Archive for febbraio, 2009

28 febbraio 2009

Deliri e Disagi

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

deliri-e-disagi

Titolo: Deliri e disagi

Autore: Di Pinto Marco

Editore: Zerounoundici

Data di Pubblicazione: 2008

Collana: Opera prima

ISBN: 8863070997

ISBN-13: 9788863070996

Pagine: 84

Deliri e Disagi, pittoresco volumetto della 0111 Edizioni – casa editrice attivamente impegnata nella creazione di una rete di lettori che sappia apprezzare la letteratura sommersa di un’editoria spesso poco accreditata ma non necessariamente meno valida – è la rappresentazione egregia dello stato d’animo dell’uomo odierno, del giovane che viene bombardato di input il più delle volte stupidi – puro inneggiamento all’omologazione, alla dipendenza incondizionata da Mamma Tv, all’inscatolamento di un intelletto vissuto alla stregua di un accessorio. Media, politica, amenità quotidiane, sono queste le cause del malessere sociale che se dapprima si limita a serpeggiare non notato, adesso è fin troppo evidente e tende a soffocare lo spirito, ed è in questi momenti che solitamente la gente SBROCCA – per dirla con un termine poco aulico ma significativo. Oggi c’è da perder la testa – e la cronaca dei telegiornali porta il conto dei morti ammazzati dalla gente che sclera e sembra di vivere in un reality in cui il tema portante è Arancia Meccanica. Tutti corrono, tutti sbraitano, tutti sono spronati ad avere velleità artistiche quando l’arte non sanno neanche cosa sia, tutti aspirano a dei troni ma non hanno mai avuto regni o titoli; tutti vorrebbero non averci mai conosciuti o anche solo sposati e non s’accorgono che mentalmente contiamo fino al fatidico dieci pur di non gettar loro le mani al collo per avere finalmente un po’ di quel silenzio che tanto ci manca; siamo circondati da cenerentole coatte e le nostre vite sono romanzi metanarrativi in cui persino i nostri personaggi vogliono farci il culo. Arriveremo ad un punto in cui la fantasia la venderanno sottoforma di flebo e dovremo farci scorpacciate di felicità endovena perché lì fuori non c’è più modo di esserlo veramente – o forse siamo già in questa sottospecie di stato comatoso e non ce ne capacitiamo che per un sottile alito d’intuizione, che però non va mai più al di là di questo… Il testo, seppure qui e lì zoppica per via di una poco accurata attenzione alla pulizia generale, è uno di quelli che “hanno decisamente un perché”, proprio per il grado di consapevolezza – tanto in maniera diffusa che locale – relativamente al baratro in cui si trova il nostro intelletto. Sono veramente anni bui questi? Ci sarà mai una rivoluzione – qui potremmo ricercarla ad esempio nell’immagine dell’uomo che brandisce il martello davanti agli occhi sbarrati della moglie finalmente zittita – che possa scuoterci tutti da questo oleoso e spiacevole torpore? La smetteremo mai di affidare a Mamma Tv i nostri figli sin da prima dell’età della ragione? Deliri e Disagi è una fotografia spassionata ma inclemente, perché senza vergogna la macchina da presa di Marco Di Pinto ci vede come tanti matti al manicomio ma senza sbarre alle finestre o camicie di forza abbastanza robuste.


Alessandra Di Gregorio

21 febbraio 2009

Poesie da fermata d’autobus

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recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

poesie-da-fermata-dautobus

Titolo: Poesie da fermata d’autobus
Autore: Baglieri Mattia
Editore: Montag
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Solaris
ISBN: 8895478444
ISBN-13: 9788895478449
Pagine: 46

Aprendo il volume di Mattia Baglieri si è portati un po’ a storcere il naso; la veste linguistica delle sue liriche stride decisamente con l’orecchio del lettore – anche se la sensazione dura solo il tempo di voltar pagina e compreso il gioco delle sovrapposizioni sotteso ad una produzione che risente di letture ancor fresche e di dura sedimentazione, si riesce a percepire meglio il senso della mescita di ingredienti post-moderni al limite tra il neorealismo pasoliniano, il pensiero di Gide e la teorizzazione del pensiero debole di Vattimo. Questa silloge poetica è asimmetrica fino a rasentare la sistematicità, anche se laddove si perde in parte – quando non totalmente – il senso del gioco ritmico che si è creato, la concentrazione viene meno e l’impalcatura poetica non sta in piedi o si fa più sbilenca a tratti.

In una lirica come A Silvia, per esempio, la costruzione è assolutamente mirabile e di pregio e quel che viene fuori è che Baglieri è votato al sensazionalismo linguistico o al tormento prosaico futurista. La poesia di questa raccolta, lungi dal volersi però porre con accentazioni strettamente liriche – nel senso classico del termine – non esula dall’esperienza giovanile di un poeta ancora in verdissima età, che mescola – senza però ottenere una pasta omogenea ma lavorando espressamente alla disarmonicità – manifesti d’indipendenza e segnali di ricerca del mondo da punti non strategici d’osservazione. Se da un lato la lirica proemiale, ad esempio, appare stonata, non incisiva, poco armonica nella costruzione dei periodi che appaiono spesso più confusi che ermetici – per via di un lessico poco adatto, di un linguaggio ordinario e prossimo alla parlata più che alla metodica lingua sciolta dei post-moderni – dall’altra parte assistiamo a sprazzi di armonia totale, come nei primissimi versi di Ovattati ed Eterei e ritroviamo, quale ipotetico manifesto della poetica di Baglieri, la lirica Verginità poetica cessanda, che si pone, nella diretta ascendenza ai temi quotidiani e agli intrallazzi del tema ludico della scrittura come sentimento del vissuto – e proposta di valore all’insegna della filosofia autorale di chi con la penna conta ancora e ci viene in aiuto negli anni verdi dell’apprendimento e del magistero poetico – quale veicolo finale del messaggio pieno di disincanto: […] E basta con quegli (del cazzo) scribacchini accademici che non ispiran follie […].

Alessandra Di Gregorio.

20 febbraio 2009

Colori del tempo

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recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Titolo: Colori del tempo
Autore: Martini Paola
Curato da: Balsamello M. B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Delphinium
ISBN: 8854604674
ISBN-13: 9788854604674
Pagine: 120

A quanti non succede, sfogliando un album di vecchie foto, di avere subito chiaro e distinto nella mente un ricordo preciso, un aneddoto, un volto famigliare, un posto, un lembo consumato di stoffa, il fruscio degli abiti durante un abbraccio, un arrivo, una partenza, un addio e un arrivederci consumati ad un binario?

Colori del tempo è in fondo questo: un affresco essenziale e luminoso, alle volte sospeso alle volte no, in cui un linguaggio sapido e delicato si rivolge agli anni verdi a Villa Gina e l’infanzia e l’adolescenza scorrono leste tra libri, cicatrici, Tata, il piccolo Francesco, la farmacia del babbo, i preservativi usati a mo’ di palloncini per improvvisate ghirlande festose, il liceo classico e i primi amori e dissapori di vite che sono ancora primavere in boccio – e ad una fase successiva, in cui la maturità si presta al matrimonio e a porci innanzi ad una donna già fatta, che parla della Maremma e dell’amore, e che sembra lontana anni luce dalla bambina che va a dormire imbacuccata perché in casa non c’era il riscaldamento. Il romanzo della Martini ha atmosfere sospese, seppure la storia sia ben contestualizzata e luoghi e nomi riferiti ad altrettanti nomi e luoghi non propriamente di fantasia; ciò che rende l’idea di sospensione è proprio il ritorno ai timidi albori imbastiti con capacità e giusto grado di ponderazione – tanto tematica che linguistica. Il concetto di legame affettivo e legame temporale a cose e persone, è ciò che lega le due storie e che fa brillare la figura di una protagonista dolce e decisa – che ci riporta alle atmosfere di Ritratto in seppia di Isabel Allende, a quelle di Mal di pietre di Milena Agus e della Mennulara, di Simonetta Agnello Hornby, che esaltano, in atmosfere ricche di tensione emotiva, intensità letteraria, sentimento e attaccamento alla terra originaria, femminilità dai contorni netti, mai avulse da elementi territoriali basici la cui memoria si rinnova di sentimento in sentimento. L’Autrice dunque opera nelle profondità della rievocazione d’elementi cari, per rinverdire non solo l’ampiezza di un ricordo ma anche e soprattutto l’emozione della storia nel suo stesso compiersi e snocciolarsi quotidiano e all’apparenza innocuo. Il ricordo, nel momento in cui si forma ed è declinato ancora al presente verbale, appare anonimo e sbiadito e non certo sempre degno d’attenzione; allora è il tempo l’elemento chiave che permette – alla Martini come a noi tutti – di soppesare e dare il giusto valore a ciò che s’impreziosisce mentre l’orologio scorre, e anche se ci spostiamo in avanti – come quel paio di lancette che tutto sottomette – la memoria è sempre un passo dietro a noi, proiettata in una rincorsa alla quale taluni sfuggono mentre altri se ne lasciano irrimediabilmente catturare. La penna della Martini si sofferma docile, amabile, femminile, spesso timida ma sempre appassionata e solerte, a sottolineare un intero mondo di tasselli emotivi di gran pregio, descritti con la minuzia dello scrivano che, cosciente di dover mantenere in vita una memoria autobiografica più o meno romanzata, – i cui limiti non ci è dato sapere né forse c’interessano veramente o possono esserci di qualche aiuto – intarsia le parole come su un diario nato espressamente per la divulgazione, in cui i segreti vengono affrontati non meno liberamente delle verità storiche ed ambientali, affinché niente si celi a chi legge, neppure la profonda emozione dell’atto stesso della scrittura.

Alessandra Di Gregorio.

19 febbraio 2009

Francesco Giannasi

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Intervista a Francesco Giannasi, autore di «La neve rossa – il pugile nel Lager».

——– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.


A: Scrivere. Perché?

È sempre stata la mia passione e da quando gestisco il sito di Paolo Vidoz ho modo di “sbizzarrirmi” a volontà! E’ stato questo che mi ha spinto a riprendere in mano i miei vecchi racconti chiusi nel cassetto e  ricominciare con questa avventura.

A: Scrive. Cosa?

Mi piace scrivere gialli e thriller, ma ultimamente mi sono specializzato nel genere sportivo/boxe e cerco di ambientare i miei libri in vari contesti storici e temporali in modo da rendere la letture più interessante anche a chi non può amare il genere “pugilato”.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono una persona qualunque e semplice, faccio un lavoro normale e vivo in una famiglia normale. Potrei essere ciascuno di voi.

A: La penna per te corrisponde a…?

Libertà e fantasia.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Ho sempre amato leggere e scrivere, ripeto, quindi ho sempre guardato con grande ammirazione chi riusciva con molta forza di volontà a portare a termine e pubblicare la sua opera. Stimo molto Roberto Saviano e due scritturi che mi hanno sostenuto e consigliato molto in questa mia piccola opera: Carlo Lucarelli ed Andrea Di Cesare.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

NON HO RISPOSTE. 🙂

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

E’ la storia di un pugile ebreo che combatte per la libertà durante la seconda guerra mondiale all’interno di un campo di concentramento. Lo consiglio a chi può piacere il genere sportivo e guerra.

La crudeltà e la drammaticità dei campi di concentramento è conosciuta da tutti.

Credo di essere riuscito a rappresentare bene la sensazione di freddo e l’incontro finale sul ring.

Ogni libro merita un piccolo spazio nella nostra libreria… ed il mio di spazio ne occupa davvero poco!

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Mi immedesimo in quello che scrivo e cerco di vivere le varie situazioni che creo da tutti i punti di vista di tutti i miei personaggi, buoni o cattivi che siano.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Mi piacere che diventasse un mestiere questo è ovvio, per me la scrittura è molto,ma credo che per diventare un mestiere di acqua sotto i ponti ne dovrà passare!

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Ogni critica è costruttiva ma sicuramente un parere negativo mi fa male, perché credo in quello che scrivo e vorrei che tutti riuscissero a capire e vedere quello che volevo scrivere e descrivere.

Preferisco la verità però ad una mezza bugia del genere “Sai non e’ il genere che mi piace” o “Scritto bene ma non sono io la persona più adatta a giudicare”.

Sincerità sempre.

Un bel complimento l’ho ricevuto da un pugile di nome Fabio Tuiach, quel suo sms e quelle sue parole per me sono state davvero importanti. E’ stato uno dei primi a leggere il mio libro e la velocità con la quale l’ha letto mi ha fatto capire che quello che diceva era verità. Una persona sincera.


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