Archive for dicembre, 2008

27 dicembre 2008

Trasformazioni Invisibili

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Un romanzo che vale decisamente la pena. Ringrazio Anthony di avermi permesso di scoprirlo.

Titolo: Trasformazioni invisibili
Autore: Anthony Colannino
Editore: Sacco
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Acqualuce
ISBN: 8863540802
Pagine: 75

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Quando ho cominciato a sfogliare il libro di Colannino ho subito pensato: ecco, questo è un libro che avrei potuto scrivere io, detto senza presunzione, pensato senza gelosia, considerato alla luce dello stupore che ho provato trovandomi di fronte ad una scrittura che mi è parsa subito molto familiare, pur non avendola mai ritrovata in altri ultimamente. Trasformazioni Invisibili è un romanzo metanarrativo, molto pirandelliano, molto eccentrico nella sua circolarità, ma straordinario nelle sue pennellate leggere, nella liricità di certi passaggi – e particolarmente mi riferisco al primo episodio, intitolato “Il Sogno e la Ragazza”. Colannino parla quasi accidentalmente, con una abilità che si consegna alla pagina con la spontaneità di un sorriso a fior di labbra, delle trasformazioni umane, designando come esempi scelti una ragazza, un ragazzo, gli avventori di un bar, lo sbocciare delle passioni, il bisogno di completezza e amore, la malinconia scanzonata di volti che si rinnovano costantemente e che fanno presto ad apparire estranei a chi in fondo non è capace di andare oltre e probabilmente non si può neanche biasimare, poiché noi stessi fatichiamo ad accettare i cambiamenti e sarebbe dunque ipocrita pensare che gli altri possano farlo per noi. Assistiamo ad una sorta di parabola discendente in cui si dipana, non senza difficoltà, la sconsolante mutevolezza degli stati d’animo umani, note stonate di colori a volte sgargianti a volte meno, attraverso i quali è possibile rintracciare il percorso simil-onirico che ci porta alla circolarità del tutto. Qui il Narratore viene preso da parte dai suoi stessi personaggi, i quali gli muovono contro l’immanenza dei desideri e il bisogno di destinazione, scrivendo una storia con lui dentro, in cui si rimescolano i ruoli e si esce allo scoperto di fronte alla debolezza di chi credendo nella forza cieca del distacco, in verità non s’è mai separato da quanto scritto – come a dire che tutti i racconti sono certamente autobiografici e mai niente di quello che passa per la mano d’un poeta o d’uno scrittore, può definirsi “falso”.

Adg.

27 dicembre 2008

Il Frutto del Peccato

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Ringrazio Francesco Lodigiani per l’invio del libro.


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Titolo: Il frutto del peccato

Autore: Lodigiani Francesco

Editore: Caravaggio Editore

Data di Pubblicazione: 2007

Collana: Somnium

ISBN: 8895437055

Pagine: 264



Il Frutto del Peccato rimanda a concezioni nient’affatto stucchevoli. Ci sorprende in un Autore esordiente un tale calderone di idee e filosofie, e ci sorprende anche la mancanza, per contrasto, di una forte – o forse solo di una giusta – impalcatura generale del romanzo, oltre che la mancata gestione dei contenuti stessi, che avrebbero meritato una mano più abile o forse solo più paziente. Il Frutto del Peccato è una science fiction atipica che coniuga fatalismo biblico, relatività, esistenzialismo, teorie evoluzionistiche e apparato fantastico, peccando spesso di scoordinazione, quando non di vero e proprio ottimismo verso i propri mezzi. Il libro – che ha per protagonisti Harlan, un giovane intrappolato in un mondo tutto inventato, dove lo scienziato Archete, suo padre, si adopera per sostituire i corpi umani con corpi meccanici immortali, e costruisce parco giochi della morte, e Talete, l’essere onnisciente che tutto sa e tutto svela, prendendo per mano Harland e portandolo a spasso dagli albori della civiltà in avanti – si presenta scritto con una prassi linguistica insufficiente a garantirne l’apprezzamento quando non addirittura la comprensione di interi periodi; poco curato nella sintassi come anche nella parte tematica che, qualora fosse stata meglio supportata da una migliore propensione alla narrazione, o semplicemente da un vocabolario meno limitato, avrebbe avuto l’impatto che meritava, invece di sprofondare nella massa indistinta di pensieri che potrebbe aver tranquillamente trascritto un dodicenne. Il soggetto in sé però appare valido, questo è sicuro – fatta eccezione per una serie di particolari più o meno grandi che provocano nel lettore quasi una patina d’imbarazzo a trovarseli di fronte – ma la vera pecca è forse un’altra, ovvero quella di aver avuto probabilmente troppa fretta di pubblicare. Io avrei atteso tempi più maturi, vuoi per assistere una vena artistica latente o semplicemente immatura, quindi ancora da mettere alla prova, vuoi per poter fare più ricerche e produrre un’opera di genere che fosse più soddisfacente e completa – qui abbiamo l’ampiezza ma non abbiamo la completezza; non mi piace parlare del genere letterario praticato dall’Autore, perché poi le scelte sono meno ovvie di quelle che normalmente si crede, ma la science fiction presuppone di essere più credibile di quanto lo sia un articolo di cronaca, proprio per la sua natura straordinaria – solo che qui più che straordinario, abbiamo a che fare con l’eccentrico al limite del ridicolo. Qui di credibile c’è molto poco – di credibile in senso strettamente narrativo – perché manca una struttura salda, sia linguistica che no, e il romanzo perde terreno per le troppe arbitrarietà letterarie e quindi anche la trama finisce per scivolarci via dagli occhi. Tuttavia, volendo cogliere lo spirito e le intenzioni autorali – cose che non vanno mai dimenticate – possiamo rintracciare una visione notevole; se volessimo andare proprio al nocciolo della questione, diremo che la visione dell’Autore, di quello che è ai suoi occhi – filosoficamente o meno – il frutto del peccato dell’uomo, è qualcosa di ineludibile, perché il sentimento d’amore, come spiega Talete – l’unico personaggio che si salva veramente tra tutti quelli creati dal Lodigiani – è quello che ci ha reso ciò che siamo, quello che ci ha dannato, perché se la gente ama, obbligatoriamente odia e le conseguenze le conosciamo perfettamente. In effetti è davvero Talete la creatura più interessante e forse la meglio delineata del romanzo, ma il Lodigiani pecca sicuramente nella mancata forza evocativa, pecca per via di una scrittura elementare, di una costruzione del romanzo molto approssimativa, troppo approssimativa per la forte carica filosofica che invece lo pervade e che abbisognava di più cura, di più attenzione, di più ripensamenti. Il Lodigiani ha toccato molti tasti sensibili, ma per la fretta di pubblicare, a mio avviso, li ha sfiorati solo superficialmente, offrendo alla fine un prodotto piuttosto criticabile e lacunoso. Di buono c’è il fatto che si trattava, per l’Autore, della prima vera prova; si spera che il tempo e l’esercizio scrittorio riescano a donare più lustro alla sua scrittura, la quale dovrà incanalarsi certamente in uno sbocco personale più maturo che eviti di farlo passare per uno scrittore sprovveduto, quale sicuramente non è.

Adg.

26 dicembre 2008

Convinti – Manuale

Si ringraziano Maria Grazia Cammisano ed Edizioni Sì per la disponibilità.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Ho letto questo manuale trovando ulteriore conferma a tutta una serie di riflessioni e fatti di cui avevo già un certo grado di certezza. Lavorando nel campo dei media e della comunicazione, è importante infatti capire – prima ancora di imparare a discernere e gestire – quali siano i meccanismi sottesi a quello che diciamo e che facciamo, quando non direttamente a quello che scegliamo scientemente di non dire o di non fare; logico poi trovare continue conferme e smentite anche per ciò che concerne il nostro quotidiano. Testo molto interessante.

Titolo: Convinti
Autore: Maria Grazia Cammisano, Tiziano Motti
Editore: Edizioni Sì
Genere: manualistica
ISBN:978-88-95577-35-7
pagine: 95


