L’oblio della ragione

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

l'oblio della ragione

Il libro di Chiara Vitetta, L’Oblio della ragione, si compone di due momenti, anche abbastanza diversi tra loro, capaci di comunicarci – per quanto brevemente e non sempre in maniera entusiasmante – lo stile di questa giovane scrittrice e soprattutto le intenzioni creative.

Pur non essendo di fronte a letteratura pura, e non potendo considerare – allo stato attuale, libro in mano – tutta la gamma di possibilità scrittorie dell’Autrice, e per quanto poco convinti che il risultato finale del suo lavoro d’esordio possa dirsi pienamente soddisfacente, possiamo asserire che il secondo racconto, vale a dire Blackout, è sicuramente il meglio riuscito.

Il primo passaggio del libro è costituito dal racconto Giustizia, un racconto che ritengo non svolto bene per ragioni tanto di ordine pratico – come per esempio una evidente mancanza di disciplina nella scrittura oltre che una troppo verde fantasia che all’atto della rielaborazione scritta sfocia il più delle volte in modo elementare e poco interessante – che per ragioni linguistiche in senso stretto. Giustizia è infarcito di una sintassi semplice (nel senso di estremamente povera ed elementare), non sempre corretta, e soprattutto di una visione stereotipata del racconto di genere. Al contrario, e qui un plauso sincero alla Vitetta, Blackout è molto più morbido e fluido, meno banale. Dal punto di vista linguistico si avverte una certa sicurezza e la materia trattata, per quanto “fantasiosa”, pare trovare l’Autrice notevolmente più a suo agio che in precedenza – forse perché dominare con la scrittura fatti reali e drammatici è più complesso rispetto a quanto può accadere messi di fronte alla pura immaginazione, per quanto parta dal concreto. Blackout per altro mi piace molto per la sua componente moraleggiante – non nel senso “etico” del termine, ma proprio in riferimento a quella che può essere l’ipotetica morale di fondo, che riguarda l’analisi delle figure umane prese in un momento di improbabile follia – afferente alla fantascienza, ma con risvolti sociologici e antropologici niente male. Al centro di questa parentesi narrativa un uomo senza sbocchi, tutto rimpianti e banalità, che finirà per perdere ogni cosa, fino al punto di ritrovarsi materialmente di fronte a un pericolo che lui stesso ha contribuito a creare, preferendo, per giustizia, lasciarsi morire. Il suo rapporto col figlio e con la moglie, montato a un parossismo che la Vitetta padroneggia in maniera calibratissima – su un tracciato che inviterei l’Autrice a meglio indagare per appropriarsene e magari farne un cavallo di battaglia vero e proprio (incanalare il proprio talento nel giusto ambito creativo è un passo, il secondo riguarda il capire dove la propria abilità si può applicare al meglio in un continuo divenire) – è un po’ il ritratto (per quanto estremo) di un disagio generale che, portato a conseguenze altrettanto estreme, può produrre frutti fatalissimi.

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Alessandra Di Gregorio.

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