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30 gennaio 2009

Blog Therapy

ringrazio il Dottor Secci per la gentilezza.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Blog Therapy
Autore: Enrico Maria Secci
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 978-88-6223-442-9
Pagine: 118

Il volume del Dottor Secci  – psicologo e psicoterapeuta specialista in terapie brevi ad approccio strategico integrato, e studioso da anni della cura per le cosiddette dipendenze “senza droga” – mi ha dato molto da riflettere e credo che sarà di ampia utilità per tutti coloro che tanto per fiducia, che per curiosità, si approcceranno a questa lettura impegnativa ma comunque svolta in modo non troppo complesso e tedioso, alla portata di tutti esattamente come le tematiche trattate e le soluzioni prospettate. Un volume in cui rivedersi è molto facile – ammetterlo è già una gran cosa – e sentirsi sciocchi lo è altrettanto, perché messi a nudo nei nostri comportamenti privati ed affettivi più intimi, spesso risultiamo prigionieri – e la cosa più grave è che tante volte trattasi di reclusione volontaria – di atteggiamenti a dir poco distruttivi e conflittuali, che non solo condizionano la nostra sfera sociale ed emotiva, ma anche il nostro approccio e la considerazione per noi stessi. E’ un libro dedicato tanto alle coppie che agli individui, tanto agli uomini che alle donne.

Secci affronta, da terapeuta e da utente della Rete, una ricognizione precisa di quella che è la casistica da lui esaminata in presa diretta dopo la sua attività online – che gli ha dato modo e gliene dà tuttora, di interfacciarsi ad utenti che non sono solo indirizzi IP da rintracciare nel world wide web, ma persone con vere problematiche spesso estremamente sotterranee  e sottovalutate, che vivono drammi quotidiani più o meno forti, e che si trascinano in relazioni dove il disamore la fa comunque da padrone e l’inedia affettiva è una componente fallimentare di sicura presa. Le domande fondamentali che ci possiamo porre mentre ci approcciamo al saggio Blog Therapy, sono relative in primis all’individuazione e alle conseguenze delle dipendenze amorose – di qualunque natura esse siano – e in secondo luogo quelle riguardanti le ragioni per cui tanta gente ha bisogno di cercare rifugio nella virtualità – tanto in amicizie virtuali, che in relazioni virtuali.

Quello che ne viene fuori è un ritratto di relazioni affettive difficili, circoli viziosi disperati, afflizione volontaria, dipendenza da amori fallimentari e mal riposti, difficoltà ad ammettere la propria patologia, difficoltà a capire che spesso la depressione non è causa dell’infelicità ma è causato dall’infelicità e dal disamore per se stessi, condizioni che sono sempre a monte e che solitamente si tende a non risolvere per paura di “sporcarsi le mani”, impegnarsi in qualcosa, lavorare su se stessi e così via… I casi qui citati sono emblematici dei comportamenti da noi assunti quando viviamo affettività in qualche modo distorte, incapaci di prendere fiato e osservarci per quello che siamo. Spesso ci leghiamo alle persone che per noi sappiamo essere inadatte, unicamente per un bisogno d’amore che è fondamentalmente una dipendenza. Non ci leghiamo a coloro coi quali ci relazioniamo, ma li viviamo come una scelta volontaria di compromesso. Il bisogno è legato a fatti e necessità pregressi alla storia che ci siamo imposti e ciò che ne consegue è un modo vizioso di comportarsi e un balletto di tira e molla fatto di lasciate e riprese senza senso, che prolungano il male che ci imponiamo e ci allontanano al contempo dalla vera soluzione: ritrovare noi stessi.

L’amore richiederebbe più equilibrio, più capacità di essere easy – per dirla in modo semplice e svagato – ma poi quello che si realizza nella pratica è sempre tutt’altro. Le nostre paure e il nostro tedio sono le uniche forme di collante di cui siamo capaci. Ci si unisce per solitudine, ci si tiene per mano per gratitudine, non si fa più l’amore, si cerca riparo in altre paia di braccia, si finge interesse, ci si impegna a recitare una parte. Si dipende dall’amore, si dipende dal dolore, si dipende dall’umiliazione, si dipende dalla narcosi emotiva.

