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17 gennaio 2009

Gli Occhi del ricordo

Ringrazio Edizioni Creativa per due ragioni: una è senza dubbio legata alla disponibilità e cordialità con la quale ha accolto la mia iniziativa, l’altra al fiuto per i libri, perché non è vero che piccoli editori fanno piccoli libri. Piccoli editori fanno spesso libri molto grandi. Quello di cui andrò a parlare lo è sicuramente.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


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Titolo: Gli occhi del ricordo
Autore: Cirino Giuseppe
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Piccole storie
ISBN: 8889841737
ISBN-13: 9788889841730
Pagine: 115

Gli Occhi del Ricordo va letto con differenti stati d’animo, ma di questo ci si può accorgere solo arrivati intorno alle quaranta pagine, quando la prima storia s’impenna in un moto inaspettato e tutta la bravura di Cirino ci tira dentro e da lì in poi non ci farà più uscire – se non con la testa che annuisce silenziosa e qualche giusta lacrima che ci riga il viso. Mi sono avvicinata a questa lettura con prospettiva ottimistica, ma ne sono venuta fuori mestamente, accerchiata dalle immagini ivi dipinte, che poi sono saltate fuori dal volume e mi hanno colpita dritto in faccia.

Ginocchio Di Cristallo è un racconto di formazione: ascesa, discesa, resurrezione e caduta di uno qualunque di noi – che poi non è mai uno qualunque e chissà, forse per alcune cose quel qualcuno/qualunque è la seconda pelle tanto nostra che dell’Autore, e le somiglianze che possiamo rintracciare tra le nostre adolescenze e la sua, non sono solo vaghi sensi di apparentamento. Marco siamo noi, scontrosi, timidi, pronti a vergognarci di noi stessi o a doverlo fare per ragioni che in fondo neppure noi capiamo; Marco siamo noi perché la solitudine ci porta a rintracciare nelle cose minime le passioni che non ci fanno soffrire, perché in quel rettangolo d’asfalto o di cemento, nei suoi perimetri e nelle linee bianche cancellate dal tempo, noi siamo grandi e la solitudine non può nulla. Avere un “ginocchio di cristallo” non è una bella cosa per un giocatore di basket, ma più fragile del cristallo è sicuramente l’anima e quella del protagonista non è da meno, perché fa troppo in fretta a varcare la soglia del non ritorno e Marco finisce per lasciarci proprio quando tutto pareva tornare a sorridergli: carriera, amici, famiglia. Ma nello spazio di un canestro – nel suono della retina che si gonfia, nel rumore del rimbalzo di una palla a spicchi su di un finto parquet sul quale sono scivolati tanti sogni e tanti campioni, e nello slancio di un uomo che spicca un salto sulla banalità e sulle teste di quanti non capiscono che l’elevazione vera è la conquista di uno spazio mentale unico e diverso – la vita scorre un battito alla volta, mai priva di insidie, sempre a un passo dal cedimento, come quello spirito – di cristallo come un ginocchio, di cristallo come il cuore – che privo di misura se ne va spesso a zonzo, incerto sul da farsi, incerto sul nome da dare alle cose e il recinto da costruire attorno alle pulsioni.

Gli Occhi del Ricordo però è anche lo sguardo d’un uomo cieco che si racconta raccontando di ciò che l’ha portato ad una esperienza letteraria autobiografica e forse unica; una metanarrazione in fondo, di un uomo nella cui voce si registra il climax della poetica di Cirino: […] NON PREDILIGEVO SCRIVERE DELL’AMORE, MA QUANDO CERTE COSE LE VIVI, IN AUTOMATICO LE SCRIVI. UNO SCRITTORE E’ UN PO’ COME UNA VELA CHE SI GONFIA COL VENTO, CHE QUANDO E’ COLMA PARTE. […] IL RICORDO HA OCCHI A CUI NON PUOI SFUGGIRE. SOLO QUANDO LI INCROCIO VEDO DAVVERO. PER QUESTO SCRIVO.

