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13 febbraio 2009

Giuseppe Cirino


Oggi parliamo con Giuseppe Cirino, autore di «Gli occhi del ricordo».

————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Non credo che esista un perché! Ovviamente è un parere personale. Scrivere è come sfiorarsi i capelli o cercare le risposte frugandosi il “pizzetto”. È istintivo.

A: Scrivere. Cosa?

Quando scrivo non prefisso mai cosa, il come e quando. Mi lascio trasportare da tutto quanto mi attraversa e cerco di non pormi freni. Penso si possa scrivere di qualunque cosa senza pensare a chi poi la leggerà. Raccontare i giovani, denunciare, esaltare l’amore o descrivere un paesaggio. Il “cosa” sono i moti dell’anima e non vanno frenati.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono un giovane come tanti che ha voglia di raccontare le persone e i loro piccoli mondi. Ogni persona è un mondo da scoprire. Mi pongo in modo semplice e diretto, sempre consapevole che non tutto quello che scrivo possa piacere. Ma chi scrive o dipinge, non fabbrica macchine o elettrodomestici e per questo motivo non mi pongo il problema di piacere o meno.

A: La penna per te corrisponde a…?

Corrisponde alla possibilità di essere in ogni posto scegliendo le tappe su di un foglio. Allo stato attuale direi che potrebbe essere un ottimo dolcificante per una realtà troppo dura. Dicendo questo un po’ mi contraddico perché scrivo molto della realtà che mi circonda e prediligo evidenziarne pregi e difetti. Ma soprattutto nel primo libro “Il suonatore di foglie” ho giocato molto di fantasia e non mi è affatto dispiaciuto. Uno dei miei racconti “Miele” è stato scelto per una rappresentazione teatrale e nulla di quello che ho scritto può essere accostato alla realtà, se non il fatto che gli uomini hanno BISOGNO di sognare.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

A dire il vero non mi sento parte di questo “palcoscenico”. Nel mondo dei libri sembra non esserci spazio per tutti. Perché c’è disinformazione. Si bada troppo ai nomi o al marchio editoriale. Forse sbaglio o sono presuntuoso dicendo questo. Dove sono finiti i libri? L’importanza che dovrebbero avere essi e non chi li scrive.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Spero di non deluderti ma non so rispondere a questa domanda. Sono solo consapevole di dovere migliorare tanto.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

“Gli occhi del ricordo” denuncia una società dove i giovani si avvicinano alle droghe per non sentirsi emarginati, della capacità di credere ad un amore che il tempo e le circostanze non hanno annullato: l’amore per un figlio. Denuncia l’arrivismo, esalta dei valori che non dovrebbero perdersi nel tempo. Fissa l’attenzione su un piccolo particolare che “personalmente” credo non sia più tanto in voga : guardare le persone negli occhi. Credo fermamente che gli occhi assumano la forma dei ricordi che ognuno conserva. Tutti hanno GLI OCCHI DEL RICORDO anche se non hanno il mio libro. Anche tu!

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Come ho scritto sulla quarta di copertina : La tecnica è solo il vezzo di chi non ha più ispirazione!

L’anima è la forma d’arte più grande che esiste in ognuno di noi ed è priva di tecnica. Si nutre senza scegliere e cresce a dismisura. Anche in negativo purtroppo. Gusto la scrittura e non bado alla tecnica. È bello bere l’acqua che sgorga da una fontanella e cogliere l’ultima goccia vicino alla guancia con il polso, anche se non è fine. Il fine è dissetarsi, non il come.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

L’idea di scrivere per mestiere mi terrorizza! La scrittura nasce dai momenti e dagli stati d’animo. Lo pensavo prima di essere pubblicato e lo penso anche adesso. Allora perché farsi pubblicare? Rendere pubblico un tuo racconto non vuol dire che ci pagherai le bollette o potrai farci la spesa. Vuol dire donarsi a chi “vuole” coglierti. Se vendo soltanto tre copie e a quei tre lettori sono in grado di lasciare qualcosa sono contento ugualmente. Penso al libro come uno specchio dove rivedere se stessi.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Non rimango schiacciato dalle critiche. Le accolgo. Se qualcuno dice che il libro fa schifo vuol dire che non rientro nel suo gusto. Non mi fa male. Fino adesso non sono stato stroncato ma so che capiterà. Ma questo potrà impedirmi di scrivere ancora? Per questo non è un mestiere! Se fai male il tuo mestiere ti licenziano. Autorizzi qualcuno a poterlo giudicare. Ma hai visto quanti libri che escono per business? Più di qualcuno non è un libro ma un prodotto per vendere. E chi li scrive? Poveri libri!

