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8 gennaio 2009

Fabrizio Diotallevi

Oggi parliamo con FABRIZIO DIOTALLEVI, autore de «La Favola».

—————————————-intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

F: Nel mio caso, tutto è nato per bisogno, ho iniziato a scrivere per amore, non riuscivo a trattenerlo dentro, e mi sono deciso a metterlo per iscritto. Quindi è stato un approccio diciamo pure terapeutico, scrivo per rimarcare quello che reputo importante, è come un biglietto da visita da presentare alle altre persone, per dire “io sono così, e voi?”.

A: Scrivere. Cosa?

F: Scrivere consente di creare, creare un mondo immaginario dove le persone oneste vengono premiate e i farabutti pagano le loro colpe; visto che viviamo in  un mondo che è l’esatto contrario, scrivo tanto, storie dove l’amore e la bontà viaggiano di pari passo, attento però al facile tranello del buonismo e della retorica.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

F: Credo fermamente che la scrittura permetta di conoscere persone meravigliose, disposte a condividere gli stessi interessi, la condivisione è la cosa che più mi appaga, è come cercare qualcosa tra un bosco pieno di trappole,  scrivere è la miglior guida che ci possa essere.

A: La penna per te corrisponde a…?

Come diceva Cervantes ” La penna è la lingua dell’anima”.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

F: Considero la scrittura altamente impegnativa, leggere un libro richiede grande attenzione, il lettore non deve essere preso in giro, spesso invece pur di vendere, si propinano molte cose banali e false; ci sono scrittori che parlano di amore, di buoni sentimenti, poi sono più snob dei personaggi che condannano. Tranne qualche rara eccezione, i più grandi scrittori del passato erano persone emarginate, umili, presi in giro da vivi ed incensati da morti. La coerenza è una cosa fondamentale, è un principio per me essenziale.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

F: Cerco di trarre un lato poetico anche dalle situazioni più disparate, non mi sento di esprimere aggettivi, di certo preferisco dar voce ai deboli, almeno che abbiano voce sui libri, dalla vita hanno troppi fardelli.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

31 dicembre 1799, una giovane donna torna a Venezia mentre la città è tutta presa dalla festa di fine anno, lei è foresta nella sua città, sola ed incinta, grida aiuto ma nessuno ha tempo per lei. Poi qualcuno che aveva ben altro a cui pensare, non rimarrà sordo alle sua suppliche. Un manipolo di disperati sacrifica tutto pur di aiutare la  giovane, persone a cui è stato negato il benché minimo diritto rispondono con il dovere, un gruppo di straccioni che ha perso tutto tranne la carità, aiuta una giovane  di cui sino  a pochi attimi prima ne ignoravano l’esistenza, beh è proprio una favola. Considero l’indifferenza e quindi l’egoismo, come il peggiore dei nostri mali. A quanti di noi, è capitato di gridare e restare inascoltato? Troppe volte. Spero che il mio racconto contribuisca a ridare speranza a chi si sente scoraggiato, che convinca le persone che non si può sempre e solo chiedere, ma bisogna ritrovare il gusto di saper dare.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Leggo quasi esclusivamente i romanzi dell’Ottocento, è una continua scuola di scrittura, per la descrizione dei personaggi, per l’altissima poetica delle storie raccontate, per il riscatto degli umili e degli oppressi, presente in tanti capolavori; amo descrivere scorci di città, locande, spettacoli, mi piace raccontare dal punto di vista degli emarginati, in un contesto storico ben preciso, Venezia nel 1700, Vicenza nel 1800. Non vedo poesia nel mondo attuale, preferisco le diligenze ai fuoristrada, preferisco la fiamma delle candele, alle luci dei centri commerciali, meglio una prostituta che una manager in carriera, dopotutto è questo il mondo che mi fa sognare. Indispensabile è la musica, cerco sempre di inserirla nelle mie storie, cantanti tradite dalle corde vocali, becchini che suonano il liuto, il violino, il flauto, le arie di Vivaldi, i concerti di Albinoni, il clavicembalo… tutto questo è  il mio mondo.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

F: Certamente d’occasione; fino a pochi anni fa, consideravo la spiccata sensibilità come un intralcio, poi ho compreso che grazie ad essa riuscivo ad emozionarmi per cose che ad altri lasciano indifferenti, lo considero un dono inestimabile, è la molla per scrivere. Di questo mondo mi piace molto poco, grazie allo scrivere mi costruisco un fortino dove racchiudere quello che mi emoziona e lasciar fuori tutto il resto. Questo è un mondo in cui conta solo il profitto, soldi, soldi e soldi. Scrivo per non pensare a questo. Nel mio mondo conta ben altro.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

F: Mi ritengo fortunato, i primi due libri stampati a mie spese, sono stati esauriti in pochi mesi, non mi aspettavo tale accoglienza, il merito che mi attribuisco da solo è il coraggio di mettere per iscritto stati d’animo con la massima sincerità, e chi mi conosce sa che non mento; per quanto riguarda Eleonora, ho avuto tantissime lettere davvero molto commoventi, per quanto riguarda le critiche se sono argomentate le accetto volentieri, io non devo piacere agli altri devo essere onesto con me stesso.

8 gennaio 2009

Il giorno che vidi il tuo volto

Ringrazio Simone per la prontezza con la quale ha accolto il mio proposito.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


il-giorno-che-vidi-il-tuo-volto2

Titolo: Il giorno che vidi il tuo volto

Autore: Simone Piazzesi

Editore: Tespi

Genere: poesia

Data di pubblicazione: 2008

ISBN: 978-88-96070-45-1

pagine: 89

Il Giorno che vidi il tuo volto è una sorta di caldo scioglilingua contenuto all’interno del volume di Piazzesi, una sorta di pendant conclusivo ed estemporaneo che dà senso di giustezza e misura a trafile di pensieri lampo fulminanti come inequivocabili e grandi scoperte, e tenui come sospiri di ovvietà su sottili e pigre pause tra un ragionamento serio e l’altro.

Ho preso in mano questo libro e ne sono rimasta catturata per una semplice ragione, ritengo; Piazzesi riesce ad aggettivare in modo piano ogni cosa che tocca. La pacatezza regna sovrana anche di fronte a sconvolgenti patemi esistenziali, ed una sorta di pulviscolo avvolge di calma e contemplante rassegnazione il volto di colui che medita immerso in cose troppo grandi per essere cambiate o anche solo criticate. Sia chiaro, questa è una abilità, non una menomazione, tant’è che il piacere scivola lento e placido sulle rive di parole pigre, al limite della secchezza e dell’assenza d’aria, eppure mai al di là di una imposta sobrietà che rivela gusto e ponderazione, calma panica e giustezza metodica. Carifi, che ne cura l’introduzione, parla di taoismo per dare la giusta collocazione alle poesie di Simone e c’è da essere d’accordo. Quelle di Piazzesi sono infatti osservazioni derivanti da un mutuo contatto col mondo, mai disgiunto dall’umiltà dei propri mezzi quando non del proprio io, anche se sovente la sorpresa di ritrovarsi o perdersi nelle cose, fa capolino qui e lì restituendo i versi alla vita e risollevando anche chi legge e si spaura a ritrovarsi solo nella selva scalza e priva d’inquinamento. Perché vedete, la sobria calma carmica del Piazzesi è una sorta d’invito ad abbeverarsi a fonti prive di sozzura, il che, per noi così infelicemente abituati al caos e allo sporco di un mondo che ci vomita addosso le sue problematiche villane, è quasi una follia pronunciata ad alta voce dal più matto dei mentecatti. Eppure il canto esplode a tratti e allora la nostra incertezza diventa palese convinzione, davanti a quei versi spesso troppo rapidi per palati come i nostri – abituati a saziarci tardi con cibi unti e spessi, e letterature che c’impongono d’arrovellarci troppo rispetto al troppo poco che ci danno – sacrosanta nei nostri limitanti mezzi e nelle nostre limitate sensazioni. La poetica del Piazzesi – e ho fatto per l’occasione un segno a pagina 85 – si risolve tutta a ridosso del canto d’un grillo, il quale, pienamente consapevole del limite dell’esile filo d’erba cui s’attacca e dedica tutta una vita, potendolo fare, lo proclama sua unica ricchezza e lo innalza a suo meraviglioso giardino e regno incontrastato. Come a dire, con quel piglio da saggio e ponderato assorto osservatore, che mi curo di ciò che ho e di quello che non ho non riesco proprio a farmene un cruccio; con limitati mezzi si può trasformare la propria zolla di terra in un universo che dischiude sempre sorprese? Leggendo l’opera di Piazzesi si direbbe proprio di sì.

Adg.

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