Girolamo Lazoppina

Oggi parliamo con Girolamo Lazoppina, autore di «L’Estate è finita»

——————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

G: Rispondere a questa domanda è facile e difficile al tempo stesso. Non so esattamente perché scrivo. La scrittura per me è un’esigenza naturale, quasi fisiologica. Un modo per esprimermi ma anche per stare bene con me stesso.

A: Scrivere. Cosa?

G: Di tutto. Un diario, un romanzo, delle storie, degli articoli giornalistici o delle recensioni. Il mio moleskine mi segue sempre.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

G: Diciamo subito che non sono uno scrittore di professione, nel senso che per vivere faccio altro. Se poi penso a me come scrittore non posso che vestirmi d’umiltà e chiedere l’indulgenza dei lettori: sono sempre loro i giudici supremi del nostro lavoro.

A: La penna per te corrisponde a…?

G: Ad una compagna di strada. E ad una fucina di amicizie. Se ci fai caso quando scrivi non sei mai da solo: ci sei tu, il soggetto o i soggetti di cui scrivi e l’ipotetico lettore, che si insinua inconsciamente tra le righe, costringendoti a  rileggere ed a correggere, anche se scrivi per te stesso o se prendi degli appunti.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

G: Il fatto di aver pubblicato un libro non ha mutato di molto il mio rapporto con la scrittura: rimane sempre e soltanto un’esigenza di vita, anche perché non mi posso considerare uno scrittore di professione. Certo pubblicare un libro ti pone in stretto rapporto con il grande pubblico e con la critica più intransigente. E soprattutto con le regole commerciali proprie del mercato che spesso penalizzano la spontaneità della narrazione. Ciò che a volte provoca una vera barriera tra autori ed editori. Diciamo che adesso comincio a pormi la domanda se il libro piacerà o meno ai lettori. Forse è questo che è cambiato.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

G: Beh, pormi dalla parte del lettore vorrebbe dire giudicare il mio lavoro, correndo così il rischio di essere o troppo indulgente o troppo critico. Spero che il lettore consideri il mio stile sobrio e la mia scrittura chiara ed asciutta.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

“G: L’estate è finita” è la storia di Diego – un “giovane” trentenne ricco, bello e di nobile famiglia – e  del travaglio psicologico che lo condurrà, in una settimana di metà settembre, ad abbandonare definitivamente la fase adolescenziale per transitare in quella della piena maturità. Ma è anche la storia di Sarah, una giovane ragazza americana, che dà al protagonista lo spunto per riflettere sulla propria vita, e la cui presenza fa da sfondo all’intero romanzo. Ecco, il libro vuole essere essenzialmente questo: il resoconto di un passaggio cruciale della vita, con tutto il suo carico di emozioni e di sentimenti. Perché leggerlo? Beh, perché è bello. Sarò immodesto ma a me piace molto. E sono certo che piacerà anche ai lettori di questa intervista

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

G: Ti rispondo con un vecchio adagio: ciò che Dio non ha dato, non si acquista. Nella scrittura come in ogni forma di arte il talento è un dono di natura. Certo si può migliorare, eliminare alcuni difetti. Il punto di partenza credo che sia la lettura innanzitutto. Non si può scrivere bene se non si legge molto. E soprattutto se non si parte dai classici. Sono quelli i modelli da imitare prima di giungere ad uno stile proprio.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

G: Né d’occasione né per mestiere. Come ho già detto per me scrivere è una pura, semplice e naturale esigenza di vita. L’input può darmelo qualsiasi cosa o persona, una vicenda vissuta o una storia da inventare.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

G: Chi pubblica qualcosa, qualsiasi cosa, si sottopone inevitabilmente a giudizi positivi o negativi. Questo fa parte del gioco. Io tendo sempre ad analizzare soprattutto le critiche negative, per cercare di migliorare. Ma non ne resto certo schiacciato anche perché ritengo che non si possa piacere a tutti. Cerco di dargli il giusto peso, ma poi si volta pagina. Allo stesso modo prendo le distanze dai giudizi troppo entusiastici: cerco sempre di rimanere con i piedi per terra. o almeno ci provo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: