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14 gennaio 2009

Glauco Silvestri

Oggi intervistiamo Glauco Silvestri, autore di «31 Ottobre».

———————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.


A: Scrivere. Perché?

G: Perché si. Non mi sono mai posto questa domanda. Scrivere è una esigenza; una sorta di forza che cresce dal profondo e che spinge le mani a tremare fino a che non impugno una penna o non tocco una tastiera. Forse è voglia di comunicare, forse è voglia di raccontare delle storie, forse è voglia di raccontarsi. Non saprei dare un perché più preciso. So solo che scrivo perché altrimenti mi sentirei vuoto.

A: Scrivere. Cosa?

G: Di tutto. La lista della spesa, una lettera ad una amica lontana, un racconto, un romanzo. Scrivo fantascienza perché mi piace immaginare l’inimmaginabile. Scrivo drammatico perché i sentimenti forti sono quelli che accendono lo spirito. Scrivo racconti per bambini perché una parte di me non vuole crescere e ama guardare i cartoni animati, fantasticare, vivere in un mondo di fantasia. Scrivo thriller perché il brivido anima il sangue nelle vene.

Scrivo di tutto e di più. Perché mi piace mettere in gioco le mie capacità ed esplorare l’inesplorato.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

G: Io? Beh, sono schivo. Non mi piace stare al centro dell’attenzione e la necessità di mostrarmi per diffondere ciò che scrivo, lo ammetto, mi dà fastidio. Non so il motivo. Sono (spero) umile; nel senso che non mi credo uno scrittore completo. Credo che non si smetta mai di imparare e che per migliorarsi si debba sempre e comunque continuare a scrivere. Credo di avere ancora tanta strada da fare e accetto sempre i giudizi che provengono da chi mi legge (per questo ho diffuso molti miei lavori gratuitamente…), specie se sono negativi. Sono uno stimolo a crescere, uno stimolo a fare di più.

A: La penna per te corrisponde a…?

G: Non è di sicuro uno strumento. E’ più un prosieguo del mio corpo. Io ho sempre una penna in mano. Anche quando sono al pub con gli amici… spesso tengo in mano la penna per scrivere le ordinazioni (se sta ai clienti scriverle…). Spesso scribacchio anche mentre chiacchiero con gli amici… La penna fa parte di me…

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

G: Non è che io sia cambiato. Anzi… come ho già detto precedentemente, l’essere sotto i “riflettori” (va bé… sono più dei faretti… non sono così importante, anzi, sono ancora insignificante nel quadro letterario italiano… praticamente non esisto!) mi dà quasi fastidio. Ho pure rifiutato una intervista televisiva… Ero schivo… sono schivo… Credo che debbano essere i miei lavori a presentarmi al pubblico. Credo che siano loro a dover stare sul palcoscenico, non certo io.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

G: Sicuramente “malinconico”. Lo dicono tanti miei lettori. Quando scrivo, nel profondo c’è sempre questa sensazione. Altri aggettivi… mmh… “mutevole”. I miei lavori non si assomigliano. Mi piace sperimentare e cambiare stile. Qualche lettore rischia di essere deluso (c’è chi si affeziona ad un determinato scrittore per il suo modo di scrivere) ma altri lo apprezzano. Il fatto è che “sono un gemelli”, sono incostante e mutevole… così potrei definire anche la mia scrittura. Quindi, per riassumere: malinconico, incostante, mutevole.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

G: 31 Ottobre? Un thriller. 24 ore per risolvere un crimine senza soluzioni. Non c’è indagine, non c’è tempo. Si inseguono i corpi trovati per le vie di Bologna, si buttano giù ipotesi, si segue un gatto che è sempre presente su ogni luogo del delitto. Si parla di esoterismo, di miti celtici, di violenza, di clochard… Lo consiglio perché? Perché è rapido, rapisce, non dà il tempo di pensare. E’ quasi una sceneggiatura. La storia dura 24 ore e, volendo è possibile leggerlo in 24 ore. Di ’31 Ottobre’ amo alcune situazioni. Si tratta di un libro scritto “ad immagini”. E il finale è aperto allo spirito di chi legge: chi ha una mente aperta al mistico ci vedrà qualcosa di occulto, chi è più razionale ci vedrà qualcosa di più razionale.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

G: Dunque. Per prima cosa io non credo che si debbano avvicinare tecnica e creatività. La creatività nasce dal cuore e segue una sua strada. La tecnica è dettata da metodologie inventate nel passato, perfezionate e, ahimè anche catalogate. Credo che la tecnica tenda a sopprimere (o per lo meno sopire) la creatività. No, come ho detto prima, essendo un gemelli, io sono incostante e mutevole. Nessuna tecnica può imbrigliare la creatività… questa è la mia opinione personale. Altrimenti salterebbero fuori libri “fotocopia” incapaci di portare a qualcosa di veramente nuovo. Difatti le varie tecniche sono state dedotte e schematizzate da scritti provenienti dal passato. Gli autori di questi scritti non avevano nulla che dettasse un metodo di scrittura. Loro erano creativi sul serio. Oggi c’è troppo desiderio di schematizzazione. La tecnica può essere utile per iniziare ma rischia di imbrigliare gli spiriti liberi… per di più porta ad una certa omologazione (guarda i fantasy… a parte qualche rara eccezione, sono tutti cloni l’uno dell’altro!). La creatività è tutt’altro.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

G: Scrittura per necessità. Rischio di ripetermi ma… io scrivo sempre e comunque. Anche sul lavoro. Tutto fluisce in modo così naturale… Io scrivo post sul mio blog (personale… non il blog dedicato agli autori esordienti) come fossero opere di narrativa. Descrivo i sogni romanzandoli… racconto la mia vita colorandola come solo la narrativa può fare. Son biografico, ma non sempre. Viaggio di fantasia e, spesso inizio più lavori allo stesso tempo (ora sto lavorando a due scritti contemporaneamente e… sto pensando ad un terzo) perché lascio fluire le idee e le butto subito su carta. Quindi niente mestiere, niente occasione… è proprio una necessità interiore!

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

G: Ovvio che un commento negativo ferisce. Ma una volta somatizzata la “botta iniziale”, solitamente cerco di riflettere su quanto viene detto. Se si tratta del semplice desiderio di affossare un lavoro senza motivi “reali”, ci passo sopra come fosse acqua di torrente. Se le motivazioni sono serie, allora cerco di analizzare dove sta l’inghippo e cerco di crescere correggendo gli eventuali errori segnalati dalla critica. Tempo fa ho ricevuto una recensione terribile. In essa veniva anche messo in dubbio il motivo per cui sprecavo tempo a scrivere… una recensione che avrebbe potuto buttare giù il morale a chiunque. Ci sono stato male. L’ho letta e riletta. Aveva colpito in modo profondo… però pian piano sono riuscito a “capirla”. Ho risposto all’esaminatore solo dopo un paio di giorni, dopo aver meditato su quelle parole e… lo sai, per quanto non fossi d’accordo su tutto quanto (c’erano critiche sullo stile narrativo e… beh, quelle sono molto soggettive), ho scoperto che quella lettera aveva colpito alcuni miei difetti. Non dico di averli già corretti ma, ci sto lavorando su… e l’unico modo per migliorarsi è continuare a scrivere. Quanto a “31 Ottobre”, per quanto so che piace, che è un bel libro di intrattenimento, rileggendolo… lo vedo pieno di difetti. Ciò dimostra che sto crescendo e che i miei lavori di oggi sono migliori di quelli del passato. Non sto dicendo che “31 ottobre” non mi piace. Tutt’altro. Ma se dovessi scriverlo oggi… forse sarebbe differente. Insomma. Ben vengano le critiche… sono felice se sono positive ma, se sono negative cerco di trarne insegnamento.

14 gennaio 2009

31 Ottobre

Grazie a Glauco della simpatia dimostratami.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


31-ottobre1

Titolo: 31 ottobre
Autore: Silvestri Glauco
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Nuove voci
ISBN: 8861852920
Pagine: 128

31 Ottobre è il romanzo di Glauco Silvestri, un horror surreale ambientato a Bologna, nota per le suggestioni dei migliori giallisti italiani e particolarmente per i guizzi di penna di Loriano Macchiavelli (vedi I Sotterranei di Bologna).

Questa volta invece a cimentarsi è un esordiente, pubblicando con Il Filo un romanzo agile che, come secondo le dichiarazioni dell’Autore, si potrebbe leggere nell’arco delle ventiquattro ore giornaliere. A noi però non interessa guardare con un occhio alla pagina e con un altro al quadrante appeso al muro. Ci interessa sapere cosa accade a chi e perché.  Il romanzo ha un  esordio da brivido e i concittadini di Silvestri ci penseranno due volte a soffermarsi nei luoghi citati  dallo scrittore, perché in quei luoghi – a partire dal Pavaglione – solitamente la gente muore… e non muore semplicemente… no, muore ammazzata aperta in due con chirurgica precisione. Sulle tracce del pazzo che si macchia di questi efferati omicidi, un Tenente e un’agente della Scientifica, presto consci di trovarsi di fronte ad una serie di fenomeni non propriamente “normali”; testimone dei delitti un gatto nero, muto spettatore (o forse anche attore principale, chi può dirlo?) di crimini orrendi che non lasciano manco tracce ematiche eccetto che addosso a lui.

