Il Frutto del Peccato

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Ringrazio Francesco Lodigiani per l’invio del libro.


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Titolo: Il frutto del peccato

Autore: Lodigiani Francesco

Editore: Caravaggio Editore

Data di Pubblicazione: 2007

Collana: Somnium

ISBN: 8895437055

Pagine: 264



Il Frutto del Peccato rimanda a concezioni nient’affatto stucchevoli. Ci sorprende in un Autore esordiente un tale calderone di idee e filosofie, e ci sorprende anche la mancanza, per contrasto, di una forte – o forse solo di una giusta – impalcatura generale del romanzo, oltre che la mancata gestione dei contenuti stessi, che avrebbero meritato una mano più abile o forse solo più paziente. Il Frutto del Peccato è una science fiction atipica che coniuga fatalismo biblico, relatività, esistenzialismo, teorie evoluzionistiche e apparato fantastico, peccando spesso di scoordinazione, quando non di vero e proprio ottimismo verso i propri mezzi. Il libro – che ha per protagonisti Harlan, un giovane intrappolato in un mondo tutto inventato, dove lo scienziato Archete, suo padre, si adopera per sostituire i corpi umani con corpi meccanici immortali, e costruisce parco giochi della morte, e Talete, l’essere onnisciente che tutto sa e tutto svela, prendendo per mano Harland e portandolo a spasso dagli albori della civiltà in avanti – si presenta scritto con una prassi linguistica insufficiente a garantirne l’apprezzamento quando non addirittura la comprensione di interi periodi; poco curato nella sintassi come anche nella parte tematica che, qualora fosse stata meglio supportata da una migliore propensione alla narrazione, o semplicemente da un vocabolario meno limitato, avrebbe avuto l’impatto che meritava, invece di sprofondare nella massa indistinta di pensieri che potrebbe aver tranquillamente trascritto un dodicenne. Il soggetto in sé però appare valido, questo è sicuro – fatta eccezione per una serie di particolari più o meno grandi che provocano nel lettore quasi una patina d’imbarazzo a trovarseli di fronte – ma la vera pecca è forse un’altra, ovvero quella di aver avuto probabilmente troppa fretta di pubblicare. Io avrei atteso tempi più maturi, vuoi per assistere una vena artistica latente o semplicemente immatura, quindi ancora da mettere alla prova, vuoi per poter fare più ricerche e produrre un’opera di genere che fosse più soddisfacente e completa – qui abbiamo l’ampiezza ma non abbiamo la completezza; non mi piace parlare del genere letterario praticato dall’Autore, perché poi le scelte sono meno ovvie di quelle che normalmente si crede, ma la science fiction presuppone di essere più credibile di quanto lo sia un articolo di cronaca, proprio per la sua natura straordinaria – solo che qui più che straordinario, abbiamo a che fare con l’eccentrico al limite del ridicolo. Qui di credibile c’è molto poco – di credibile in senso strettamente narrativo – perché manca una struttura salda, sia linguistica che no, e il romanzo perde terreno per le troppe arbitrarietà letterarie e quindi anche la trama finisce per scivolarci via dagli occhi. Tuttavia, volendo cogliere lo spirito e le intenzioni autorali – cose che non vanno mai dimenticate – possiamo rintracciare una visione notevole; se volessimo andare proprio al nocciolo della questione, diremo che la visione dell’Autore, di quello che è ai suoi occhi – filosoficamente o meno – il frutto del peccato dell’uomo, è qualcosa di ineludibile, perché il sentimento d’amore, come spiega Talete – l’unico personaggio che si salva veramente tra tutti quelli creati dal Lodigiani – è quello che ci ha reso ciò che siamo, quello che ci ha dannato, perché se la gente ama, obbligatoriamente odia e le conseguenze le conosciamo perfettamente. In effetti è davvero Talete la creatura più interessante e forse la meglio delineata del romanzo, ma il Lodigiani pecca sicuramente nella mancata forza evocativa, pecca per via di una scrittura elementare, di una costruzione del romanzo molto approssimativa, troppo approssimativa per la forte carica filosofica che invece lo pervade e che abbisognava di più cura, di più attenzione, di più ripensamenti. Il Lodigiani ha toccato molti tasti sensibili, ma per la fretta di pubblicare, a mio avviso, li ha sfiorati solo superficialmente, offrendo alla fine un prodotto piuttosto criticabile e lacunoso. Di buono c’è il fatto che si trattava, per l’Autore, della prima vera prova; si spera che il tempo e l’esercizio scrittorio riescano a donare più lustro alla sua scrittura, la quale dovrà incanalarsi certamente in uno sbocco personale più maturo che eviti di farlo passare per uno scrittore sprovveduto, quale sicuramente non è.

Adg.

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