La neve rossa

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: La neve rossa. Il pugile nel lager
Autore: Giannasi Francesco
Editore: CSA
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 889503063X
ISBN-13: 9788895030630
Pagine: 80


La neve era rossa del sangue dei caduti, delle vittime della deportazione, dell’apologia nazista, di un fatto storico che ha significato la morte del cuore dell’umanità nell’Europa avvolta dal gelo, avvolta dalla fame, avvolta da una guerra spietata votata ad uno stupido massacro che ha visto troppi vinti e nessun vincitore. È Primo il protagonista di questa storia, Primo di nome e di fatto, primo tra tanti, primo tra tutti, uno abituato a star sempre con la guardia alzata, uno che non si tira indietro ma che piuttosto tira pugni in faccia ai tedeschi per dire no alla guerra, no alla tragedia che si consuma nei lager, no al massacro quotidiano che si svolge sotto ai suoi occhi di prigioniero ebreo. Primo – che ci ricorda il nome di un grande come Primo Carnera – guarda le tracce rosse sulla neve e si chiede come possano quelle tracce rimanere sempre fresche nonostante nevichi abbondantemente ogni giorno; gli verrà detto che quello è il sangue di quanti vengono spogliati e lasciati all’addiaccio a congelare, presi a bersaglio da proiettili infami che non ne decretano l’immediata morte ma solo il ferimento – in previsione dei forni, in previsione di altre indicibili torture e sofferenze, in previsione di un massacro autorizzato da un folle che credeva di poter radere al suolo il mondo. È questo il romanzo di Giannasi, questo è La neve rossa – Il pugile nel Lager, un testo di poche pagine, sbrigativo, condensato, forse non incisivo come ci si aspetterebbe – e probabilmente neanche scritto con la cognizione di doverlo essere per forza dato il tema trattato, che purtroppo si spiega da sé e merita ben pochi commenti…

La penna di Giannasi non scende mai nel dettaglio. Registra solerte e annota, ma non sonda perché la forza della fotografia è qui più grande di quella dei raggi X. Si focalizza in poche cose, l’intreccio appare importante ma viene svolto al minimo del potenziale. Il dettato è semplice, lineare, a volte ingenuo ma non ha particolari stonature; il romanzo si svolge pianamente: niente sprazzi, niente impennate, nessuna retorica od orpello linguistico, come una sorta di doveroso cordoglio che non cerca commento od approvazione; come la consapevolezza di non poter rendere diversamente un tracciato sul quale grava un bagaglio storico non indifferente, perché è nei pugni di Primo – come nelle parole addolorate di un Primo Levi prigioniero a sua volta e cronista di un diario delle speranze negate e delle barbarie subite – che si esplica coraggiosa tutta la sana allegoria della vita e della morte. Scegliere di sconfiggere la morte nel ring di un Lager dal quale non è destino si possa uscire vivi, per ricordare al mondo intero che lì dentro non tutti hanno scelto di abdicare alla ragione e che per questo scelgono – messi di fronte al fatto compiuto – di riappropriarsi dell’unica dimensione cui ci preme non esser mai separati: quella umana.

Adg.


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