convinti

La persuasione analizzata alla luce della vasta casistica umana: è questo ciò che troviamo all’interno di questo saggio/manuale che è nient’affatto banale, e che dà dritte nient’affatto inutili a chi perspicacemente è in grado di reinventarsi pur facendo parte integrante di un circuito. Sì perché in un mondo che tendenzialmente si muove in direzione di rapporti di forza e dove la comunicazione si fa serva dell’assoggettamento del prossimo per i più svariati fini, analizzarne i meccanismi e com’è strategicamente possibile usarli e/o evitare che vengano usati contro di noi, è una pratica di sicuro impatto che investe largamente l’attenzione comune. Gli Autori indagano con linguaggio piano e fruibile i vari strati di cui si compone la comunicazione persuasiva; salta immediatamente agli occhi che basterebbe osservare il nostro e l’altrui comportamento giornaliero, per capire – o più semplicemente avere conferma – quanto i nostri stessi atteggiamenti siano condizionati da retaggi emotivi ora attivi, ora passivi, che permettono – a seconda di come ci poniamo – di essere recettivi verso le gabbature, di commetterne a nostra volta, di vendere un’idea, un oggetto, una qualunque verità o perché no, persino noi stessi in qualità di campioni di determinate forme di pensiero. La persuasione è spesso molto elementare; basterebbe essere un po’ più attenti, un po’ più bravi a schivarla, oppure un po’ più scaltri a girarla a nostro vantaggio. Per abitudine e costume comune, siamo portati a pensare che i persuasori siano solo coloro che vogliono venderci una enciclopedia, ma la verità è qualcosa di molto più profondo: i venditori porta a porta non vogliono solo venderci una enciclopedia, vogliono che noi la vogliamo… La persuasione, infatti, si gioca tutta sulla possibilità di inscenare molteplici prospettive; i persuasori sono solitamente persone molto empatiche, ovvero persone che riescono a sintonizzarsi con gli stati d’animo dei loro “bersagli”, però è erroneo e forse un po’ troppo sbrigativo – così come ci confermano gli Autori – condannare per partito preso ogni forma di comunicazione strategica, perché in fondo i persuasori fanno molto e fanno anche molto poco: il problema è che chi gli sta di fronte lascia loro campo libero; a meno di non subire violenza fisica diretta, nessuno ci costringe realmente a fare determinate cose, – nella teoria – poi nella pratica c’è sempre il rischio di lasciarsi scappare un sorriso di fronte ad un complimento o una firma in calce ad un documento, anche se partiti col presupposto di non voler assolutamente acquistare un nuovo aspirapolvere super potente o una nuova batteria di pentole. Il bravo persuasore è colui che non forza mai la mano; quando i fili della tele che ci tesse attorno sono eccessivamente visibili, anche la persona più disattenta potrebbe scoprire “l’inganno”. Allora è necessario entrare in empatia col potenziale cliente e assecondare i suoi bisogni, renderci credibili sfruttando le sue debolezze o ciò che più gli fa piacere credere. In fondo è anche questo il nodo centrale della questione: la credibilità è un concetto altamente rinegoziabile e cambia a seconda di quali attori salgono sul palco. Possiamo essere credibili spacciando per vera una panzana, dobbiamo solo capire chi è disposto a crederci, perché ha bisogno di crederci e con quali metodi e mezzi possiamo arrivare a solleticare la sua fantasia senza procurargli il disagio del sentirsi raggirato. Forse questi termini appaiono fuorvianti di un’altra enorme verità: persuadere non vuol dire esattamente “raggirare”… Persuadere vuol dire “convincere”; poi convincere relativamente a che cosa, è un altro paio di maniche. L’impressione che s’ingenera nelle persone è sempre quella più scontata e negativa, forse perché si ritiene che la comunicazione sia asservita e asservibile solo a meri fini materiali; la comunicazione invece è qualcosa di più profondo, che appunto investe la sfera emotiva e dunque non ha nulla a che vedere – o comunque non riguarda unicamente – quello che il cosiddetto “imbonitore” cerca di far passare per buono. Noi potremmo trovarci al suo posto in qualunque momento – citiamo ad esempio i colloqui di lavoro – e avere come fine l’ottenimento di un risultato che soddisfaccia gli obiettivi che ci eravamo proposti in origine; ci sentiremo allora dei loschi affaristi? Gli Autori tentano di usare e poi ribaltare di continuo, la prospettiva giusta con la prospettiva erronea – o comunque quella non necessariamente valida a priori – per darci dimostrazione che seduttori possiamo esserlo tutti, e che possiamo esserlo in funzione di azioni ben determinate; ottenere un lavoro o un invito a pranzo dall’uomo dei nostri sogni, piuttosto che lo sconto ad una bancarella di chincaglierie, è esattamente la stessa cosa. Abbiamo a disposizione tecniche seduttive più o meno innate, abbiamo a disposizione un convincimento personale più o meno forte e soprattutto la possibilità di usare in modo strategico tutto quello che c’è attorno a noi, a partire dal nostro stesso corpo. Il linguaggio non verbale è la maggiore fonte di input per chi abbiamo di fronte; allora gli Autori sottolineano un passo alla volta com’è possibile gestire le interazioni – di qualunque natura esse siano, da quelle più marcatamente manipolatorie, a quelle più sottili o anche solo vagamente pericolose per la nostra integrità di gruppo o individuale – e rovesciarle a nostro vantaggio. In una società in cui l’immagine è tutto, si deve essere principalmente convinti dei propri mezzi e della propria intelligenza – anche senza essere particolarmente scaltri o predisposti. Senza di essi, saremmo solo un paio di occhi inermi di fronte ad un televisore che fa scorrere un film continuo in cui una pubblicità sempre identica a se stessa, ci convincerà di qualunque cosa il media di turno, l’imbonitore o il ciarlatano, avranno la necessità di propinarci. Manuale ricco di spunti pratici e soluzioni concrete, che non addita dei colpevoli in questo gioco della credibilità, ma che suggerisce piuttosto quali siano i due risvolti della medesima moneta. Consigliata senz’altro la lettura.

