Archive for febbraio 19th, 2009

19 febbraio 2009

Francesco Giannasi

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Intervista a Francesco Giannasi, autore di «La neve rossa – il pugile nel Lager».

——– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.


A: Scrivere. Perché?

È sempre stata la mia passione e da quando gestisco il sito di Paolo Vidoz ho modo di “sbizzarrirmi” a volontà! E’ stato questo che mi ha spinto a riprendere in mano i miei vecchi racconti chiusi nel cassetto e  ricominciare con questa avventura.

A: Scrive. Cosa?

Mi piace scrivere gialli e thriller, ma ultimamente mi sono specializzato nel genere sportivo/boxe e cerco di ambientare i miei libri in vari contesti storici e temporali in modo da rendere la letture più interessante anche a chi non può amare il genere “pugilato”.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono una persona qualunque e semplice, faccio un lavoro normale e vivo in una famiglia normale. Potrei essere ciascuno di voi.

A: La penna per te corrisponde a…?

Libertà e fantasia.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Ho sempre amato leggere e scrivere, ripeto, quindi ho sempre guardato con grande ammirazione chi riusciva con molta forza di volontà a portare a termine e pubblicare la sua opera. Stimo molto Roberto Saviano e due scritturi che mi hanno sostenuto e consigliato molto in questa mia piccola opera: Carlo Lucarelli ed Andrea Di Cesare.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

NON HO RISPOSTE. 🙂

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

E’ la storia di un pugile ebreo che combatte per la libertà durante la seconda guerra mondiale all’interno di un campo di concentramento. Lo consiglio a chi può piacere il genere sportivo e guerra.

La crudeltà e la drammaticità dei campi di concentramento è conosciuta da tutti.

Credo di essere riuscito a rappresentare bene la sensazione di freddo e l’incontro finale sul ring.

Ogni libro merita un piccolo spazio nella nostra libreria… ed il mio di spazio ne occupa davvero poco!

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Mi immedesimo in quello che scrivo e cerco di vivere le varie situazioni che creo da tutti i punti di vista di tutti i miei personaggi, buoni o cattivi che siano.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Mi piacere che diventasse un mestiere questo è ovvio, per me la scrittura è molto,ma credo che per diventare un mestiere di acqua sotto i ponti ne dovrà passare!

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Ogni critica è costruttiva ma sicuramente un parere negativo mi fa male, perché credo in quello che scrivo e vorrei che tutti riuscissero a capire e vedere quello che volevo scrivere e descrivere.

Preferisco la verità però ad una mezza bugia del genere “Sai non e’ il genere che mi piace” o “Scritto bene ma non sono io la persona più adatta a giudicare”.

Sincerità sempre.

Un bel complimento l’ho ricevuto da un pugile di nome Fabio Tuiach, quel suo sms e quelle sue parole per me sono state davvero importanti. E’ stato uno dei primi a leggere il mio libro e la velocità con la quale l’ha letto mi ha fatto capire che quello che diceva era verità. Una persona sincera.


19 febbraio 2009

Maria Lanciotti

Oggi parliamo con Maria Lanciotti, autrice di «L’erba sotto l’asfalto» e «La figlia della rupe».

———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Per un bisogno profondo di estrinsecare e comunicare sentimenti ed emozioni.

A: Scrive. Cosa?

Nell’atto dello scrivere si attinge inevitabilmente alle esperienze del proprio vissuto e ciò si manifesta specialmente nelle prime opere. Poi, andando avanti, lo sguardo si fa più ampio e acquista una certa obiettività, ma resta il mondo con le sue dinamiche la fonte principale d’ispirazione. Almeno, per me è così.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono una persona semplice, impegnata con una numerosa famiglia e attiva nel sociale.

Come scrittrice mi pongo come donna del mio tempo, alla ricerca di tante risposte che presuppongono altrettante domande. Formulare la giusta domanda è, secondo me, lo sforzo maggiore che si compie attraverso un’opera letteraria. Far scattare nel lettore la curiosità di sapere cosa si muove nella mente di un suo simile, a lui contemporaneo, uno dei miei primi obiettivi.

