN: 8874260385
ISBN-13: 9788874260386
Pagine: 32

Via Crucis è un percorso frastagliato, accidentato, al limite del paranoico e dell’abisso. Una serie di sberle e tagli ad un’anima svergognata, continuamente maltrattata da uno schiaffo che però vorrebbe essere una carezza o un soffio. Un percorso doloroso, carnale e sfibrante, con continui rimandi ad un periodo rosa cipria della sua vita – quello con la nonna, per cui ripulisce il linguaggio e fa finta di non sapere cosa sia parlare sporco, figuriamoci comportarsi da puttana. Via Crucis è una salita in cui una donna ha indosso solo un abito lacero e si sbarba le gambe all’aperto, in attesa di qualcuno che la monti e si dimentichi di lei pure se le sta ancora dentro. Questo ritratto impietoso di una bambina che ha smesso in fretta di fare la bambina, che canta di sé come in una nenia senza tempo e si culla nella sua immagine sporca, si legge come un diario a rovescio, dove di segreto non c’è niente e il dolore è un rigurgito dritto in pieno volto, e l’anima fanciulla viene smascherata presto per i troppi stupri diretti e indotti di cui resta vittima – ostaggio volontario, a volte, olocausto innocente, altre volte ancora. La mano della Mazzuccato trema, perché è forte quello che vuole imprimere nello slancio della scrittura, e quello che ne viene fuori è una esplosione di carne martoriata e viva, talmente viva da fare male e pulsare in nome del ricordo, di uno stato d’animo felice che forse non tornerà mai, che forse è morto come morta fu la nonna, come morta fu l’innocenza, come morta fu la speranza.

Alessandra Di Gregorio

Credevo bastasse amare

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 28 Gennaio 2009 at 15:09

ringrazio Alessio Masciulli per l’amicizia ideale che ci lega.

NOTA:

Il libro di Alessio Masciulli è autobiografico e doloroso. I fatti narrati, personalmente li conosco in parte, perché si sono verificati nella mia città e hanno per protagonista Silvia, una persona meravigliosa che conoscevo anche io.

Adg.


recensione a cura di Angela Zerbini

credevo-bastasse-amare

Titolo: Credevo bastasse amare
Autore: Alessio Masciulli
Editore: Falco
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: narrativa
ISBN: 978-88-89848-67-8
Pagine: 199

Il 24 luglio 1995 inizia la storia d’amore di due persone comuni destinate ad un epilogo poco comune: Alessio e Silvia. Il 25 maggio 2006 la vita di Silvia viene inaspettatamente rubata e la tragedia investe una città intera e il cuore di molti. Alessio rivive le vicende di questi undici anni con un trasporto  che lascia a bocca aperta. Il loro primo incontro, il loro primo bacio, la prima volta che hanno fatto l’amore, la gita a Calascio e a Stiffe, la chiamata alle Armi. Lo stile  dell’Autore è essenziale, sobrio, semplice, a volte un po’ troppo ingenuo ma mai fuori dalle righe o spiacevole. Una storia che inevitabilmente commuove, che ti distrugge e ti ricompone pian piano nel corso della lettura. Molti i momenti di sconforto e di solitudine, di disperazione e di illusione.

Il 26 maggio ecco arrivare il primo segnale di Silvia, così come ci dice l’Autore intenzionato a tentare di rifarsi un’esistenza: una e-mail di Manuela, colei che lo aiuterà in questo periodo buio. Le cose in verità non vanno nel verso giusto e mentre Alessio è sempre più preso da Manuela, lei riesce ad offrirgli solo un’amicizia speciale. Fatta di baci rubati, false carezze, litigi, fraintendimenti, ma non amore – quell’amore che Alessio vorrebbe e che cerca di dimostrarle in tutti i modi, anche partendo dall’Abruzzo per arrivare in Friuli in moto, soltanto per un suo bacio. Manuela non apprezza il folle gesto e come una novella Penelope distrugge la tela di illusioni che Alessio aveva debolmente costruito per una necessità che era in fondo solo un tentativo disperato di salvezza dal baratro. La storia prosegue senza grandi svolte, solo molti sms (ben 9934), ai quali Manuela risponderà sempre meno e con frasi di circostanza che evidenzieranno la povertà di un rapporto che forse era solo una trappola emotiva che altro. Manuela ha però un altro uomo – e ironia della sorte un altro Alessio, dirigente di un’industria farmaceutica a Milano – e quando ormai tutto sembrava perso per sempre, ecco arrivare il secondo segnale di Silvia. L’uscita di scena di Manuela. Ora Alessio saprà andare avanti da solo, è cresciuto, ha tanti amici su cui contare, è un uomo razionale, è un uomo nuovo, è l’uomo che Silvia avrebbe voluto che diventasse. Silvia vivrà sempre in lui, vivrà nelle farfalle, vivrà nei girasoli piantati con cura da Nino nel giardino di casa sua, nei fuochi d’artificio, nella magica atmosfera del Natale, nel sorriso di un bimbo, negli occhi stanchi di un mendicante che accetta con stupore un pasto caldo da una mano amica; vivrà nel sole, nel mare, nel cielo e in tutta la terra che disperderà la sua grande voglia di fare del bene a tutti coloro che, impazienti, lo aspettano.

