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10 gennaio 2009

Maria Rosa Campanale

Intervista a Maria Rosa Campanale, co-autrice di «Lisa & Cécile».

—————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

MR: Scrivere  fa sentire liberi,  dà la possibilità di comunicare e condividere ciò che si prova e pensa con gli altri.La scrittura ti protegge,ti concede molte possibiltà,puoi interpretarla come vuoi, riuscendo  a trasmettere emozioni, sensazioni vere, forti: puoi trasgredire, ridere, piangere, fare sesso estremo, restare un’inguaribile romantica e persino uccidere i tuoi nemici! Puoi dare molto senza ferire mai davvero. Sono una donna e devo riconoscere che scrivo anche per quel pizzico di vanità che contraddistingue solitamente il sesso femminile. Un velo di egocentrismo c’è… Fissare su un foglio di carta emozioni e sensazioni rende eterni i pensieri.

A: Scrivere. Cosa?

MR:  Scrivo romanzi e racconti erotici. Parlo di sesso con naturalezza, senza inutili tabù, tentando però di mettere parte della mia anima nei corpi e nelle scene  che descrivo. La scrittura è il mezzo con cui riesco a trasmettere la passionalità vibrante che mi attraversa, sensualità e desideri che mi appartengono.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

MR: Scrivo per hobby, per il puro piacere appunto di comunicare con gli altri. Nasco come scrittrice circa tre anni fa con il mio primo romanzo erotico di cui sono co-autrice, “Lisa e Cecile” (Borelli editore) e che ha vinto nel 2007 il premio Fiuggi “erotismo e scrittura”. Ho collaborato recentemente con alcuni miei racconti al libro ” Eroticamente-confessioni intime” pubblicato ad ottobre da V. Casini editore. Spesso nei miei racconti faccio dei riferimenti ad arte e poesia che amo moltissimo.

A: La penna per te corrisponde a…?

MR: Ad una arteria, al mio sangue, al battito del cuore, alla mia parte più razionale, ed in contrapposizione alla mia follia… ai sensi…

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

MR: Per me non è cambiato niente, io sono ciò che scrivo, si può inventare una storia  senza mentire su ciò che si prova. Mi identifico nella mia scrittura, sono io che mi reinvento.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

MR: Dovrei usarne più di tre ma direi: visiva, intensa, diretta, perché riesco a descrivere emozioni fino a renderle tangibili senza perdere l’intensità e la sincerità, a volte anche cinica o crudele di donna.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

MR: E’ la storia dell’amicizia profonda tra due donne, l’intreccio erotico e non delle loro vite. Fantasie, desideri e realtà si fondono e lasciano al lettore la possibilità virtuale di intervenire con la propria immaginazione, ma, se si riesce a leggere tra le righe, si scopre che oltre all’erotismo c’è il vissuto, l’anima di due donne sensibili con le loro gioie, le sofferenze, la fragilità, la forza e la passione. Mi sembra un ottimo motivo per custodirlo con cura in biblioteca: c’è sesso e c’è cuore.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

MR: Non seguo modelli o forme specifiche, mi affido all’istinto, forse il mio stile è la semplicità, la chiarezza nel linguaggio.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

MR: Flaubert diceva: “Madame Bovary sono io!”, questo perché c’è sempre qualcosa di personale, di autobiografico in ciò che si scrive… Direi Scrittura Per Piacere! In ogni racconto che ho scritto c’è parte di me, anima o immaginazione non è importante, ci sono io dentro con sensi e sentimenti.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

MR: Accetto le critiche, servono a migliorarmi, a capire chi mi legge e  più che “lasciar andare via” un’opera preferisco dire che la dono ai miei lettori, è qualcosa che mi unisce a loro, un cordone ombelicale attraverso il quale fluisce la magia della scrittura che mi permette di entrare con la mia passionalità nei loro cuori.

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10 gennaio 2009

Luana Troncanetti

Intervista alla brillante Luana Troncanetti, autrice di «Le mamme non mettono mai i tacchi»

———————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

L: Perché no? Non è un granché esaustiva come risposta, me ne rendo conto. Ma denuncia, credo, il mio approccio assolutamente casuale con la scrittura.

A: Scrivere. Cosa?

