Penelope Guzman – Il colpevole

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Penelope Guzman

Aprendo questo libro ero sicura di avere per le mani un bel giallo. È stata la cura della copertina, magari a trarmi in inganno, oppure la felice disponibilità dell’Autore Eliot Parker, quando si è avvicinato alla sottoscritta per proporre il frutto del suo lavoro; a conti fatti però, la lettura non è andata come speravo, lasciandomi abbastanza insoddisfatta. Lungi dal voler stroncare libro e scrittore, se non addirittura dirne un paio all’editore – che, come tanti editori, non ritengo abbia fatto un buon lavoro lasciando che un testo incompleto, ridondante e immaturo, venisse pubblicato così com’è, senza dunque dare all’Autore la possibilità di allargare il proprio respiro scrittorio e trovare una reale e felice soluzione stilistica per il suo romanzo d’esordio – dirò brevemente cosa non mi è piaciuto de Il Colpevole.

Evidente appare il divario tra le intenzioni autorali e la mancata riuscita del progetto sulla carta – cerco sempre di dare per scontata la buonafede di chi scrive. In apparenza un romanzo giallo di impostazione classica – in senso imitativo, più che altro – il romanzo di Parker non è in grado di rispettarne però le caratteristiche essenziali; innanzitutto suscitare il giusto interesse e mantenere la tensione dal principio alla fine; creare una rete di personaggi del giusto spessore, non limitandosi a descriverne qualità e appeal ma rendendoli veramente a 360 gradi, in grado di fuoriuscire dalla pagina, in grado cioè di rappresentarsi da soli attraverso le proprie azioni e intenzioni. La Guzman, per esempio, potrebbe essere davvero un personaggio carismatico e attraente, eppure è poco più che la blanda rappresentazione della protagonista tipo della giallistica italiana più stereotipata, e si perde, così come si perdono d’altronde le altre pedine del disegno di Parker, in una selva di inutili ammiccamenti linguistico/dialogici al lettore (quasi il narratore sentisse la necessità di trovare conferma e simpatia presso chi andrà a leggerlo).

Al di là dell’intreccio, il romanzo appare retorico e superficiale, al punto che, nelle prime pagine (tanto per citare uno dei primi esempi in ordine di comparizione) ci si perde lungamente nella descrizione del carattere “personale” dello studio della Guzman, che metterebbe a disagio i clienti, ripetendo, tra le altre cose, la parola “personale” e “personalizzare” infinite volte. Questo è sintomatico del fatto che l’Autore è ancora piuttosto acerbo, nonostante l’intenzione di fondo possa dirsi buona, e che un vero lavoro di editing avrebbe non solo fatto pulizia di tutte queste inadeguatezze, ma anche reso giustizia ad una trama non così spiacevole.

L’invito è dunque quello di non limitarsi a desiderare la pubblicazione, ma di farsi trovare pronti all’appuntamento con la stampa di un proprio scritto, cosicché le intenzioni e le abilità autorali non vengano tradite e il libro prodotto potrà riscuotere il giusto gradimento che merita. Attendiamo dunque Eliot Parker alle prese con altre storie e Penelope Guzman con altri casi, in cui il colpevole – per quanto scontato – possa non lasciarsi trovare così in fretta, e intrattenerci col giusto polso.

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Alessandra Di Gregorio.

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