Ancora una volta egli troverà la forza di reagire, di rimettersi in sella alla sua moto e ripartire alla ricerca della felicità, anche se questa volta senza la sua principessa. Emozione, paura, coraggio, rivincita, queste solo le uniche parole per descrivere il progetto letterario di questo neofita che si affaccia, con una semplicità disarmante, al mondo della scrittura. I fatti vengono narrati da una voce fuori campo che altri non è che l’Autore stesso, l’Alessio coprotagonista della storia. La narrazione è fluida, lineare; passato e presente si intrecciano, si fondono, spesso il primo lotta col secondo, lo fa a pezzi e ne espone, vincente, i resti. Il futuro sembra molto lontano ma non può non esserci; forse sarà incerto come un contratto interinale, sarà triste e insensato perché quel vuoto non sarà colmato subito, ma deve esserci. Alessio tornerà a vivere. Alessio, soprattutto, tornerà ad amare perché la vita non è mai inutile e vale sempre la pena.

«La vita non è inutile: basta un po’ di ottimismo!» (cit.)

Angela Zerbini

Il Sole sul Labirinto

In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 27 Gennaio 2009 at 23:09

Grazie alla Società Editoriale Arpanet per avermi messo a disposizione volumi di grande interesse.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

il-sole-sul-labirinto

Titolo: Il sole sul labirinto
Autore: Bianchi Roberto
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: La bellezza nelle parole
ISBN: 8874260547
ISBN-13: 9788874260546
Pagine: 32

Il Sole sul Labirinto è un piccolo gioiello che va letto con la giusta tempistica. Arpanet si occupa di questa serie di volumi di grande interesse, piccolissimo formato e forte densità di significati. Il sole dell’uomo che c’illustra la sua vita labirintica e priva di scossoni è Hina, giovane pakistana che non scopre mai il viso fino al momento della proprio affermazione personale, tramite l’affrancamento da una vita grama già programmata in funzione del non-amore né per sé né per l’uomo che le hanno imposto. L’uomo però che la desidera – poeticamente, venalmente, ingiustificatamente, passivamente, candidamente, lascivamente, banalmente – è qualcuno che vorrebbe possederla in modo diverso, giacché la vede come una creatura insolita ed esotica, forse da preservare, forse da difendere dal male e dal marciume che la circonda, forse da utilizzare come scappatoia per il proprio grigiore interiore e le giornate sempre uguali a se stesse. Il labirinto in cui egli s’è perso è una condizione pregressa all’incontro con Hina, dovuto all’agio di una vita sicura che ci allena a perdere slancio anche negli imprevisti. Forse lui è lo specchio della società occidentale troppo piena di sé per ammettere di essere al tracollo, di aver avuto già tutto e di essere giunta troppo presto alla noia da collasso del sistema. Hina non ha niente, in fondo. Eccetto quel chador che le scherma il viso ma non nega al prossimo il suo paio d’occhi intensi e la favolosità delle cose che si porta dentro e che serba per cultura e soprattutto per personale scelta di vita; quel qualcosa è la sua attrattiva maggiore, quel qualcosa viene modulato con una penna leggera, stringata, densa. Hina vede il mondo attraverso uno schermo impostole da una striscia d’universo che la lega e la tiene per le radici, e quand’anche la si potesse comprare, ella morirebbe come un uccellino tenuto in cattività, perché la cattività è anche una condizione apparentemente migliore ma non necessariamente fatta su misura per chi la subisce, e da un certo punto in avanti si fa necessaria e pressante l’esigenza di agire – potendo – senza dar retta a nessuno, senza fermarsi a pensare che un salvatore sarebbe infine giunto. Perché la libertà è una condizione del tutto peculiare e ciò che per uno libera, per un altro lega. Occidente e Oriente, senza fusione, perché il vero collante è quello che passa nel cuore e il manifesto dell’emancipazione è impresso in un’istantanea dagli occhi limpidi e i capelli mossi. La purezza non si compra né si compara con la propria incapacità di reagire alla mollezza della propria stabilità. Hina ci riporta alla mente un’altra Hina tristemente nota alle cronache perché la sua famiglia poi la “brutta fine” gliela fece fare davvero. Allora le pagine di Bianchi ci prospettano una versione post-moderna della realtà stessa, favolistica forse, di quelle che tutto sommato non fanno male, ma ci prendono, ci toccano, sono giuste così come si svolgono e ci svelano, con un misto di tristezza e rassegnazione, che forse, la nostra visione del mondo non è davvero la migliore. Ci vuole coraggio per non lasciarsi vivere e se non si ha la forza di venir fuori dal labirinto, nessuno potrà trarci mai in salvo. Non è Hina, quella veramente in catene, ma è chi ha tutto e ritiene di dover stare bene con soldi e mezzi, e con la comodità della propria posizione. Bianchi ci dona uno spiraglio di sentimento e rammarico per il proprio sé reale e per il proprio sé ideale, attraversando le stagioni climatiche viste e sentite come speranza verso un miglioramento che se non è miglioramento interiore, prima che concettuale, non avrà mai modo di concretizzarsi per davvero.