L: Racconto la straordinarietà della vita comune.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

L: Sono una scrittrice per caso e non è una metafora alla trasmissione televisiva sui turisti.  Ho preso in mano la penna soltanto dopo essere diventata la madre di Superboy. Come potevo non fissare su carta le tragicomiche avventure che mi ha regalato mio figlio? Mi sono gettata nella galassia smisurata degli aspiranti scrittori umilmente, con il solo scopo di raccontare e raccontarmi. Senza troppe pretese, senza grandi aspettative. E mi emoziono ogni volta che qualcuno mi dice che sono brava. Stento ancora a crederci, anche se ultimamente iniziano a spuntare qua e là le recensioni che giocano in mio favore. Ottimamente a mio favore!

A: La penna per te corrisponde a…?

L: Uno strumento micidiale se utilizzato da una grafomane come me! E’ uno sfogo, una gioia, la tranquillità di un momento tutto mio, il mezzo per generare personaggi che solo all’inizio sono frutto della mia penna ma poi, proprio come fanno i bambini, mi abbandonano e si raccontano da soli.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

L: Molto sinceramente? Fino a un annetto fa era semplicemente un hobby, dopo aver pubblicato tre libri (dei quali soltanto uno, forse, può essere definito tale) a detta di qualcuno gradevoli, inizio a fare loschi pensieri su possibili guadagni milionari! Non perché io abbia scritto il capolavoro letterario del terzo millennio, ma semplicemente perché il libro abbraccia un target potenzialmente sterminato: di mamma, fortunatamente, non ce n’è una sola!

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

L: Diretto, coinvolgente, scanzonato.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

L: Il libro è la registrazione fedele di quanto accade a una donna quando diventa mamma, una cronaca reale nella quale qualsiasi mamma riesce a riconoscersi. E’ coinvolgente perché molto simile a una chiacchierata liberatoria fra amiche, uno spettegolare garbato su suocere invadenti, mariti poco collaborativi e bebè ingestibili. E’ una pacca sulla spalla per incoraggiare tutte quelle che si sentono inadeguate ad affrontare una condizione destabilizzante alimentata dal mito della mamma perfetta che, viva Dio, esiste soltanto nelle pubblicità delle merendine. E’ un modo per dire: ” Coraggio, succede anche a me!” E’ semplice da leggere, è scritto con un linguaggio volutamente colloquiale, è perfetto per chi ha poco tempo da dedicare alla lettura ma vuole comunque regalarsi un momento di piacevole svago. Va riposto con cura nella libreria ma all’occasione va riletto ogni volta che nostro figlio tenta di dar fuoco al divano: ogni bimbo sano di mente cerca di farlo almeno una volta nella vita. Ogni mamma sana di mente deve capire che rientra nella normalità. Questo aiuta a scacciare la depressione o il sospetto di aver generato un mostro.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

L: Non ho mai frequentato un corso di scrittura creativa, anche se penso sia ora di approcciarsi a questo tipo di esperienza. Finora mi guida l’istinto, non seguo regole particolari anche perché sono una persona che, per motivi religiosi, detesta gli schemi prefissati. Sono però conscia del fatto che esistano norme imprescindibili per generare una buona narrazione, e dovrò quanto prima decidermi a impararle.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

L: Il mio modo di scrivere nasce dall’attenta osservazione del quotidiano anche se è spruzzato qua e là da accessi di fantasia e/o situazioni romanzate. Il mio primo libro (o dovrei dire i miei primi tre libri visto che ne ho pubblicati tre) è frutto di esperienze autobiografiche. Ma sto lavorando da tempo a una raccolta di racconti brevi che, pur scaturendo dalla mia immaginazione, non prescindono fatti realmente accaduti. Sto tentando di scrivere un romanzo che, non so con quale coraggio, sottoporrò all’attenzione della giuria di un importante concorso letterario. E’ questo il mio primo tentativo di partorire un’opera per mestiere e smettere di essere, me lo auguro, una scrittrice per caso.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