Adg.

26 dicembre 2008

Uomini, Donne e Manichini

Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

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Titolo: Uomini, donne & manichini.
Autore: M. Rosaria Calamita
Editore: Caravaggio Editore
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Fuori collana
ISBN: 889543708X
Pagine: 65

Uomini, Donne e Manichini è forse più di un semplice pamphlet e credo – e ciò è evidenziabile anche di fronte all’occhio meno allenato e alla coscienza meno sveglia – che l’Autrice non abbia ancora piena cognizione di quanto affermato in queste pagine intrise di denuncia e delusione. La Calamita affronta il costume odierno con la leggerezza linguistica e la bonaria pignoleria di chi è punto nel vivo da un fatto verificato in prima persona e purtroppo pesantemente sotto agli occhi di tutti – al punto da non destare quasi più preoccupazione ma da diventare un ulteriore sintomo della massificazione dei gusti popolari. Reduce dalla partecipazione al noto programma d’intrattenimento pomeridiano targato Maria De Filippi, la Calamita ne svela, senza velleità di persuasione né di scientificità, la trappola e il desolante fallo. Da qui l’osservazione scontata del lettore puntiglioso: il problema non è tanto poter avere sufficienti prove della banalità dei modelli proposti e avallati da taluni media, a discapito di altri più veritieri e concreti e sicuramente dal valore innegabile – che la nostra società a carattere tradizionale ha saputo mantenere e conservare a discapito di innovazioni provenienti da usi e costumi ritenuti meno nobili proprio perché provenienti dal modello televisivo – che una buona coscienza dovrebbe saper rintracciare nell’intricato mondo della socialità e del costume odierni, ma è forse riuscire a capire le ragioni per cui dover supplire alla mancanza di occupazione o di status sociali particolarmente rilevanti, nei modi fuorvianti e preordinati, scelti per noi da media tutto sommato impalpabili, che con la vita al di fuori da uno schermo hanno poco o nulla a che vedere. La Calamita affronta con spiccata verve, attraverso uno sguardo non disinteressato, il difficile mondo dello spettacolo e la ridicolaggine e faciloneria cui vengono sottoposte le ragazze “normali” che su quel palco imbellettate si presentano, in nome di una perfezione stereotipata e insalubre, in nome di una civetteria inutile e vacua, di un appiattimento dell’intelletto e dei gusti personali, predicando però – dopo l’esperienza concreta – una normalità sana e oltremodo non in contrasto coi modelli realmente praticabili. Tuttavia, anche giunti alla fine di questo libercolo, resta nel lettore la necessità di chiarificare sempre lo stesso punto: «bisogna davvero sperimentare il rifiuto di un palcoscenico notoriamente falso ed illusorio, prima di comprendere che le scorciatoie non portano a niente e che i modelli proposti dalla televisione, oggi più che mai, servono solo ad imbonire spettatori e figuranti facili a cadere nel dimenticatoio?»

Adg.

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