Troviamo qui, come anche nel terzo racconto, il disagio dello scrittore con l’anima, nei confronti di un mondo che si dimostra sempre meno nobile di quello che vorremmo, sempre pronto a deluderci, sempre basso e dequalificante. Il modo in cui ama uno scrittore è necessariamente diverso: egli ama prima con la testa e con le idee che col cuore, ma poi bruciarsi è un attimo; la realtà non è mai una storia a lieto fine o un romanzo tutto da scrivere con personaggi passivi al tocco della nostra penna, e allora la problematicità della figura di amato/amante, si dischiude in tutto il suo dolore e nel fastidio che provoca la delusione, con tutte le ovvie conseguenze del caso.

Forse, come troviamo nelle pagine successive: […] E’ SOLO IL VINO CHE STREGA LE PAROLE […], perché una ubriacatura d’amore e linda malinconia, è come una nebbia che ti fa battere più lentamente il cuore. Le parole scorrono sempre più forti, sempre più dense e i significati si rincorrono coagulandosi in un magma caldo. La mano di Cirino non calca mai eccessivamente; parte in sordina e poi giunge all’apoteosi del senso, alla grandezza dell’emozione che prevale sui segni, e il ritratto che ne vien fuori, è come un quadro astratto ma in movimento, dove poter intingere il dito, provocando cerchi e saggiando di volta in volta un tipo di calore diverso, che poi ti risucchia e ti bagna il viso con lacrime di stupore.

Un libro vibrante e sentito. Vorrei averlo scritto io (è il secondo libro di cui lo dico – lo dissi anche per A. Colannino – ma non so che altro aggiungere, se non che mi ha molto commossa).

Adg.

17 gennaio 2009

Effepi Libri

Oggi parliamo con Effepi Libri, ringraziandoli per la collaborazione.

————————————————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Fare l’editore oggi. Perché? Come sei giunto a questa attività imprenditoriale e intellettuale così complessa?

Scherzando, potrei dire: per disperazione. Mi spiego: con una laurea in Lettere e la passione per i libri, la lettura e la scrittura avrei potuto lavorare o nell’editoria o nel giornalismo. Ho provato per anni col giornalismo, ho pubblicato centinaia di articoli, ma alla fine ho capìto che non avrei mai potuto viverci. Ho provato anche con le case editrici, ma anche lì non c’è stato niente da fare (oggi che ricevo decine e decine di curriculum mi rendo conto che in questo campo l’offerta è molto maggiore della domanda). Così, ho tentato la “pazzia” di mettere su questa piccola casa editrice. Sperando, prima o poi ma non troppo poi, di riuscire a far quadrare i conti. Senza dubbio, l’aspetto intellettuale di questa attività mi piace assai più di quello imprenditoriale, perciò, tornando all’inizio direi che faccio l’editore per passione e l’imprenditore per “disperazione”.

A: Fare l’editore. Criteri e scelte per una linea editoriale. Come ti muovi nella tua quotidiana azione di scouting?

Un criterio banale, ma onesto, è quello di non pubblicare libri che non sarei disposto a leggere. Poterselo permettere è uno dei pochi vantaggi dell’essere un piccolo editore. Altro criterio generale è quello di fare solo libri di saggistica varia, dall’attualità allo sport allo spettacolo ecc. Quanto alla scelta concreta dei titoli, è dettata tanto dalle mie passioni, interessi e curiosità, quanto dalle proposte che ricevo. All’inizio, quando si è trattato di costruire un catalogo partendo da zero, abbiamo puntato (e speso!) molto sulle traduzioni. Oggi, per fortuna, riceviamo un discreto numero di proposte tra le quali possiamo scegliere quelle che troviamo più interessanti.