L: Io ho una tecnica opinabile: scrivo pagine intere di getto e quindi, dopo averle fatte sedimentare un po’, le rileggo e correggo fino a quando non ottengo il risultato voluto. E’ una grande perdita di tempo, forse converrebbe scrivere fin dall’inizio in modo più accurato evitando frasi che, scritte d’impulso, sono spesso prive di senso compiuto o sgrammaticate. Ma è più forte di me: c’è un omino alieno o straniero che subaffitta il mio cervello… Quando inizia a dettare, io devo accontentarlo subito senza star lì a sindacare sulla bontà dello scritto. Sta a me, successivamente, riuscire a tradurre quelle frasi in italiano. Accetto le critiche di buon grado, le trovo utili e costruttive. Devo dire chiunque abbia letto il mio libro non si è trovato a muovere particolari critiche anche perché è scritto con un linguaggio talmente semplice che è difficile commettere qualche errore di sintassi o esprimere in modo poco chiaro un concetto. Un discorso diverso va fatto per alcuni racconti brevi che ho reso pubblici su un sito per scrittori in una sezione apposita, dove vengono analizzati e recensiti. Ho trovato osservazioni spesso acute, utilissime, necessarie a migliorare lo stile e ne ho preso atto senza atteggiarmi a diva ferita a morte come invece fanno moltissimi esordienti. Ciò che non tollero, invece, è quando questi racconti vengono  vivisezionati in modo ridicolo. Un esempio? ” Ma non sarebbe stato meglio usare nei dialoghi le virgolette uncinate al posto del trattino?” oppure ” Come mai a un certo punto nel racconto cambia il punto di vista del narratore?” Evidentemente perché è necessario! Un’altra cosa che mi fa impazzire è quando travisano il significato del titolo del libro. Alcune donne (pochissime, a dire il vero) lo hanno trovato offensivo, classista, interpretando le sette rudimentali parole che lo compongono come un “Le mamme non devono mai mettere i tacchi perché lo dice Luana Troncanetti”. Niente di più assurdo! Il titolo non è un suggerimento, ma l’oggettiva osservazione di un fatto inconfutabile: alcune mamme straordinarie riescono a gironzolare con ai piedi un tacco 12 ma sono davvero perle rarissime in un oceano di madri in scarpe da ginnastica. Se lo fanno i motivi sono due: o hanno figli straordinariamente tranquilli e quindi non devono rincorrerli in ogni dove oppure sono riuscite, malgrado tutto, a conservare la loro femminilità. E a questo mi inchino e mi tolgo tanto di cappello. Ecco, sono queste le uniche osservazioni in grado di infastidirmi, per tutto il resto accetto le critiche con la massima umiltà, da vera scrittrice per caso.

10 gennaio 2009

Eva Russo

Intervista all’autrice Eva Russo, che ha pubblicato «La mia vita in una scatola di biscotti»

————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

E: Perché almeno una volta nella vita ti sei innamorata di un libro.

A: Scrivere. Cosa?

E: Storie, frasi e parole che sbocciano nella tua testa come fiori in una serra.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

E: Un povero diavolo direi. Scrivo e racconto come facevano i miei bisnonni nelle stalle, le sere d’inverno più di un secolo fa. Un menestrello dei tempi moderni intrisa di passato come un cantuccio nel vinsanto!

A: La penna per te corrisponde a…?

E: Un prolungamento del mio cervello. Anche se per ovvie ragioni sono costretta ad utilizzare un computer, scrivo ancora molto “penna su carta”: tutti i miei scritti vengono fuori dalla punta di una stilografica prima di essere battuti al computer.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

E: Io mi ritengo una serva della scrittura e così era anche prima che io pubblicassi. Sono alla ricerca della mia storia, quella storia magnifica a cui legherò il mio nome e intanto lascio che la scrittura mi usi per manifestarsi.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

E: Fluttuante: perché le parole sembrano vagare nell’aria prima di trovare il loro posto nelle frasi. Fragrante: aggettivi, immagini, paragoni – una scrittura che si presenta come una fetta di torta al cioccolato ripiena di crema (appunto) colori, gusti ed emozioni che si mischiano per mostrasi a pieno… o almeno ci provano. Fuggevole: o dovrei dire mutevole (ma se lo avessi fatto non avrei avuto tre aggettivi con la F . In effetti credo che il mio stile si stia ancora “evolvendo”…

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

E: Anche se la mia è una storia personale con una forte dose di fantasia aggiunta, ci sono momenti di vita in cui è facile riconoscersi e credo che la storia sia anche divertente in alcuni punti. Il fatto che sia breve ne rende la lettura non “troppo faticosa”, insomma: un libro ideale anche per chi non ama leggere ^_^

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

E: Leggo molto e leggo di tutto, dalla Divina Commedia ai manuali di bricolage e i diversi stili si depositano nel mio “disco rigido”… sono onnivora per questo il mio stile  così meticcio. Non sono molto brava ad analizzare ciò che scrivo, quello che cerco di fare però è creare un’atmosfera tangibile intorno ad ogni frase. Uso perciò molti aggettivi consciamente, anche se riconosco che lo stile ne risulta un po’ appesantito. Amo gli autori che usano molti attributi e amo usarli a mia volta.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