Alessandra Di Gregorio

Diario Pulp

In Alessandra Di Gregorio, Autori, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 26 Gennaio 2009 at 01:09

Grazie a Edizioni XII per la simpatia e la disponibilità.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

diario-pulp

Titolo: Diario pulp
Autore: Strumm
Editore: Edizioni XII
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8895733029
ISBN-13: 9788895733029
Pagine: 274

Edizioni XII mi invia un plico con quattro libri. Io al solito apro, controllo i titoli, butto un occhio alle copertine, tocco la carta, un altro occhio alle quarte, alle dediche, al nome degli autori. Annuso i dorsi, carezzo i perimetri, immagino la storia.

A Diario Pulp non ho saputo resistere sin dal primo istante, tant’è che adesso che me ne sto qui a meditare cosa scrivere a riguardo, mi concedo d’esser meno rigida nell’esposizione e più concreta persino nella postura sbragata che assumo davanti al pc; non ho saputo resistere all’afferrare Diario Pulp e a mettermi alla lettura, non perché io sia una persona che si ferma ad una bella copertina o perché la copertina del libro in questione è  una di quelle particolarmente stuzzicanti a fini commerciali, ma l’attrazione che provo sta tutta nella mescita degli ingredienti che fanno di questo lavoro un capolavoro e di questo autore, al secolo Strumm, un autore che mi vien voglia di conoscere di persona. Infatti leggo la quarta e mangio esca, amo e lenza. Mi tuffo con la faccia dentro al libro e non ne esco se non per prendere periodicamente il fiato perché il tanfo dei cadaveri si sente sino a qui.

Diario Pulp è una lettura riservata tanto a chi ha lo stomaco forte per costituzione che a chi ama il brivido passeggero procurato dalla repulsa per le situazioni lette e l’adrenalina da impatto; è una lettura per chi ama le storie pulp/trash in stile “la banda della Magliana” – tanto quella televisiva della serie tv targata Sky Romanzo Criminale, che quella che ha preso vita sulle pagine dell’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo – e si coordina perfettamente a Trainspotting, Arancia Meccanica e ad un filone violento riconducibile qui in Italia ai vari film “poliziotteschi” – genere in voga nel nostro cinema all’altezza degli Anni ‘70 e ‘80 del Novecento. Perché leggere Diario Pulp? Persino io che tendenzialmente sono una sentimentale, non ho avuto dubbi e alla domanda «Perché leggere Diario Pulp?», mi sono risposta: «Perché sarebbe un delitto non farlo…»

La risposta non è solo una parafrasi di Hitchcock o chi per lui; è un dato di fatto sicuro, ma è anche l’anticipazione di quello che è in fondo il fil rouge di tutto il romanzo: il crimine – il crimine ambientato a Roma, la mala più burina e lercia; una fauna di tizi loschi e puttane, di killer spietati e prezzolati soffia, di capi intoccabili e lotte intestine per spaccio, prostituzione e gioco (in altre parole il potere…), di gente che sparisce d’improvviso e che spesso finisce a pezzi in un congelatore; di bari e fessi da spennare, di personaggi al limite del comico se non fosse che sono dei cinici bastardi che sparano in testa alla gente su “ordinazione“.

Ho amato Diario Pulp dalla prima all’ultima pagina e per una serie infinita di ragioni. Cerco in questa sede di riassumere quelle più pertinenti all’analisi che faccio di solito di un libro appena letto.

Linguisticamente il testo è ineccepibile. Ci rivedo dentro tanto Pasolini – all’incirca quello di Ragazzi di Vita – ci rivedo dentro Moravia e persino il Carlo Emilio Gadda di Quer Pasticciaccio…, perché oltre alla freschezza della lingua bassa e popolare e all’effetto pastiche che si viene sapientemente a creare, nel romanzo esplode il concetto di romanità irriproducibile altrove, non sintetizzabile in laboratorio, non diversamente concepibile se non nei termini qui esposti, con l’intensità qui determinata e la violenza con cui ci disegna una Roma bellissima e pericolosa.

Il fascino barbaro e un po’ tamarro di questo libro sta anche in questo; parlo di quello che passa più esplicito e violento – come una sberla in pieno volto – proprio attraverso lo strumento linguistico che eleva e potenzia l’apparato tematico e contraddistingue in maniera talmente valida e prepotente – di rara superiorità artistica e al tempo stesso di burina eleganza - ogni singolo aspetto del Diario, da farci digrignare i denti di fronte ad una pistola puntata in faccia all’eroe – o per meglio dire all’antieroe – di turno, o chiudere gli occhi dopo la deflagrazione di un colpo in faccia a qualcuno, con la paura di sporcarci col sangue partito con lo schizzo. Il Diario anche da un punto di vista narrativo è inattaccabile. Ben concepito, altrettanto ben realizzato, sta tutto in perfetto equilibrio – talmente tanto che ci viene da chiederci A: «Ma l’Autore che prodezze giornalistiche sa fare?» e B: «Ma l’Autore, è uno sul serio della Mala?».

