Archive for marzo, 2009

30 marzo 2009

Strumm

Oggi parliamo con Strumm, autore di «Diario Pulp».

——— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

S: Perché la scrittura è un ambito creativo che mi risparmia mediazioni. Per scrivere devo confrontarmi solo con me stesso, stabilire e rispettare i miei limiti. Questo è al tempo stesso liberatorio, narcisistico e trasparente: nel rileggermi so sempre dove ho mentito, dove sono sceso a patti, ma al tempo stesso so anche che ogni volta è stata una mia precisa scelta.

A: Scrivere. Cosa?

S: Storie, senza alcun dubbio. Meglio se grottesche, paradossali, surreali o estreme, perché a volte trovo sia più efficace rappresentare la realtà attraverso l’assurdo o il drammatico. Adoro scrivere del brutto, perché offre più gradazioni. Il bello mi annoia.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

S: Cerco solo di essere spontaneo, ma non mi pongo in alcun modo. Lascio la questione a chi mi legge.

A: La penna per te corrisponde a…?

S: Alla lentezza, all’infanzia. Non scrivo mai con la penna, solo col computer – sono molto più rapido e mi illudo di mantenere il controllo (detesto i fogli pieni di correzioni).

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

S: Non credo sia cambiato molto il mio approccio. Scrivo perché mi diverte, mi esalta, mi rilassa, mi appaga e infine mi intriga ricevere riscontri dai miei lettori. L’unica differenza sostanziale dopo la pubblicazione è un pizzico di sicurezza in più per essere riuscito a portare a termine qualcosa (per un indolente come me era tutt’altro che scontato), e la calma che deriva dalle maggiori possibilità che un tuo nuovo scritto venga letto e valutato.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

S: Non so davvero rispondere. Non riesco a distaccarmi abbastanza dai miei scritti per sintetizzare il tutto in tre aggettivi. Suppongo di avere uno stile moderno, una scrittura fluida, ma non so andare oltre. Bisognerebbe chiedere a chi ha letto qualcosa di mio, per esempio: tu!

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

S: Dico, stai scherzando? E chi se lo ricorda? Io l’ho scritto, mica letto. E per nessun motivo al mondo nessuno sano di mente dovrebbe acquistarlo, leggerlo e soprattutto riporlo nella propria biblioteca personale. Svilirebbe immediatamente l’immagine di un colto e raffinato padrone di casa.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

S: Solo la storia. Le suggestioni che mi offre. Credo di avere una buona sensibilità che mi aiuta a dosare gli sviluppi di una trama, ma è qualcosa di innato. Sono troppo pigro per una pianificazione accurata. Scelgo lo scheletro che intuisco sia più congeniale alla storia. Stabilisco un tipo di linguaggio, un grado di velocità media (immaginando il punto di vista del lettore), poi lascio che eventi e personaggi determinino il resto. Tutto deve sembrare naturale all’interno dell’artificio narrativo. Non sono né pro né contro le tecniche. Le tecniche occorrono, ma non fanno di te un autore. Così come si può insegnare a scrivere, ma nutro perplessità verso chi ha la presunzione di insegnare a essere creativi.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

S: Mi piacerebbe avere l’attitudine a scrivere in modo metodico, sistematico, ma non è la mia natura. Tutto nasce da spunti, anche banali, ma che in qualche modo accendono la mia curiosità o la mia fantasia. Non credo che riuscirei mai a scrivere un romanzo classico. Per fare un esempio, non sarei mai in grado di progettare una storia alla Grisham. Per me è necessario che da qualche parte nella storia ci sia una scintilla, potrebbe risiedere anche nel titolo, ma deve esserci. Per questo, pur sforzandomi di trovare una grande regolarità, credo sia più corretto definire la mia scrittura come occasionale.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

S: Non credo di restarne schiacciato. So allontanarmi da ciò che ho scritto una volta terminato. Nonostante questo resto curioso in modo quasi patologico rispetto alla percezione che ciascun lettore ha. Spesso mi sbalordisco dell’attenzione con cui gli scritti vengono letti, spesso superiore all’attenzione che io stesso ho posto nello scriverli. A volte è straniante rendersi conto che il lettore ne sa più di te, che ha fatto collegamenti di una profondità inattesa. Tengo molto a questa fase, perché mi fa crescere e mi rivela, anche a distanza di parecchio tempo, pregi e difetti dell’opera che fino ad allora non avevo saputo individuare.

