Roberto Bianchi

Oggi parliamo con Roberto Bianchi, autore di «Il Sole sul labirinto».

————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

Perché mi è necessario. Perché, in fondo, sono ottimista. Perché, in fondo, ho fiducia. Perché, per il momento, sono vivo: scrivere è il mio modo per affermarlo.

A: Scrivere. Cosa?

Racconti. Racconti talmente estesi da diventare romanzi. Racconti talmente brevi da sembrare sospiri. In fondo un artista afferma la propria empatia con tutto ciò che lo circonda. Al di là delle tecniche. E dei “formati.”

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono un guardone. Quando scrivo realizzo delle fotografie. Dell’anima. Da condividere. Mi piace pensare di essere capace di mostrare panorami nascosti. Mi piace pensare a fotografie tridimensionali.

A: La penna per te corrisponde a…?

E’ lo strumento al quale sono approdato dopo un’esistenza di letture e buone letture. Mi rende possibile l’uso delle parole, il linguaggio maggiormente condiviso. Ma non è l’unico strumento: lo strumento primo è la sensibilità. L’altro, la memoria.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Non è cambiato nulla. Su questo “palcoscenico”, per usare il tuo termine, mi sento una comparsa troppo provvisoria. Non esistono  contratti definitivi che assicurino il futuro. Ogni giorno devi ri-negoziare tutto. Ecco, se è cambiato qualcosa, da un  certo punto di vista è cambiato in peggio: prima, avevo paura di non pubblicare mai. Tutto sommato un rischio modesto: al massimo non avrei conosciuto il sapore gradevole dell’affermazione. Ora ho paura di non pubblicare più, e di conoscere l’amaro del rifiuto. E’ un prezzo elevato per quel poco autocompiacimento che soddisfa il nostro narcisismo… Tuttavia cerco di andare avanti con la stessa autenticità.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Piuttosto difficile il tipo di distacco proposto. Personalmente  disapprovo certa scrittura sciatta e disadorna, con un vocabolario limitato e frasi non accuratamente costruite. Taluni vorrebbero derivare questa desertificazione da grandi precedenti talmente noti da essere inutile il citarli. In realtà, secondo me, a volte, la prosa scarnificata è solo un atteggiamento manieristico che spesso può nascondere grandi povertà linguistiche,  sacche di ignoranza, sensibilità minerali. Soprattutto non tiene nel debito conto la ricchezza della lingua italiana. Non vedo perché dovrei usare meno note di quelle disponibili per elaborare le mie melodie. Per questo la mia scrittura è, almeno nelle intenzioni, ricercata e accurata. Le parole sono importanti e vanno scelte con criterio. Vorrebbe avere anche una dimensione musicale, perché il fraseggio costituisce un sistema di suoni intimi ed esclusivi.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

E’ un racconto che, attraverso la vicenda  dell’infatuazione di un manager benestante per una giovane immigrata, vorrebbe descrivere il confronto fra due mondi. Evidenzia il coraggio della giovane pakistana e l’ipocrisia inconcludente dell’uomo. Non so proprio perché qualcuno dovrebbe scegliere il piccolo libro di uno sconosciuto: credo che questo dipenda in gran parte dalla forza, dalla capacità e dall’autorevolezza di Arpanet che l’ha pubblicato. E dal suo sistema di distribuzione. Voglio dire qui che apprezzo molto il lavoro del gruppo di persone che si sono messe intorno ad un progetto nuovo, intelligente e ambizioso: Arpanet, appunto. Prima o poi la loro serietà darà frutti ampiamente meritati. Personalmente quando acquisto opere prime o di autori a me sconosciuti mi aiuta molto sapere chi li pubblica.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Sono istintivo, ma credo di potermelo permettere perché ho studiato i “testi sacri”. Mi ritengo un grande lettore. Credo che molto spesso quello che manca sia la proprio la consapevolezza che leggere è l’elemento fondante per poter scrivere: viene prima di qualsiasi altra cosa, addirittura , senza conoscenza non può svilupparsi il talento. Reputo assurdo pensare che insegni di più un corso di scrittura creativa organizzato da qualche autore noto al pubblico per le grandi strategie di marketing che lo sostengono, piuttosto che la lettura attenta di classici e contemporanei. Bisogna leggere e poi studiare, smontare e ricostruire. E’ un lavoro faticoso. Del resto anche scrivere è faticoso e richiede metodo: senza il lavoro e la fatica quotidiana il talento, anche se ci fosse, non troverebbe la strada per esprimersi. Non sempre dà frutti, ma senza quell’impegno i frutti non ci saranno mai.  In fondo siamo tutti ladri rispetto a quelli che ci hanno preceduto: l’aspirazione è di essere il malloppo per chi ci seguirà.. Quindi, per rispondere all’ultima domanda, è il flusso  stesso della scrittura che  mi trascina dove vuole in una specie di rafting pericoloso per me. In fase di correzione intervengo, e aggiusto.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Ho un’età piuttosto avanzata ed una vita ormai strutturata. Inoltre sono abituato ai sacrifici che derivano dalle scelte quando sono, allo stesso tempo, rinunce. Vivo quindi la splendida condizione di praticare la scrittura come attività primaria senza affidarle il compito di procurarmi il reddito. Non è d’occasione quindi, ma non è neanche mestiere. Scrivo ogni giorno, alcune  ore al giorno. Sono convinto che ogni espressione artistica sia comunque un’espressione autobiografica, il mio punto di partenza è sempre un residuo di vita. Mia o di altri (ma diventa comunque anche mia mentre ne scrivo), poco importa . Chi scrive ha sempre qualcuno con cui dovrebbe scusarsi

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Quando ho terminato il lavoro, come si dice, lo licenzio. Si stacca da me. E se ne va per altre strade. Prima di abbandonarlo al suo destino l’ho dissezionato così a lungo che nulla che venga detto o scritto su di esso può ferirmi; mi sono già fatto abbastanza male da solo nel realizzarlo e nel correggerlo.

Paradossalmente non lo amo nemmeno più di tanto perché ne ho conosciuto tutti gli aspetti, l’ho sputtanato.

Ho intravisto tracce di insalata fra i suoi denti: il ricordo del suo sorriso è compromesso.

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