Il congegno migliore poi, risiede a mio avviso tanto nella costruzione narrativa a episodi, che nel fatto che a parlare siano i protagonisti rigorosamente in prima persona, alternandosi al microfono, – o meglio alla penna – dosando cinismo – spesso oltre i limiti del macabro e del truculento – umorismo – si ride fin quasi a soffocare… per la serie (come scritto nella presentazione del libro) una risata ci seppellirà… – e che ad ognuno di loro siano abbinabili una morale ed una retorica personale ed interpersonale di assoluto pregio.

Il Diario è principalmente la storia di Sellero e Zecchinetta, ma è anche la storia di una ricca fauna più o meno criminale, – e il meno è solo un riferimento eufemistico usato in senso lessicale lato –  scelta con cura e mai senza l’accompagnamento di un ricco campionario di affascinanti metafore zoomorfe che ne chiarisce caratteristiche e pertinenze (accomunando le caratteristiche di animali sgradevoli, pericolosi e quant’altro, alle facce altrettanto sgradevoli, pericolose etc. etc., delle persone citate, aumentando così a dismisura l’effetto di rappresentazione ed evocazione), e di un appendice di tipo antroponomastico che chiarisce l’origine di nomi e soprannomi dei residenti di questa città criminale assurda che non è poi così sotterranea come si potrebbe erroneamente credere.

Un plauso alla fervida mente che sta dietro a tutto il congegno estremamente pulp di questo romanzo. Un plauso a Strumm.

Adg.

Gli Occhi del ricordo

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 17 Gennaio 2009 at 17:09

Ringrazio Edizioni Creativa per due ragioni: una è senza dubbio legata alla disponibilità e cordialità con la quale ha accolto la mia iniziativa, l’altra al fiuto per i libri, perché non è vero che piccoli editori fanno piccoli libri. Piccoli editori fanno spesso libri molto grandi. Quello di cui andrò a parlare lo è sicuramente.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


gli-occhi-del-ricordo2

Titolo: Gli occhi del ricordo
Autore: Cirino Giuseppe
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Piccole storie
ISBN: 8889841737
ISBN-13: 9788889841730
Pagine: 115

Gli Occhi del Ricordo va letto con differenti stati d’animo, ma di questo ci si può accorgere solo arrivati intorno alle quaranta pagine, quando la prima storia s’impenna in un moto inaspettato e tutta la bravura di Cirino ci tira dentro e da lì in poi non ci farà più uscire – se non con la testa che annuisce silenziosa e qualche giusta lacrima che ci riga il viso. Mi sono avvicinata a questa lettura con prospettiva ottimistica, ma ne sono venuta fuori mestamente, accerchiata dalle immagini ivi dipinte, che poi sono saltate fuori dal volume e mi hanno colpita dritto in faccia.

Ginocchio Di Cristallo è un racconto di formazione: ascesa, discesa, resurrezione e caduta di uno qualunque di noi – che poi non è mai uno qualunque e chissà, forse per alcune cose quel qualcuno/qualunque è la seconda pelle tanto nostra che dell’Autore, e le somiglianze che possiamo rintracciare tra le nostre adolescenze e la sua, non sono solo vaghi sensi di apparentamento. Marco siamo noi, scontrosi, timidi, pronti a vergognarci di noi stessi o a doverlo fare per ragioni che in fondo neppure noi capiamo; Marco siamo noi perché la solitudine ci porta a rintracciare nelle cose minime le passioni che non ci fanno soffrire, perché in quel rettangolo d’asfalto o di cemento, nei suoi perimetri e nelle linee bianche cancellate dal tempo, noi siamo grandi e la solitudine non può nulla. Avere un “ginocchio di cristallo” non è una bella cosa per un giocatore di basket, ma più fragile del cristallo è sicuramente l’anima e quella del protagonista non è da meno, perché fa troppo in fretta a varcare la soglia del non ritorno e Marco finisce per lasciarci proprio quando tutto pareva tornare a sorridergli: carriera, amici, famiglia. Ma nello spazio di un canestro – nel suono della retina che si gonfia, nel rumore del rimbalzo di una palla a spicchi su di un finto parquet sul quale sono scivolati tanti sogni e tanti campioni, e nello slancio di un uomo che spicca un salto sulla banalità e sulle teste di quanti non capiscono che l’elevazione vera è la conquista di uno spazio mentale unico e diverso – la vita scorre un battito alla volta, mai priva di insidie, sempre a un passo dal cedimento, come quello spirito – di cristallo come un ginocchio, di cristallo come il cuore – che privo di misura se ne va spesso a zonzo, incerto sul da farsi, incerto sul nome da dare alle cose e il recinto da costruire attorno alle pulsioni.