Il disagio maggiore, o per meglio dire l’impegno, è anche quello di evidenziare – per una maggiore correttezza ed esaustività – tanto le forme passive di disfunzione affettiva, che quelle attive, come a dire che nella ricognizione conta sia valutare chi si mette nella posizione di fare del male, che chi si mette nella posizione di farsi fare del male; a ben pensarci,  però, l’idea che l’amore sia una semplice distorsione di stati d’animo ed emotività problematiche, o che l’amore vada terapizzato e analizzato perchè due persone ci trovano senza sapere effettivamente perché si stavano cercando, è cosa piuttosto triste ma innegabile di fronte ad evidenze così spiazzanti e persino rassicuranti nella loro “normalità” – per il loro grado di presenza nelle nostre vite e il fatto che riescono a passare quasi del tutto inosservate. A nessuno piace sentirsi dire TU HAI UN PROBLEMA DI DIPENDENZA, però poi basta guardarsi allo specchio per ammettere che rattristarci aiuta poco o niente, e che forse dovremmo finalmente prenderci la briga di volerci più bene per noi stessi, non in funzione di altro/i, o di come persone al di là di noi riescano a farci sentire in determinate situazioni. Le relazioni sono lo specchio di ciò che siamo, perché  presi da soli, noi esistiamo a prescindere da un matrimonio od un fidanzamento. Ridotti ai minimi termini, si svela la nostra vera natura e quello che emerge  è solitamente un quadro desolante in cui si esce sconfitti.

La figura del terapeuta è allora quella di chi, con sguardo tanto comprensivo che razionale, ci aiuta ad andare a ritroso per muoverci nella ragnatela da noi intessuta, alla ricerca di risposte a domande che abbiamo sempre disatteso per una sorta di vigliacca propensione alla fuga da noi stessi.

Tanto donne che uomini soffrono di patologie da dipendenza emotiva e il guaio – o comunque la cosa estremamente seria – è che non lo sanno. Da qui la necessità, data l’estrema famigliarità acquisibile col mezzo telematico, di lanciare sos in Rete, relazionandosi con qualcuno che non ci conosce, nel tentativo spesso vano di saziare una fame altrimenti – erroneamente – non saziabile. Allora il Secci ci aiuta, proponendoci categorie di pensiero indicate per categorie di persone e problemi, a costruire un quadro dignitoso che se da un lato smaschera la debolezza dei rapporti che intraprendiamo (e soprattutto della mancanza di rapporti col nostro proprio Io), dall’altro ne rivela anche la componente ludica, eufemistica, giustificatoria e perchè no, imbarazzante, mistificatoria, problematica e distorta.

Un saggio di pregio, scritto con eleganza e pacatezza, in toni non aggressivi ma  consolatori – della serie “non siete soli” – interessante, utile, dedicato a chi si sente perso e chiede aiuto, a chi è perso ma non sa ancora di esserlo, a chi è di fronte ad un bivio e sta per scegliere per quale traversa prendere, a chi ha appena fatto un frontale e gli è scoppiato l’airbag in faccia, a chi ha attraversato fuori dalle strisce, a chi è passato col rosso, a chi ha centrato un treno in corsa, a chi avrebbe bisogno di ridare l’esame per la patente. Perchè – ed è vero per le relazioni come per poche altre cose al mondo – perdersi è prima di tutto un modo per ritrovarsi, ma viaggiando a ritroso, innestando la retro, col rischio più che certo di centrare la fioriera del vicino o beccare il marciapiede.

Adg.

30 gennaio 2009

Edizioni XII

Ringrazio la Redazione di Edizioni XII per la disponibilità e l’estrema simpatia e David Riva per il suo tempo.

————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Fare l’editore oggi. Perché? Come sei giunto a questa attività imprenditoriale e intellettuale così complessa?

Come spesso accade nelle scelte impegnative, sono molte le componenti che intervengono nel determinare la soluzione a un’esigenza: “fare” libri – e in generale produrre materiale letterario di qualità – è un lavoro che può dare immensa soddisfazione e risponde non solo alle prospettive imprenditoriali e alle proprie attitudini intellettuali, ma anche, perché no, a una passione rivolta sia all'”oggetto” libro che al piacere di creare qualcosa che diffonda una bella idea, una storia che va raccontata, un approfondimento culturale, uno stile letterario nuovo e stimolante, e tutto ciò che un buon libro porta con sé. Nella realtà odierna i canali dell’editoria sono tantissimi, molti rivolti esclusivamente alla quantità – per ragioni di mercato più o meno condivisibili -, perciò l’aspetto qualitativo spesso ne risente: mi piace pensare che sia possibile operare con un occhio di riguardo al “cosa” e al “come”, oltre che al “quanto”, senza per questo rinunciare a legittime ambizioni di ampia diffusione. La nostra realtà vuole affermarsi nel nome del rapporto di fiducia che si crea tra scrittore e editore (e Lettore): XII è anche un gruppo di autori, e conosce bene l’importanza fondamentale di questa alleanza virtuosa, perché l’opera non sia solo un fine ma anche un mezzo per fare letteratura.

A: Fare l’editore. Criteri e scelte per una linea editoriale. Come ti muovi nella tua quotidiana azione di scouting?

La nostra Casa Editrice ha un’ampissima ricezione sul Web, ambiente da sempre vivacissimo nel permettere interazioni e favorire contatti: tra le moltissime iniziative che l’Associazione Culturale XII propone si trovano non solo occasioni di aggiornamento e crescita personale (attraverso una fucina letteraria che mette a confronto esperienze e condivisioni, arricchita dallo scambio di idee con gli altri scrittori riguardo il proprio percorso autoriale, attraverso corsi di scrittura o ancora con la possibilità di interagire con autori già affermati), ma anche bandi di selezione letteraria finalizzati alla pubblicazione. La linea editoriale viene sempre condivisa con tutta la Redazione, secondo un preciso flow che permette stabilità e organizzazione, grazie anche alla lucidità e alla severità delle scelte operate: l’azione di scouting viene gestita dalla nostra Direzione Editoriale, che si avvale a sua volta di un parterre di Lettori/Valutatori di provata affidabilità e competenza – ogni manoscritto che perviene alla Redazione ottiene sempre una risposta motivata, sia che giunga alla carta ma soprattutto se non vi arriva. Massima attenzione viene riservata agli autori emergenti, in un’ottica impegnata a dare risalto al pregio letterario: il fatto che questo, qualche volta, si scontri con necessità di vendita, non è certo motivo per soffocare lavori meritevoli di risalto.

A: Fare l’editore. In che modo? (non a livello burocratico ma a livello tuo personale, metodi, risorse emotive e quant’altro.) La tua linea di condotta (anche morale) e il tuo pensiero.

Un esempio che sia identificativo: da tutte le attività messe in campo da XII nascono collaborazioni che spesso si trasformano in vera e propria partecipazione attiva al progetto. Molti scrittori che hanno partecipato alle selezioni, o alle iniziative messe in atto da XII, ora sono membri affezionati della community, Soci dell’Associazione Culturale, o suoi Sostenitori, o addirittura membri della Redazione. Senza contare che amicizia e lealtà sono conseguenze dirette e pregiate. Crediamo che i rapporti umani sono sempre di gran lunga più preziosi che non le mere vicinanze professionali. Da qui nascono un rapporto con l’autore sempre diretto e trasparente, un dovere categorico nel mantenere gli impegni presi, una forza decisionale e una severità di giudizio che trovano inesauribile vitalità nell’efficacia del progetto, una volontà nel crescere come editore focalizzata sul “far crescere” gli autori. Sappiamo che ogni mancanza, ogni tradimento del patto di fiducia non è solo una sconfitta etica, ma anche e soprattutto una lacuna personale da aborrire. In questo senso, contando sulle professionalità che ciascuno mette in campo, lavorare in Edizioni XII significa un investimento notevole di energia, e insieme un susseguirsi sorprendente di opportunità.

A: Come nasce la tua casa editrice e dove si colloca nel panorama dell’editoria italiana?