29 marzo 2009

Vita e opinioni filosofiche di un gatto

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Vita e opinioni filosofiche di un gatto
Autore: Taine Hippolyte
Curato da: Scaraffia G.
Editore: Nottetempo
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: I sassi
ISBN: 8874521863
ISBN-13: 9788874521869
Pagine: 45

Vita e opinioni filosofiche di un gatto è un’opera di Taine snella e gustosa. Nottetempo cura questo volume di gran contenuto affidandone la prefazione e la nota a Giuseppe Scaraffia, che del filosofo rintraccia gli esordi, la vita, le battute d’arresto e gli episodi fondamentali, lasciandoci entrare nell’ottica di un uomo che non ha conosciuto ovvietà e non ha praticato i salotti per il gusto di tener banco.

Figlio di un periodo in cui il pensiero talvolta s’è allontanato dall’uomo, perché la ragione – pur così sollecitata alla riflessione – passando di cenacolo in cenacolo, può diventare vezzo, passatempo accademico (pochi eletti hanno pochi pensieri buoni e compiuti, mentre il resto del mondo vegeta e non è ritenuto all’altezza neppure di piangere la propria miseria) e puro ornamento dell’indole vanesia del pensatore, Taine pretese di passare dalla formula alla vita, di mettere carne sul puro scheletro e andare oltre l’idea astratta. Gli amici lo rimproveravano perché non appariva capace di diluire l’amarezza del suo dire, ma è proprio in questo testo che il ragionamento lineare e conciso di un Taine mai cinico, ma realistico, concentrato e metodico, raccoglie su di sé una poetica di vita lontana dai facili patetismi del buon costume o del pensiero politicamente corretto indotto dalla Società . Lo spleen dello scrittore è una malattia professionale che si può combattere con l’azione. Scrivere uccide e rende molto poco economicamente, ma anche potendo scegliere, probabilmente non si potrebbe decidere di fare altro. La maggiore difficoltà per lui era coniugare la forza del discernimento con la gran dote creativa – da qui la particolarità del suo disquisire filosofico, mai fine a se stesso, mai sterile, ma concreto e corposo come solo da un osservatore della natura e del quotidiano può produrre.

Ai suoi discepoli consigliava di acquistare quaderni da quattro soldi e scrivere di tutto e con frequenza; appuntare la cronaca minima, i particolari all’apparenza irrilevanti, gli episodi di vita altrui e di tutti, perché è solo dall’attenta osservazione e dall’annotazione di quanto ci sta attorno, che possiamo trarre la misura di una riflessione e del nostro meditare. Bisogna sempre avere una riserva dalla quale attingere idee fresche. Particolari che saltino fuori dalla pagina e che abbiano qualcosa da dire e da mostrare. Non si può parlare o scrivere a vuoto – e questa è una grande lezione – perché la riflessione sia qualcosa di più complesso della mera speculazione filosofica. L’esistenza si esplica in una realtà materiale che non si può ignorare. Allora la si deve affrontare e partire dal dato concreto per superarlo e trovarvi l’oltre.

Il Gatto è un gustoso affresco di vita narrato in prima persona da un gatto che racconta di sé dalla nascita all’età adulta, in un climax esistenziale in cui il vizio della falsità del luogo comune umano è smascherato, preso e deriso, rovesciato da questo insolito osservatore tanto saggio e feroce da sapere come va il mondo, e che la Civiltà umana imbellettata è menzognera, e solo nel regno animale è possibile cogliere l’essenza di quanto la natura ha stabilito. Il cortile del gatto rappresenta una umanità alla Swift, dove ci cela nella bestia il corrispettivo umano, e nell’orgia di sangue in cui le galline ci rimettono le penne (ma verranno salvate dalla famelica bocca dei gatti, per morire poi più in là, per la mortifera mano del padrone), la Civiltà viene colta in fallo, perché disposta a tutto pur rinnegando una natura imperdonabile.