A: La penna per te corrisponde a…?

Alla mia mano, alla mia mente, al mio cuore. Nelle fasi di lavoro più dure, ad un forcipe che deve riuscire ad estrarre quello che rappresenta la mia interiorità e il mio immaginario, nel modo più integro possibile.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Prima mi ponevo da lettrice appassionata, onnivora, insaziabile. Adesso, da scrittrice in continua sfida e affinamento, mi pongo nei confronti della scrittura con quella umiltà che deriva dalla consapevolezza dei propri piccoli mezzi rispetto alle infinite possibilità della “parola scritta”, una vera bacchetta magica in mano all’apprendista stregone che è lo scrittore in continua ricerca ed evoluzione.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Autentico, fantastico, stringato. Autentico perché – come già detto – si rifà alla vita in tutte le sue manifestazioni. Fantastico perché utilizza l’immaginazione e il sogno per andare oltre il delimitato campo esperienziale. Stringato perché questo è il mio modo connaturale di scrittura, che ritengo inoltre il più gradito e fruibile dal lettore.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

C’è un luogo. Sembra fuori dal mondo ma non lo è. Personaggi. Sembrano fuori dal tempo , ma non lo sono. Arrivi e partenze. Ritorni. Il luogo resta il punto di riferimento. Drammi, tragedie che ardono e si consumano e depositano la loro essenza che sarà linfa per nuovi drammi, nuove tragedie. Siamo nel mistero e nella verità, ma ne restiamo fuori. Osservatori animati dalla pietas di chi in ogni uomo ravvede se stesso, nella sua grandezza e fragilità. Un balletto d’immagini che strema, pause che danno respiro. Un respiro spezzato. Sapendo che la storia andrà avanti, non sapendo dove condurrà. Protagonista è il lettore. Che giocherà, suo malgrado, con gli elementi a sua disposizione e con quelli che dovrà fornire di suo per ricomporre una storia fantasticamente vera. Protagonista è la Rupe. Testimone e custode di tanti passaggi, di tante schegge  sfuggite  dalla deflagrazione di un sentire primitivo che si avvia a farsi conoscenza e coscienza. Protagonista è l’arte. Che non perdona chi sceglie e ama.

Il lettore dovrebbe scegliere di acquistare La figlia della rupe se sfogliando il libro, fin dalle prime righe della prima pagina, avrà la sensazione di essere parte di quella storia. Allora lo prenderà e dopo averlo letto non lo riporrà nella propria biblioteca personale, ma sul suo comodino: a portata di mano.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Non ho mai frequentato laboratori di scrittura. Non ho mai perseguito l’apprendimento di una tecnica. Penso che il miglior laboratorio sia l’accanito lavorio attorno al tema della scrittura e i migliori maestri quegli autori che in qualche modo ci hanno segnato la vita.

Quando il segnale arriva non cerco scappatoie, non cerco di rimandare. Mi metto al servizio della scrittura e ad essa mi abbandono, al suo flusso che viene dalla lontananza come il primo vagito. In ciò mi guida senza dubbio la poesia, mia prima e sempre presente forma di scrittura.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Credo di aver già risposto in parte a questa domanda. Né scrittura d’occasione né scrittura per mestiere.  Credo che il filo parta sempre dalla sede delle emozioni, ma quelle profonde, radicate  nel proprio essere, che certo, sì, risentono anche delle “occasioni”, ma non in modo determinante.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

La stesura finale non esiste. Esiste la pubblicazione che mette fine alle infinite stesure che si potrebbero fare di un’opera. Un’opera finita non sarà mai perfetta rispetto all’idea, ma qui subentra un atto di accettazione per i propri limiti e quelli intrinseci nella scrittura, come in qualsiasi altro strumento al servizio dell’arte.

Penso che il libro, una volta pubblicato e messo in circolazione, non sia più mio ma del lettore. Se così non fosse, non avrebbe senso averlo scritto e dato alla stampa.

Devo dire – purtroppo – che ciò che mi manca è la critica vera, quella che non si perita di stroncare un’opera spiegandone i motivi. Quella critica capace – con la sua prova del fuoco – di forzarmi a valutare se la mia è carta straccia o pagine che hanno un significato non soltanto per me.