Gli Occhi del Ricordo però è anche lo sguardo d’un uomo cieco che si racconta raccontando di ciò che l’ha portato ad una esperienza letteraria autobiografica e forse unica; una metanarrazione in fondo, di un uomo nella cui voce si registra il climax della poetica di Cirino: [...] NON PREDILIGEVO SCRIVERE DELL’AMORE, MA QUANDO CERTE COSE LE VIVI, IN AUTOMATICO LE SCRIVI. UNO SCRITTORE E’ UN PO’ COME UNA VELA CHE SI GONFIA COL VENTO, CHE QUANDO E’ COLMA PARTE. [...] IL RICORDO HA OCCHI A CUI NON PUOI SFUGGIRE. SOLO QUANDO LI INCROCIO VEDO DAVVERO. PER QUESTO SCRIVO.

Troviamo qui, come anche nel terzo racconto, il disagio dello scrittore con l’anima, nei confronti di un mondo che si dimostra sempre meno nobile di quello che vorremmo, sempre pronto a deluderci, sempre basso e dequalificante. Il modo in cui ama uno scrittore è necessariamente diverso: egli ama prima con la testa e con le idee che col cuore, ma poi bruciarsi è un attimo; la realtà non è mai una storia a lieto fine o un romanzo tutto da scrivere con personaggi passivi al tocco della nostra penna, e allora la problematicità della figura di amato/amante, si dischiude in tutto il suo dolore e nel fastidio che provoca la delusione, con tutte le ovvie conseguenze del caso.

Forse, come troviamo nelle pagine successive: [...] E’ SOLO IL VINO CHE STREGA LE PAROLE [...], perché una ubriacatura d’amore e linda malinconia, è come una nebbia che ti fa battere più lentamente il cuore. Le parole scorrono sempre più forti, sempre più dense e i significati si rincorrono coagulandosi in un magma caldo. La mano di Cirino non calca mai eccessivamente; parte in sordina e poi giunge all’apoteosi del senso, alla grandezza dell’emozione che prevale sui segni, e il ritratto che ne vien fuori, è come un quadro astratto ma in movimento, dove poter intingere il dito, provocando cerchi e saggiando di volta in volta un tipo di calore diverso, che poi ti risucchia e ti bagna il viso con lacrime di stupore.

Un libro vibrante e sentito. Vorrei averlo scritto io (è il secondo libro di cui lo dico – lo dissi anche per A. Colannino – ma non so che altro aggiungere, se non che mi ha molto commossa).

Adg.

Effepi Libri

In Alessandra Di Gregorio, case editrici, intervista agli editori, special thanks to on 17 Gennaio 2009 at 01:09

Oggi parliamo con Effepi Libri, ringraziandoli per la collaborazione.

————————————————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Fare l’editore oggi. Perché? Come sei giunto a questa attività imprenditoriale e intellettuale così complessa?

Scherzando, potrei dire: per disperazione. Mi spiego: con una laurea in Lettere e la passione per i libri, la lettura e la scrittura avrei potuto lavorare o nell’editoria o nel giornalismo. Ho provato per anni col giornalismo, ho pubblicato centinaia di articoli, ma alla fine ho capìto che non avrei mai potuto viverci. Ho provato anche con le case editrici, ma anche lì non c’è stato niente da fare (oggi che ricevo decine e decine di curriculum mi rendo conto che in questo campo l’offerta è molto maggiore della domanda). Così, ho tentato la “pazzia” di mettere su questa piccola casa editrice. Sperando, prima o poi ma non troppo poi, di riuscire a far quadrare i conti. Senza dubbio, l’aspetto intellettuale di questa attività mi piace assai più di quello imprenditoriale, perciò, tornando all’inizio direi che faccio l’editore per passione e l’imprenditore per “disperazione”.

A: Fare l’editore. Criteri e scelte per una linea editoriale. Come ti muovi nella tua quotidiana azione di scouting?

Un criterio banale, ma onesto, è quello di non pubblicare libri che non sarei disposto a leggere. Poterselo permettere è uno dei pochi vantaggi dell’essere un piccolo editore. Altro criterio generale è quello di fare solo libri di saggistica varia, dall’attualità allo sport allo spettacolo ecc. Quanto alla scelta concreta dei titoli, è dettata tanto dalle mie passioni, interessi e curiosità, quanto dalle proposte che ricevo. All’inizio, quando si è trattato di costruire un catalogo partendo da zero, abbiamo puntato (e speso!) molto sulle traduzioni. Oggi, per fortuna, riceviamo un discreto numero di proposte tra le quali possiamo scegliere quelle che troviamo più interessanti.

A: Fare l’editore. In che modo? (non a livello burocratico ma a livello tuo personale, metodi, risorse emotive e quant’altro.) La tua linea di condotta (anche morale) e il tuo pensiero.