È sempre questione certa di chi mangerà chi per primo – questo è l’unico assunto certo – ma l’Uomo è così ipocrita e falso da pascere lungamente le bestie da macello, illudendole di una vita che non esiste. «Una corrente rapida e immensa ci trascina. A quale scopo studiarne la rapidità e la profondità?» Un invito all’accettazione delle regoli universali che dominano il mondo e al godimento di quanto c’è dato godere nello stesso istante in cui lo si sta vivendo.

Alessandra Di Gregorio.

28 marzo 2009

Laura Boerci

Oggi intervistiamo Laura Boerci, autrice di «L’aura di tutti i giorni»

—– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

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A: Scrivere. Perché?

Perché la scrittura, come la pittura, mi dà la possibilità di andare oltre i limiti dell’esistenza.

A: Scrive. Cosa?

Storie, sceneggiature per il teatro, lettere d’amore, pensieri… Non esiste qualcosa che non possa essere descritto o raccontato, quindi perché immaginare d’avere un confine invalicabile?

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono una persona con molta fantasia e con essa mi piace giocare. Mi diverte trovare modi per trasmettere emozioni, cercando di essere originale, tutto qui. Non penso di fare qualcosa di straordinario, ho semplicemente una grande fortuna: le parole si inseguono e si incontrano nella mia mente, dando voce e vita ai pensieri.

A: La penna per te corrisponde a…?

Ad un paio d’ali

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Scrivere è sempre stata una passione per me. Ho iniziato con stupidissimi testi di canzoni, per poi passare alle sceneggiature ed ai racconti. Per molto tempo ho cercato di capire quale fosse la mia strada; se esistesse o meno la possibilità di comunicare attraverso una forma d’arte e, dopo diversi tentativi ed alcuni risultatati soddisfacenti, ho capito che la scrittura è la mia vita. Per se stessi o per gli altri non importa! Ciò che conta davvero è la possibilità di esprimersi e quindi di essere liberi. Pubblicando un libro, naturalmente, ci si confronta con i lettori e ci si mette in gioco, ma questo non mi spaventa, anzi! Mi dà nuovi stimoli e nuova energia creativa.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Semplice, diretto, coinvolgente. Ho scelto questi tre aggettivi perché descrivono anche il mio modo d’essere. Non amo i fronzoli, le lungaggini e le situazioni asettiche.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

E’ un’autobiografia che, a mio giudizio, può essere letta anche senza sapere chi sono. Solitamente attraggono le biografie dei personaggi famosi, ma io ho scelto di raccontarmi per raccontare un grande amore per la vita. Dalla nascita sono affetta da una malattia grave, la SMA, il mio intento però, scrivendo “L’aura di tutti i giorni” non era quello di parlare della disabilità. Ciò che volevo fare era trasmettere un messaggio positivo, un messaggio che non fosse buonista o scontato, di quelli che svanisco al primo soffio di vento. Io ho scelto di raccontare le mie sfide e le mie scommesse per dimostrare che, nonostante le difficoltà, si può vincere. Spero di esserci riuscita.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Il desiderio è quello di scrivere qualcosa di coinvolgente. Se, quando rileggo ciò che la mia fantasia ha partorito, mi diverto il gioco è fatto. Non ho una tecnica standard. Creo una scaletta, una sorta di scheletro, poi aggiungo, taglio, cambio, sposto… E’ un po’ come avere tra le mani un blocco di marmo, sapendo che al suo interno custodisce una forma da liberare.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Scrittura d’occasione. Mi stimolano i grandi dolori e le grandi gioie. Spesso scrivo perché la forza delle emozioni è incontenibile.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Scrivere la parola “fine” è bellissimo. E’ capire d’essere riusciti a dar vita ad un’idea, spesso ad un sogno. Da quel momento l’opera è libera di seguire i percorsi che la fortuna ha scelto per lei. E’ un po’ come mettere al mondo un figlio: lo si aiuta a crescere, lo si segue, ma lo si lascia libero. Se arrivano critiche costruttive non mi fanno male.

28 marzo 2009

L’aura di tutti i giorni

Ringrazio Laura.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: L’ aura di tutti i giorni
Autore: Boerci Laura
Curato da: Pierpaoli S., Mecenate S.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Edizione: 3
Collana: Testimonianze
ISBN: 8854603228
ISBN-13: 9788854603226

L’aura di tutti i giorni o Laura – come nel gioco lessicale della sonettistica petrarchesca, in cui Petrarca gioca sui significati di Laura/l’aura e lauro/l’auro – è una narrazione semplice e moderata che quasi trae in inganno col rifiutarsi di Laura di mettersi a urlare.

Laura Boerci indubbiamente colpisce per l’eleganza, il buongusto, l’umorismo irriverente e dolce, la proprietà di linguaggio e l’incantevole verve. Si racconta in un romanzo che è anche diario, nel quale mette a nudo debolezze all’apparenza limitanti (ma che avrebbero istupidito più del 90% di noi e che lei invece amministra in una maniera che lascia di stucco) e una vita ricca di affetti e momenti – tutti di rilevanza eccezionale per la formazione di una giovane donna che non ha qualcosa in meno ma esageratamente qualcosa in più. «A volte penso ai bambini che non ho avuto» dice «Con una schiena così dovetti dire addio a tante cose ed anche a qualche sogno. Ero una guerriera senza forza, imprigionata nell’armatura. Addio a vestiti scollati e stretti. Addio all’idea di avere bambini». Laura soffre di atrofia spinale ed è una costretta in un corpo che non l’asseconda, mentre la sua anima è così fervida e libera che tale costrizione sembra un contrappasso per peccati mai commessi. La difficoltà oggettiva di una vita che teoricamente schiaccia, è qui esposta e rievocata con voce adulta e tenera. Un percorso accidentato affrontato a viso aperto sempre, visto come lotta contro il limite peggiore – che è quello mentale – che non conosce arresto neppure con le grandi perdite. Laura non vacilla – apparentemente o concretamente, e da un certo punto in poi non sappiamo più rintracciare differenze – ed è stoica ma resta tutta da cullare. La puoi tenere tra le braccia e lei si fa sempre più piccola, in certi momenti, e la tenerezza infantile che la pervade, in un gioco di equilibrio/squilibrio con le velleità di indipendenza e ribellione di ogni ragazza comune, la rendono affascinante e grandiosa proprio in ragione di quel guscio fragile che prende colpi ma non la convince alla resa. Laddove molti avrebbero abdicato, lei trova nuovi spunti vitali.

Laura non è mai sola. Amici e amori l’attorniano, ma più di tutti divide le sorti con un fratello: Gianlù – come lo appella lei – che ha la stessa fragilità ed è la sua piccola anima gemella, ma non ha la stessa tempra. La natura lo condanna e se lo porta via. La lettura in questi frangenti diventa impossibile, ciò va detto. I significati si addensano, i sentimenti anche. La narrazione è così tersa da lasciare stupefatti, ma il dolore ha una trasparenza indicibile e trova spazio in un dettato lineare e nitido, arrivando come un pugno. Vien voglia di prendere Laura in braccio e portarla via da tutto quanto, ma lei stoica non cede.

La testimonianza di questa vita – di tutte le vite qui contenute – si spinge decisamente oltre la mera cronaca, oltre il puro dato biografico, oltre i limiti del romanzo, per diventare affresco lucido, doloroso, drammatico e vivido, di una straordinaria vicenda umana e personale, di una donna mai schiava di una forma, ma fattasi contenuto estremo, elegante e incantevole.

Alessandra Di Gregorio.

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