Burned

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

burned

Burned, di Mauro Cardinale, edito da Montag, per quanto possa definirsi un romanzo interessante, colorato, caldo e impegnativo – per molti versi anche importante sotto il punto di vista del problema del “colonialismo delle Lettere” – non mi convince del tutto (della serie: il ragazzo si applica ma potrebbe fare di più).

L’incipit è scritto male, in modo superficiale; la penna di Cardinale è immatura (ok, è il suo scritto d’esordio e può starci); frettolosa (Cardinale deve imparare a capire i tempi della narrazione, per non sorvolare su cose importanti, per non scrivere per approssimazione, per diventare un narratore concreto e abile), e in generale tutto l’impianto stilistico/linguistico è carente (ricordiamoci sempre che le idee per poter essere incisive, quando rielaborate e trasmesse sulla pagina, devono essere intellegibili al 100%, rese interessanti da forme linguistiche adatte alla narrativa che si pratica, adatte a dare l’idea di avere in mano un romanzo vero e non la sua bozza, adatte soprattutto ad andare oltre l’elementare linguaggio colloquiale o scolastico usato nella quotidianità – perché altrimenti un libro potrebbero scriverlo tutti quelli che hanno frequentato le scuole dell’obbligo, e sappiamo che la “scrittura vera” non funziona così).

Ovviamente ci sono spunti più che graziosi. A me il romanzo è piaciuto. Si legge d’un fiato proprio perché le carenze ci sono dal punto di vista formale e non da quello prettamente narrativo. I migliori spunti però, nonostante la buona volontà, non sono tenuti a lungo, ripiombando il romanzo in un lavoro tutto da sgrezzare. L’Autore ha carattere, sicuramente, ma non sembra in possesso degli strumenti giusti per trasporre tutto il suo spirito su carta – non ancora, ma siamo ottimisti perché il talento è palpabile.

Burned è impegnativo, molto impegnativo (e qui un plauso sincero a Cardinale e al cuore col quale ha saputo inquadrare una vicenda culturale così ampia) perché dentro c’è la musica, c’è un Paese lontano e meraviglioso come la Giamaica, pieno di contraddizioni, e c’è il gap culturale che il nostro protagonista, ahimè, non riesce né a raccontare bene né a rappresentare, perché ne è fuori, non ne afferra le dinamiche e comunque si inserisce nel circolo da “colonialista”, non certamente da “colonizzato” – anche se poi la prepotenza degli eventi sarà tale da sfuggire alla sua gestione, oltre che alla sua comprensione, tant’è che la conclusione della sua avventura è anche un ristabilirsi dell’ordine precedente delle cose, per quanto sia comunque possibile rintracciare una vittoria che con lui non avrà niente a che fare (perché lui ha fatto la parte della pedina). Il libro si apre con questo giovane chiamato a fare il talent scout e si chiude con lo stesso giovane che però ha in tasca una consapevolezza diversa – e noi assieme a lui.

Ammetto la mia commozione sul finale; ammetto il brillio che viene fuori dalla mano dell’Autore, e ammetto l’emozione data dal quadro complessivo pennellato di musica, di coraggio, di preghiere a divinità esotiche che tutto vedono e tutto possono – e forse questo mi convince ulteriormente a dire che da Cardinale si può pretendere di più e che Burned, per quanto bruciante di bellezza, si potrebbe riscrivere diversamente. Ciò conferirebbe tanto all’Autore che alla straordinaria storia del ghetto giamaicano, il giusto lustro.

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Alessandra Di Gregorio.

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