E: In effetti non ricordo di avere fatto altro che scrivere da quando ne sono stata capace. Prima scarabocchi e letterine, poi i diari, che ancora tengo… almeno due all’anno, uno di registrazione “emotiva” delle mie giornate e uno per annotare i progetti e le idee che mi frullano in testa. Da un anno a questa parte è nato il mio desiderio di far conoscere a tutti queste idee frullanti e ho incominciato così a scrivere e creare in maniera strutturata… ehm… spasmodica. ^_^

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

E: Tanto per incominciare non rileggo volentieri ciò che scrivo: quando è scritto in un certo senso non mi appartiene più (anche se ammetto di avere una copia del mio libro sullo scaffale :)) Non sono particolarmente difensiva nei confronti dei miei scritti e sono aperta alle critiche costruttive. Vedo anch’io i difetti di ciò che scrivo e non sono mai polemica per “principio”. Se le critiche sono fatte solo per insultare allora mi innervosisco, ma in generale non perdo tempo a discutere con le persone poco educate.

10 gennaio 2009

Gaia Conventi

Intervistando Gaia Conventi, autrice de «Una scomoda indagine e un cane fetente»

——————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

Scrivere perché si ha qualcosa da comunicare, altrimenti si scrive di aria fritta e la gente se ne accorge. Scrivere, soprattutto, perché ci piace farlo… verranno momenti in cui lo si farà per mestiere, per soldi. La gente se ne renderà subito conto, i lettori amano chi scrive mettendosi in gioco.

A: Scrivere. Cosa?

Scrivere ciò che ci piace leggere, tentando di migliorare ad ogni occasione. Non importa il genere o il tema, ma se si scrive di un argomento bisogna masticarlo bene. Come diceva Einstein, hai capito veramente una cosa solo quando riesci a spiegarla a tua nonna. Parole sante! Prima di ogni storia c’è una ricerca, che sia storica o interiore. Mai partire senza avere nulla in mano, si fa poca strada e si arranca di continuo. Non ne uscirà un buon lavoro.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Scrivo noir e gialli, sono una scrittrice che vuole regalare brividi e sano umorismo nero. Non mi prendo troppo sul serio nella vita, figuriamoci come scrittrice! Mi basta poter tenere compagnia a chi mi legge, lascio le cose serie a scrittori più capaci. Non mi offendo quando mi dicono che scrivo “letteratura da spiaggia”, la gente ha bisogno anche di libri leggeri… sennò si suicida guardando i telegiornali!

A: La penna per te corrisponde a…?

Corrisponde ad una moleskine e a notes vari, penna sempre in tasca, appunti al volo. Poi, con calma, butto giù la prima stesura al pc. Il belletto viene dato in seguito, prima stendo l’ossatura della storia. I gialli sono come i giochi enigmistici, tutto deve tornare alla perfezione. Ricami e riccioli li aggiungo dopo, sono la parte più divertente della lavorazione.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

G: Ho pubblicato diverse cose, soprattutto a quattro mani con Stefano Borghi, autore milanese pluripremiato a concorsi letterari nazionali. Assieme abbiamo scritto antologie di racconti noir. Il mio ultimo lavoro, invece, è un giallo ironico, “Una scomoda indagine e un cane fetente”, vincitore del Premio Adamantes 2008 di Caravaggio Editore e del “segnalibro d’oro” a “Esperienze in giallo Piemonte Noir 2008. Ho iniziato a pubblicare nel 2007, prima sono apparsa in alcune antologie e ho scritto online su siti dedicati ai racconti. Il mio modo di approcciarmi alla scrittura non è cambiato in questi anni, scrivo perché mi diverte farlo. Non sono di quelli che “scrivevo ancor prima d’imparare a leggere”, figuriamoci! Ho iniziato a scrivere online, per puro caso, nel 2003. Ho scoperto che la cosa mi viene bene, non mi sono più fermata.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