Quando pubblichi in automatico autorizzi qualcuno a giudicare. Tu per esempio recensisci quello che io ho pubblicato. Lo accetto e mi assumo le responsabilità di quello che scrivo. Ma se restassi schiacciato dalle critiche non rispetterei il mio pensiero. Che poi mi ha portato a scrivere l’opera.

Grazie per la tua attenzione

13 febbraio 2009

Damiano Mazzotti

Oggi parliamo con Damiano Mazzotti, autore di «Uomini e amori gioie e dolori»

————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Per esprimere se stessi… Per far conoscere meglio la società…

A: Scrivere. Cosa?

Quello che ti passa per la mente…

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

E che ne so… Lo devono dire gli altri…

A: La penna per te corrisponde a…?

E’ uno strumento della creatività insieme alla tastiera…

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Leggo con più spirito critico…

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

E’ uno stile innovativo e pratico che denota una persona indipendente, eclettica e curiosa…

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Semplicemente perché è un genere all’avanguardia e ho selezionato i migliori pensieri dei migliori intellettuali e scrittori…

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura? Mi lascio andare ai suggerimenti dello spirito del tempo…

risposta non pervenuta.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere? Nessuna delle due cose… Scrivo partendo dalla lettura di un articolo o di un libro, oppure dall’attualità…

risposta non pervenuta.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Io scrivo qualcosa e poi la lascio sedimentare per qualche giorno… Leggo e rileggo e alla fine aggiungo o tolgo qualcosa a seconda dei casi… Le critiche aiutano a crescere e a migliorare, se sono fatte in maniera professionale…

13 febbraio 2009

Eduardo Vitolo

Oggi parliamo con Eduardo Vitolo, autore di «Telepatia con i deceduti».

—————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Risponderei “perché no!?!”,  ma poi sembrerei un ospite di Gigi Marzullo quindi soprassediamo.

In tutta franchezza scrivo perché mi piace creare storie e personaggi, spero inediti e particolari, mettendo ancora alla prova la mia fantasia di ragazzino, nutrita a pane e fumetti, oppure a Nutella e libri di genere (anche se anagraficamente non lo sono più da un bel po’). Ecco, “Telepatia col fanciullino”, definiamola così.

A: Scrivere. Cosa?

Non penso sia una cosa che puoi decidere a tavolino almeno che non ti chiami Faletti o Lucarelli. Io vado molto ad ispirazione. Ho diversi progetti (romanzi in stato embrionale, saggi, racconti, articoli etc.). Lascio che per ognuno arrivi il giorno giusto. Quando sento che finalmente quel momento è arrivato allora mi fiondo sul lavoro e vado avanti fino allo sfinimento. Se poi, vuoi un genere preciso, allora ti dico Gotico oppure Horror, ma una vocina nella mia testa mi sta già avvertendo che non è proprio così…

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Definirmi “scrittore” con una piccola casa editrice alle spalle e con un racconto Gotico dalla forte territorialità dei luoghi e dei personaggi pubblicato da poco, significherebbe risvegliare “i cani dell’inferno editoriale” che sarebbero subito pronti a sbranarmi lentamente e con sublime perversione (un po’ sullo stille Hellraiser, se conosci il genere). Avendo esperienza ormai ventennale in ambito di critica musicale ed essendo io stesso un ex musicista e un performer,  ti rispondo che mi sento come una band rock “underground”, con una gran voglia di farmi apprezzare e conoscere ma con la consapevolezza che il puzzo di underground si sente lontano un miglio e che dovrò lavorare tanto e duramente per superare questa angusta soglia. La voglia c’è. Spero anche in un po’ di fortuna.