Come specificato nel nostro Manifesto, XII è Associazione Culturale e una Casa Editrice, indipendente e no profit. I libri dei nostri autori sono progetti nei quali crediamo: pubblichiamo i libri per venderli, e puntiamo a venderne tanti è – ingenuo pensare che qualità e “commercialità” vadano necessariamente in conflitto, come già detto prima. Puntiamo sempre a una qualità molto alta e quindi siamo molto selettivi: questo per affermarci sempre più come marchio prestigioso, una garanzia di qualità agli occhi del Lettore, tanto che la cerchia sempre più ampia di estimatori costituisce una motivazione di forte impatto. La nascita della Casa Editrice rende evidente la necessità di mettere in pratica le aspirazioni e le volontà di XII come gruppo di autori, circolo letterario, punto di condivisione culturale. Crediamo anche nelle opportunità che possono nascere dalla collaborazione tra piccoli editori – e ci stiamo muovendo in tal senso proprio in questo periodo – per raggiungere quanti più Lettori possibili.

A: Quali sinergie vengono impiegate per creare un libro: rapporto di pre e post pubblicazione tra autore, editore e addetti alla consulenza editoriale, per quanto concerne la tua esperienza.

Il manoscritto che giunge alla Casa Editrice attraverso i canali delle iniziative della community oppure dalle selezioni editoriali, viene affidato alla Direzione Editoriale, che ne cura la valutazione: l’autore viene informato dell’esito nei tempi più brevi possibili. A partire da questo punto, in caso di giudizio positivo da parte del comitato dei Lettori e della Redazione, inizia il vero itinerario per giungere alla pubblicazione. Sono diversi i protagonisti di questo processo: tutti hanno un contatto diretto con l’autore, più o meno serrato a seconda del ruolo, coordinati secondo un protocollo prestabilito. In questo modo, Direttore di Collana, Editor, Grafici, Ufficio Stampa, Direttore Editoriale, tutti sono sempre aggiornati sullo stato di avanzamento del progetto (ogni fase prevede che ci siano quote di intervento più o meno attivo da parte delle figure citate). Una volta che il libro è su carta, XII si occupa del patrocinio di alcune presentazioni, della comunicazione stampa, della divulgazione del catalogo e della distribuzione del libro. Pur rimanendo l’opera al centro di questo processo, l’autore è interlocutore privilegiato e vero soggetto del rapporto con XII: non dimentichiamo che è lui a mettere a disposizione la sua realizzazione letteraria all’editore, e non viceversa, come spesso viene fatto sembrare.

A: Spiegaci la filiera del libro. Cosa accade dopo aver ottenuto il “prodotto” libro? Cosa fa l’editore per metterci a conoscenza dell’esistenza di un’opera?

L’Ufficio Stampa, che è parte integrante della Redazione, attua una serie di operazioni volte a divulgare il più possibile la pubblicazione di un titolo. Già a partire dalle primissime fasi di lavorazione, esso inizia la raccolta di tutto il materiale inerente l’opera (copywriting, grafica, ecc…) e a partire da quello mette in moto la strategia di propagazione dell’avvenimento-libro. Questa comprende la realizzazione e diffusione a largo spettro di comunicati stampa che siano mezzo per attivare traffico di notizie attorno al libro, l’organizzazione di eventi legati a esso, la creazione di nuovi contatti con organi di informazione, siti, blog (ai quali diamo molta importanza), l’invio di copie omaggio a giornalisti, scrittori e redattori Web, la produzione di “contenuti extra” a corredo dell’opera, e quant’altro. Una nota: anche questo fa parte del processo di pubblicazione: senza un adeguato supporto promozionale, il libro rimarrebbe confinato entro il limite di una produzione poco più che fine a se stessa. L’Editore, dal canto suo, incaricherà con un Promotore e Distributore che si occuperà di far arrivare il catalogo alle librerie, e quindi della questione pratica della diffusione del libro, parallela alla distribuzione – molto importante – online, che invece viene curata direttamente dall’Editore attraverso i propri spazi Web nonché una serie di accordi con le librerie Internet. Noi lavoriamo molto anche per fare in modo che i lettori abbiano modo di interfacciarsi direttamente con gli autori, fornendo spazi di discussione per esempio sul nostro forum: è un aspetto molto importante e appagante, una grande potenzialità del mezzo Internet, perché permette la creazione di un rapporto davvero diretto tra scrittori e il loro pubblico.

A: Il primo libro che hai pubblicato?

In effetti non c’è un “primo libro”, perché Edizioni XII uscì, nel 2007 (io allora non ero ancora parte della Redazione), in blocco con un catalogo di otto libri. Questo per una precisa scelta strategica: quella di entrare nel mercato subito in maniera solida, ambiziosa, tale da raggiungere un buon pubblico anche in termini quantitativi, creare subito attenzione attorno al marchio e marcare già la nostra linea editoriale in maniera esplicita. Molti piccoli editori partono con uno o due libri, o addirittura presentandosi senza un catalogo. La loro scelta è legittima, ma XII ne ha compiuta una opposta, lavorando molto “a monte”. Oggi possiamo affermare che la scelta si è rivelata vincente: in breve tempo XII ha raccolto attorno a sé una vasta community di lettori fedeli, e pensiamo sia stato anche grazie a questa partenza così decisa.

A: Il tuo rapporto personale con gli Autori e con gli Esordienti in particolare.

Il fatto che Edizioni XII sia settore di una Associazione Culturale rende evidente quanto il rapporto con gli autori sia del tutto diretto e personale. Quanto detto prima riguardo all’importanza dei legami che si creano attorno a un progetto, è ancor più rilevante quando si coopera con scrittori esordienti, nei confronti dei quali si ha una grande responsabilità. Non solo perché noi stessi siamo stati tali, e quindi conosciamo l’investimento emotivo e d’impegno che stanno dietro a un’opera prima, ma anche perché se riusciamo fin da subito a stabilire con trasparenza e lealtà i ruoli, le competenze e la serietà, allora ci saremo assicurati la riuscita del progetto e la fiducia dell’autore stesso, aspetto quest’ultimo che non ha prezzo. Questo vale anche per gli scrittori già affermati, che sono già venuti in contatto attraverso la loro esperienza letteraria con altre realtà editoriali, e quindi sanno riconoscere immediatamente con chi hanno a che fare: possiamo dire che XII, in questo, non ha mai deluso nessuno.

A: Quale libro ti piacerebbe aver editato, tra quelli presenti nel vasto panorama delle pubblicazioni italiane?

Domanda troppo difficile. Ci sono, a fianco di una sterminata produzione editoriale mediocre, comunque troppi ottimi libri in circolazione; e non vorrei far torto a nessun collega-editore: tanti meriterebbero di essere citati.

Quindi a questa consentimi di “passare”.

A: Tre consigli per chi scrive: cosa diresti ad un giovane in cerca di editore.

Non voglio soffermarmi su consigli fumosi e campati per aria: l’editoria è un campo già abbastanza oscuro per chi non ci lavora direttamente. Perciò:

1 – Non inviate manoscritti a caso: è tempo perso. Ogni Casa Editrice riceve centinaia di manoscritti al mese, è naturale che badi soprattutto a quelli che rispettano la sua linea editoriale e il processo di selezione che gli è proprio. Informatevi se l’editore che avete scelto può essere interessato al vostro genere di produzione (un romanzo rosa, per quanto scritto bene, non verrà mai pubblicato da XII, per fare un esempio pratico) e soprattutto su quali siano le modalità d’invio necessarie.

2 – Curate l’opera in ogni sua parte (presentazione compresa): fate esperienza, leggete, lavorate sodo sullo stile, la sintassi, la grammatica (XII organizza corsi di scrittura proprio perché ha raccolto le richieste di centinaia tra utenti e autori che partecipano alla sua community). Confrontatevi! Lo scrittore chiuso nella torre non farà che leggere se stesso e avrà una crescita limitata. Presentate sinossi complete: nessuno vi ruberà l’idea, e l’editore deve conoscere lo svolgimento dell’opera per sapere se essa vale oppure no!

3 – Imparate a distinguere l’editoria a pagamento da chi fa selezione letteraria. Non sempre è facile, soprattutto per chi non ha esperienza (magari in modo diretto e/o inconsapevole, purtroppo): leggere con attenzione una proposta editoriale spesso è sufficiente a rendere evidenti le caratteristiche operative dell’editore. Nessuno vi impedisce di pubblicare un libro a vostre spese, ci mancherebbe: l’importante è che ne abbiate la volontà, che ne possiate seguire le fasi con trasparenza e, soprattutto, che la attuiate come scelta cosciente.

30 gennaio 2009

Francesco Danti

Intervista a Francesco Danti, autore de «La figlia del fotografo».

————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

Dopo una giornata di lavoro credo di meritarmi qualcosa di meglio rispetto ad una poltrona, un dado di cioccolata ed un quiz televisivo. E’ una fuga controllata, ma è l’unico momento nel quale mi sento davvero libero. Scrivo perché sono egoista e decido io come trascorrere il mio tempo libero.

A: Scrive. Cosa?

Nuoto nel grande “Oceano Narrativo”, una fantastica distesa d’acqua piena di correnti. Non conosco esattamente la mia posizione, ma Nettuno è stato generoso con me. E’ uscito da poco il mio secondo romanzo, una pubblicazione alla quale ho lavorato per circa tre anni. Immagino storie e le metto su carta, racconti surreali che forse non vorrebbero esserlo del tutto.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Ancora non posso considerarmi uno scrittore. Se un giorno acquisterò una casa, con i proventi di un mio romanzo potrò risponderti. Al momento mi pongo come puro appassionato di scrittura, un tizio che ha scritto un paio di libri per sfuggire al “Gioco Dei Pacchi”.

A: La penna per te corrisponde a…?

All’oggetto che porterei con me sulla famosa isola deserta. All’oggetto che non getterei mai dalla celeberrima torre. E’ una compagna silenziosa, ideale, non ti sgrida se versi del vino sulla tovaglia pulita.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Non sono cambiato. Continuo ad essere prima di tutto un lettore, appassionato di librerie piccole ma ben organizzate. Continuo a regalare libri perché ottimi per ogni occasione. Indubbiamente però sono molto felice delle due pubblicazioni, mi aiutano a scrivere con l’entusiasmo di sempre.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Folle. Perché da quello che si legge traspare una leggera infermità mentale dell ‘autore.

Cinico. Perché si denota una certa indifferenza verso alcuni valori umani.

Scorrevole. Credo e spero sia fluido ed armonioso. Odio i libri con la polvere sulla copertina.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

“La figlia del fotografo” è un romanzo di 230 pagine che prova a raccontare la necessità di fermarsi, pensare e ripartire. Si parla di coraggio, di quanto ne serve per darsi una seconda possibilità, puntare tutto avendo in mano solo una coppia di sette. E’ la storia di Timoteo, un maestro elementare che combatterà una battaglia mentale contro i suoi demoni, paure, insicurezze. E’ la storia di Eloisa, bella e giovane, del suo ritratto ingiallito e della sua voglia di fuggire da tutto e tutti. Se avete il vizio di comprare libri d’autori sconosciuti…ve lo consiglio.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Ho ribattezzato il mio metodo “Pisolo resisti”. Ceno, entro nel mio piccolo studio, bevo un bicchiere di Vernaccia, colpisco la tastiera sino a quando Morfeo non mi rapisce. Scrivere tanto, sporcare, imbrattare. In un secondo momento ripulire, eliminare, tagliare. Altro non so.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Secondo me “La Storia” è una bella donna che aspetta d’essere corteggiata, una femmina misteriosa e sensuale. Si nasconde dentro ad un locale, seduta ad un tavolo in un angolo poco illuminato. Io scrivo per bisogno, per curare l’angoscia tridimensionale che mi affligge. Ho una sola possibilità ed è quella d’entrare in quel locale, sedermi davanti alla “Storia”, ascoltarla e scrivere quello che sento.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Resto legato ai miei romanzi, alle situazioni, alle atmosfere, alle musiche, ai luoghi ed in particolar modo ai personaggi. Con loro c’è davvero un rapporto speciale, un sentimento che difficilmente svanirà. Accetto con piacere le critiche mirate ed intelligenti, odio quelle distruttive perché non vanno da nessuna parte.

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