Il parere del lettore: Rosamaria Francucci

9788888996196

Rosamaria Francucci, architetto romano e grande lettrice, ha recensito il mio romanzo, Vanessa – storia di una metamorfosi…

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Alessandra non la conosco ancora personalmente, anche se non dispero… L’avevo intercettata mesi fa su Facebook e io stessa l’avevo agganciata, incuriosita e attratta dalla schiettezza lancinante della sua scrittura: una sola frase, piacevolmente e scandalosamente sconveniente, comparsa a sorpresa un giorno sulla bacheca di Gattogrigio Editore e che la diceva già lunga sulla sua lucida e spiazzante percezione della condizione femminile… E quando lei, poco dopo l’uscita della sua prima opera narrante – con chi una volta l’ha chiamato romanzo si è già giustamente risentita – mi ha chiesto un mio motivato commento, ne sono stata piacevolmente sorpresa e lusingata… Ne sarò capace? Anch’io, come lei scrive in calce nella dedica alla mia copia, non vorrei deluderla.

Poco ho da dire sulla lingua, non sono competente, ma ho rintracciato ovunque una inusitata ricchezza e creatività lessicale e sintattica, la non rinuncia, anche in una tematica tanto gravosa da trattare, al ricorso di una ricercata e sottile ironia… insomma la lettura di “Vanessa…” mi ha regalato momenti felici ed è risultata in qualche modo piuttosto impegnativa anche per chi come me, è stata in passato lettrice appassionata e adusa anche a colte frequentazioni, ma si è ormai pigramente appiattita nell’abitudine alla semplificazione convulsa dell’oggi, di quei periodi scarnificati e senza spessore ovunque miseramente imbanditi, mozziconi di frasi lunghe un dito, già pronte per un consumo rapido da “fastfood della bibliotecaria”, in speranzosa attesa di diventare fragile o, al meglio, agile sceneggiatura. Sì, perché “Vanessa…”, diciamolo subito, non è libro facile, non lo è nei contenuti e non lo è nemmeno nella forma che Alessandra, con encomiabile coerenza, tesse mirabilmente a sua immagine e somiglianza con un rutilante e sorprendente continuo cambiamento di registri e di ruoli certi. “Vanessa…” è anche a tratti un libro duro, che può risultare anche minaccioso per certe sensibilità poco allenate perché in fondo, bisogna ammetterlo, ha un retrogusto fortemente amaro. Pertanto “Vanessa…” è un libro che saprà, buon per lui, non piacere a molti – e questo bisogna metterlo in conto – e che potrebbe suscitare una serie di critiche e fraintendimenti a catena, risultare anche inquietante e arcano perché ci racconta molto spesso di un rapporto con l’eros incombente e cupo e poiché, soprattutto, realizza la legittima ambizione di operare nelle viscere e di rimestare angosciosamente e senza anestesia nelle asperità del profondo sentire. Non tutti gradiscono, questo è il fatto. Ciononostante almeno per me “ Vanessa…” si è rivelato un libro bellissimo, che reputo addirittura necessario e che, nonostante sia stato scritto da autrice ancora in erba per età e per esperienza professionale, ha saputo sedurmi ancor oggi, me non più giovanissima, per i valori di novità e di autenticità che esprime. Ma veniamo a ciò che credo e spero di avere veramente da aggiungere a quello che di buono è già stato scritto, anche per aiutare il lettore che se ne incuriosisse ad affrontare “Vanessa…” con consapevolezza e a decrittarlo meglio. Quelle che seguono sono soprattutto mie considerazioni personali sulla umana condizione esistenziale, riflessioni che vorrei poter condividere con chi mi legge e con cui mi piacerebbe possibilmente accompagnarlo alla lettura di “Vanessa…”.