G: Un mio vicino di casa, che mi segue con affetto, dice che scrivo in maniera lineare, ironica e matematica. Ti confesso che odio la matematica ma sono una grande amante dell’enigmistica, dai rebus ai giochi di parole. Credo che in quanto scrivo ci sia un pochino di questa mia passione, soprattutto la ricerca del particolare, il meccanismo che non deve incepparsi fino alla fine. Cerco di scrivere in maniera semplice, solo così il lettore può seguire una storia complicata, chi legge gialli vuole scoprire il colpevole… paroloni e ricerca linguistica sarebbero fuori luogo. L’ironia è sempre presente nei miei lavori, sono una persona che ama ridere, un’ottimista in tempi di crisi, una che non cede mai al malumore.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

G: Come ti dicevo, scrivo libri d’intrattenimento. I miei noir vogliono scatenare un brivido lungo la spina dorsale, mentre coi gialli cerco di dare una visione quotidiana del delitto. In fondo, e lo vediamo tutti i giorni, la gente uccide per le cose più assurde e banali… a questo aggiungo un po’ di umorismo e personaggi simili a noi. Mai troppo sfigati, mai troppo geniali, con piccole manie. Il mio ultimo giallo “Una scomoda indagine e un cane fetente” ha tra i suoi protagonisti qualcuno che non ti aspetteresti di trovare, un cane. Non è Lessie, non parla, non risolve il caso, è soltanto un cane un po’ più in gamba della media. Ho avuto un cane simile, non mi sono poi inventata molto, devo confessarlo. Con lui anche il suo padrone, un fotografo della scientifica un po’ fuori dal comune, amante dei libri di Liala e attento ad immortalare con occhio critico le ultime pose degli sventurati cadaveri con cui ha a che fare. Anche la vittima di questa storia è un tantino fuori dal comune, un ometto di mezz’età, trovato in abiti femminili. Insomma, un giallo leggero e divertente, con spunti risibili e indagini incalzanti. Il finale è la sorpresa migliore, ovviamente su questo non posso aggiungere altro.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

G: Scrivere mi riesce piuttosto facilmente, la storia la immagino durante la giornata, mentre faccio tutt’altro. Mi fermo, segno l’appunto, proseguo in quel che stavo facendo. Quando decido che è giunto il momento di mettermi davanti alla tastiera, rileggo gli appunti e parto in quarta. Probabilmente modelli e scelte li ho involontariamente immagazzinati durante la lettura di tutti i libri che ho incrociato sul mio cammino. Leggo generi diversi, solo così si ha poi un’idea globale dell’argomento di cui si vuole trattare. Ma, in pieno contrasto col mio ultimo personaggio, non leggo Liala!

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

G: Scrittura d’occasione che un po’ di è fatta mestiere. Sto scrivendo un giallo, una storia ambientata a Ferrara, città in cui ho vissuto e che amo. A volte può succedere che non ci sia l’idea buona, ma i tempi sono quel che sono e bisogna andare avanti. Si ricorre così ad alcuni artifici già usati in altre storie, li si adatta e improvvisamente diventano il passo giusto per proseguire e andare oltre. Se si scrive molto, da molto tempo, si imparano i trucchi che permettono di sublimare la giornata scarna di idee geniali. La stesura di un libro è cosa lunga, non si è al top in ogni pagina ma è il risultato finale quello che conta. Ovviamente nel mio giallo ferrarese c’è molto di me, conosco i posti, le persone e l’ambiente. Una parte si svolge durante il palio cittadino, che per anni ho vissuto in prima persona. Tutto il resto sono delitti che ho immaginato pensando a diverse parti della città, c’è chi passeggia in centro guardando i negozi e chi, come me, cerca il posto giusto per un ritrovamento ad effetto. E quando parlo di ritrovamento è come se fossi il protagonista di “Una scomoda indagine e un cane fetente” che con la Nikon immortala la scena. Ah, già, scordavo… amo fotografare e uso una Nikon.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

G: Quel che ho scritto non mi appartiene più, a volte dimentico persino i titoli! Se una cosa deve rimanere propria, è meglio non farla mai uscire dal cassetto. Che sia pubblicata su carta o in un sito web, diventa di altri, di chi la legge. Può piacere, può ricevere critiche negative, per me non è mai un problema. E’ impossibile piacere a tutti, è una cosa che mi hanno insegnato fin da bambina. A questo, con gli anni e le uscite dei miei libri, ho aggiunto un po’ di sano menefreghismo… ironia e autoironia stanno alla base della mia vita. Ad una critica feroce rispondo sempre con una battuta di spirito. Te lo dicevo, per abbattermi ci vuole ben altro!

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