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23 gennaio 2009

Clemente Musumeci

Oggi parliamo con Clemente Musumeci, autore di «Perdere se stessi, romanzo autobiografico»


—————————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

C: Sono tanti i motivi che mi inducono a farlo ma sono anche difficili da identificare e scindere tra loro. Per quanto mi riguarda scrivere si traduce spesso e volentieri in un modo per approfondire la conoscenza più importante: quella di me stesso.

A: Scrivere. Cosa?

C: Tutto ciò che ne valga la pena.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

C: È difficile rispondere a questa domanda. Mi definirei come una rosa blu in un mazzo di rose bianche. Cerco di portare alla luce uno stile di scrittura non convenzionale e sfruttato, sviluppando una metodologia di espressione che trasformi il ” vecchio” in “nuovo” e sia in grado di rinnovarsi continuamente.

A: La penna per te corrisponde a…?

C: È un po’ come l’aria che respiro: morirei senza.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

C: Non è cambiato molto rispetto a prima. Non ho mai avuto bisogno di una pubblicazione per credere in quello che scrivo. Stare sul palcoscenico della scrittura è un’esperienza importante e  mi auguro di poterci rimanere il più a lungo possibile, perché vorrà dire che il mio lavoro è stato apprezzato dai lettori. Se un mio libro potrà cambiare in meglio la giornata, di anche solo una persona, avrò raggiunto il palcoscenico da me più ambito.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

C: Fotografico… Questo libro è come una foto-ricordo. Nello scorrere della lettura sono presenti parecchi spunti, a volte interi capitoli, che fanno immaginare la realtà, i sogni, i desideri, che l’autore ha voluto raccontare. Personale: è un libro che lascia molto spazio all’immaginazione del lettore. Durante la narrazione si ha l’impressione di poter  vivere il racconto parallelamente al protagonista. Così facendo una storia che apparentemente non ci appartiene diventa parte del lettore. Poetico: perché spesso la poesia ne libro supera la narrazione pura e semplice.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

C: Il libro narra la storia d’amore impossibile di un ragazzo e una ragazza, uniti da un destino beffardo che per anni gioca con loro vite, ma che poi stufo le butta via come fossero un giocattolo usato. Nonostante la distanza che li divide, Flavio si nutre di un sentimento sempre più potente che gli annebbia la mente e il cuore, portandolo a vivere il sogno impossibile di un amore che lui solo, ha realmente provato. Un viaggio in Russia e l’amara scoperta della realtà concludono il suo tormento, dando risposta al grande punto interrogativo che era diventata la sua vita. Acquistare “Perdere se Stessi” vuol dire vivere un esperienza sincera e profonda, diventare partecipi di un AMORE puro e indelebile. Credo che questo libro possa aiutare tante persone a sentirsi meno sole, nel difficile cammino della vita, e dar loro un po’ di sollievo dal dolore, che a volte, coincide con l’amore.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

C: Ho il mio stile. Nessun altro libro è simile al mio. La tecnica è un processo che vado maturando di continuo, ed i grandi scrittori sono i miei insegnanti. In sostanza aggiorno, giorno dopo giorno, il mio bagaglio di tecnica, stile, spunti, sviluppandolo secondo la mia sensibilità ed utilizzandolo poi nelle mie opere.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

C: Credo che gli spunti biografici siano indispensabili a qualsiasi scrittore. Possono farne a meno quelli che scrivono un articolo di giornale, una cronaca, ma non chi racconta una esperienza o una storia. Personalmente mi è capitato di bruciare pagine e pagine che sarebbero dovute rimanere bianche. Quindi non è mai un peccato lasciare un foglio in bianco se quel che si ha da scrivere non vale il foglio stesso.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

C: Quando termino un’opera è come se la stessi ibernando e riponendo in un cassetto. Da quel momento non è più mia, ma diventa patrimonio di tutti. Mi interessa il parere della gente , ma sono cosciente  che non tutte le critiche hanno ugual valore. Nel caso fossero negative  cercherei il modo migliore per renderle costruttive al fine di migliorarmi.

23 gennaio 2009

Perdere se stessi

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

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Titolo: Perdere se stessi. Romanzo autobiografico
Autore: Musumeci Clemente
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Nuove voci
ISBN: 8861858945
ISBN-13: 9788861858947
Pagine: 134

 

Perdere se stessi… a quanti non è mai capitato di sentirsi persi almeno una volta, completamente persi, giunti ad una resa non prevista ma assolutamente necessaria per veicolare un cambiamento, uno stato di cose nuovo ed appagante nonostante il dolore che lo provoca, e necessario come il piacere che se ne può comunque trarre? A perdersi ci si perde a tutte le età e per le più disparate ragioni, ma con Musumeci ci si perde per la ragione per la quale spasimano tanto poeti che adolescenti in boccio, tanto gli uomini comuni che quelli di talento: l’amore.

Il primo, vero, struggente amore, passa per Flavio per un paio d’occhi terribili e verdi, terribili per l’intensità che contorna quello sguardo che è da subito tutto e forse persino troppo per il così basso grado di reciprocità presente e futura che da quegli stessi occhi e da ciò che li anima possa mai derivare; verdi, come certi giorni bellissimi in cui ci si ricorda che l’attimo va consumato tutto vivendo senza attese, senza rimproverarsi un futuro incerto e forse anche dispendioso per il grado di sforzo che richiede il lavoro su un progetto inutile viste le premesse. Flavio perde se stesso credendo d’aver trovato in Anastasia il pezzo mancante del puzzle. Lui di sua volontà si stacca una costola per cercare di far posto a lei e contenerla pur coi suoi difetti, ma ella è distaccata e discontinua e rappresenta un amore ballerino che con la giustificazione sempre pronta dell’addio facile a rifuggire le promesse, addolora e delude chi a quelle promesse si aggrappa con tutta la forza di cui dispone.

In un’epoca in cui parlar d’amore non fa che dare dimostrazione di quanto la disillusione sia cosa pessima e stato d’animo da scongiurare, come a dire “amare non conviene”, qui verifichiamo la condizione opposta, ovvero che si può tanto amare, fino al punto di distaccarsi dal mondo e crearsene uno nuovo a misura di pulsioni – tutto arrampicato su se stesso e su considerazioni inverosimili circa la condizione di amante sofferente o amante col contagocce – e che non c’è forma più alta d’amore che il rifiuto – dopo la lunga elaborazione e la scoperta dell’inganno – del dispregio di se stessi anche di fronte alla menzogna e al bieco ricatto di colei che si ama. Un ricatto emotivo è pur sempre un ricatto. Non amare ma far leva sull’amore di chi perdendo il senno ci ama in una forma così grande che prevede la nostra totale santificazione nonostante la chiara incapacità di impegnarsi ciecamente, è un modo orrendo di porsi dinnanzi a noi stessi e trovare lo specchio totalmente vuoto di riflessi. Anastasia appare vuota nella sua dimensione generale, ma la sua difficoltà di ricambiare con altrettanta concentrazione, intensità ed accanimento, esalta la figura di Flavio facendolo cantore di un tipo d’amore prossimo all’estinzione.

La penna di Musimeci è saltuariamente ingenua ma mai disdicevole. È più innocente che altro, e questo dà ulteriore slancio – senza patetismi tipici della scrittura adolescenziale o post-adolescenziale sullo stesso tema – alla figura d’un giovane che s’interroga sulla sua condizione d’innamorato illuso e poi deluso, innalzato da un amore che forse non è mai esistito, ed esaltato dal dolore stesso cui si va incontro uscendo allo scoperto armati solo del cuore. Un romanzo che in fondo è una pagina di diario scritta già da tanti altri, ma un punto di vista intenso e pregnante, che ci fa scivolare addosso le conseguenze dell’amore come un gel che non s’attacca ma che inevitabilmente di sé lascia abbonante traccia. Ritratto sincero di cosa accade ad idealizzare ciecamente qualcosa o qualcuno – la menzogna, infatti, risiede nell’ideale, probabilmente; giammai in chi lo formula.

 

 

Adg.

 

 

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