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5 gennaio 2009

La Favola

Trovo il libro di Fabrizio attraverso Aphorism. Poche righe di trama e mi convinco a contattarlo. Non me ne sono pentita. Finora fortuna e senso del “caso” mi assistono solerti.

Grazie Fabrizio.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


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Titolo: La favola / Eleonora
Autore: Fabrizio Diotallevi
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Nuove voci
ISBN: 886185575X
ISBN-13: 9788861855755
Pagine: 102

Il libro di Diotallevi è un libro come se ne leggevano una volta, una favola in pieno stile, una di quelle che mi sono sempre piaciute, dove si fondono tema veneziano, storia, dramma, tenui speranze, perigli d’ogni genere e natura, natali sfortunati, una compagnia teatrale nella Venezia di Goldoni e un universo malaticcio e povero dove fioriscono perle di bontà e gesti d’amore inconsueto.

La penna di Diotallevi è una di quelle che funzionano unicamente a mano, col calamaio accanto e il tampone per correggere errori e sbavature; una penna possibilmente d’oca, da usare a lume di candela nelle notti fredde di dicembre, magari su una chiatta che attraversa il più freddo dei mari sperando di giungere incolume a destinazione. Una favola quasi al limite del dickensiano, ma con le ovvie diversità date da Venezia stessa, che diventa un personaggio cardine sul palcoscenico di una commedia dolce, triste e amara, sempre al limite col dramma, forse sprofondata nel dramma ma decisa a risorgere come se la laguna non potesse mai veramente inghiottirla. Protagonista assieme a Venezia è Eletta; protagonista assieme ad Eletta e Venezia è la compagnia teatrale Medebec.

Il personaggio di Eletta Canigiani è un fiore fuori dal suo stesso tempo; si apparenta alle migliori eroine romanzesche e non, per il coraggio e la determinazione con la quale porta a termine una gravidanza che è però anche il manifesto delle intenzioni di una generazione di donne forti ante-litteram. Si staglia nella storia dritta, seppure sorretta più dalle emozioni che dalle sue stesse membra, con la sua forza che poi è anche determinazione a dare dei natali alla sua piccola Eleonora; l’eleganza e la meticolosità di Diotallevi ce la mostrano come un’eroina d’altri tempi eppure modernissima, al limite del femminismo o forse semplicemente la voce meno corale di un coro d’anime perse che tira i remi in barca per evitare di sbriciolarsi contro l’immediatezza fredda e lacera di una vita segnata da forze difficili da controllare.

Venezia invece è immensa e acquartierata, meravigliosa con la sua povertà e il suo sfarzo, col suo gelo e le sue mille complicanze storiche e sociali. Una città affascinante dove miseria e ricchezza si giocano ai dadi la fortuna o la morte, dove l’arte diventa poesia dei poveri e s’innalza sulle teste di coloro che restano contesi tra presente e futuro storico. Venezia come terra di promesse e sconfitte, modellata da Diotallevi con una maestria artigiana che lascia stupefatti, ma forse non stupefatti abbastanza, perché la delicatezza della sua parola è una realtà e non un fregio per lasciar a bocca aperta il lettore poco assennato. Diotallevi tiene in mano le redini della storia dei tristi natali di Eleonora con la bravura con la quale un pescatore s’appresta alla pesca e attende di riempir una rete di preziosità di cui potrà fregiarsi d’aver fatto bottino. La favola si disegna con perizia e semplicità e si legge d’un fiato, magari proprio mentre anche i nostri fiati si gelano nella notte che annuncia il nuovo anno e i fuochi d’artificio scoppiano in aria e scacciano la paura, il freddo, il dolore e tutti i mali che abitano terre e mari.

La laguna si tinge d’emozione mentre s’appresta a ricevere il nuovo anno e, secondo i calendari di allora, il primo giorno del nuovo secolo.

Adg.

5 gennaio 2009

Paolo Scriboni

Oggi parliamo con PAOLO SCRIBONI, autore de: «Le Frequenze dell’Anima» e di «Alchimia di Pensieri» – presto recensito su Scrittura Informa.

——————————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

P: E’ un modo per dire al mondo che ci sei anche tu.

A: Scrivere. Cosa?

P: Scrivere qualcosa che possa far riflettere, anche parzialmente.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

P: Sono una persona normale che avrebbe voluto far qualcosa di più in questa vita, soprattutto per gli altri. E’ un mio piccolo grande rammarico.

A: La penna per te corrisponde a…?

P: Alla mia testa e al mio cuore.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

P: Avevo e ho tuttora grande stima e grande rispetto per gli scrittori, oggi si sta un pochino meglio in questo contesto, anche se sono molto critico con me stesso.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

P: Considero il mio stile personalissimo e molto conciso. Ho voglia di far arrivare dei messaggi chiari e sintetici, forse perché sono convinto che spesso i libri si dilunghino troppo in elucubrazioni sterili e non utili al lettore. Ma questo è solo un mio personalissimo pensiero.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

P: Il mio libro… mi sento di poter dire che appartiene a tutti e non solo a chi l’ha scritto, ho cercato di parlare un linguaggio universale, una sorta di esperanto, non so se io sia riuscito in questo, posso dire che ho tentato, senza speculazioni di abbracciare la quotidianità.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

P: Credo di essere anomalo in questo. Mi faccio guidare dai miei istinti, quindi i miei libri sono per così dire molto”primordiali”… se possiamo dire così. Niente tecniche, niente razionalizzazioni ne schemi precostituiti, tutto a braccio. Probabilmente è un errore, ma è esattamente così.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

P: Parzialmente credo di aver risposto prima, niente schemi né preconcetti ed anche poca immaginazione, c’è molto nel vissuto mio e di altri in quello che propongo.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

P: Anzitutto credo che dare giudizi sia sempre molto complicato, questo perché non si hanno le conoscenze necessarie che possano portare alle motivazioni per mezzo delle quali una determinata cosa è stata scritta, assemblata creata e poi perché quel pizzico di esperienza vissuta mi permette oggi di poter affermare che ognuno ha un percorso complicato e difficile da sostenere e quindi la prudenza è d’obbligo.

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