Una Malattia – Racconto

Un libro particolarmente significativo, in una forma agile, così agile che si spererebbe lo fosse un po’ meno, e che del resto è sintomatica del fatto che l’immediatezza di talune cose, non la si può ingabbiare in un numero eccessivo di pagine.


recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


una-malattia

Titolo: Una malattia
Autore: Spataro Riccardo
Editore: Cinquemarzo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Erato
ISBN: 8895854063
Pagine: 59


Una Malattia è un libro avaro di pause. È tutto un arrampicarsi e inscatolarsi di pensieri che s’accavallano fino al parossismo, fino all’esagerazione, all’esacerbazione di un sentimento della nullità che si confonde alla contingenza e al dolore consapevole di chi è troppo sensibile e troppo esposto, in un mondo così profondamente nullo e facile alla categorizzazione. Riccardo e la malattia, Riccardo e sprazzi di luce al neon ed ombre, bieche, terrifiche, a volte persino baluginanti con la loro evidenza. Una Malattia riflette tanto la realtà vissuta che la realtà filosofica delle cose, in un crescendo o forse meglio in un districarsi continuo, tra idealità e immediatezza, con confusione e spesso scambi di ruolo, poesia al posto della filosofia e canto al posto del mero piangersi addosso. Spataro ha una penna sintetica e nevrile; la senti che gli vibra in mano in ogni riga e che il pensiero si somma al pensiero e alla fine è tutto un aggrovigliarsi di domande e ripensamenti e tutto conduce sempre sullo stesso punto e la distanza tra ciò che si sente e ciò che realmente si può fare, è sempre troppo grande e lui, allora, così irrimediabilmente vittima della trappola del male, è pur sempre un ragazzo anche quando è un uomo, ed era un bambino quando doveva essere un ragazzo, e pesa con la schizofrenia di una scrittura borderline, l’insoddisfazione di fronte all’esistenza scevra di eccessivi sentimentalismi, eppure mai arrendevole alla loro mancanza. La ricerca dell’uomo nelle spoglie del matto, è tutto quello che conduce Spataro all’evidenza dei bisogni, all’immanenza dei sentimenti, alla riflessione zigzagante e priva di regole che, così come l’ha risucchiato dentro, ad un certo punto lo sputerò fuori proprio per la via della consapevolezza, poiché, e di questo si può esser sicuri, chi è malato spesso se ne rende conto ma non sa rifletterci sopra; in lui è tutto un affrontar d’ostacoli e pene e questa forse è la migliore forma di liberazione. Il matto, che matto è se dice «Sì, signori: io sono matto»?

Adg.

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