La Figlia del fotografo

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La figlia del fotografo
Autore: Danti Francesco
Curato da: Baldacci Balsamello M.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604771
ISBN-13: 9788854604773
Pagine: 236

 

Francesco Danti pennella con leggerezza, brio e delizia, un quadro alle volte mosso, alle volte pacificamente assorto, di un pezzo di vita che è anche una corsa in bicicletta, un moto interiore e un desiderio d’espressione personale vissuto con tenacia, tersa goffaggine e piglio ironico. Un romanzo di formazione in piena regola, piacevole, caldo, iperbolico, divertente, manovrato con abilità, perizia e dote; leggibile con stato d’animo ottimistico e conseguente “pacca sulla spalla” di soddisfazione. Timoteo, il nostro protagonista – un po’ sfigato, un po’ impacciato, un po’ geniale, un po’ eroe – è letteralmente il ragazzo della porta accanto – in pantofole e tuta – scanzonato, complicato, esigente, imbranato, sollecito… La sua vita è priva di scossoni, eppure lui quegli scossoni non li vuole rifuggire, perché se in un primo momento l’apparente comodità e la semplicità di una vita sgombra di guai lo tirano da una parte, poi la scossa ha la meglio e il bisogno di sentirsela scivolare addosso è l’unica cosa concreta che può tenerlo in piedi e fargli dire, anche in punto di morte: «io quel giorno c’ero e ho agito in modo tale da passare da coglione ma meglio coglione che privo di vita dalla vita in sotto e dalla cintola in su». Lui ringrazia la mamma di averlo fatto invertebrato – perché è questa sincerità viscerale che gli permette d’agitarsi, impensierirsi, innamorarsi, avere un’intelligenza brillante e la curiosità e la forza necessarie per scoprire angoli di sé che vale la pena scoprire e sondare. La sua voce gli dà un’aria dinoccolata, spesso al limite del comico, ma ci suscita un sorriso caldo e un plauso per la sua ingenua fame di vita, che però non stona con la riflessione che ci si accompagna come un bicchiere di buon rosso con le arachidi con la buccia. La precarietà generale delle cose che facciamo – e anche di quelle su cui non possiamo mettere la firma –  è già così grave ed ingiustificata da minare la stabilità di tutti, ma qui nel girotondo qualcuno cade sempre per terra, e viene facile la voglia di assecondare il capogiro e finire in bocca ai pescecani senza un accenno di pagaiata. Timoteo tutto sommato affronta una bildung che è anche nostra, quella di tanti ragazzi un po’ cresciuti per quanto riguarda i dati anagrafici ma sempre in fase problematica per quanto riguarda la sfera emotiva e sociale. In sella a Felice lui cambia mondo, si toglie dalla precarietà, diventa adulto e si paga l’affitto, dorme in via Hendrix nella stanza dove hanno massacrato un uomo che aveva fatto il gallo in un pollaio dove il pisello te lo tagliano se sgarri; è ospite di un cartone animato e si fa venire il diabete a forza di caramelle e cioccolata; ha per vicina una ex pornostar in incognito gonfiata di silicone, che agita i suoi pensieri sconvolti, con o senza Moscato e ricciarelli di mezzo; scopre un venditore ambulante che parla latino come Virgilio e va ad insegnare in una scuola che sembra uscita dalla penna di De Amicis; l’astinenza lo porta a fare pensieri osceni persino sulla severa direttrice del suo istituto, immaginandola in improponibili exploit sessuali da record; incappa per sbaglio in un barista zitello innamorato della Sandrelli, che ha un proverbio per ogni occasione e il nome Caronte impostogli dal padre che sa la Divina Commedia meglio di Benigni; insegna in una classe elementare di dodici bambini cui si presenta in giacca per non sfigurare, ed è proprio grazie ad una delle sue alunne che odiano la matematica che incapperà nella figlia del fotografo che dà il titolo al romanzo – o meglio… nella figlia maggiorenne del fotografo… Eloisa. Eloisa, che non fa parte del parco anziane di La Badessa, Eloisa che è bella e porta gli occhiali con la montatura marrone ed ha un neo vicino alla bocca che sembra disegnato perché è nella posizione giusta per attirar baci. Eloisa, che è un po’ un mistero, una chicca in un posto di nebbia dove tutti sanno tutto di tutti e anche la tua fedina penale è cosa nota alle autorità in fatto di pettegolezzi paesani.

La storia di Timoteo è un percorso accidentato di scoperta e incredibili sorprese, modulata con un registro splendido che – possiamo confermare – non ci farà distogliere gli occhi dal volume nemmeno per il tempo di lasciargli depositare sopra un granello di polvere. È una storia che ci appartiene, trapuntata di perle di saggezza non stantie, proiettate in avanti da una dinamicità disordinata e fetente, di quelle che ci ricorderemo sempre con un alone di sorriso sulle labbra.

 

 


Alessandra Di Gregorio

 

 

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