Gionata Soldatini

Oggi parliamo con Gionata Soldatini, autore di «DUS – dopo una sbronza».

——— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

G: E’ stata un’esigenza, credo che all’inizio sia così per tutti. Non ci si può svegliare una mattina e dire “adesso mi metto a scrivere!”, deve scattare qualcosa. Nel mio caso sentivo il bisogno di mettere ordine nella mia vita, di capirmi scrivendo. DUS è il racconto che più mi somiglia, e che più mi ha aiutato.

A: Scrivere. Cosa?

G: C’è una traccia autobiografica rintracciabile in ogni mio racconto, ma più vado avanti e più sento il bisogno di “inventare” mondi più grandi. Mi piace partire da ricordi reali e trasportare il lettore in luoghi astratti, in modo che resti in bilico fra realtà e sogno, fra dettagli e luoghi imprecisati. E’ però fondamentale trovare un equilibrio, fra le pieghe della storia deve restare impresso il senso, la ragione della storia.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

G: All’inizio ero più imbarazzato, chi scrive lascia su un foglio una parte di sé. Io sono molto riservato e, dato che ammetto di partire da sensazioni vissute, mi sento spesso con i nervi scoperti. Oggi l’imbarazzo non è ancora passato, diciamo che ho capito che con questo stato d’animo dovrò conviverci.

A: La penna per te corrisponde a…?

G: Trascrivo le mie prime idee con la penna, mi piace ancora sentirla strisciare su un foglio. Vivo con “lei” un rapporto ossessionante. Forse perché non ho mai avuto un buon rapporto con le tecnologie, ho scritto il mio primo racconto con una Underwood 450!

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

G: Oggi leggo qualsiasi libro con ammirazione. Prima avevo un atteggiamento un po’ snob nei confronti di certa letteratura, per la solita storia del “chi vende troppo non è bravo”. Adesso mi rendo conto di quanto sia grande lo sforzo creativo di chiunque sappia inventare un intreccio narrativo di trecento pagine!

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

G: Preciso, ironico, surreale. Non credo si possa scegliere il proprio stile, nasce da sé. Devo però ammettere che la mia passione per scrittori come DeLillo o Palahniuk mi ha influenzato, credo che la letteratura “postmoderna” sia l’unica che riesca a descrivere la società di oggi, è lo specchio della sua confusione e il tentativo di superarla. Il mio tentativo è simile, un po’ meno nobile, ciò che voglio superare scrivendo è soprattutto la mia, di confusione.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

G: DUS è un triangolo amoroso, un po’ surreale. Parte da un’idea semplice, un ragazzo che si ritrova conteso da due donne bellissime e si farà trascinare nel loro mondo, affascinante ma senza sostanza. Le sorprese non mancano, la narrazione spezzata, i salti spazio-temporali, la realtà che si confonde con il sogno, preparano “l’esplosione” finale, in cui tutto apparirà più chiaro e il protagonista sarà costretto a scegliere. Per chi vuole essere trascinato in un altro luogo e nello stesso tempo ritrovare esperienze forse già vissute, e scegliere con coraggio una volta per tutte, senza più guardarsi indietro.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

G: Credo che la forma sia fondamentale, che sia la vera anima dello scrittore. Come ho gia detto cerco di rimanere fra l’astratto e il concreto, fra luoghi imprecisati e dettagli precisi, passato e presente, sogno e realtà. Prima ho parlato di Palahniuk, lui passa da descrizioni dettagliatissime a brevissime intuizioni che sono un pugno allo stomaco, ma ha anche trovato un equilibrio fra i due poli. La scrittura è per me una questione di equilibrio ma la forma non deve restare immobile, si rischia altrimenti un piattume totale. Il mio stile è lo specchio della mia confusione e il tentativo di superarla.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

G: Soprattutto per metabolizzare esperienze biografiche, e questo ovviamente non vuol dire che scriva storie autobiografiche. Parto da sensazioni che ho vissuto e poi faccio “splendidi” salti mortali per darle un senso. Dico splendidi perché adoro liberare la fantasia e farla posare sui miei ricordi.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

G: Devo dire che le critiche negative mi pungono non poco. Per fortuna, forse perché sono agli inizi, non ne ho ancora ricevute molte. Una in particolare però, mi ha fatto fastidio. Era un giudizio non così negativo, era una “sufficienza”. Ecco, non mi piacciono le sufficienze, preferisco un votaccio ad un mediocre sei!

Grazie infinite a te, Alessandra.

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