Poesie da fermata d’autobus

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recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Poesie da fermata d’autobus
Autore: Baglieri Mattia
Editore: Montag
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Solaris
ISBN: 8895478444
ISBN-13: 9788895478449
Pagine: 46

Aprendo il volume di Mattia Baglieri si è portati un po’ a storcere il naso; la veste linguistica delle sue liriche stride decisamente con l’orecchio del lettore – anche se la sensazione dura solo il tempo di voltar pagina e compreso il gioco delle sovrapposizioni sotteso ad una produzione che risente di letture ancor fresche e di dura sedimentazione, si riesce a percepire meglio il senso della mescita di ingredienti post-moderni al limite tra il neorealismo pasoliniano, il pensiero di Gide e la teorizzazione del pensiero debole di Vattimo. Questa silloge poetica è asimmetrica fino a rasentare la sistematicità, anche se laddove si perde in parte – quando non totalmente – il senso del gioco ritmico che si è creato, la concentrazione viene meno e l’impalcatura poetica non sta in piedi o si fa più sbilenca a tratti.

In una lirica come A Silvia, per esempio, la costruzione è assolutamente mirabile e di pregio e quel che viene fuori è che Baglieri è votato al sensazionalismo linguistico o al tormento prosaico futurista. La poesia di questa raccolta, lungi dal volersi però porre con accentazioni strettamente liriche – nel senso classico del termine – non esula dall’esperienza giovanile di un poeta ancora in verdissima età, che mescola – senza però ottenere una pasta omogenea ma lavorando espressamente alla disarmonicità – manifesti d’indipendenza e segnali di ricerca del mondo da punti non strategici d’osservazione. Se da un lato la lirica proemiale, ad esempio, appare stonata, non incisiva, poco armonica nella costruzione dei periodi che appaiono spesso più confusi che ermetici – per via di un lessico poco adatto, di un linguaggio ordinario e prossimo alla parlata più che alla metodica lingua sciolta dei post-moderni – dall’altra parte assistiamo a sprazzi di armonia totale, come nei primissimi versi di Ovattati ed Eterei e ritroviamo, quale ipotetico manifesto della poetica di Baglieri, la lirica Verginità poetica cessanda, che si pone, nella diretta ascendenza ai temi quotidiani e agli intrallazzi del tema ludico della scrittura come sentimento del vissuto – e proposta di valore all’insegna della filosofia autorale di chi con la penna conta ancora e ci viene in aiuto negli anni verdi dell’apprendimento e del magistero poetico – quale veicolo finale del messaggio pieno di disincanto: […] E basta con quegli (del cazzo) scribacchini accademici che non ispiran follie […].

Alessandra Di Gregorio.

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