Il giorno che vidi il tuo volto

Ringrazio Simone per la prontezza con la quale ha accolto il mio proposito.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


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Titolo: Il giorno che vidi il tuo volto

Autore: Simone Piazzesi

Editore: Tespi

Genere: poesia

Data di pubblicazione: 2008

ISBN: 978-88-96070-45-1

pagine: 89

Il Giorno che vidi il tuo volto è una sorta di caldo scioglilingua contenuto all’interno del volume di Piazzesi, una sorta di pendant conclusivo ed estemporaneo che dà senso di giustezza e misura a trafile di pensieri lampo fulminanti come inequivocabili e grandi scoperte, e tenui come sospiri di ovvietà su sottili e pigre pause tra un ragionamento serio e l’altro.

Ho preso in mano questo libro e ne sono rimasta catturata per una semplice ragione, ritengo; Piazzesi riesce ad aggettivare in modo piano ogni cosa che tocca. La pacatezza regna sovrana anche di fronte a sconvolgenti patemi esistenziali, ed una sorta di pulviscolo avvolge di calma e contemplante rassegnazione il volto di colui che medita immerso in cose troppo grandi per essere cambiate o anche solo criticate. Sia chiaro, questa è una abilità, non una menomazione, tant’è che il piacere scivola lento e placido sulle rive di parole pigre, al limite della secchezza e dell’assenza d’aria, eppure mai al di là di una imposta sobrietà che rivela gusto e ponderazione, calma panica e giustezza metodica. Carifi, che ne cura l’introduzione, parla di taoismo per dare la giusta collocazione alle poesie di Simone e c’è da essere d’accordo. Quelle di Piazzesi sono infatti osservazioni derivanti da un mutuo contatto col mondo, mai disgiunto dall’umiltà dei propri mezzi quando non del proprio io, anche se sovente la sorpresa di ritrovarsi o perdersi nelle cose, fa capolino qui e lì restituendo i versi alla vita e risollevando anche chi legge e si spaura a ritrovarsi solo nella selva scalza e priva d’inquinamento. Perché vedete, la sobria calma carmica del Piazzesi è una sorta d’invito ad abbeverarsi a fonti prive di sozzura, il che, per noi così infelicemente abituati al caos e allo sporco di un mondo che ci vomita addosso le sue problematiche villane, è quasi una follia pronunciata ad alta voce dal più matto dei mentecatti. Eppure il canto esplode a tratti e allora la nostra incertezza diventa palese convinzione, davanti a quei versi spesso troppo rapidi per palati come i nostri – abituati a saziarci tardi con cibi unti e spessi, e letterature che c’impongono d’arrovellarci troppo rispetto al troppo poco che ci danno – sacrosanta nei nostri limitanti mezzi e nelle nostre limitate sensazioni. La poetica del Piazzesi – e ho fatto per l’occasione un segno a pagina 85 – si risolve tutta a ridosso del canto d’un grillo, il quale, pienamente consapevole del limite dell’esile filo d’erba cui s’attacca e dedica tutta una vita, potendolo fare, lo proclama sua unica ricchezza e lo innalza a suo meraviglioso giardino e regno incontrastato. Come a dire, con quel piglio da saggio e ponderato assorto osservatore, che mi curo di ciò che ho e di quello che non ho non riesco proprio a farmene un cruccio; con limitati mezzi si può trasformare la propria zolla di terra in un universo che dischiude sempre sorprese? Leggendo l’opera di Piazzesi si direbbe proprio di sì.

Adg.

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