Niente di personale

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

niente di personale

Niente di personale è un titolo assai emblematico di quella che è poi la chiave di lettura che ho voluto dare al libro di Fusacchia e Rubini. Voi direte beh, e allora? Beh, tanto per cominciare questo è un romanzo all’apparenza monotono e si fa quasi difficoltà a principiarne la lettura, eppure una volta venuti in contatto con Salvatore Liquore, si ha l’impressione – che è quasi una certezza – di poterne ricavare del buono. Allora si prende e ci si arma di attenzione.

Niente di personale è un romanzo un po’ complicato, diciamoci la verità. “Tutto appare tutto” fuorché quello che è in realtà e il narratore – assai “pigro” – ci mette in mano gli strumenti per una adeguata interpretazione delle figure principali del discorso narrativo e tematico, senza però prendersi la briga di spiegarci alcunché prima che la trama venga fuori nuda e cruda attraverso le maglie dell’intreccio. Non considero ciò un demerito ma una scelta elementare per chi vuole andare oltre e si espande verso il lettore come un’onda – ora più timida, ora più accentuata – e dà al lettore stesso la responsabilità di essere vigile e desto per tutto il tempo della lettura.

Nel romanzo ci sono più storie che si intersecano, ma tutte portano a Liquore e seppure non strettamente dipendenti da lui, sono delle tangenti che tagliano di netto la sua routine, aprendo la strada alla riflessione sulla circolarità dell’umanità (vale a dire relativamente al fatto che se è vero che il tutto è principiato dall’uno, l’uno è parte integrante del tutto che a sua volta ridiventa appunto uno, e ciò vale ad ogni meridiano). Soprattutto ci sono molti luoghi, tra cui New York, il Belgio, Atene – e ci sono luoghi della memoria e luoghi dei libri, ovvero luoghi presenti nelle pagine dei libri letti o conservati da Liquore, quando non addirittura presenti vividamente nei suoi ricordi di cittadino del mondo ed emigrato italiano. I libri sembrano l’unico collante umano e politico ancora valido, tanto tra conoscenti che sconosciuti. C’è anche Bin Laden, e ci sono “leggi massoniche” di scambio/smistamento volumi da biblioteca, e poi ci sono le Olimpiadi di Atene, un maratoneta che non è un vero maratoneta, scambi d’identità, agnizione e altro ancora.

Sequenze spazio/temporali diverse si accavallano dandoci, attraverso la visione dell’intersezione che si viene a formare, l’immagine di un protagonista non completamente assente dalla storia, per quanto poco voglia farsi coinvolgere e se ne resti sempre ai margini, come la storia stessa non lo riguardasse, come per un pudore a mostrarsi tutto per intero o addirittura una incapacità di rimettersi in gioco dopo una delusione. Eventi apparentemente distanti l’uno dall’altro, addirittura disfunzionali, ci guidano invece per mano nella testa di Liquore, fino al punto di superarlo e scoprire l’incisività del disegno di fondo.

Ci sono anche delle donne a completare il quadro; ci sono Laura e Iolanda, tanto per cominciare, ma c’è anche Hara, e ci sono tutti i presupposti per una vicenda tragi-comica. Sì perché gli autori se per un certo verso dichiarano una sorta di fallimento del discorso amoroso, in un finale che è in verità un crescendo di rivelazioni interiori e filosofiche quanto mai interessanti, all’opposto mettono anche in gioco la questione identitaria individuale – e pur sempre comune – tirando le fila di quella che è la degna rappresentazione del teatrino umano. Quello che infatti mi colpisce è che c’è molta teatralità in questo libro, seppure se ne stia ammantata sotto ad una parvenza di normalità quasi artificiosa, ai limiti dell’innaturale. Liquore, per quanto interessante, è molto compassato. Vive gestendo come può le sue ragioni d’ansia. Ha i suoi spazi, la sua vita, i suoi ripensamenti, le sue scommesse da fare, un lavoro che rende bene… Eppure vive da “rifugiato” in qualche modo, perché nasconde se stesso persino a se stesso, con la barba, per esempio; una barba lunga che gli permette di cambiare identità di fronte al proprio specchio, e di riscoprirsi nuovo – ma anche identico a prima – una volta tagliata. Qui è tutto un giocare sul concetto di identità, e la questione si realizza attraverso passaggi molto significativi, che vedono Liquore diventare altro da sé prima con “la barba addosso”, poi con Boris Virili – personaggio creato dalla penna dell’amico Victor – poi con la versione creata da Vincent Morcello, che lo aiuterà a chiudere un cerchio ma ad aprirne uno più grande e perché no, risolutivo. Se da un lato Victor crea un personaggio sulla figura di Liquore osservando l’amico nelle sue dinamiche personali (o meglio, ascoltandolo, data poi la distanza geografica tra i due), Vincent ricrea ex novo un altro Salvatore Liquore – e lo fa senza il suo permesso. Viene quindi da chiedersi perché Morcello, che poi non è il vero Morcello, crea un nuovo Liquore che vive di vita propria solo il tempo di ingannare una donna e via. Il narratore ce lo dirà, ovviamente, perché è necessario permetterci di capire per quale ragione l’identità – che è non solo un patto di fiducia tra il proprio Io di superficie e quello sotterraneo, ma anche una questione legale e istituzionale – è così importante ai fini dell’affermazione personale, anche di fronte a sconosciuti, anche a costo di inventarsi di sana pianta ciò che si vorrebbe essere. In fondo, tutti recitano una parte, tutti hanno una maschera e la vita ci mette nella condizione di gestire in maniera intercambiabile i nostri volti. Qui abbiamo il racconto di una vasta gamma di possibilità combinatorie. Tant’è che anche Laura recita – e gli autori scelgono Shakespeare, non uno a caso (anche se dentro c’è molto Pirandello e addirittura molto teatro antico proprio col motivo dell’agnizione) – e lui, Salvatore (quello vero) sa a memoria la parte di Polonio. Ciò conferma che in natura nessuno è mai solo un se stesso invariato e invariabile, ma il suo Io temporaneo e necessario nasce e si evolve come la capacità di ricrearsi a seconda della logica esistenziale del momento. E dunque anche la figura blanda del cinico che vuole crederci ma prende le distanze – anche se poi s’innamora di una causa e non è in grado di vedere la pericolosità e l’ingenuità di quanto sta facendo – riflette il fatto che si è refrattari per necessità, il più delle volte, e che – a differenza di Morcello – si vive indossando su di sé maschere che nascono da un bisogno viscerale di bypassare la realtà o affrontarla con poche perdite, senza spacciarsi per altri assumendo maschere vive per intessere intrecci dai quali, però, si resta sempre al di fuori. Se Liquore riassume il suo vero volto radendosi all’indomani della presunta cattura di Bin Laden, Morcello – il mancato maratoneta – sarà sempre tutti e nessuno, senza essere mai se stesso – e quello che più conta, senza poter vivere al di fuori dell’identità rubata al momento.

___

Alessandra Di Gregorio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: