Perdere se stessi

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

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Titolo: Perdere se stessi. Romanzo autobiografico
Autore: Musumeci Clemente
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Nuove voci
ISBN: 8861858945
ISBN-13: 9788861858947
Pagine: 134

 

Perdere se stessi… a quanti non è mai capitato di sentirsi persi almeno una volta, completamente persi, giunti ad una resa non prevista ma assolutamente necessaria per veicolare un cambiamento, uno stato di cose nuovo ed appagante nonostante il dolore che lo provoca, e necessario come il piacere che se ne può comunque trarre? A perdersi ci si perde a tutte le età e per le più disparate ragioni, ma con Musumeci ci si perde per la ragione per la quale spasimano tanto poeti che adolescenti in boccio, tanto gli uomini comuni che quelli di talento: l’amore.

Il primo, vero, struggente amore, passa per Flavio per un paio d’occhi terribili e verdi, terribili per l’intensità che contorna quello sguardo che è da subito tutto e forse persino troppo per il così basso grado di reciprocità presente e futura che da quegli stessi occhi e da ciò che li anima possa mai derivare; verdi, come certi giorni bellissimi in cui ci si ricorda che l’attimo va consumato tutto vivendo senza attese, senza rimproverarsi un futuro incerto e forse anche dispendioso per il grado di sforzo che richiede il lavoro su un progetto inutile viste le premesse. Flavio perde se stesso credendo d’aver trovato in Anastasia il pezzo mancante del puzzle. Lui di sua volontà si stacca una costola per cercare di far posto a lei e contenerla pur coi suoi difetti, ma ella è distaccata e discontinua e rappresenta un amore ballerino che con la giustificazione sempre pronta dell’addio facile a rifuggire le promesse, addolora e delude chi a quelle promesse si aggrappa con tutta la forza di cui dispone.

In un’epoca in cui parlar d’amore non fa che dare dimostrazione di quanto la disillusione sia cosa pessima e stato d’animo da scongiurare, come a dire “amare non conviene”, qui verifichiamo la condizione opposta, ovvero che si può tanto amare, fino al punto di distaccarsi dal mondo e crearsene uno nuovo a misura di pulsioni – tutto arrampicato su se stesso e su considerazioni inverosimili circa la condizione di amante sofferente o amante col contagocce – e che non c’è forma più alta d’amore che il rifiuto – dopo la lunga elaborazione e la scoperta dell’inganno – del dispregio di se stessi anche di fronte alla menzogna e al bieco ricatto di colei che si ama. Un ricatto emotivo è pur sempre un ricatto. Non amare ma far leva sull’amore di chi perdendo il senno ci ama in una forma così grande che prevede la nostra totale santificazione nonostante la chiara incapacità di impegnarsi ciecamente, è un modo orrendo di porsi dinnanzi a noi stessi e trovare lo specchio totalmente vuoto di riflessi. Anastasia appare vuota nella sua dimensione generale, ma la sua difficoltà di ricambiare con altrettanta concentrazione, intensità ed accanimento, esalta la figura di Flavio facendolo cantore di un tipo d’amore prossimo all’estinzione.

La penna di Musimeci è saltuariamente ingenua ma mai disdicevole. È più innocente che altro, e questo dà ulteriore slancio – senza patetismi tipici della scrittura adolescenziale o post-adolescenziale sullo stesso tema – alla figura d’un giovane che s’interroga sulla sua condizione d’innamorato illuso e poi deluso, innalzato da un amore che forse non è mai esistito, ed esaltato dal dolore stesso cui si va incontro uscendo allo scoperto armati solo del cuore. Un romanzo che in fondo è una pagina di diario scritta già da tanti altri, ma un punto di vista intenso e pregnante, che ci fa scivolare addosso le conseguenze dell’amore come un gel che non s’attacca ma che inevitabilmente di sé lascia abbonante traccia. Ritratto sincero di cosa accade ad idealizzare ciecamente qualcosa o qualcuno – la menzogna, infatti, risiede nell’ideale, probabilmente; giammai in chi lo formula.

 

 

Adg.

 

 

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