Luana Troncanetti

Intervista alla brillante Luana Troncanetti, autrice di «Le mamme non mettono mai i tacchi»

———————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

L: Perché no? Non è un granché esaustiva come risposta, me ne rendo conto. Ma denuncia, credo, il mio approccio assolutamente casuale con la scrittura.

A: Scrivere. Cosa?

L: Racconto la straordinarietà della vita comune.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

L: Sono una scrittrice per caso e non è una metafora alla trasmissione televisiva sui turisti.  Ho preso in mano la penna soltanto dopo essere diventata la madre di Superboy. Come potevo non fissare su carta le tragicomiche avventure che mi ha regalato mio figlio? Mi sono gettata nella galassia smisurata degli aspiranti scrittori umilmente, con il solo scopo di raccontare e raccontarmi. Senza troppe pretese, senza grandi aspettative. E mi emoziono ogni volta che qualcuno mi dice che sono brava. Stento ancora a crederci, anche se ultimamente iniziano a spuntare qua e là le recensioni che giocano in mio favore. Ottimamente a mio favore!

A: La penna per te corrisponde a…?

L: Uno strumento micidiale se utilizzato da una grafomane come me! E’ uno sfogo, una gioia, la tranquillità di un momento tutto mio, il mezzo per generare personaggi che solo all’inizio sono frutto della mia penna ma poi, proprio come fanno i bambini, mi abbandonano e si raccontano da soli.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

L: Molto sinceramente? Fino a un annetto fa era semplicemente un hobby, dopo aver pubblicato tre libri (dei quali soltanto uno, forse, può essere definito tale) a detta di qualcuno gradevoli, inizio a fare loschi pensieri su possibili guadagni milionari! Non perché io abbia scritto il capolavoro letterario del terzo millennio, ma semplicemente perché il libro abbraccia un target potenzialmente sterminato: di mamma, fortunatamente, non ce n’è una sola!

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

L: Diretto, coinvolgente, scanzonato.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

L: Il libro è la registrazione fedele di quanto accade a una donna quando diventa mamma, una cronaca reale nella quale qualsiasi mamma riesce a riconoscersi. E’ coinvolgente perché molto simile a una chiacchierata liberatoria fra amiche, uno spettegolare garbato su suocere invadenti, mariti poco collaborativi e bebè ingestibili. E’ una pacca sulla spalla per incoraggiare tutte quelle che si sentono inadeguate ad affrontare una condizione destabilizzante alimentata dal mito della mamma perfetta che, viva Dio, esiste soltanto nelle pubblicità delle merendine. E’ un modo per dire: ” Coraggio, succede anche a me!” E’ semplice da leggere, è scritto con un linguaggio volutamente colloquiale, è perfetto per chi ha poco tempo da dedicare alla lettura ma vuole comunque regalarsi un momento di piacevole svago. Va riposto con cura nella libreria ma all’occasione va riletto ogni volta che nostro figlio tenta di dar fuoco al divano: ogni bimbo sano di mente cerca di farlo almeno una volta nella vita. Ogni mamma sana di mente deve capire che rientra nella normalità. Questo aiuta a scacciare la depressione o il sospetto di aver generato un mostro.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

L: Non ho mai frequentato un corso di scrittura creativa, anche se penso sia ora di approcciarsi a questo tipo di esperienza. Finora mi guida l’istinto, non seguo regole particolari anche perché sono una persona che, per motivi religiosi, detesta gli schemi prefissati. Sono però conscia del fatto che esistano norme imprescindibili per generare una buona narrazione, e dovrò quanto prima decidermi a impararle.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

L: Il mio modo di scrivere nasce dall’attenta osservazione del quotidiano anche se è spruzzato qua e là da accessi di fantasia e/o situazioni romanzate. Il mio primo libro (o dovrei dire i miei primi tre libri visto che ne ho pubblicati tre) è frutto di esperienze autobiografiche. Ma sto lavorando da tempo a una raccolta di racconti brevi che, pur scaturendo dalla mia immaginazione, non prescindono fatti realmente accaduti. Sto tentando di scrivere un romanzo che, non so con quale coraggio, sottoporrò all’attenzione della giuria di un importante concorso letterario. E’ questo il mio primo tentativo di partorire un’opera per mestiere e smettere di essere, me lo auguro, una scrittrice per caso.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

L: Io ho una tecnica opinabile: scrivo pagine intere di getto e quindi, dopo averle fatte sedimentare un po’, le rileggo e correggo fino a quando non ottengo il risultato voluto. E’ una grande perdita di tempo, forse converrebbe scrivere fin dall’inizio in modo più accurato evitando frasi che, scritte d’impulso, sono spesso prive di senso compiuto o sgrammaticate. Ma è più forte di me: c’è un omino alieno o straniero che subaffitta il mio cervello… Quando inizia a dettare, io devo accontentarlo subito senza star lì a sindacare sulla bontà dello scritto. Sta a me, successivamente, riuscire a tradurre quelle frasi in italiano. Accetto le critiche di buon grado, le trovo utili e costruttive. Devo dire chiunque abbia letto il mio libro non si è trovato a muovere particolari critiche anche perché è scritto con un linguaggio talmente semplice che è difficile commettere qualche errore di sintassi o esprimere in modo poco chiaro un concetto. Un discorso diverso va fatto per alcuni racconti brevi che ho reso pubblici su un sito per scrittori in una sezione apposita, dove vengono analizzati e recensiti. Ho trovato osservazioni spesso acute, utilissime, necessarie a migliorare lo stile e ne ho preso atto senza atteggiarmi a diva ferita a morte come invece fanno moltissimi esordienti. Ciò che non tollero, invece, è quando questi racconti vengono  vivisezionati in modo ridicolo. Un esempio? ” Ma non sarebbe stato meglio usare nei dialoghi le virgolette uncinate al posto del trattino?” oppure ” Come mai a un certo punto nel racconto cambia il punto di vista del narratore?” Evidentemente perché è necessario! Un’altra cosa che mi fa impazzire è quando travisano il significato del titolo del libro. Alcune donne (pochissime, a dire il vero) lo hanno trovato offensivo, classista, interpretando le sette rudimentali parole che lo compongono come un “Le mamme non devono mai mettere i tacchi perché lo dice Luana Troncanetti”. Niente di più assurdo! Il titolo non è un suggerimento, ma l’oggettiva osservazione di un fatto inconfutabile: alcune mamme straordinarie riescono a gironzolare con ai piedi un tacco 12 ma sono davvero perle rarissime in un oceano di madri in scarpe da ginnastica. Se lo fanno i motivi sono due: o hanno figli straordinariamente tranquilli e quindi non devono rincorrerli in ogni dove oppure sono riuscite, malgrado tutto, a conservare la loro femminilità. E a questo mi inchino e mi tolgo tanto di cappello. Ecco, sono queste le uniche osservazioni in grado di infastidirmi, per tutto il resto accetto le critiche con la massima umiltà, da vera scrittrice per caso.

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