La fortuna di questo lavoro è di essere uno tra i più belli che esistano. Decidere di pubblicare un titolo e poi veder nascere il libro, curarne ogni dettaglio fino a vederlo stampato è sempre una cosa che ti fa trovare le risorse emotive necessarie ad affrontare tutti i problemi di ordine pratico ed economico che ci sono. Comunque, nonostante tutte le difficoltà, non abbiamo mai chiesto contributi agli autori e riconosciamo i giusti diritti d’autore.

A: Come nasce la tua casa editrice e dove si colloca nel panorama dell’editoria italiana?

Nasce nel 2005 e il percorso che ha portato alla sua nascita l’ho detto all’inizio. Quanto alla collocazione, come dimensioni si colloca nella miriade di piccole (e spesso valide) case editrici che ci sono in Italia. Come collocazione culturale, direi che possiamo definirci laici, libertari e un po’ a sinistra, ammesso che nell’Italia di oggi abbia un senso parlare di destra e di sinistra.

A: Quali sinergie vengono impiegate per creare un libro: rapporto di pre e post pubblicazione tra autore, editore e addetti alla consulenza editoriale, per quanto concerne la tua esperienza.

Beh, siamo talmente piccoli… Ci sono io, che faccio quasi tutto, e Paolo, il grafico, che impagina, fa le copertine e segue i rapporti con le tipografie. Inoltre, quando occorrono, ci sono i traduttori. Qualche amico giornalista ogni tanto dà un piccolo aiuto per la promozione, e questo è tutto.

Poi c’è la distribuzione (attualmente la stiamo cambiando) che assieme ai tipografi spesso rappresenta il principale motivo di malumore per chi fa questo lavoro.

A: Spiegaci la filiera del libro. Cosa accade dopo aver ottenuto il “prodotto” libro? Cosa fa l’editore per metterci a conoscenza dell’esistenza di un’opera?

Si spediscono un bel po’ di copie a giornali, giornalisti e siti Internet, sperando che esca qualche segnalazione o recensione. Si cerca, di volta in volta, di segnalare il libro nei vari forum e blog relativi all’argomento del libro. Poi ci sono le librerie online, il nostro sito Internet e, da qualche giorno, anche il nostro gruppo su Facebook.

A: Il primo libro che hai pubblicato?

Il tennis è un grattacielo, l’unico, finora, del quale sia anche autore. Diciamo che ho fatto da cavia a me stesso.

A: Il tuo rapporto personale con gli Autori e con gli Esordienti in particolare.

Cerco di avere buoni rapporti con tutti, poi con qualcuno si crea un feeling maggiore e con altri no, ma questo è normale. Naturalmente, con gli autori si crea una dinamica “asimmetrica” dovuta al fatto che mentre io mi occupo di più libri contemporaneamente (quelli usciti da poco, quello in lavorazione, quello che seguirà…), ogni autore vorrebbe che mi occupassi solo del suo. Ma anche questo credo sia fisiologico. Quanto agli esordienti, finora ne ho avuto uno solo e non ha richiesto nulla di particolare. Del resto, credo che per chi si occupa di saggistica non ci sia grande differenza tra esordienti e autori più esperti.

A: Quale libro ti piacerebbe aver editato, tra quelli presenti nel vasto panorama delle pubblicazioni italiane?

Tanti, troppi. Certamente mi piacerebbe pubblicare i libri di Marco Travaglio, mentre non pubblicherei mai quelli di Bruno Vespa.

A: Tre consigli per chi scrive: cosa diresti ad un giovane in cerca di editore.

1) Leggere molto prima di mettersi a scrivere, perché questo è un Paese dove molti scrivono e pochi leggono. 2) Studiare bene i cataloghi degli editori prima di decidere a quali proporsi. 3) Avere pazienza e tenacia.

Le Mamme non mettono mai i tacchi

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 1 Gennaio 2009 at 23:09

Ringrazio Luana per la simpatia e la disponibilità con la quale ha accolto la mia proposta di collaborazione e unione d’intenti, per quanto questa mission sia del tutto volontaria.

NB: Le recensioni postate su questo spazio personale sono anche su:

Bookland

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


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Titolo: Le mamme non mettono mai i tacchi
Autore: Troncanetti Luana
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8862231032
ISBN-13: 9788862231039
Pagine: 198

