Holly Orange

Oggi parliamo con Holly Orange, autrice di «Dove sei Charlie?», che ringrazio della disponibilità e della simpatia.

—————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

Perché è realizzare infinite possibilità. Intraprendere infinite strade. Prendersi gioco del caso. Rinascere, ogni volta, sempre diversi, sempre se stessi.

A: Scrivere. Cosa?

Scrivere di immagini. Sezionare un pezzo di mondo e osservarlo muoversi sotto vetro. Che sia una musica, un colore, uno sguardo attraverso l’aria fredda…sensazioni per immagini, alla ricerca della bellezza, nascosta dalla polvere delle città.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Prima di scrivere storie, le ascolto. Ci pensavo di recente: quando sono in mezzo alla gente, la prima cosa che chiedo è, paradossalmente, di raccontarmi una storia. Non deve necessariamente essere straordinaria o fuori dal comune. Basta un piccolissimo dettaglio per diventare mia, magari totalmente lontana dalla storia di partenza, poi tutto prende forma nella mia testa. Qualche sera fa invitai a cena una mia amica musicista, con il suo bassista:”Raccontatemi una sporca storia di rock and roll!” gli ho detto, non era importante quanto fosse vera: doveva essere intensa, da catturarmi dentro. Lo scrittore è prima di tutto un personaggio, un attore. Non è il protagonista, che dello scrittore è martire e santo. Chi racconta una storia è un personaggio marginale, che però conosce quei luoghi meglio di chiunque altro: passeggia per le pagine senza essere visto, conoscendo tutti, conosciuto da nessuno.

A: La penna per te corrisponde a…?

Ho sempre pensato alla scrittura come un modo alternativo di fare musica. Anche Jack Kerouac lo diceva: “Un sassofonista cosa fa? Tira su un bel respiro e poi soffia nel suo strumento fino a costruire una frase unica con il suo fiato. Così io separo le mie frasi come fossero respiri diversi della mente.” Se dovessi pensare ad uno strumento musicale, la mia penna sarebbe una chitarra, perché l’andamento della frase suoni alla mente di chi la legge come un arpeggio, quando è dolce; distorta e assordante, quando esplode dalla pagina.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Ho sempre scritto. Ho sempre avuto la tendenza a “fare storie” in tutti i sensi, fin da bambina. C’è stato un periodo però che ero soprattutto lettrice, e credo sia stato il periodo in cui ho iniziato un approccio più critico alla letteratura, che non vedevo più come piacevole intrattenimento, ma come opera di cui apprezzare la tecnica, dopo averla scoperta. Mi è capitato di restare con lo sguardo fermo su una frase per minuti interminabili, immaginando il modo in cui era stata concepita, con relativo sentimento di odio-amore-ammirazione per il nome dell’autore in copertina. Allora sognavo di capitare io al posto di quel nome, un giorno; di poter suscitare io, con il potere di una sola frase, una tale emozione. Il segreto è non sentirsi mai arrivati. Avere ben chiara la propria strada e cercare di assorbire quanto più possibile dagli stimoli del mondo, senza cercare l’originale a tutti i costi.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Ironico: perché ogni cosa è messa sempre in discussione da un punto di vista straniato;

Musicale: perché nella frase, c’è sempre l’eco di una canzone;

poetico: perché anche nella prosa non si rinuncia mai alla poesia.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Più che un libro è un racconto un po’ più maturo della sua età, che ha deciso di mollare tutto e andare in giro da solo, come un singolo in 45 giri, piuttosto che un LP. Ogni racconto che si rispetti deve essere il momento più importante della vita del personaggio di cui si sta parlando, la penso così: questa storia è un’iniziazione alla poesia, un inno ai luoghi, alle suggestioni londinesi, alla letteratura come guida sacra, all’arte e- assolutamente non ultima- alla bellezza.

Dan è nella sua stanza di Notting Hill, il pavimento ricoperto di vinili, alle pareti i poster di Warhol, Kerouac, Einstein e la Venere di Milo. Tutto quello che gli succederà passerà sotto gli occhi di questi personaggi, ciascuno pronto a dire la sua sull’argomento, sulla base delle loro esperienze. Anche l’amore per Charlie, la ragazza del negozio di dischi, passa attraverso questo cerchio magico, fino a farvi irruzione all’interno. Nel mio racconto c’è una storia fatta di cose che succedono, ma nascosta, sotto, come un sottile pulviscolo nell’aria, c’è una storia fatta di cose che si sentono e basta, che non si possono raccontare. E’ una piccola storia che fa essere anche un po’ felici. E chi è che non vuole esserlo?

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Una volta ci ho provato a fare un corso di scrittura creativa. E’ stata un’esperienza molto interessante, ma mi sono accorta che non faceva per me.Dal punto di vista tecnico amo molto confrontarmi con i classici e stravolgerli. Mantenere qualcosa e sconsacrare qualcos’altro.Un modo assolutamente postmoderno di agire: nella scrittura infondo, ci può entrare potenzialmente di tutto. E’ l’arte più camaleontica di tutte, perché le parole creano  mondi di cui non si riescono a precepire i confini.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

La scrittura nasce d’occasione. Da un bisogno fisiologico. Quando poi si impara a tenerla a bada, perché no, può diventare un mestiere. Ma questo aspetto lo riescono a praticare in pochi. Penso sempre all’arte in genere come qualcosa di libero dalle contingenze, soprattutto economiche.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Sono molto severa con quello che scrivo. Raramente passo qualcosa alla stampa se non ne sono convinta in prima persona. Sono io la più severa critica di me stessa. Quando però giudico che una cosa risponde ai miei gusti, prendo le critiche come una sfida a persuadere del contrario chi le ha mosse. La scrittura è anche e soprattutto un esercizio sociale, si impara tanto da tutti i rapporti umani che un solo libro ci porta ad avere. Si impara anche, necessariamente, a diventare un po’ meno permalosi e un po’ più disponibili a migliorarsi, accogliendo anche le critiche più pungenti con la maturità giusta. Io so bene di dover fare ancora tanta strada da questo punto di vista, ma so anche di averne già percorso un buon pezzo, a giudicare dagli inizi.


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