Archive for gennaio 29th, 2009

29 gennaio 2009

Alessio Masciulli

Intervista ad Alessio Masciulli, autore di «Credevo bastasse amare».

——————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

Perché a volte sento il mio cuore troppo piccolo per contenere le mie emozioni.

A: Scrivere. Cosa?

Quello che gli occhi non sanno mutare in parole e che rileggendo nei miei testi mi rende forte.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono semplicemente me stesso e pongo come traguardo sempre di stupirmi.

A: La penna per te corrisponde a…?

Un mezzo su cui scivolano le parole prima di addormentarsi sul foglio.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Nei confronti della scrittura mi collocavo come un timido spettatore curioso di provare ma timido per farlo, ora scopro che mi rende diverso e meno vulnerabile nei confronti del mio passato.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Direi naturale, diretto e coinvolgente semplicemente perché rispecchiano come sono io.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Come dico sempre leggere il mio libro è come rotolare giù per una valle innevata e poi una volta fermi, sentire subito la voglia di risalire. Questo libro racconta una storia vera di una vita fermatasi sul ciglio di una strada e di quella del suo amore che resta in vita e sa trasformarsi come lei voleva.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Non uso molta tecnica, non l’ho mai imparata da nessuna parte, scrivo perché facendolo esprimo il mio mondo.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

L’una credo che derivi dall’altro. Scrivo per passione ma potrebbe diventare un mestiere.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Io sono ciò che scrivo, e ne sono costantemente parte. Non lascio morire su un foglio parole e racconti se poi li allontano da me. Loro resteranno sempre parte di un mio io interiore e criticarli sarebbe come parlare al mio cuore. Io scrivo ciò che provo anche usando altri soggetti. La mia sensibilità mi permette di emozionare.

29 gennaio 2009

Holly Orange

Oggi parliamo con Holly Orange, autrice di «Dove sei Charlie?», che ringrazio della disponibilità e della simpatia.

—————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

Perché è realizzare infinite possibilità. Intraprendere infinite strade. Prendersi gioco del caso. Rinascere, ogni volta, sempre diversi, sempre se stessi.

A: Scrivere. Cosa?

Scrivere di immagini. Sezionare un pezzo di mondo e osservarlo muoversi sotto vetro. Che sia una musica, un colore, uno sguardo attraverso l’aria fredda…sensazioni per immagini, alla ricerca della bellezza, nascosta dalla polvere delle città.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Prima di scrivere storie, le ascolto. Ci pensavo di recente: quando sono in mezzo alla gente, la prima cosa che chiedo è, paradossalmente, di raccontarmi una storia. Non deve necessariamente essere straordinaria o fuori dal comune. Basta un piccolissimo dettaglio per diventare mia, magari totalmente lontana dalla storia di partenza, poi tutto prende forma nella mia testa. Qualche sera fa invitai a cena una mia amica musicista, con il suo bassista:”Raccontatemi una sporca storia di rock and roll!” gli ho detto, non era importante quanto fosse vera: doveva essere intensa, da catturarmi dentro. Lo scrittore è prima di tutto un personaggio, un attore. Non è il protagonista, che dello scrittore è martire e santo. Chi racconta una storia è un personaggio marginale, che però conosce quei luoghi meglio di chiunque altro: passeggia per le pagine senza essere visto, conoscendo tutti, conosciuto da nessuno.

A: La penna per te corrisponde a…?

Ho sempre pensato alla scrittura come un modo alternativo di fare musica. Anche Jack Kerouac lo diceva: “Un sassofonista cosa fa? Tira su un bel respiro e poi soffia nel suo strumento fino a costruire una frase unica con il suo fiato. Così io separo le mie frasi come fossero respiri diversi della mente.” Se dovessi pensare ad uno strumento musicale, la mia penna sarebbe una chitarra, perché l’andamento della frase suoni alla mente di chi la legge come un arpeggio, quando è dolce; distorta e assordante, quando esplode dalla pagina.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Ho sempre scritto. Ho sempre avuto la tendenza a “fare storie” in tutti i sensi, fin da bambina. C’è stato un periodo però che ero soprattutto lettrice, e credo sia stato il periodo in cui ho iniziato un approccio più critico alla letteratura, che non vedevo più come piacevole intrattenimento, ma come opera di cui apprezzare la tecnica, dopo averla scoperta. Mi è capitato di restare con lo sguardo fermo su una frase per minuti interminabili, immaginando il modo in cui era stata concepita, con relativo sentimento di odio-amore-ammirazione per il nome dell’autore in copertina. Allora sognavo di capitare io al posto di quel nome, un giorno; di poter suscitare io, con il potere di una sola frase, una tale emozione. Il segreto è non sentirsi mai arrivati. Avere ben chiara la propria strada e cercare di assorbire quanto più possibile dagli stimoli del mondo, senza cercare l’originale a tutti i costi.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Ironico: perché ogni cosa è messa sempre in discussione da un punto di vista straniato;