Noi tutti, maschi o femmine che siamo, pur differenti per come siamo stati concepiti e per come infine saremo stati partoriti, nasciamo sempre ineluttabilmente da una donna. Tutti noi indistintamente che popoliamo questa terra, abbiamo abitato un corpo femminile, che è stato per ognuno culla, più o meno accogliente, dei primi momenti vitali. Forse è proprio da questa condizione primaria – che già in origine non mette i due sessi in condizione di effettiva parità – che iniziano appunto i dolori di Vanessa e da qui saranno cominciati, forse troppo presto, anche quelli di Alessandra, ed ancora – con loro – di tutte le adolescenti alle prese con i capricci di un corpo che improvvisamente cambia e che per giunta ne reca messaggio chiaro e incombente di questo cambiamento, con quella chiamata rossa e selvaggia, che spesso senza alcuna parola di conforto, esulando dalla nostra volontà e sfuggendo interamente al nostro controllo, nostro malgrado, ci fa Grandi. Un menarca che ci indica e quasi ci impone a viva forza la strada dell’accoglienza prima e della maternità poi, che entrambe potranno essere meglio praticate da chi ha già ciclica e penosa esperienza di una rata di umano dolore recidivo e muto sebbene, talvolta, sappia manifestarsi come circoscritto e lieve. Il mestruo nella pubertà femminile ci mostra in modo chiaro e aggressivo la distinzione di genere, memoria simbolica e insieme eterna negazione del parto, mentre i fermenti ormonali ci suggerirebbero e prometterebbero per il piacere, ancora tutto da esperire, il rapporto con un corpo-altro, di cui noi femmine però non abbiamo avuto alcuna esperienza primaria. Chissà che sempre da qui non scaturiscano e poi si radichino i laceranti confronti e conflitti di molte donne in rapporto al proprio corpo, al sesso, al corpo delle altre donne e nel loro rapporto con il corpo maschile soprattutto, con esiti laceranti che nel corso di un’intera esistenza potrebbero anche non risolversi e non sanarsi mai. Ed è evidente invece come, tralasciando ovviamente i casi clinici e gli aspetti degeneranti di conflitti irrisolti, in virtù di questo originario rapporto col corpo-altro, siano proprio i maschi a partire più avvantaggiati di noi nell’intraprendere la propria “educazione sentimentale”. Essi il loro corpo-altro lo hanno sperimentato e abitato da subito e lì ovviamente e naturalmente vogliono e sanno fisiologicamente tornare. Non così Vanessa, il suo cammino è più aspro, contorto e sofferto, la conquista/scalata al corpo altro per lei sarà alquanto sofferta e complicata.

Ma Vanessa in ogni caso non si arrende, ferita da una prima cocente delusione d’amore, serra l’anima a riccio e, rinchiusa nella sua stanza come arcaica crisalide nel suo bozzolo, prova a imbarcarsi in vari e differenti tentativi di rapporto fisico, tutti quelli che i suoi desideri visionari e ancora confusi sapranno dettarle, tutti quelli che vorrà assecondare per compiacere e soccorrere il desiderio dell’altro e intanto ogni pagina del suo diario resterà a testimonianza dei vari passaggi consci o inconsci della sua convulsa e affannosa ricerca erotico sentimentale. Ben conosce l’evanescente Vanessa la concretezza oscena di questo dramma e sceglie con determinazione titanica di far affiorare alla coscienza tutte queste fantasie, di viverle, di morire per poi rinascere altra, mentre Alessandra Di Gregorio, anche lei volontariamente relegata nell’universo compresso della sua stanza, le resta sempre amorevolmente accanto e, confidando nella sua immaginazione o, questo non è dato sapere, attingendo al proprio bagaglio esperienziale, intinge la penna nella sua carne viva e da voce autentica e potente alla complessità di questo accidentato percorso, trasformando le intime tappe di una ragazzina confusa e appena pubere in materia gravosa di riflessione comune, in trepidante narrazione di carattere universale. Forse è proprio per questo che è stato difficile trovare a questo libro la giusta collocazione di genere negli scaffali di una libreria: Memoriale erotico? Romanzo di formazione? Forse la definizione più affettuosa e più prossima al vero che ne è stata data è quella suggerita da Carlo Giuseppe Alfiere, nella sua chiara prefazione della edizione de “Il Ciliegio”, perché in fondo è vero: “Vanessa. Storia di una metamorfosi” è soprattutto un “Romanzo d’amore”, e soprattutto, aggiungerei, amore per la complessità dell’esistenza umana, amore per l’eros inteso come carica vitale e infine appassionato amore per la letteratura nella sua funzione squisitamente terapeutica. Ne scaturisce una narrazione spaventosamente spontanea eppure mirabilmente artefatta, scritta con la sana sfrontatezza di chi ha voglia e coraggio di gettare alle ortiche la sua maschera di scena e mostrarci fino in fondo il suo abisso di sofferenze esistenziali per addentrarsi a lunghi passi, sgomitando furiosamente, nelle pieghe più inesplorate e recondite dell’animo umano.

E’ vero pure che libro chiami libro: Leonardo Tonini nella sua recensione a “Vanessa…” ha citato Colette, ricordando pure come la stessa Di Gregorio si rivedesse un po’ nella Virginia Woolf di “Una stanza tutta per sé”… mentre a me, per esempio, questo libro ha rammentato subito certe atmosfere uggiose e lubriche di Henry Miller di “Tropico del Cancro”. Alessandra modestamente, di questo raffronto si schernisce o forse semplicemente non ci ritrova…ma in ogni caso per chi ha tacciato l’autrice di cinismo, beh… allora si accomodi, e nella rilettura degli inferni “tropicali” si goda eventualmente il cinismo vero, quello tetro e senza speranza di riscatto. Perché altrimenti, nei Paradisi Perduti di Vanessa si può forse talvolta rientrare, anche se parzialmente, e anche se solo per qualche istante minimo… Qui, alla fine della ricerca, sembrerebbe che l’integrazione degli opposti sia talvolta miracolosamente possibile e un rapporto soddisfacente quantomeno con il corpo dell’altro sia stato infine, anche se faticosamente, ritrovato. Alessandra ci affida questa tremolante ed effimera fiammella, forse soltanto una fragile speranza, una chimera, ed anche se il destino la vorrà in futuro relegata ad un’eterna solitudine, Vanessa almeno per una volta avrà saputo comunque librarsi e liberarsi. Un epilogo rosa che era già annunciato nelle prime pagine del libro in cui Alessandra/Vanessa, esprimendosi con la lucidità allucinata degna di un mistico anacoreta, già per il suo amato/odiato Luca aveva saputo recitare questa amorosa litania:

“Tu mi berresti viva” riesco a sussurrargli nell’intrico di posizioni che i nostri templi mortali si accingono ad assumere nel letto, perché lui sì, mi avrebbe bevuta viva e resa prigioniera, potendolo fare “So che vorresti contenermi… e ti faresti capiente per me. Ma sei tutto spigoli! La natura ci ha fatto opposti e nemici, vivremo sempre come due cose separate e diverse. Tu crederai di possedermi nelle cose e negli oggetti. Ma io sono sempre unica e irriproducibile, eppure produco te e le altre creature” (p.27).

Proprio da ciò che per il femminile è massima espressione di potenza sessuale, ossia la nostra “generatività”, come dalla natura stessa ci viene imposta e comandata, deriva la definizione del nostro stesso limite che significa anche, secondo le regole di un rituale atavico, la necessaria accettazione di una ineluttabile passività, almeno nella sfera sessuale.

Così l’esperimento Vanessa, perché questo è stato in fondo il senso stesso che l’autrice stessa ha dato al suo libro, diventa anche appassionata lirica, accorato cantico d’amore, preghiera laica, magica supplica, rivolta a uomini e donne senza distinzione di genere. Un ultima affettuosa postilla: dubito che ci sia qualcuno che annovero nella mia personalissima lista dei “giusti” che possa arrivare alla fine di questo libro senza averci trovato nascosto e serbato qualcosa di sé.

Grazie Alessandra.

1° settembre 2009

Rosamaria Francucci

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