Maria Lanciotti

Oggi parliamo con Maria Lanciotti, autrice di «L’erba sotto l’asfalto» e «La figlia della rupe».

———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Per un bisogno profondo di estrinsecare e comunicare sentimenti ed emozioni.

A: Scrive. Cosa?

Nell’atto dello scrivere si attinge inevitabilmente alle esperienze del proprio vissuto e ciò si manifesta specialmente nelle prime opere. Poi, andando avanti, lo sguardo si fa più ampio e acquista una certa obiettività, ma resta il mondo con le sue dinamiche la fonte principale d’ispirazione. Almeno, per me è così.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono una persona semplice, impegnata con una numerosa famiglia e attiva nel sociale.

Come scrittrice mi pongo come donna del mio tempo, alla ricerca di tante risposte che presuppongono altrettante domande. Formulare la giusta domanda è, secondo me, lo sforzo maggiore che si compie attraverso un’opera letteraria. Far scattare nel lettore la curiosità di sapere cosa si muove nella mente di un suo simile, a lui contemporaneo, uno dei miei primi obiettivi.

A: La penna per te corrisponde a…?

Alla mia mano, alla mia mente, al mio cuore. Nelle fasi di lavoro più dure, ad un forcipe che deve riuscire ad estrarre quello che rappresenta la mia interiorità e il mio immaginario, nel modo più integro possibile.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Prima mi ponevo da lettrice appassionata, onnivora, insaziabile. Adesso, da scrittrice in continua sfida e affinamento, mi pongo nei confronti della scrittura con quella umiltà che deriva dalla consapevolezza dei propri piccoli mezzi rispetto alle infinite possibilità della “parola scritta”, una vera bacchetta magica in mano all’apprendista stregone che è lo scrittore in continua ricerca ed evoluzione.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Autentico, fantastico, stringato. Autentico perché – come già detto – si rifà alla vita in tutte le sue manifestazioni. Fantastico perché utilizza l’immaginazione e il sogno per andare oltre il delimitato campo esperienziale. Stringato perché questo è il mio modo connaturale di scrittura, che ritengo inoltre il più gradito e fruibile dal lettore.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

C’è un luogo. Sembra fuori dal mondo ma non lo è. Personaggi. Sembrano fuori dal tempo , ma non lo sono. Arrivi e partenze. Ritorni. Il luogo resta il punto di riferimento. Drammi, tragedie che ardono e si consumano e depositano la loro essenza che sarà linfa per nuovi drammi, nuove tragedie. Siamo nel mistero e nella verità, ma ne restiamo fuori. Osservatori animati dalla pietas di chi in ogni uomo ravvede se stesso, nella sua grandezza e fragilità. Un balletto d’immagini che strema, pause che danno respiro. Un respiro spezzato. Sapendo che la storia andrà avanti, non sapendo dove condurrà. Protagonista è il lettore. Che giocherà, suo malgrado, con gli elementi a sua disposizione e con quelli che dovrà fornire di suo per ricomporre una storia fantasticamente vera. Protagonista è la Rupe. Testimone e custode di tanti passaggi, di tante schegge  sfuggite  dalla deflagrazione di un sentire primitivo che si avvia a farsi conoscenza e coscienza. Protagonista è l’arte. Che non perdona chi sceglie e ama.

Il lettore dovrebbe scegliere di acquistare La figlia della rupe se sfogliando il libro, fin dalle prime righe della prima pagina, avrà la sensazione di essere parte di quella storia. Allora lo prenderà e dopo averlo letto non lo riporrà nella propria biblioteca personale, ma sul suo comodino: a portata di mano.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Non ho mai frequentato laboratori di scrittura. Non ho mai perseguito l’apprendimento di una tecnica. Penso che il miglior laboratorio sia l’accanito lavorio attorno al tema della scrittura e i migliori maestri quegli autori che in qualche modo ci hanno segnato la vita.

Quando il segnale arriva non cerco scappatoie, non cerco di rimandare. Mi metto al servizio della scrittura e ad essa mi abbandono, al suo flusso che viene dalla lontananza come il primo vagito. In ciò mi guida senza dubbio la poesia, mia prima e sempre presente forma di scrittura.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Credo di aver già risposto in parte a questa domanda. Né scrittura d’occasione né scrittura per mestiere.  Credo che il filo parta sempre dalla sede delle emozioni, ma quelle profonde, radicate  nel proprio essere, che certo, sì, risentono anche delle “occasioni”, ma non in modo determinante.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

La stesura finale non esiste. Esiste la pubblicazione che mette fine alle infinite stesure che si potrebbero fare di un’opera. Un’opera finita non sarà mai perfetta rispetto all’idea, ma qui subentra un atto di accettazione per i propri limiti e quelli intrinseci nella scrittura, come in qualsiasi altro strumento al servizio dell’arte.

Penso che il libro, una volta pubblicato e messo in circolazione, non sia più mio ma del lettore. Se così non fosse, non avrebbe senso averlo scritto e dato alla stampa.

Devo dire – purtroppo – che ciò che mi manca è la critica vera, quella che non si perita di stroncare un’opera spiegandone i motivi. Quella critica capace – con la sua prova del fuoco – di forzarmi a valutare se la mia è carta straccia o pagine che hanno un significato non soltanto per me.

Mi pongo, nei confronti all’arte in generale, con una sorta di meraviglia e rispetto per l’umana capacità di sviluppare tematiche – sempre le stesse, già visitate e rivisitate in tutti i modi possibili – attraverso una propria indagine e rinnovata forma. Quando il “miracolo” avviene,  l’arte commuove ed esalta. Ciò accade soprattutto in poesia, quando un verso ti folgora e sgomenta e ti chiedi per quali straordinarie vie sia passato per arrivare fino a te.

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