Musicale: perché nella frase, c’è sempre l’eco di una canzone;

poetico: perché anche nella prosa non si rinuncia mai alla poesia.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Più che un libro è un racconto un po’ più maturo della sua età, che ha deciso di mollare tutto e andare in giro da solo, come un singolo in 45 giri, piuttosto che un LP. Ogni racconto che si rispetti deve essere il momento più importante della vita del personaggio di cui si sta parlando, la penso così: questa storia è un’iniziazione alla poesia, un inno ai luoghi, alle suggestioni londinesi, alla letteratura come guida sacra, all’arte e- assolutamente non ultima- alla bellezza.

Dan è nella sua stanza di Notting Hill, il pavimento ricoperto di vinili, alle pareti i poster di Warhol, Kerouac, Einstein e la Venere di Milo. Tutto quello che gli succederà passerà sotto gli occhi di questi personaggi, ciascuno pronto a dire la sua sull’argomento, sulla base delle loro esperienze. Anche l’amore per Charlie, la ragazza del negozio di dischi, passa attraverso questo cerchio magico, fino a farvi irruzione all’interno. Nel mio racconto c’è una storia fatta di cose che succedono, ma nascosta, sotto, come un sottile pulviscolo nell’aria, c’è una storia fatta di cose che si sentono e basta, che non si possono raccontare. E’ una piccola storia che fa essere anche un po’ felici. E chi è che non vuole esserlo?

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Una volta ci ho provato a fare un corso di scrittura creativa. E’ stata un’esperienza molto interessante, ma mi sono accorta che non faceva per me.Dal punto di vista tecnico amo molto confrontarmi con i classici e stravolgerli. Mantenere qualcosa e sconsacrare qualcos’altro.Un modo assolutamente postmoderno di agire: nella scrittura infondo, ci può entrare potenzialmente di tutto. E’ l’arte più camaleontica di tutte, perché le parole creano  mondi di cui non si riescono a precepire i confini.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

La scrittura nasce d’occasione. Da un bisogno fisiologico. Quando poi si impara a tenerla a bada, perché no, può diventare un mestiere. Ma questo aspetto lo riescono a praticare in pochi. Penso sempre all’arte in genere come qualcosa di libero dalle contingenze, soprattutto economiche.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Sono molto severa con quello che scrivo. Raramente passo qualcosa alla stampa se non ne sono convinta in prima persona. Sono io la più severa critica di me stessa. Quando però giudico che una cosa risponde ai miei gusti, prendo le critiche come una sfida a persuadere del contrario chi le ha mosse. La scrittura è anche e soprattutto un esercizio sociale, si impara tanto da tutti i rapporti umani che un solo libro ci porta ad avere. Si impara anche, necessariamente, a diventare un po’ meno permalosi e un po’ più disponibili a migliorarsi, accogliendo anche le critiche più pungenti con la maturità giusta. Io so bene di dover fare ancora tanta strada da questo punto di vista, ma so anche di averne già percorso un buon pezzo, a giudicare dagli inizi.


