Archive for agosto 16th, 2009

16 agosto 2009

Penelope Guzman – Il colpevole

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Penelope Guzman

Aprendo questo libro ero sicura di avere per le mani un bel giallo. È stata la cura della copertina, magari a trarmi in inganno, oppure la felice disponibilità dell’Autore Eliot Parker, quando si è avvicinato alla sottoscritta per proporre il frutto del suo lavoro; a conti fatti però, la lettura non è andata come speravo, lasciandomi abbastanza insoddisfatta. Lungi dal voler stroncare libro e scrittore, se non addirittura dirne un paio all’editore – che, come tanti editori, non ritengo abbia fatto un buon lavoro lasciando che un testo incompleto, ridondante e immaturo, venisse pubblicato così com’è, senza dunque dare all’Autore la possibilità di allargare il proprio respiro scrittorio e trovare una reale e felice soluzione stilistica per il suo romanzo d’esordio – dirò brevemente cosa non mi è piaciuto de Il Colpevole.

Evidente appare il divario tra le intenzioni autorali e la mancata riuscita del progetto sulla carta – cerco sempre di dare per scontata la buonafede di chi scrive. In apparenza un romanzo giallo di impostazione classica – in senso imitativo, più che altro – il romanzo di Parker non è in grado di rispettarne però le caratteristiche essenziali; innanzitutto suscitare il giusto interesse e mantenere la tensione dal principio alla fine; creare una rete di personaggi del giusto spessore, non limitandosi a descriverne qualità e appeal ma rendendoli veramente a 360 gradi, in grado di fuoriuscire dalla pagina, in grado cioè di rappresentarsi da soli attraverso le proprie azioni e intenzioni. La Guzman, per esempio, potrebbe essere davvero un personaggio carismatico e attraente, eppure è poco più che la blanda rappresentazione della protagonista tipo della giallistica italiana più stereotipata, e si perde, così come si perdono d’altronde le altre pedine del disegno di Parker, in una selva di inutili ammiccamenti linguistico/dialogici al lettore (quasi il narratore sentisse la necessità di trovare conferma e simpatia presso chi andrà a leggerlo).

Al di là dell’intreccio, il romanzo appare retorico e superficiale, al punto che, nelle prime pagine (tanto per citare uno dei primi esempi in ordine di comparizione) ci si perde lungamente nella descrizione del carattere “personale” dello studio della Guzman, che metterebbe a disagio i clienti, ripetendo, tra le altre cose, la parola “personale” e “personalizzare” infinite volte. Questo è sintomatico del fatto che l’Autore è ancora piuttosto acerbo, nonostante l’intenzione di fondo possa dirsi buona, e che un vero lavoro di editing avrebbe non solo fatto pulizia di tutte queste inadeguatezze, ma anche reso giustizia ad una trama non così spiacevole.

L’invito è dunque quello di non limitarsi a desiderare la pubblicazione, ma di farsi trovare pronti all’appuntamento con la stampa di un proprio scritto, cosicché le intenzioni e le abilità autorali non vengano tradite e il libro prodotto potrà riscuotere il giusto gradimento che merita. Attendiamo dunque Eliot Parker alle prese con altre storie e Penelope Guzman con altri casi, in cui il colpevole – per quanto scontato – possa non lasciarsi trovare così in fretta, e intrattenerci col giusto polso.

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Alessandra Di Gregorio.

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16 agosto 2009

Burned

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

burned

Burned, di Mauro Cardinale, edito da Montag, per quanto possa definirsi un romanzo interessante, colorato, caldo e impegnativo – per molti versi anche importante sotto il punto di vista del problema del “colonialismo delle Lettere” – non mi convince del tutto (della serie: il ragazzo si applica ma potrebbe fare di più).

L’incipit è scritto male, in modo superficiale; la penna di Cardinale è immatura (ok, è il suo scritto d’esordio e può starci); frettolosa (Cardinale deve imparare a capire i tempi della narrazione, per non sorvolare su cose importanti, per non scrivere per approssimazione, per diventare un narratore concreto e abile), e in generale tutto l’impianto stilistico/linguistico è carente (ricordiamoci sempre che le idee per poter essere incisive, quando rielaborate e trasmesse sulla pagina, devono essere intellegibili al 100%, rese interessanti da forme linguistiche adatte alla narrativa che si pratica, adatte a dare l’idea di avere in mano un romanzo vero e non la sua bozza, adatte soprattutto ad andare oltre l’elementare linguaggio colloquiale o scolastico usato nella quotidianità – perché altrimenti un libro potrebbero scriverlo tutti quelli che hanno frequentato le scuole dell’obbligo, e sappiamo che la “scrittura vera” non funziona così).

Ovviamente ci sono spunti più che graziosi. A me il romanzo è piaciuto. Si legge d’un fiato proprio perché le carenze ci sono dal punto di vista formale e non da quello prettamente narrativo. I migliori spunti però, nonostante la buona volontà, non sono tenuti a lungo, ripiombando il romanzo in un lavoro tutto da sgrezzare. L’Autore ha carattere, sicuramente, ma non sembra in possesso degli strumenti giusti per trasporre tutto il suo spirito su carta – non ancora, ma siamo ottimisti perché il talento è palpabile.

Burned è impegnativo, molto impegnativo (e qui un plauso sincero a Cardinale e al cuore col quale ha saputo inquadrare una vicenda culturale così ampia) perché dentro c’è la musica, c’è un Paese lontano e meraviglioso come la Giamaica, pieno di contraddizioni, e c’è il gap culturale che il nostro protagonista, ahimè, non riesce né a raccontare bene né a rappresentare, perché ne è fuori, non ne afferra le dinamiche e comunque si inserisce nel circolo da “colonialista”, non certamente da “colonizzato” – anche se poi la prepotenza degli eventi sarà tale da sfuggire alla sua gestione, oltre che alla sua comprensione, tant’è che la conclusione della sua avventura è anche un ristabilirsi dell’ordine precedente delle cose, per quanto sia comunque possibile rintracciare una vittoria che con lui non avrà niente a che fare (perché lui ha fatto la parte della pedina). Il libro si apre con questo giovane chiamato a fare il talent scout e si chiude con lo stesso giovane che però ha in tasca una consapevolezza diversa – e noi assieme a lui.

Ammetto la mia commozione sul finale; ammetto il brillio che viene fuori dalla mano dell’Autore, e ammetto l’emozione data dal quadro complessivo pennellato di musica, di coraggio, di preghiere a divinità esotiche che tutto vedono e tutto possono – e forse questo mi convince ulteriormente a dire che da Cardinale si può pretendere di più e che Burned, per quanto bruciante di bellezza, si potrebbe riscrivere diversamente. Ciò conferirebbe tanto all’Autore che alla straordinaria storia del ghetto giamaicano, il giusto lustro.

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Alessandra Di Gregorio.

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