Ho conosciuto Luana per puro caso durante una delle mie “battute di caccia”. Il mio è uno scouting senza grosse pretese, guidato dal caso, dal fiuto, da un istinto legato alle lettere – sia in senso intellettuale che in senso alfabetico-figurativo – che finora mi ha condotta verso perle di pregio tanto per le opere in sé, tanto per le persone che grazie a quelle opere sto conoscendo. Il mio compito non è giudicare ma scovare. Mi piace scovare dei tesori e credetemi, il web offre delle perle per davvero.
Il libro di Luana è un ritratto divertente e divertito, dell’universo femminile; esordisce dicendo a tutte: ragazze mie, anche se non avete un lavoro retribuito e non riempite un 740 ogni anno, questo non fa di voi delle “privilegiate”… mandare avanti una casa, che sia per scelta o per dovere imposto, non è una passeggiata. Il volume si presenta interessante già dalla copertina per due ragioni: uno, per il paio di rosse dal tacco assassino e due per il titolo: «Le Mamme non mettono mai i tacchi», foriero di non molto reconditi significati e di una teoria ampiamente apprezzata dalla sottoscritta – secondo la quale le donne in genere i tacchi alti (con tutte le variazioni allegoriche del caso) non li mettono per tutti ma solo per soggetti ed occasioni scelte. Qualcuno ha criticato lo sfondo scuro, l’editing a volte zoppicante – ma manco eccessivamente… ho visto case editrici vere e proprie lasciar passare di peggio e anch’io che mi cimento in questo lavoro, spesso mi sono ritrovata con dei refusi imperdonabili (che il mio occhio stanco ha lasciato passare inosservati quand’era evidente che non avrebbe dovuto)… – ma a me non interessano questi particolari meramente visivi. Non sarà un accento a stimolare o meno la comunicativa, la curiosità e l’attenzione; è Luana stessa a stimolare l’attenzione, perché la sua comunicativa frizzante, sbarazzina, pregnante, intelligente e soprattutto logica, pragmatica e diretta, batte decisamente uno spazio doppio scappato in sede di rilettura finale o uno sfondo grigio che nulla dirà della sua verve né tanto meno della verve della sua scrittura.
Il libro Le Mamme non mettono mai i tacchi è un vademecum pratico, sincero, corale, privo di smancerie ma non per questo freddo o spersonalizzante – anzi, proprio l’opposto; è il training di una mamma alle prese con le tante piccole gioie quotidiane procurate dal piccolo di casa, e con le altrettante nevrosi indotte o comunque gravitanti attorno alla figura di madre, autogeneratesi una volta che una donna entra in sala parto e ne esce con punti di sutura e il pargolo comincia la sua vita extra-uterina.
La penna della Troncanetti è nevrile, agile, scorrevole, graffiante, ironica, ma mai fuori dalle righe. Il suo sguardo è nient’affatto ingenuo, ma questo non la pone al di là di una linea di demarcazione ideale tra il femminile politicamente corretto e quello che invece se ne infischia delle delicatezze, dei pizzi e dei merletti. Ci viene dimostrato, carte alla mano, che la vita di una madre non è facile; che spesso l’universo materno è contrassegnato di stereotipi offensivi, ridicoli, inattuali, privi di fondamento, nonché particolarmente devianti circa una tematica cara e divertente ma pur sempre delicata (ricordiamoci che lo stress di una gravidanza non è solo un argomento da bar per mariti burloni o semplicemente incapaci), e che spesso le parole degli esperti servono a poco, o meglio servono a far sentire solo ed incapace, un essere umano che ne ha messo al mondo un altro che è terribilmente piccolo, delicato e complicato da maneggiare e gestire. Lungo le agili pagine di questo volume adatto a tutti i palati – anche a quelli di coloro che generalmente snobbano libri prodotti col book on demand – si dipana il filo di un racconto – perché sostanzialmente di racconto trattasi (nello specifico racconto autobiografico) – che è anche un manuale di menage famigliare per madri e neo-madri da preservare da una crisi di nervi – per la gioia loro, dei loro piccoli, dei loro partner, nonché del resto del mondo che dovrà arginarne gli effetti.
Consigli, aneddoti, soluzioni pratiche: nulla è lasciato fuori da questo diario/resoconto sulla vita con Alessandro a bordo. La Troncanetti indaga passo per passo ogni momento della sua vita nei panni di una neo-mamma attiva, portando alla luce straordinari spaccati di vita, momenti d’affetto materno e filiale, ruttini e pannolini, attacchi di bile per l’incompetenza di pediatri e medici vari, e attacchi d’ansia per l’abbandono momentaneo del pargolo. Dal parto allo svezzamento, dai dentini alle pappette, dall’allattamento al seno alle premure del marito, il piccolo teorema di Luana è un moto di sincera ribellione a quante – madri facili ad auto-sollevarsi dalle fatiche quotidiane prodotte da eredi & Co., millantatrici di sovrumane doti materne, ammaestratrici di eserciti di baby replicanti pigri da sbolognare in ogni dove – si mostrano sempre toniche, splendide, in ordine e rigorosamente in tacchi alti, promuovendo un modello di donna più efficace nelle fiction che nella realtà concreta. Perché sì, una donna è un essere umano eccezionale – quella del sesso debole è una balla bella e buona e lo sappiamo… da quel sesso vengono fuori bambini grossi come vitellini, il che è tutto dire… – ma spesso, nonostante le enormi qualità e la scorza dura di cui è fatta, fa fatica persino a lavarsi i denti o a dormire, perché un cucciolo bisognoso di cure reclama tutta la sua attenzione a ugola spianata e lei, fedele alla propria biologia e al proprio cuore, solerte, risponde.

Adg.

Il Frutto del Peccato

In Alessandra Di Gregorio, Autori, In libreria, Recensione libri, Suggerimenti di lettura, special thanks to on 27 Dicembre 2008 at 01:09

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Ringrazio Francesco Lodigiani per l’invio del libro.


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Titolo: Il frutto del peccato

Autore: Lodigiani Francesco

Editore: Caravaggio Editore

Data di Pubblicazione: 2007

Collana: Somnium

ISBN: 8895437055

Pagine: 264



Il Frutto del Peccato rimanda a concezioni nient’affatto stucchevoli. Ci sorprende in un Autore esordiente un tale calderone di idee e filosofie, e ci sorprende anche la mancanza, per contrasto, di una forte – o forse solo di una giusta – impalcatura generale del romanzo, oltre che la mancata gestione dei contenuti stessi, che avrebbero meritato una mano più abile o forse solo più paziente. Il Frutto del Peccato è una science fiction atipica che coniuga fatalismo biblico, relatività, esistenzialismo, teorie evoluzionistiche e apparato fantastico, peccando spesso di scoordinazione, quando non di vero e proprio ottimismo verso i propri mezzi. Il libro – che ha per protagonisti Harlan, un giovane intrappolato in un mondo tutto inventato, dove lo scienziato Archete, suo padre, si adopera per sostituire i corpi umani con corpi meccanici immortali, e costruisce parco giochi della morte, e Talete, l’essere onnisciente che tutto sa e tutto svela, prendendo per mano Harland e portandolo a spasso dagli albori della civiltà in avanti – si presenta scritto con una prassi linguistica insufficiente a garantirne l’apprezzamento quando non addirittura la comprensione di interi periodi; poco curato nella sintassi come anche nella parte tematica che, qualora fosse stata meglio supportata da una migliore propensione alla narrazione, o semplicemente da un vocabolario meno limitato, avrebbe avuto l’impatto che meritava, invece di sprofondare nella massa indistinta di pensieri che potrebbe aver tranquillamente trascritto un dodicenne. Il soggetto in sé però appare valido, questo è sicuro – fatta eccezione per una serie di particolari più o meno grandi che provocano nel lettore quasi una patina d’imbarazzo a trovarseli di fronte – ma la vera pecca è forse un’altra, ovvero quella di aver avuto probabilmente troppa fretta di pubblicare. Io avrei atteso tempi più maturi, vuoi per assistere una vena artistica latente o semplicemente immatura, quindi ancora da mettere alla prova, vuoi per poter fare più ricerche e produrre un’opera di genere che fosse più soddisfacente e completa – qui abbiamo l’ampiezza ma non abbiamo la completezza; non mi piace parlare del genere letterario praticato dall’Autore, perché poi le scelte sono meno ovvie di quelle che normalmente si crede, ma la science fiction presuppone di essere più credibile di quanto lo sia un articolo di cronaca, proprio per la sua natura straordinaria – solo che qui più che straordinario, abbiamo a che fare con l’eccentrico al limite del ridicolo. Qui di credibile c’è molto poco – di credibile in senso strettamente narrativo – perché manca una struttura salda, sia linguistica che no, e il romanzo perde terreno per le troppe arbitrarietà letterarie e quindi anche la trama finisce per scivolarci via dagli occhi. Tuttavia, volendo cogliere lo spirito e le intenzioni autorali – cose che non vanno mai dimenticate – possiamo rintracciare una visione notevole; se volessimo andare proprio al nocciolo della questione, diremo che la visione dell’Autore, di quello che è ai suoi occhi – filosoficamente o meno – il frutto del peccato dell’uomo, è qualcosa di ineludibile, perché il sentimento d’amore, come spiega Talete – l’unico personaggio che si salva veramente tra tutti quelli creati dal Lodigiani – è quello che ci ha reso ciò che siamo, quello che ci ha dannato, perché se la gente ama, obbligatoriamente odia e le conseguenze le conosciamo perfettamente. In effetti è davvero Talete la creatura più interessante e forse la meglio delineata del romanzo, ma il Lodigiani pecca sicuramente nella mancata forza evocativa, pecca per via di una scrittura elementare, di una costruzione del romanzo molto approssimativa, troppo approssimativa per la forte carica filosofica che invece lo pervade e che abbisognava di più cura, di più attenzione, di più ripensamenti. Il Lodigiani ha toccato molti tasti sensibili, ma per la fretta di pubblicare, a mio avviso, li ha sfiorati solo superficialmente, offrendo alla fine un prodotto piuttosto criticabile e lacunoso. Di buono c’è il fatto che si trattava, per l’Autore, della prima vera prova; si spera che il tempo e l’esercizio scrittorio riescano a donare più lustro alla sua scrittura, la quale dovrà incanalarsi certamente in uno sbocco personale più maturo che eviti di farlo passare per uno scrittore sprovveduto, quale sicuramente non è.

Adg.