Mi pongo, nei confronti all’arte in generale, con una sorta di meraviglia e rispetto per l’umana capacità di sviluppare tematiche – sempre le stesse, già visitate e rivisitate in tutti i modi possibili – attraverso una propria indagine e rinnovata forma. Quando il “miracolo” avviene,  l’arte commuove ed esalta. Ciò accade soprattutto in poesia, quando un verso ti folgora e sgomenta e ti chiedi per quali straordinarie vie sia passato per arrivare fino a te.

19 febbraio 2009

L’erba sotto l’asfalto

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

lerba-sotto-lasfalto

Titolo: L’ erba sotto l’asfalto. Storie dalla piana dei Castelli dal ’55 al ’75
Autore: Lanciotti Maria
Editore: Controluce (Monte Compatri)
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8895736001
ISBN-13: 9788895736006
Pagine: 336

L’erba sotto l’asfalto – Storia della piana di Castelli dal ’55 al ’75, di Maria Lanciotti, pubblicato da Controluce e patrocinato dal comune di Ciampino, è un diario storico ricco di fatti, volti, cose, luoghi e reminescenze sempreverdi – che non è mai fuori luogo arieggiare, come quelle stanze di case antiche, amate eppur vuotate dal tempo, che non ci porteranno giammai a lasciar crollare l’imponente edificio ora disadorno, perché di noi lì tutto resta, nelle trame spesse di una casa che parla per noi di cose già andate. È un libro che viene scandito da una ricca ripartizione interna, in cui i singoli capitoli simboleggiano periodi storici e geografie contestualmente rilevanti nell’Italia del cambiamento, e i paragrafi interni lo scorcio di vita della selva di personaggi che sfila nel denso della riflessione pacata, sentita, mai stonata, di una voce che si eleva con lo scopo di fissare con l’inchiostro quello che foto o testimonianze altrui non fissarono mai direttamente. L’Autrice, sapiente e candida narratrice dei luoghi che ben conosce, che ha calcato con la pratica negli anni e che tinge a seconda del grado d’intensità della rievocazione, coglie – già nel solo posare lo sguardo su una faccia amica – l’occasione ridente per una scrittura – ora ricamo, ora ricco intarsio – che si fa porta d’ingresso per la cospicua moltitudine di nomi che affollano la sua memoria. Un romanzo voluminoso e vivido, in cui al ritratto spesso si sostituisce la cronaca e alla cronaca s’avvicenda l’elettrizzante diario ritmato e bello, di una ragazza verde come la scrittura e il pensiero di cui si macchia. Ella, col pragmatismo noto dell’osservatrice consumata, e la preziosità della scrittura più linda, si sofferma su una realtà urbana nota, che è quella che ci fornisce tanto spunti autobiografici d’interesse che brillanti osservazioni sull’indagine del mondo e delle cose. Questo romanzo, di spessore contenutistico e fisico, ci proietta in un’Italia che fu, la quale viene fatta rivivere un ciottolo alla volta, in un quadro datato eppure all’apparenza privo di età e ragnatele. La Lanciotti, che a Ciampino ha vissuto buona parte della vita, ci prende per mano e ci porta con sé, lungo le strade sconnesse del tempo e le locali attrazioni umane che si perdono nel luna park di una giovinezza bianco e nero. Il suo dettato è brillante, vibra nell’intensità della memoria; è pregnante, ilare e svagato, non è mai banale né si perde in ingenuità scolastiche. La sua penna è agile; la storia si muove come per associazione di idee, e si ramifica dieci volte dallo stesso ramo, a seconda di quante cose un singolo evento può riportare alla mente e agitarle la penna. Quello che ne vien fuori è un quadro complesso e vario, tiepido e appassionante, che ci proietta – lungi dal voler manifestare il patetismo di tanta letteratura della memoria nota e meno nota – in una striscia permanente di colore, che non s’asciuga se non quando l’inchiostro della Lanciotti ha messo l’ultimo punto finale.

Alessandra Di Gregorio.

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