Volendo trattenersi solo sulla trama, ammettiamo di trovarci di fronte ad un tentativo di cattura delle magiche influenze dettate dalle nostre stesse città; a quanti non è mai venuto in mente cosa potrebbe accadere nel vicolo buio della nostra via, se una ragazza sola e sperduta s’attardasse in una notte buia e senza luna? Silvestri respira la sua Bologna ma spesso il tentativo è grossolano e ciò forse stride col fatto che la città teatro dei tristi fatti narrati, è in effetti la sua; del resto, però, indirettamente ci conferma il fatto che non basta conoscere fisicamente un posto per poterlo anche trasporre sul foglio. È necessaria una visione, una rapidità di associazione mentale/testuale, in cui i luoghi si fondono alla parola scritta e la narrazione è come un giro turistico in posti che non sono segnalati sulle carte.

La penna del Silvestri spesse volte risulta maldestra – ma questo particolarmente nei primi capitoli, come se il testo venisse poi ripreso da una mano più dosata e ponderata, mentre nelle zone incipienti del romanzo questo non accadeva e lo stacco conseguente che si è prodotto è sottile ma pur sempre evidente; la trama in sé appare fuori dall’ordinario per via della scelta tutto sommato “insolita” fatta nell’ordine del tipo di delitti commessi e della natura degli stessi in una città come Bologna dove siamo abituati a ben altro (solitamente i grandi narratori statunitensi, vuoi anche per le cronache nere locali che abbondano di serial killer efferati di ogni risma, sono più credibili, in questo senso); l’editing non è curatissimo (ma come già detto altrove, non è quello a fare un libro, anche se poi in un certo senso la tipologia di errore presente nel testo non è sicuramente un buon biglietto da visita per l’Autore e il lettore se ne avvede traendo le sue considerazioni, magari anche en passant ma comunque traendole…). Ci sono parti del testo assolutamente meccaniche, dove le descrizioni si affastellano senza soluzione di continuità e salta agli occhi una certa grossolanità della lingua. Il libro è troppo veloce e spicciolo, e se la lettura scorre lesta c’è da chiedersi se è per le ragioni appena addotte oppure per scelte autorali particolari. Alle ingenuità linguistiche si aggiunge una verve  fiacca, che non centra l’obiettivo di porci innanzi alla figura d’un vero narratore che sappia riconoscere e tenere a bada il proprio ruolo – e questo poi lo si nota anche per via della frettolosità dei periodi e della elementarità di alcuni di essi. Poi però, quasi di punto in bianco, la mano dell’Autore cambia. Versa nel testo una maggiore riflessività e questo si nota nelle pagine che si susseguono meno scontate che altrove, snelle certo, ma non più fini a se stesse come in precedenza.

L’apoteosi la raggiungiamo col capitolo 13 (ed io ho messo il segno al libro, Glauco!), e scopro che Silvestri è molto più credibile e generoso come narratore dell’intimità che di case e cose. Pur non volendo assolutamente anticipare nulla di quanto contenuto nel libro perché il libro dovete acquistarlo e magari poi tornare qui a commentarlo con me e Glauco, vi dico solo alcune cose: Silvestri in un paio di paginette racconta una notte, un incontro amoroso, lo scoppio della passione. Silvestri si dimostra all’altezza del suo ruolo qui come mai in nessun’altra pagina dell’intero romanzo. Ci disegna, con una abilità che invece gli è mancata mentre ci parlava dei viali di Bologna, o del tizio che prende l’autobus per andare a lavoro, o della tizia che va a gettare il rusco in tacchi a spillo, due corpi che si fondono. C’è malizia nel suo tratto, c’è sapienza, c’è il gusto della carezza. Questo è il registro che vorremmo avergli visto anche in precedenza ma non volendo continuare ad apparire troppo severi di fronte ad un libro che è prima di tutto un esperimento – perché sì, scrivere comporta dei rischi, perché la scrittura ha bisogno di alimentarsi continuamente alla fucina della creatività (e parlo anche di quella linguistica…) – siamo propensi a pensare, romanticamente, di poter vedere da qui a non molto un nuovo parto della fantasia di quest’Autore che, un po’ come tutti noi, ha solo bisogno di incanalare meglio i suoi attacchi di creatività in uno stile meglio definito e scevro di quelle piccole ingenuità che tolgono alla sua penna il lustro che invece meriterebbe e sicuramente si meriterà.

Adg.

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