29 gennaio 2009

La Figlia del fotografo

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La figlia del fotografo
Autore: Danti Francesco
Curato da: Baldacci Balsamello M.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604771
ISBN-13: 9788854604773
Pagine: 236

 

Francesco Danti pennella con leggerezza, brio e delizia, un quadro alle volte mosso, alle volte pacificamente assorto, di un pezzo di vita che è anche una corsa in bicicletta, un moto interiore e un desiderio d’espressione personale vissuto con tenacia, tersa goffaggine e piglio ironico. Un romanzo di formazione in piena regola, piacevole, caldo, iperbolico, divertente, manovrato con abilità, perizia e dote; leggibile con stato d’animo ottimistico e conseguente “pacca sulla spalla” di soddisfazione. Timoteo, il nostro protagonista – un po’ sfigato, un po’ impacciato, un po’ geniale, un po’ eroe – è letteralmente il ragazzo della porta accanto – in pantofole e tuta – scanzonato, complicato, esigente, imbranato, sollecito… La sua vita è priva di scossoni, eppure lui quegli scossoni non li vuole rifuggire, perché se in un primo momento l’apparente comodità e la semplicità di una vita sgombra di guai lo tirano da una parte, poi la scossa ha la meglio e il bisogno di sentirsela scivolare addosso è l’unica cosa concreta che può tenerlo in piedi e fargli dire, anche in punto di morte: «io quel giorno c’ero e ho agito in modo tale da passare da coglione ma meglio coglione che privo di vita dalla vita in sotto e dalla cintola in su». Lui ringrazia la mamma di averlo fatto invertebrato – perché è questa sincerità viscerale che gli permette d’agitarsi, impensierirsi, innamorarsi, avere un’intelligenza brillante e la curiosità e la forza necessarie per scoprire angoli di sé che vale la pena scoprire e sondare. La sua voce gli dà un’aria dinoccolata, spesso al limite del comico, ma ci suscita un sorriso caldo e un plauso per la sua ingenua fame di vita, che però non stona con la riflessione che ci si accompagna come un bicchiere di buon rosso con le arachidi con la buccia. La precarietà generale delle cose che facciamo – e anche di quelle su cui non possiamo mettere la firma –  è già così grave ed ingiustificata da minare la stabilità di tutti, ma qui nel girotondo qualcuno cade sempre per terra, e viene facile la voglia di assecondare il capogiro e finire in bocca ai pescecani senza un accenno di pagaiata. Timoteo tutto sommato affronta una bildung che è anche nostra, quella di tanti ragazzi un po’ cresciuti per quanto riguarda i dati anagrafici ma sempre in fase problematica per quanto riguarda la sfera emotiva e sociale. In sella a Felice lui cambia mondo, si toglie dalla precarietà, diventa adulto e si paga l’affitto, dorme in via Hendrix nella stanza dove hanno massacrato un uomo che aveva fatto il gallo in un pollaio dove il pisello te lo tagliano se sgarri; è ospite di un cartone animato e si fa venire il diabete a forza di caramelle e cioccolata; ha per vicina una ex pornostar in incognito gonfiata di silicone, che agita i suoi pensieri sconvolti, con o senza Moscato e ricciarelli di mezzo; scopre un venditore ambulante che parla latino come Virgilio e va ad insegnare in una scuola che sembra uscita dalla penna di De Amicis; l’astinenza lo porta a fare pensieri osceni persino sulla severa direttrice del suo istituto, immaginandola in improponibili exploit sessuali da record; incappa per sbaglio in un barista zitello innamorato della Sandrelli, che ha un proverbio per ogni occasione e il nome Caronte impostogli dal padre che sa la Divina Commedia meglio di Benigni; insegna in una classe elementare di dodici bambini cui si presenta in giacca per non sfigurare, ed è proprio grazie ad una delle sue alunne che odiano la matematica che incapperà nella figlia del fotografo che dà il titolo al romanzo – o meglio… nella figlia maggiorenne del fotografo… Eloisa. Eloisa, che non fa parte del parco anziane di La Badessa, Eloisa che è bella e porta gli occhiali con la montatura marrone ed ha un neo vicino alla bocca che sembra disegnato perché è nella posizione giusta per attirar baci. Eloisa, che è un po’ un mistero, una chicca in un posto di nebbia dove tutti sanno tutto di tutti e anche la tua fedina penale è cosa nota alle autorità in fatto di pettegolezzi paesani.

La storia di Timoteo è un percorso accidentato di scoperta e incredibili sorprese, modulata con un registro splendido che – possiamo confermare – non ci farà distogliere gli occhi dal volume nemmeno per il tempo di lasciargli depositare sopra un granello di polvere. È una storia che ci appartiene, trapuntata di perle di saggezza non stantie, proiettate in avanti da una dinamicità disordinata e fetente, di quelle che ci ricorderemo sempre con un alone di sorriso sulle labbra.

 

 


Alessandra Di Gregorio

 

 

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