A: La penna per te corrisponde a…?

Ai ricordi. Una penna leggera, sottile e minuscola adagiata accanto ad un diario chiuso con un lucchetto di plastica e ferro. Lì i primi pensieri, le prime idee, il primo confronto con me stesso. Oppure una Bic, rigorosamente nera, buttata con insofferenza su un foglio di quadernone a righi mentre cerco di organizzare e scrivere, con mio fratello, il primo giornalino sportivo sulle partite di calcio del mio rione. Attualmente il tocco di una penna mi provoca angoscia e sconforto visto che è il mezzo con cui sto completando i miei sofferti studi in legge. Roba alla Kafka, per intenderci.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Prima mi collocavo da semplice lettore ed appassionato apprezzando soprattutto le trame ed i personaggi creati dagli autori che amavo. Ora non sono su alcun palcoscenico (se escludiamo lo Scerbanenco che io considero un viaggio iniziatico…) quindi il mio atteggiamento non è cambiato di una virgola. Non ho manie di grandezza né mi sono dotato di una prosopopea da critico/scrittore/ purista/dispensatore di verità assolute, come mi capita di vedere e leggere in giro. Cerco di rimanere spontaneo ed obiettivo. Rimango un lettore attento e curioso e mi capita ancora di emozionarmi come un ragazzino leggendo un bel libro senza preconcetti o forzature.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Semplice.

Scorrevole

Atmosferico.

Penso che queste tre parole racchiudano in pieno il mio “non stile”.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Telepatia con i deceduti è un racconto lungo di ambientazione italiana che trova le sue influenze ed ispirazioni in autori come Lovecraft, Poe, James, Blackwood e la Gothic Novel in generale. E’  una storia caratterizzata da continui flashback nel passato e ricca di atmosfere lugubri e spettrali che per il suo fascino da novella di altri tempi potrebbe essere raccontata anche da un vostro parente (diciamo un nonno và!) durante una veglia notturna davanti ad un camino scoppiettante attorniati da ombre informi e silenzi raggelanti.Insomma se ti piacciono le storie di fantasmi ” Telepatia…” potrebbe essere una buona lettura.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Per carità. Il concetto di “tecnica” mi provoca una risatina scettica a mezza bocca. Come già accennato in precedenza per me contano solo le influenze, le ispirazioni e la voglia di fare. Non ho la presunzione di parlare del mio libro in termini di tecnica e di composizione. Il mio è un “non stile” che cerca solo di affascinare il lettore con una trama e dei personaggi, spero credibili.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Se volessi  essere “paraculo” e un po’ meschino ti direi che la mia è scrittura per mestiere. Ma visto che mi pongo nella maniera più trasparente e logica possibile ti rispondo che la scrittura è un ‘occasione” per inventare, scomporre, ricomporre, divertire, divertirsi e a volte esorcizzare i propri demoni. Ho l’opportunità di affrontare questo discorso anche dal punto di vista del giornalismo e ti dico che lì invece ci vuole del mestiere. Non si può divagare o aprirsi a cose troppo inedite visto che si tratta pur sempre di “informazione”. Nel creare invece un racconto o un romanzo c’è una componente ludica e auto-compiacente che lo pone su un piano molto più personale e quindi aperto alle contaminazioni del vivere e del sentire quotidiano. Secondo il mio modesto parere se non c’è un’occasione giusta non può esserci scrittura. Non a caso la musica, per il sottoscritto, è una componente essenziale nel creare l’occasionalità dello scrivere. Spero di non essere stato troppo contorto.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Di solito sono euforico. Creare dovrebbe essere una cosa che ti travolge e ti rende inebetito e contento. Ma mi rendo conto che il tutto non può essere sempre così utopistico. Non a caso due dei miei scrittori preferiti in assoluto, S. King e Tiziano Sclavi, ne hanno parlato anche come un tormento o una condanna. Io la mia sensibilità da artista, come la definisci tu, la vedo come una piuma adagiata su un blocco di cemento. Lascio all’interpretazione del lettore il significato di questa “strana” immagine…

Grazie mille.

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