A: Fare l’editore. In che modo? (non a livello burocratico ma a livello tuo personale, metodi, risorse emotive e quant’altro.) La tua linea di condotta (anche morale) e il tuo pensiero.

La fortuna di questo lavoro è di essere uno tra i più belli che esistano. Decidere di pubblicare un titolo e poi veder nascere il libro, curarne ogni dettaglio fino a vederlo stampato è sempre una cosa che ti fa trovare le risorse emotive necessarie ad affrontare tutti i problemi di ordine pratico ed economico che ci sono. Comunque, nonostante tutte le difficoltà, non abbiamo mai chiesto contributi agli autori e riconosciamo i giusti diritti d’autore.

A: Come nasce la tua casa editrice e dove si colloca nel panorama dell’editoria italiana?

Nasce nel 2005 e il percorso che ha portato alla sua nascita l’ho detto all’inizio. Quanto alla collocazione, come dimensioni si colloca nella miriade di piccole (e spesso valide) case editrici che ci sono in Italia. Come collocazione culturale, direi che possiamo definirci laici, libertari e un po’ a sinistra, ammesso che nell’Italia di oggi abbia un senso parlare di destra e di sinistra.

A: Quali sinergie vengono impiegate per creare un libro: rapporto di pre e post pubblicazione tra autore, editore e addetti alla consulenza editoriale, per quanto concerne la tua esperienza.

Beh, siamo talmente piccoli… Ci sono io, che faccio quasi tutto, e Paolo, il grafico, che impagina, fa le copertine e segue i rapporti con le tipografie. Inoltre, quando occorrono, ci sono i traduttori. Qualche amico giornalista ogni tanto dà un piccolo aiuto per la promozione, e questo è tutto.

Poi c’è la distribuzione (attualmente la stiamo cambiando) che assieme ai tipografi spesso rappresenta il principale motivo di malumore per chi fa questo lavoro.

A: Spiegaci la filiera del libro. Cosa accade dopo aver ottenuto il “prodotto” libro? Cosa fa l’editore per metterci a conoscenza dell’esistenza di un’opera?

Si spediscono un bel po’ di copie a giornali, giornalisti e siti Internet, sperando che esca qualche segnalazione o recensione. Si cerca, di volta in volta, di segnalare il libro nei vari forum e blog relativi all’argomento del libro. Poi ci sono le librerie online, il nostro sito Internet e, da qualche giorno, anche il nostro gruppo su Facebook.

A: Il primo libro che hai pubblicato?

Il tennis è un grattacielo, l’unico, finora, del quale sia anche autore. Diciamo che ho fatto da cavia a me stesso.

A: Il tuo rapporto personale con gli Autori e con gli Esordienti in particolare.

Cerco di avere buoni rapporti con tutti, poi con qualcuno si crea un feeling maggiore e con altri no, ma questo è normale. Naturalmente, con gli autori si crea una dinamica “asimmetrica” dovuta al fatto che mentre io mi occupo di più libri contemporaneamente (quelli usciti da poco, quello in lavorazione, quello che seguirà…), ogni autore vorrebbe che mi occupassi solo del suo. Ma anche questo credo sia fisiologico. Quanto agli esordienti, finora ne ho avuto uno solo e non ha richiesto nulla di particolare. Del resto, credo che per chi si occupa di saggistica non ci sia grande differenza tra esordienti e autori più esperti.

A: Quale libro ti piacerebbe aver editato, tra quelli presenti nel vasto panorama delle pubblicazioni italiane?

Tanti, troppi. Certamente mi piacerebbe pubblicare i libri di Marco Travaglio, mentre non pubblicherei mai quelli di Bruno Vespa.

A: Tre consigli per chi scrive: cosa diresti ad un giovane in cerca di editore.

1) Leggere molto prima di mettersi a scrivere, perché questo è un Paese dove molti scrivono e pochi leggono. 2) Studiare bene i cataloghi degli editori prima di decidere a quali proporsi. 3) Avere pazienza e tenacia.

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